Howard Phillips Lovecraft, spesso citato come H.P. Lovecraft (1890-1937), è stato uno scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense, riconosciuto tra i maggiori scrittori di letteratura horror insieme ad Edgar Allan Poe e considerato da molti uno dei precursori della fantascienza angloamericana. Le sue opere, una contaminazione tra horror, fantascienza soft, dark fantasy e low fantasy, sono state spesso descritte, anche da lui stesso, col termine weird fiction (dove weird sta per “strano”), venendo riconosciute tra le principali origini del moderno genere letterario del new weird.

Howard Phillips Lovecraft.

Uno dei maggiori studiosi lovecraftiani, S. T. Joshi, definisce infatti la sua opera come “un’inclassificabile amalgama di fantasy e fantascienza, e non è sorprendente che abbia influenzato in maniera considerevole lo sviluppo successivo di entrambi i generi”. Dal punto di vista del pensiero nei suoi racconti e saggi coniò la filosofia del cosmicismo, in conseguenza del suo ateismo e delle nuove scoperte scientifiche, e le sue idee in molti campi furono spesso controverse.

Inquietante e lucido, come la follia.

 

L’orrore di Dunwich (The Dunwich Horror) è un racconto horror dello scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft ed è considerato uno dei più importanti appartenenti al cosiddetto Ciclo di Cthulhu. Scritto nel 1928, fu pubblicato nell’aprile 1929 sulla rivista Weird Tales. Il racconto è ambientato nella città di Dunwich, una città immaginaria del Massachusetts.

Trama.

Racconta la storia di Wilbur Whateley, nativo di Dunwich (un villaggio isolato e decadente), figlio di Lavinia Watheley (descritta come lievemente deforme, sciatta, sognatrice e con caratteristiche albine) e di un padre sconosciuto, e degli eventi che si verificano a Dunwich dopo la sua nascita. La prima parte descrive il paese e la storia degli abitanti. Il giorno della nascita di Wilbur si ode un grande rumore e luci nella vicina montagna. Nessuno assiste alla nascita, solo suo nonno, anziano, mentalmente instabile e sospetto di essere dedito a pratiche occulte e di magia nera, che si dichiara fiero del nipote e certo che questi compirà mirabili imprese, istruendolo in casa e trasmettendogli il proprio antico sapere. Il bambino crescerà rapidamente, raggiungendo la maturità a dieci anni presentandosi ormai come un uomo adulto, e comincerà ad aiutare suo nonno ad ampliare costantemente il fienile della fattoria, per scopi sconosciuti. Da questo momento cominceranno strani fatti, il nonno acquisterà nel corso della trama numerosi capi di bestiame ma la mandria all’interno della fattoria non sembrerà aumentare di numero, inoltre le bestie manterranno un aspetto sparuto, malato presentando strane cicatrici circolari. Alcuni anni dopo, suo nonno morirà di vecchiaia mentre la madre morirà misteriosamente (si pensa ad un matricidio). A questo punto Wilbur si rende conto che la versione del Necronomicon ereditata da suo nonno è priva di alcune parti di cui ha bisogno per completare una cerimonia blasfema e dimenticata. Pertanto decide di andare a cercare la versione completa, che è conservata alla Miskatonic University. Qui è assistito dal Dr. Henry Armitage, che gli permette di leggere il libro. Quando il dottor Armitage legge un piccolo frammento della lettura, rimane inorridito da ciò che vorrebbe evocare Wilbur, e non permette al visitatore di prendere il libro o copiare il frammento di cui aveva bisogno. Poiché non aveva avuto la parte di cui aveva bisogno, Wilbur decide di cercare di rubare il libro. Ma la notte del raid viene ucciso da un cane da guardia, che lo ha attaccato in un modo insolitamente feroce. Quando il Dr. Armitage e i suoi colleghi vanno a vedere il cadavere, trovano uno strano corpo con molti tentacoli dove nella parte inferiore si trovavano degli zoccoli coperti da una pelliccia gialla, che nella parte superiore del corpo si trasformavano in scaglie. Armitage prima cade in uno stato simile alla catatonia, e poi comincia a studiare lo strano libro. Nel frattempo, comincia “l’orrore di Dunwich”. Ora che Wilbur è morto, nessuno si prende cura della cosa che abita il fienile. Infine, una mattina il fienile di Watheley esplode e “la cosa” comincia a devastare tutto, non lasciando nulla nella sua scia, tranne delle tracce dalle dimensioni di un albero (esso è invisibile ad occhio umano). La città è terrorizzata per diversi giorni, fino a quando il Dr. Armitage, il professor Rice e il dottor Morgan vengono in città, dopo aver scoperto il modo per fermare il mostro. Dopo aver spruzzato sul mostro una non nota sostanza chimica riescono a renderlo visibile per pochi attimi, viene descritto come una creatura ciclopica informe con numerosi tentacoli con una testa gigantesca simile a quella umana con i connotati della famiglia Whateley. Alla fine, il mostro si rivela come il gemello di Wilbur, figlio di Yog-Sothoth e con un rituale mistico i tre dottori riescono ad eliminare la creatura.

Fonte: Wikipedia.

 

L’orrore di Dunwich

racconto

di 

 H.P. LOVECRAFT

 

 

Gorgoni, Idre e Chimere, le atroci storie di Celeno e delle Arpie, possono riprodursi in un cervello superstizioso: ma esse erano già lì. Sono trascrizioni, tipi: gli archetipi sono dentro di noi e sono eterni. Come potrebbe accadere altrimenti che lo spettacolo di ciò che, al risveglio, sappiamo essere falso, colpisca tutti? Forse che concepiamo il terrore per tali oggetti in modo naturale, considerandoli capaci di infliggerci dei danni corporali? Oh, no affatto! Questi terrori sono di origine più antica. Sono più antichi del corpo, ovvero, anche se non esistesse il corpo, sarebbero gli stessi… Che il genere di terrore di cui stiamo trattando sia puramente spirituale, che esso sia forte, rispetto alla sua mancanza di un oggetto, che esso predomini nel periodo della nostra infanzia innocente, sono tutti problemi la cui soluzione potrebbe richiedere di penetrare in qualche modo nella nostra condizione ante-moderna e gettare perlomeno uno sguardo furtivo nella terra d’ombre della preesistenza.

“Charles Lamb, Le Streghe e altri terrori notturni”

“Annunciando a Clark Ashton Smith, in una lettera del 31 agosto 1928, di aver terminato un nuovo racconto, dal titolo The Dunwich Horror, Lovecraft si riferisce al testo come «appartenente al Ciclo di Arkham». All’epoca, dunque, aveva ormai chiara l’idea di riunire tutte le sue storie riferentisi al pantheon alieno inaugurato con la figura di Cthulhu, in un contesto che in qualche modo le unificasse. Ciò sarà vero non soltanto per le storie da lui scritte in prima persona, ma anche per quelle che, negli anni successivi, scriverà per conto di altri (N.d.C.).”

1.

   Quando un viaggiatore, nel Massachusetts del centronord, prende la strada sbagliata al bivio del Picco di Aylesbury, subito dopo Dean’s Corner, entra in un territorio solitario e singolare.

   Il terreno sale, e i muretti in pietra bordati di rovi si stringono sempre più addosso ai solchi della strada polverosa e tutta curve. Gli alberi delle numerose strisce di bosco sembrano troppo grossi, e le erbacce e i cespugli crescono lussureggianti, come è raro che capiti nelle regioni abitate. Nello stesso tempo, i campi coltivati appaiono stranamente pochi e sterili, mentre le case sparpagliate qua e là hanno un’aria di vecchiezza, squallore e decadenza, sorprendentemente uniforme.

   Senza sapere il perché, si esita a chiedere informazioni alle figure rozze e solitarie che di quando in quando si scorgono su soglie rovinate o sui prati in pendenza e cosparsi di rocce.

   Queste figure sono così silenziose e furtive che ci si sente come posti di fronte a cose proibite, con cui sarebbe meglio non avere a che fare.

   Quando un rialzo della strada porta in vista le montagne al di sopra dei folti boschi, lo strano senso di disagio cresce. Le cime sono troppo arrotondate e simmetriche per dare una sensazione di tranquillità e naturalezza, e talvolta il cielo contorna con particolare chiarezza i bizzarri circoli fatti di pilastri di pietra con cui la maggior parte di esse sono coronate.

   Burroni e gole dalla profondità preoccupante tagliano la strada, e la solidità dei rozzi ponti di legno sembra essere dubbia. Quando la strada torna a digradare, appaiono dei tratti acquitrinosi che destano un’istintiva ripugnanza, e quasi terrore, la sera, quando schiamazzano invisibili succiacapre e le lucciole, insolitamente abbondanti, escono a danzare ai ritmi rauchi e orridamente insistenti dei rospi che gracidano striduli. La sottile linea luminosa del corso superiore del Miskatonic esercita una stranasuggestione, come quella di un serpente, snodandosi proprio ai piedi delle colline a cupola tra cui sorge.

   Mentre le colline si avvicinano, si presta più attenzione ai loro fianchi boscosi, piuttosto che alle cime coronate di rocce.

   Questi fianchi si profilano così scuri e ripidi che si vorrebbe tenersene distanti, ma non c’è modo di evitarli. Al di là di un ponte coperto si vede un piccolo villaggio stretto tra il corso d’acqua e la parete verticale della Round Mountain, e ci si stupisce del gruppo di tetti a mansarda, marci, che sono indizio di un periodo architettonico più antico di quello della regione vicina.

   Non è rassicurante vedere, a uno sguardo più ravvicinato, che la maggior parte delle case sono abbandonate e cadenti, e che la chiesa dal campanile spezzato adesso ospita l’unica sudicia bottega del piccolo villaggio. Si ha paura ad avventurarsi nella tenebrosa galleria del ponte, ma non c’è modo di evitarlo. Una volta attraversatolo, è difficile sfuggire all’impressione di un odore sottile e maligno che ristagna nelle strade del villaggio, come di strati di muffa e marciume secolari.

   È sempre un sollievo allontanarsi da quel posto per seguire la stradicciola che gira intorno ai piedi delle colline e attraversa il terreno pianeggiante per raggiungere il Picco di Aylesbury. In seguito, può capitare di venire a sapere che si è passati per Dunwich.

   I forestieri visitano Dunwich il più rapidamente possibile e, da un certo orribile periodo, tutte le insegne stradali che indirizzano ad esso sono state tolte. Il paesaggio, giudicato secondo un canone estetico normale, è di una bellezza superiore al comune, ma non vi affluiscono artisti, né turisti estivi.

   Due secoli fa, quando non si deridevano le storie di streghe, di culti satanici e di strane presenze nella foresta, si usava fornire delle ragioni per evitare quella località. Nella nostra sensibile era (poiché sull’orrore di Dunwich del 1928 è stato steso il silenzio da parte di quelli che avevano a cuore il bene del villaggio e del mondo intero) la gente lasfugge senza sapere esattamente il perché. Forse una ragione (sebbene non valga per gli stranieri che non ne sono informati) è che gli indigeni adesso sono degenerati in modo repellente, percorrendo un tratto lunghissimo di quella strada di regressione così comune in molte zone depresse del New England. Sono venuti a costituire una razza a sé, con ben precise stigmate fisiche e mentali frutto della degenerazione e dell’accoppiamento tra consanguinei. La loro intelligenza media è per sventura bassa, mentre la loro storia trabocca di vizi praticati alla luce del sole, di assassini ed incesti nascosti a metà, e di imprese dalla violenza e perversità del tutto immorali.

   Le famiglie più antiche, discendenti di due famiglie di guerrieri che arrivarono da Salem nel 1692, si sono in qualche modo mantenute al di sopra del generale livello di decadenza, sebbene diversi rami siano penetrati così profondamente in quella sordida popolazione che solo i loro nomi permettono di risalire dalla recente ignominia alla loro origine. Alcuni dei Whateley e dei Bishop mandano ancora i loro primogeniti a Harvard e alla Miskatonic, sebbene questi figli ritornino raramente agli ammuffiti tetti a mansarda sotto i quali sono nati loro e i loro antenati.

   Nessuno, neppure quelli che conoscono i fatti relativi al recente orrore, sa dire cos’è veramente successo a Dunwich, anche se antiche leggende parlano di riti sacrileghi e di conclavi tenuti dagli indiani, partecipando ai quali essi evocano dalle grandi colline tondeggianti ombre proibite, e innalzano preghiere selvagge e orgiastiche, a cui rispondono forti tuoni e scoppi provenienti dal sottosuolo.

   Nel 1747 il Reverendo Abijah Hoadley, appena giunto alla Chiesa congregazionale del villaggio di Dunwich, pronunciò un memorabile sermone sulla vicina presenza di Satana e dei suoi demoni, in cui disse:

 Bisogna ammettere che queste empietà facenti parte di un infernale corteo di demoni sono di conoscenza troppo comune per essere negate; le voci maledette di Azazel e Buzrael, di Belzebù e Belial sono state invero udite provenire da sottoterra da più di una decina di testimoni credibili e viventi. Io stesso, non più di una quindicina di giorni fa, udii un chiaro discorso tenuto dalle Potenze del Male, sulla collina dietro la mia dimora; era uno sferragliare e un rullare, un gemere, uno stridere e un sibilare, come nessuna cosa di questa terra potrebbe emettere e che dove va necessariamente provenire da quegli antri che solo la Magia Nera può scoprire, e che solo il Maligno può dischiudere.  

   Il signor Hoadley scomparve presto, dopo aver tenuto questo sermone; il testo però, stampato a Springfield, esiste ancora. Si continuarono a registrare dei rumori nell’interno delle colline, anno dopo anno, che continuarono a costituire un enigma per geologi e fisici.

   Altre tradizioni parlano di cattivi odori accanto ai circoli di pilastri in pietra che coronano le colline, e di fugaci presenze aeree che si possono udire appena, a certe ore, in determinati punti sul fondo dei grandi burroni, mentre altri tentano di dare una spiegazione allo Spiazzo delle Danze del Diavolo, il fianco di una collina arido e brullo, dove non crescono né alberi, né cespugli, né erba. Inoltre, gli indigeni sono terrorizzati a morte dai numerosi succiacapre che si fanno sentire nelle notti calde. Si giura che questi uccelli siano psicopompi che attendono le anime dei moribondi e che emettono le loro lugubri grida all’unisono con il respiro di chi lotta contro la morte.

   Se riescono a catturare l’anima che fugge abbandonando il corpo, volano via all’istante con una risata demoniaca; ma, se non ci riescono, sprofondano poco a poco in un silenzio pieno di disappunto.

   Queste storie, naturalmente, sono vecchie e ridicole, perché risalgono a tempi antichissimi. Dunwich è senz’altro enormemente vecchio: ben più antico di qualunque insediamento nel raggio di trenta miglia. A sud del villaggio, si possono ancora scorgere le pareti del sotterraneo e il camino dell’antica Casa Vescovile, che venne costruita prima del 1700, mentre le rovine del mulino sulla cascata, costruito nel 1806, costituirono l’esemplare architettonico più recente a vedersi.

   Qui non è fiorita l’industria, e il movimento delle fabbriche del xix secolo ha avuto vita breve. Più antichi di tutto sono i grandi cerchi di colonne di pietra rozzamente tagliata sulle cime delle colline, ma questi vengono generalmente attribuiti agli indiani, piuttosto che ai colonizzatori.

   Dei depositi di teschi e di ossa, rinvenuti all’interno di questi circoli e attorno alla grande roccia a forma di tavolo sulla Sentinel Hill, danno forza alla credenza popolare secondo cui questi posti erano una volta i luoghi di sepoltura dei Pocumtuck, anche se parecchi etnologi, a dispetto dell’assurda improponibilità di una simile teoria, insistono nel ritenere che questi resti siano di origine caucasica.

2.

   Fu nella cittadina di Dunwich, in una grande fattoria parzialmente disabitata posta sotto il fianco di una collina a quattro miglia dal villaggio e a un miglio e mezzo da ogni altra abitazione, che nacque Wilbur Whateley, alle cinque del mattino di una domenica, il 2 febbraio 1913.

   Si è rievocata questa data perché era la festa della Candelora, che la gente di Dunwich curiosamente celebra dandole un altro nome, e anche perché erano risuonati i rumori della collina e, per tutta la notte precedente, i cani del circondario avevano abbaiato con insistenza.

   Meno degno di nota è il fatto che la madre era una Whateley degenerata, una donna di trentacinque anni lievemente deforme, poco attraente, albina, che viveva con il padre anziano e mezzo demente, sul conto del quale, in gioventù, erano state sussurrate le più terribili storie di stregoneria.

   Lavinia Whateley non aveva un marito riconosciuto ma, secondo il costume della regione, non fece alcun tentativo di disconoscere il figlio; riguardo al genitore di quest’ultimo, la gente avrebbe potuto speculare a suo piacimento (cosa che in effetti fece). Lei, invece, sembrava stranamente orgogliosa di quel bambino scuro, dall’aspetto caprino, che tanto contrastava con il suo albinismo malaticcio e con i suoi occhi rosa, e fu udita mormorare molte curiose profezie sugli insoliti poteri e sul tremendo futuro che lo attendeva.

   Lavinia era la più adatta a mormorare simili cose, poiché era una creatura solitaria, dedita alle passeggiate sulle colline nel bel mezzo dei temporali, e che cercava di leggere i grossi libri odorosi ereditati da suo padre – due secoli della storia dei Whateley – che quasi cadevano a pezzi per l’età e i tarli. Non era mai andata a scuola, ma le erano stati inculcati brani frammentari di antiche tradizioni, narrati dal vecchio Whateley.

   La lontana fattoria era sempre stata temuta per la fama di stregone goduta dal vecchio Whateley, e l’inspiegata morte violenta della signora Whateley, avvenuta quando Lavinia aveva dodici anni, non aveva certo contribuito alla popolarità del posto. Isolata, esposta a strane influenze, a Lavinia piaceva fare sfrenati e grandiosi sogni a occhi aperti, e dedicarsi a occupazioni singolari; e il suo tempo libero non veniva molto limitato dal prendersi cura di una casa dalla quale era scomparso da molto tempo qualsiasi criterio di ordine e pulizia.

   Echeggiò un urlo orribile, più forte persino dei rumori della collina e dell’abbaiare dei cani, la notte in cui Whateley nacque, ma, che si sappia, nessun medico o nessuna levatrice presiedettero alla sua nascita. I vicini non seppero nulla di lui fino a una settimana più tardi, quando il vecchio Whateley guidò la sua slitta sulla neve fino al villaggio di Dunwich e parlò in maniera incoerente con il gruppo di perdigiorno che si trovava abitualmente nello spaccio di Osborn.

   Sembrava che il vecchio avesse subito un cambiamento: un ulteriore elemento di stranezza in quel cervello annebbiato lo aveva sottilmente trasformato da oggetto di terrore a vittima del terrore, sebbene lui non fosse uno che si lasciasse turbare da un banale evento familiare. In tutto ciò, mostrava qualche traccia dell’orgoglio che si notava in sua figlia, e ciò che disse sulla paternità del bambino venne ricordato da molti dei suoi interlocutori ancora per molti anni.

   «A me non interessa quello che pensa la gente: se il figlio di Lavinia somiglia a suo padre, è qualcosa che non vi potete immaginare. Mica penserete che non esista altra gente oltre quella qui intorno! Lavinia ha letto qualcosa, e ha visto cose che la maggior parte di voi ha solo sentito dire. Penso che il suo uomo sia un bravo marito, come tutti quelli che si trovano da queste parti di Aylesbury; e, se sapeste delle colline tante cose come ne so io, non chiedereste per lei un matrimonio in chiesa, migliore di quello che ha fatto. Lasciatemi dire una cosa sola: un giorno, gente, sentirete il figlio di Lavinia chiamare suo padre per nome dalla cima della Sentinel Hill!».

   Le uniche persone che videro Wilbur durante il suo primo mese di vita, furono il vecchio    Zechariah Whateley, del ramo dei Whateley non degenerati, e la convivente di Earl Sawyer, Mamie Bishop.

   La visita di Mamie fu senz’altro dovuta alla curiosità, e le storie che poi raccontò rispecchiavano le sue osservazioni.

   Zechariah invece venne a portare un paio di vacche di Alderney che il vecchio Whateley aveva comperato da suo figlio Curtis. Questo seguì l’inizio di una serie di acquisti di bestiame da parte della famiglia del piccolo Wilbur, acquisti che terminarono solo nel 1928, quando l’orrore di Dunwich venne e passò, sebbene la sgangherata stalla dei Whateley non sembrasse mai affollata di bestiame.

   Si arrivò al punto che la gente era diventata talmente curiosa da contare le bestie che pascolavano in condizioni precarie sul ripido fianco della collina sopra la vecchia fattoria, ma non riuscirono a trovare mai più di dieci o dodici esemplari anemici, dall’aria esangue. Evidentemente, qualche influsso malefico o qualche morbo, forse proveniente dalpascolo malsano o dai funghi velenosi e dal legno della lurida stalla, doveva provocare un’alta mortalità tra gli animali dei Whateley.

   Strane ferite o piaghe, apparentemente simili a delle incisioni, sembravano affliggere il bestiame che si riusciva a vedere; e una o due volte, nei primi mesi, ad alcuni investigatori era parso di vedere delle incisioni analoghe sulla gola del vecchio ingrigito e non sbarbato, e su quella della sua figlia albina, sciatta, dai capelli arricciati.

   Nella primavera successiva alla nascita di Wilbur, Lavinia riprese a fare le sue solite passeggiate sulle colline, tenendo nelle sue braccia sproporzionate il bambino dalla carnagione scura. Il pubblico interessato alle vicende dei Whateley diminuì dopo che la maggior parte della gente di campagna ebbe visto il bambino, e nessuno si prese il disturbo di commentare il rapido sviluppo che il neonato esibiva giorno dopo giorno.

   La crescita di Wilbur era davvero fenomenale perché, nel giro di tre mesi a partire dalla sua nascita, aveva raggiunto una taglia e un vigore che di solito non si trovano nei bambini sotto l’anno di età. I suoi movimenti e persino i suoni che articolava rivelavano un controllo e una ponderatezza molto insoliti per un fanciullo, e nessuno si stupì troppo quando, a sette mesi, cominciò a camminare da solo, con un incedere incerto che sparì dopo appena un mese.

   Fu poco dopo questo periodo, il giorno di Halloween, che si vide una forte vampata, a mezzanotte, in cima alla Sentinel Hill, là dove l’antica roccia a forma di tavolo si erge in mezzo al tumulo di vecchie ossa. Cominciarono a girare molte voci, quando Silas Bishop riferì di aver visto il ragazzo salire gagliardamente di corsa su per quella collina, seguito da sua madre, circa un’ora prima che venisse osservata quella vampata.

   Silas stava cercando una giovenca smarrita, ma quasi dimenticò la sua missione, quando scorse di sfuggita quelle due figure alla debole luce della sua lanterna. Guizzavano quasi senza far rumore attraverso il sottobosco e l’attonito spettatore credette di vederli completamente nudi. In seguito, non poté essere tanto sicuro per quanto riguardava il ragazzo, che forse indossava una specie di fascia a frange e un paio di calzoncini o calzoni scuri.

   Da quella volta, Wilbur non fu mai più visto, vivo e cosciente, senza un abito completo e perfettamente abbottonato e, quando questo veniva messo in disordine o soltanto rischiava di esserlo, egli veniva preso dalla collera e dall’ansia. Il suo contrasto con la squallida madre e con suo nonno, da questo punto di vista era considerato assai positivamente, finché l’orrore del 1928 ne fornì una ragione molto valida.

   Il gennaio seguente, i pettegoli trovarono un certo interesse nel fatto che «il marmocchio nero di Lavinia» aveva cominciato a parlare… all’età di soli dodici mesi. La sua parlata era un po’ insolita, sia per il differire dalla consueta calata della regione, sia perché non era affetta dal normale biascicare infantile, cosa di cui sarebbero ben potuti andare orgogliosi molti bambini di tre o quattro anni. Il fanciullo non era loquace ma, quando parlava, sembrava possedere un che di elusivo che mancava del tutto a Dunwich e ai suoi abitanti. La stranezza non stava in ciò che diceva, né semplicemente nelle locuzioni che usava, ma sembrava aver vagamente a che fare con la sua intonazione o con gli organi interni che producevano i suoni della sua voce.

   Anche l’aspetto del suo volto era notevole per la sua maturità; infatti, sebbene avesse lo stesso mento sfuggente di sua madre e di suo nonno, il suo naso solido e precocemente affilato si univa all’espressione dei suoi grandi occhi, scuri, di tipo latino, per conferirgli un’aria pressoché adulta e di intelligenza quasi soprannaturale. Comunque, era straordinariamente brutto, nonostante il suo aspetto intelligente: c’era qualcosa come di caprino o di animalesco nelle sue labbra spesse, nella sua pelle dai larghi pori e dal colore giallognolo, nei suoi capelli ruvidi e arricciati e nelle orecchie curiosamente allungate.

   Presto fu oggetto di avversione più di sua madre e di suo nonno, e tutte le congetture intorno a lui vennero infarcite di accenni agli antichi poteri magici del vecchio Whateley e a come avevano tremato le colline, quella volta che lui aveva urlato iltremendo nome di Yog-Sothoth nel mezzo di un circolo di pietre, tenendo aperto sulle braccia davanti a sé un grosso libro. I cani aborrivano il ragazzo, e lui fu sempre costretto ad adottare adeguate misure di difesa contro il loro abbaiare minaccioso.

3.

   Nel frattempo, il vecchio Whateley continuava a comperare il bestiame, senza accrescere in modo apprezzabile la grandezza della sua mandria. Inoltre, abbatté degli alberi e cominciò a riparare le parti della casa cadute in disuso, casa che era costituita da un edificio spazioso, dal tetto a punta, la cui parte posteriore era interamente sepolta nel fianco roccioso della collina, e le cui tre stanze meno rovinate, al pianoterra, erano sempre bastate per lui e per sua figlia.

   Ci dovevano essere delle prodigiose riserve di energia nel vecchio, per consentirgli di svolgere un lavoro così pesante e, sebbene a volte balbettasse come un demente, il suo lavoro di carpenteria mostrava che si basava su calcoli accurati.

   Aveva cominciato subito dopo la nascita di Wilbur, quando aveva messo rapidamente in ordine una delle tante baracche per gli attrezzi, l’aveva rivestita d’assicelle e l’aveva fornita di una solida serraturanuova. Adesso, restaurando il piano superiore della casa, abbandonato, si dimostrava un perfetto artigiano. La sua stranezza si manifestava solamente nel fatto che chiudeva con delle assi tutte le finestre della parte recuperata… anche se parecchi dissero che era già una follia darsi la pena di restaurarla.

   Meno inesplicabile fu il fatto che avesse preparato un’altra stanza per il suo nuovo nipote al piano inferiore: una stanza che fu vista da molti visitatori, sebbene nessuno di loro fosse mai stato ammesso al piano superiore, così ben isolato. In questa camera vennero disposte delle scaffalature alte e robuste, sulle quali cominciò pian piano a sistemare, apparentemente secondo un ordine meticoloso, tutti gli antichi libri mezzi marci e una parte dei libri che, nel corso del tempo, erano stati accumulati e sparsi casualmente in tutti gli angoli delle diverse stanze.

   «Io li ho adoperati», pare avesse detto mentre cercava di riattaccare una pagina strappata, in caratteri gotici, con della colla preparata sulla stufa arrugginita in cucina, «ma il ragazzo è fatto per adoperarli meglio di me. Deve riceverli nelle condizioni migliori, perché saranno il suo unico insegnamento».

   Quando Wilbur ebbe un anno e sette mesi (nel settembre del 1914), la sua altezza e i suoi talenti erano quasi preoccupanti.

   Aveva la taglia di un bambino di quattro anni e parlava in modo fluente e con estrema intelligenza. Correva libero per i campi e per le colline e accompagnava sua madre nel suo vagabondare. A casa meditava diligentemente sulle strane figure e sui libri di suo nonno, mentre il vecchio Whateley lo istruiva e catechizzava per lunghi, tranquilli pomeriggi.

   A quell’epoca, il restauro della casa era terminato, e quelli che la osservavano si chiedevano come mai una delle finestre superiori fosse stata trasformata in una porta di solide assi.

   Era una finestra sul retro a frontone dell’ala orientale, subito di fronte alla collina, e nessuno riusciva a immaginare perché fosse stata innalzata fin lassù una rampa d’accesso di legno munitadi rinforzo.

   Nel periodo in cui veniva completato questo lavoro, la gente notò che la vecchia baracca degli attrezzi, ben chiusa e con le finestre inchiodate fin dalla nascita di Wilbur, era stata di nuovo abbandonata. La porta rimaneva spalancata come per sbadataggine e, quando Earl Sawyer vi entrò dopo essere stato chiamato dal vecchio Whateley per vendergli del bestiame, rimase del tutto sconcertato per lo strano odore che avvertì lì dentro: un tanfo, affermò, quale non aveva mai sentito prima in tutta la sua vita, tranne che presso gli accampamenti degli indiani sulle colline, e che non poteva provenire da nulla di sano. A ogni modo, le case e le baracche della gente di Dunwich non si sono mai fatte notare per la loro purezza olfattiva.

   Nei mesi successivi non vi furono eventi notevoli, salvo il fatto che tutti assicuravano esserci stato un lento ma costante aumento dei misteriosi rumori nelle colline. Durante il Calendimaggio del 1915, si ebbero dei tremiti avvertiti anche dagli abitanti di Aylesbury, mentre nel successivo giorno di Halloween vi fu un rombo sotterraneo associato a delle fiamme («stregonerie dei Whateley») originatosi sulla cima della Sentinel Hill.

   Wilbur cresceva in modo straordinario, tanto da avere l’aspetto di un ragazzo di dodici anni mentre ne compiva solo quattro. Adesso leggeva avidamente, da solo, ma parlava molto meno di prima. Era assorbito in una fissa taciturnità e, per la prima volta, la gente cominciò a parlare in modo preciso dello sguardo maligno che aveva preso a trasparire dal suo volto. Pare che talvolta mormorasse qualcosa in un gergo sconosciuto e cantilenasse dei ritmi bizzarri che gelavano chi li udiva con un senso di inesplicabile terrore. L’avversione che gli mostravano i cani adesso era diventata palese, e fu obbligato a portare una pistola per attraversare sicuro la campagna.

   L’uso occasionale che faceva dell’arma non accrebbe certo la sua popolarità tra i proprietari dei cani da guardia.

   I pochi visitatori che arrivavano alla casa, trovavano spesso Lavinia da sola, al pianterreno, mentre strane grida e passi risuonavano al piano superiore. Non volle mai dire cosa stessero facendo di sopra suo padre e il ragazzo, ma una volta impallidì e si mostrò impaurita in maniera eccessiva, quando un pescivendolo ambulante in vena di scherzi provò ad aprire la porta sprangata che dava sulle scale. Quel venditore disse a quelli che stavano nella bottega del villaggio di Dunwich che gli pareva di aver udito un cavallo che scalpitava al piano superiore.

   Gli avventori rifletterono sul fatto, pensando alla porta, alla rampa, e al bestiame che spariva così rapidamente. Poi si strinsero nelle spalle, ricordandosi delle storie sulla giovinezza del vecchio Whateley e delle strane cose che vengono evocate dalla terra sacrificando un torello – al momento giusto –a certe divinità pagane. In un certo periodo, si era notato che i cani avevano cominciato a odiare e temere l’intero appezzamento dei Whateley, tanto quanto odiavano e temevano il piccolo Wilbur.

   Nel 1917 scoppiò la guerra, e il nobile Sawyer Whateley, come presidente della locale Commissione di Leva, ebbe il suo bel daffare per trovare una quota di giovani di Dunwich adatti anche solo al campo di addestramento. Il Governo, allarmato da tali segnali di complessiva decadenza della regione, inviò diversi ufficiali e medici esperti perché investigassero; ne risultò un rapporto che i lettori dei giornali del New England forse ancora ricordano.

   Fu la pubblicità che toccò a questa inchiesta a mettere i cronisti sulle tracce dei Whateley, e fece stampare sul «Boston Globe» e sull’«Arkham Advertiser» roboanti storie domenicali sulla precocità del giovane Wilbur, sulla magia nera del vecchio Whateley, sugli scaffali di libri strani, sul piano superiore della vecchia fattoria sigillato, sull’aspetto bizzarro dell’intera regione e sui rumori delle colline. Allora Wilbur aveva quattro anni e mezzo, ma sembrava un giovane di quindici.

   Le sue labbra e le sue guance erano coperte da una rozza lanuggine scura, e la sua voce avevacominciato a mutare.

   Earl Sawyer si recò nel fondo dei Whateley con i suoi gruppi di cronisti e fotografi, e richiamò la loro attenzione su un insolito fetore che adesso sembrava provenire dal piano superiore sigillato. Era, disse, proprio come l’odore che aveva sentito nella rimessa degli attrezzi abbandonata, quando erano stati terminati i restauri della casa, e come il leggero odore che talvolta gli pareva di avvertire presso i circoli di pietre sulle montagne.

   La gente di Dunwich lesse queste storie quando furono pubblicate, e sghignazzò degli errori più evidenti. Si chiesero, inoltre, come mai i giornalisti sottolineassero tanto il fatto che il vecchio Whateley pagava sempre il bestiame con monete d’oro vecchissime.

   I Whateley avevano accolto i visitatori con malcelata antipatia, ma non osavano farsi ulteriore pubblicità opponendo una resistenza violenta, o rifiutandosi di parlare.

4.

   Per un decennio, le storie dei Whateley si confusero con la vita normale di una comunità malsana, abituata alle loro eccentricità e assuefatta alle orge del Calendimaggio e di Halloween. Due volte all’anno accendevano i fuochi sulla cima della Sentinel Hill, e allora i brontolii della montagna si udivano nuovamente, sempre più violenti, mentre, in ogni stagione, alla fattoria accadevano fatti strani e portentosi.

   Nel corso del tempo, i viaggiatori affermarono di aver udito dei gemiti provenienti dal piano superiore chiuso anche quando tutta la famiglia si trovava al pianoterra, e si chiedevano se non si trattasse del sacrificio di una mucca o di un torello eseguito lentamente. Ci furono voci di una protesta presso l’Associazione per la Difesa degli Animali, ma non se ne fece nulla, poiché la gente di Dunwichnon ci tiene affatto a richiamare su di sé l’attenzione del mondo esterno.

   Attorno al 1923, quando Wilbur era un ragazzo di dieci anni la cui mente, voce, statura, e il volto barbuto davano l’impressione della raggiunta maturità, nella vecchia casa era in corso una seconda fase di grandi lavori di carpenteria. Questi si svolgevano in tutta la parte superiore chiusa e, dai pezzi di legname scartati, la gente concluse che il giovane e suo nonno avevano eliminato tutte le pareti divisorie e rimosso persino il pavimento della soffitta, lasciando un unico grande vano aperto tra il pianoterra e il tetto a punta. Dovevano aver abbattuto anche il grande camino centrale, e avevano provvisto il fornello arrugginito di un fragile tubo da stufa esterno, di latta.

   Nella primavera successiva a questo evento, il vecchio Whateley aveva notato un numero crescente di succiacapre che uscivano dalla gola di Cold Spring per venire di notte a cantare sotto la sua finestra. Sembrò considerare tale circostanza come assai significativa, e disse agli avventori di Osborn che pensava fosse quasi giunta la sua ora.

   «Adesso zufolano proprio seguendo il mio respiro», disse, «e scommetto che si preparano a pigliare la mia anima. Sanno che sta per uscire e non gli sfuggirà. Ragazzi, dopo che me ne sarò andato, lo saprete se mi hanno beccato o no. E, se mi beccano, continueranno a cantare e sghignazzare fino all’alba. Se non ce la fanno, saranno così gentili da zittirsi subito. Io mi aspetto che, qualche volta, loro e le anime che inseguono facciano qualche bella zuffa».

   La notte del 1° agosto del 1924, la Notte di Lammas1, il dottor Houghton di Aylesbury fu chiamato d’urgenza da Wilbur Whateley, il quale aveva frustato l’unico cavallo rimasto per tutto il viaggio attraverso le campagne, e gli aveva telefonato dal villaggio, dallo spaccio di Osborn.

   Trovò il vecchio Whateley in condizioni molto gravi, con un andamento cardiaco e una respirazione rumorosa che facevano prevedere una fine abbastanza vicina. La sgraziata figlia albina e ilnipote dalla barba strana stavano al suo capezzale, mentre dall’abisso vuoto sopra di loro proveniva un inquietante sciabordio, come di onde su una spiaggia piatta. Il dottore, comunque, era disturbato soprattutto dagli uccelli notturni che schiamazzavano di fuori, una legione apparentemente innumerevole di succiacapre, che gridavano il loro incessante messaggio ripetendolo diabolicamente a tempo con i rumorosi ansiti del morente. Era qualcosa di misterioso e innaturale: troppo, pensò il Dottor Houghton, come peraltro lo erano tutti quei luoghi che aveva attraversato dopo aver risposto a quella chiamata urgente.

   Verso l’una, il vecchio Whateley riprese conoscenza e smise di rantolare per pronunciare tra i colpi di tosse poche parole rivolte a suo nipote.

   «Più spazio, Willy, devi procurarti più spazio, e subito. Tu cresci… ma quello cresce ancora più in fretta. Presto sarà pronto a servirti, ragazzo. Spalanca le porte a Yog-Sothoth con la cantilena che troverai a pagina 751 dell’edizione completae, dopo, brucia la prigione. Il fuoco che viene dall’aria non può bruciarlo».

   Evidentemente doveva essere impazzito del tutto. Dopo una pausa, durante la quale lo stormo di succiacapre al di fuori adattò le sue grida al ritmo cambiato, mentre da lontano venivano echi degli strani rumori delle colline, aggiunse ancora una frase o due.

   «Dagli regolarmente da mangiare, Willy, e sta’ attento a quanto gliene dai; ma non farlo crescere troppo in fretta, per via del posto perché, se spacca la casa o esce fuori prima che tu abbia aperto a Yog-Sothoth, è tutto finito e non servirà a niente. Solo quelli che stanno là sotto possono farlo moltiplicare e lavorare… Solo loro, quegli antichi lì, che vogliono tornare…».

   Ma presto le parole cedettero di nuovo il posto agli ansiti, e Lavinia urlò quando i succiacapre si adattarono al cambiamento. Durò per un’ora, finché si arrivò all’ultimo rantolo. Il Dottor Houghton abbassò le palpebre avvizzite sui fissi occhi grigi, mentre, impercettibilmente, il tumulto degli uccellisi spegneva. Lavinia sghignazzò, ma Wilbur sogghignò, mentre dalle colline si udiva provenire un leggero brontolio.

   «Non l’hanno preso», mormorò con la sua pesante voce di basso.

   A quell’epoca, Wilbur era uno studioso dall’erudizione incredibile, anche se unilaterale, ed era perfettamente conosciuto per le sue lettere da molti bibliotecari di luoghi lontani, dove erano custoditi libri antichi, rari e proibiti. Nel circondario di Dunwich era sempre più odiato e temuto, a causa delle sparizioni di alcuni giovani, delle quali era vagamente sospettato; ma lui riusciva sempre a far cessare le indagini, incutendo terrore o usando quel vecchio gruzzolo di oro antico che, come quando suo nonno era ancora in vita, continuava regolarmente a essere speso per l’acquisto di bestiame. Adesso il suo aspetto era terribilmente grave e la sua statura, dopo che aveva raggiunto l’altezza di un adulto normale, sembrava dovesse aumentare ancora. Nel 1925, quando venne da lui uno studioso inviato dalla Miskatonic University e se ne ripartì pallido e confuso, era alto ben due metri.

   Per tutti quegli anni, Wilbur aveva trattato la madre albina e semi deforme in maniera sempre sprezzante, finché le proibì di uscire con lui sulle colline per il Calendimaggio e a Halloween; e, nel 1926, quella povera creatura si lamentò con Mamie Bishop, dicendole che aveva paura di lui.

   «Io so di lui molte più cose di quanto possa dirti, Mamie», le disse, «e ormai ci sono molte cose che non so neanche io. Giuro su Dio che non so cosa vuole, né cosa sta cercando di fare».

   Durante quella notte di Halloween, i rumori delle colline risuonarono più forti che mai, e sulla Sentinel Hill i fuochi bruciarono come sempre, ma la gente badò di più alle grida ritmate di grandi stormi di succiacapre, insolitamente tardivi, che sembravano radunarsi vicino alla cupa fattoria dei Whateley.

   Dopo mezzanotte, le loro stridule voci scoppiarono in una specie di pandemonio di cachinni che si sparse per tutta la campagna e non si placò prima dello spuntar del sole. Poi sparirono. affrettandosi verso il sud, in ritardo di un mese intero. Cosa questo significasse, nessuno poté saperlo con certezza, se non molto tempo dopo. Apparentemente, nessun abitante della zona era morto: ma la povera Lavinia Whateley, l’albina deforme, non fu vista mai più.

   Nell’estate del 1927, Wilbur riparò due baracche nella corte della fattoria e cominciò a trasferirvi i suoi libri e i suoi effetti personali. Poco tempo dopo, Earl Sawyer raccontò agli avventori di Osborn che alla fattoria dei Whateley stavano procedendo altri lavori di carpenteria. Wilbur stava sbarrando tutte le porte e finestre del pianoterra, e sembrava che portasse fuori di casa le pareti divisorie, così come lui e suo nonno avevano fatto al piano superiore quattro anni prima. Adesso viveva in una delle baracche, e Sawyer credette di averlo visto insolitamente preoccupato e tremante. In genere, la gente sospettava che lui sapesse qualcosa della sparizione di sua madre e, adesso, pochissimi osavano avvicinarglisi. Era alto più di due metri e dieci e non sembrava dover smettere di crescere.

1 È la notte in cui si festeggia la prima mietitura portando in chiesa un pane fatto con la nuova farina (n.d.r.).

5.

  

   L’inverno successivo vi fu un avvenimento stranissimo, nientemeno che il primo viaggio di Wilbur fuori della regione di Dunwich. La corrispondenva con la Widener Library di Harvard, con la Bibliothèque Nationale di Parigi, con il British Museum, con l’Università di Buenos Aires e con la biblioteca della Miskatonic University di Arkham non era riuscita a procurargli in prestito un libro che gli serviva disperatamente; perciò, alla fine, si mise in viaggio lui stesso, scalcagnato, sporco, barbuto e con la sua parlata rozza, per consultare la copia della Miskatonic, che era quella più a portata di mano.

   Alto quasi due metri e quaranta, portando una valigia nuova comprata a poco prezzo allo spaccio di Osborn, questo scuro gigante dall’aspetto caprino comparve un bel giorno ad Arkham, alla ricerca del tremendo volume tenuto sotto chiave nella biblioteca dell’Università: l’orribile Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, nella versione latina di Olaus Wormius, stampato in Spagna nel XVII secolo.

   Non aveva mai visto una città prima di allora, ma non aveva altri pensieri se non quello di trovare la strada per la città universitaria; qui, naturalmente, passò con fare noncurante davanti al grande cane da guardia dalle zanne candide che abbaiò con furia e rabbia insolita, strattonando freneticamente la sua robusta catena.

   Wilbur aveva con sé la copia dal valore inestimabile, ma imperfetta, della versione inglese del dottor Dee, che suo nonno gli aveva lasciato in eredità e, quando ottenne l’accesso alla versione latina, cominciò subito a confrontare i due testi per scoprire un certo passo che si sarebbe dovuto trovare alla pagina 751 del suo volume difettoso. Questo, per un senso di cortesia, non poté fare a meno di dirlo al bibliotecario, Henry Armitage, lo stesso erudito (A.M. a Miskatonic, Ph. D. a Princeton, Litt. D. alla Johns Hopkins) che una volta lo avevachiamato alla fattoria e che adesso, con gentilezza, lo incalzava con una serie di domande.

   Cercava, dovette ammetterlo, una specie di formula incantatoria che conteneva il terribile nome di Yog-Sothoth, ed era sconcertato, poiché trovava discrepanze, doppioni ed ambiguità che rendevano tutt’altro che semplice il determinarne la versione corretta.

   Mentre lui copiava la formula che aveva scelto in via definitiva, il dottor Armitage, senza volere, guardò al di sopra della sua spalla, nelle pagine aperte che aveva davanti; quella di sinistra, nella versione latina, conteneva le seguenti mostruose minacce alla pace e alla salute del mondo:

   Né si può pensare [diceva il testo che Armitage traduceva mentalmente] che l’uomo sia il più antico o il più recente dei signori della terra, o che la semplice materia vitale e sostanziale sia la sola che cammini. I Vecchi erano, i Vecchi sono, e i Vecchi saranno. Non negli spazi che conosciamo, ma fra di essi camminano sereni e primigeni, senza dimensioni a noi invisibili. Yog-Sothoth conosce la porta. Yog-Sothoth è la porta. Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della porta. Passato, presente e futuro sono un’unica cosa in Yog-Sothoth. Sa da dove i Vecchi irruppero allora e sa da dove Essi torneranno ad irrompere. Sa dove Essi hanno calpestato i campi terrestri e dove Essi torneranno a calpestarli, e sa perché nessuno può vederLi mentre camminano. Talvolta gli uomini, dal Loro odore, possono sapere che Essi sono vicini, ma le Loro sembianze non possono essere conosciute da nessuno tranne che nelle sembianze di coloro che Essi hanno generato in mezzo all’umanità; e di questi ve ne sono tipi diversi, che differiscono in aspetto dalla vera figura dell’uomo, avvicinandosi a quella forma invisibile e insostanziale che Essi sono. Camminano non visti e immondi in luoghi solitari dove sono state pronunciate le Parole, e i Riti sono stati celebrati nelle giuste Stagioni. Il vento farfuglia le Loro voci e la terra mormora la Loro coscienza. Essi piegano la foresta a schiacciare la città, e né la foresta né la città possono sostenere la mano che la percuote. Kadath Li ha riconosciuti nel freddo deserto, ma chi mai conosce Kadath? Il deserto di ghiaccio del Sud e le isole sprofondate dell’Oceano contengono pietre su cui è inciso il Loro sigillo, ma chi ha visto la città gelata nell’abisso, o la torre chiusa, alta e inghirlandata di alghe e cirripedi? Il grande Cthulhu è Loro cugino, ma può scorgerLi solo in modo indistinto. Iä! Shub-Niggurath! Li conoscerete come un’oscurità. La Loro mano è alle vostre gole, ma non Li vedete; e la Loro dimora inizia alla soglia che sorvegliate. Yog-Sothoth è la chiave della porta, accanto alla quale le sfere si toccano. Ora l’uomo domina lì dove Essi hanno dominato una volta, ma presto Essi domineranno lì dove ora domina l’uomo. Dopo l’estate viene l’inverno, dopo l’inverno l’estate. Essi attendono pazienti e potenti, perché torneranno a regnare qui.

   Il dottor Armitage, associando ciò che stava leggendo a quello che aveva udito su Dunwich, sulle sue minacciose presenze, su Wilbur Whateley e sulla sua aura fosca e orribile che si stendeva da una nascita dubbia fino al sospetto di matricidio, provò un moto di terrore, tangibile come lo sgocciolio di quel fluido freddo e viscoso che si trova nelle tombe. Il gigante curvo e caprino che gli stava davanti sembrava provenire da un altro pianeta o da un’altra dimensione; era qualcosa che apparteneva solo in parte all’umanità, e che era legato a neri golfi pieni di essenze e di entità che si estendevano come titanici fantasmi al di là di tutte le sfere della forza e della materia, dello spazio e del tempo. In quell’istante, Wilbur sollevò il capo e cominciò a parlare in quel modo strano e sonoro che faceva pensare a organi fonatori differenti da quelli della razza umana.

   «Signor Armitage», disse, «credo di dovermi portare a casa questo libro. Contiene cose che devo sperimentare in certe condizioni che qui non posso ottenere, e sarebbe un peccato mortale lasciare che un motivo burocratico mi impedisca di farlo. Lasciate che lo prenda, signore, e nessuno se ne accorgerà, lo giuro. Non occorre neanche dire che ne avrò molta cura. Se volete mettere al suo posto questa versione di Dee…».

   A questo punto s’interruppe leggendo sul viso del bibliotecario un fermo diniego, e la sua faccia caprina assunse un’espressione astuta. Armitage, quasi pronto a dirgli che poteva copiare tutti i passi che gli servivano, pensò improvvisamente alle possibili conseguenze che ne sarebbero potute scaturire, e si trattenne. C’era troppa responsabilità, nelconsegnare a un essere simile la chiave di sfere soprannaturali così blasfeme. Whateley vide come stavano le cose e cercò di rispondere in maniera accomodante.

   «Bene, d’accordo, se la pensate così. Forse a Harvard non saranno pignoli come voi».

   E, senza aggiungere una sola parola, si alzò e uscì dall’edificio, abbassandosi a ogni porta.

   Armitage udì il selvaggio abbaiare del grande cane da guardia e studiò l’andatura da gorilla di Whateley, mentre questi attraversava la zona del campus visibile dalla finestra. Pensò alle folli storie che aveva udito, e si ricordò dei vecchi articoli domenicali dell’«Advertiser»: pensò a questo e ai racconti che aveva udito dai contadini e dagli abitanti del villaggio di Dunwich durante la sua unica visita in quel luogo.

   Cose invisibili che non sono di questa terra (o, almeno, non appartengono alle sue tre dimensioni) correvano fetide e orribili attraverso le vallate del New England e incombevano minacciose e oscene sulle cime delle montagne. Di questo era sicuro da lunga pezza. Adesso gli pareva di sentire l’immediata presenza di una qualche terribile parte di quell’orrore che si insinuava, di scorgere un’infernale avanzata nel nero dominio di quell’incubo antico, finora passivo.

   Rimise al sicuro il Necronomicon con un brivido di ribrezzo, ma nella stanza persisteva un fetore tremendo e indefinibile.

   «Li conoscete come oscenità», citò. Sì: l’odore era lo stesso di quello che lo aveva nauseato alla fattoria dei Whateley, meno di tre anni prima. Pensò di nuovo a Wilbur, caprino e sinistro, e rise beffardo delle voci sulla sua nascita che correvano nel villaggio.

   «Incesto?», mormorò tra sé e sé Armitage. «Buon Dio, che sempliciotti! Mostrategli il Grandedio Pandi Arthur Machen e penseranno che sia il frutto di un banale scandalo di Dunwich! Ma che cosa, quale maledetto influsso informe proveniente dalle tre dimensioni di questa terra o da fuori di essa, era il padre di Wilbur Whateley? Nato nella Candelora, nove mesi dopo il Calendimaggio del1912, quando le voci sugli strani rumori terrestri arrivarono fino ad Arkham: cos’è che si aggirava sulle montagne quella notte di maggio? Quale orrore, dopo quello della Croce, era sceso sul mondo, in forma di carne e sangue semiumane?».

   Nelle settimane successive, il dottor Armitage si mise a raccogliere tutte le informazioni possibili su Wilbur Whateley e sulle informi presenze che circondavano Dunwich. Entrò in contatto con il dottor Houghton di Aylesbury, che aveva assistito il vecchio Whateley nella sua ultima malattia, e trovò assai degne di attenzione le ultime parole del nonno, riportate dal medico.

   Una visita al villaggio di Dunwich non portò a molto di nuovo; però, un attento studio del Necronomicon, di quei passi che Wilbur aveva cercato tanto avidamente, gli sembrò fornire indizi nuovi e terribili intorno alla natura, ai metodi e agli intenti del male sconosciuto che minacciava questo pianeta in modo così vago. Alcuni colloqui con studiosi di miti arcaici a Boston, e delle corrispondenze con molti altri personaggi residenti altrove, gli provocarono un crescente stupore che si sviluppò pian piano attraverso vari gradi d’ansia, fino a uno stato di acuto terrore spirituale. Mentre si avvicinava l’estate, sentì un indistinto bisogno di fare qualcosa contro gli orrori che si celavano nella parte superiore della vallata del Miskatonic, e contro quell’essere mostruoso noto agli uomini sotto il nome di Wilbur Whateley.

6.

   Il vero e proprio orrore di Dunwich si verificò tra il giorno di Lammas e l’equinozio autunnale del 1928, e il dottor Armitage fu tra i testimoni del suo mostruoso prologo. Era venuto a sapere, nel frattempo, del grottesco viaggio di Whateley a Cambridge e dei suoi sforzi frenetici per poter prendere in prestito o copiare il Necronomicon alla Widener Library.

   Questi suoi sforzi erano stati vani, poiché Armitage aveva spedito avvisi della massima serietà a tutti i bibliotecari in possesso del temibile volume. Wilbur, a Cambridge, era stato scandalosamente nervoso; era ansioso di avere il libro, ma lo era altrettanto di tornarsene a casa, come se temesse le conseguenze di un’assenza prolungata.

   Ai primi di agosto, maturò l’evento non del tutto inaspettato e, nelle prime ore del giorno 3, il dottor Armitage fu svegliato di soprassalto dall’abbaiare violento e rabbioso del selvaggio cane da guardia nel campus dell’Università. Cupo e terribile, il folle e stizzito ringhiare e abbaiare continuava; aumentava di volume, ma era interrotto da pause spaventosamente significative. Poi risuonò un urlo proveniente da una gola del tutto diversa: un urlo che fece sobbalzare metà delle persone che dormivano ad Arkham, e che turbò i loro sogni anche in seguito, un urlo che non poteva venire da nessun essere terrestre, o almeno non del tutto terrestre.

   Armitage, infilatosi degli abiti e precipitandosi attraverso strade e prati verso gli edifici universitari, vide che altri lo precedevano, e udì echeggiare un allarme antifurto che suonava nella biblioteca. Nel chiaro di luna, apparve nera una finestra spalancata. Ciò che era arrivato fin lì vi si era senz’altro infilato, perché l’abbaiare e l’urlare, che adesso quasi si spegnevano in un basso ringhiare frammisto a gemiti, proveniva indubbiamente dall’interno.

   Una specie di istinto avvertì Armitage che ciò che stava accadendo non era uno spettacolo per occhi delicati, perciò respinse la folla con piglioautoritario, mentre schiudeva la porta del vestibolo. Tra gli altri, vide il professor Warren Rice e il dottor Francis Morgan, uomini a cui aveva comunicato alcune delle sue congetture e dei suoi presentimenti, e questi si mossero per accompagnarlo all’interno.

   I suoni che provenivano da lì, tranne il guardingo e monotono uggiolare del cane, in quel momento erano cessati; ma Armitage si accorse allora, con un improvviso sussulto, che un potente coro di succiacapre, tra i cespugli, aveva iniziato a fischiare in maniera diabolicamente ritmica, come all’unisono con l’ultimo respiro di un morente.

   L’edificio era invaso da un tanfo asfissiante che il dottor Armitage conosceva anche troppo bene, e i tre uomini si precipitarono attraverso la sala fino alla piccola aula da lettura per la genealogia, da dove proveniva il debole uggiolare.

   Per un secondo nessuno osò accendere la luce, poi Armitage raccolse tutto il suo coraggio e schiacciò l’interruttore. Uno dei tre (non si sa con certezza chi) lanciò un urlo vedendo cosa si stendeva davanti a loro, tra tavoli in disordine e sedie rovesciate. Il professor Rice dichiarò che aveva perso completamente conoscenza per un istante, anche se non aveva vacillato né era caduto.

   La cosa che giaceva semipiegata su un fianco in una fetida pozza di icore gialloverdognolo fluido e viscoso come catrame, era lunga più di tre metri, e il cane le aveva strappato tutti i vestiti e parte della pelle. Non era ancora morta, ma si contorceva silenziosamente e spasmodicamente, mentre il suo torace ondeggiava mostruosamente all’unisono con il folle fischiare dei succiacapre che erano in attesa lì fuori. Brani del cuoio delle scarpe e frammenti di stoffa erano sparpagliati per la stanza e, proprio sotto la finestra, un sacco di tela vuoto stava lì dove evidentemente era stato gettato. Accanto alla scrivania centrale era caduta a terra una rivoltella e in seguito, da una cartuccia intaccata ma inesplosa, si capì perché non era stata usata.

   La cosa, però, in quel momento distoglieva l’attenzione da ogni altra immagine. Sarebbe banale, non del tutto esatto dire che nessuna penna umana potrebbe descriverla, però si può affermare correttamente che non potrebbe essere visualivisualizzata in modo troppo vivido da nessuno le cui idee di aspetto e di figura siano troppo legate alle comuni forme di vita di questo pianeta e delle tre dimensioni conosciute.

   Era parzialmente umana, al di là di ogni dubbio, con delle mani e una testa certamente antropomorfe, e il volto caprino, dal mento sfuggente, portava impresso chiaramente il marchio dei Whateley. Ma il torso e le parti inferiori del corpo erano una mostruosità teratologica, tanto che solo un abbondante abbigliamento poteva averle permesso di camminare sulla faccia della terra senza venire fermata ed eliminata.

   Al di sopra della cintola era semiumana, anche se il torace, su cui posavano le zampe del cane che l’avevano straziata, aveva la pelle spessa e retinata di un coccodrillo o di un alligatore. Il dorso era screziato di giallo e di nero, e ricordava vagamente l’epidermide squamosa di certi serpenti.

   Sotto la cintola, però, stava il peggio, poiché lì scompariva ogni somiglianza con l’uomo, dando spazio alla pura fantasia.

   La pelle era coperta da una folta e ruvida pelliccia nera, e dall’addome pendeva una serie di lunghi tentacoli grigioverdi, flosci, con delle bocche rosse adatte a succhiare. Erano disposti in modo strano, e sembravano seguire le simmetrie di qualche singolare geometria cosmica sconosciuta sulla Terra e nel sistema solare. Su ogni estremità, sprofondato in una orbita fornita di ciglia, era disposto quello che sembrava un occhio rudimentale; al posto della coda pendeva una specie di proboscide o di antenna, segnata da anelli purpurei che, con ogni evidenza, doveva essere una bocca o un esofago non sviluppato.

   Le membra, eccetto che per la loro pelliccia nera, ricordavano le zampe posteriori dei sauri giganti della preistoria e terminavano con dei cuscinetti increspati che non formavano né degli zoccoli, né degli artigli. Quando la cosa respirava, la sua coda e i suoi tentacoli cambiavano ritmicamente di colore, come per la circolazione di un fluido verdastro, non umano, mentre nella coda appariva un che di giallastro che, negli spazi tra gli anelli purpurei,si alternava con un qualcosa di repellente, grigio o biancastro. Non c’era traccia di vero sangue; c’era solo il fetido icore gialloverdognolo che scorreva sul pavimento dipinto.

   La presenza dei tre uomini sembrò destare la cosa morente, che cominciò a mormorare, senza voltare né sollevare la testa.

   Il dottor Armitage non ha registrato per iscritto i suoni da essa pronunciati, ma afferma con una certa sicurezza che non disse nulla in inglese. All’inizio, le sillabe sfuggivano a ogni associazione con qualsiasi idioma terrestre ma, verso la fine, si udirono dei frammenti sconnessi evidentemente ricavati dal Necronomicon, quella mostruosa bestemmia per la cui ricerca quella cosa era morta. Questi frammenti, come se li ricorda Armitage, suonavano all’incirca così: «N’gai, n’gha’ghaa, buggshoggog, y’hah: Yog-Sothoth, Yog-Sothoth…». E andavano spegnendosi nel nulla, mentre i succiacapre strillavano in un crescendo ritmico, nella loro attesa scellerata.

   Poi l’ansimare cessò, e il cane alzò la testa, emettendo un lungo, lugubre ululato. La faccia gialla e caprina della cosa, affranta, subì un cambiamento, e i suoi grandi occhi neri si riempirono di spavento. Fuori dalla finestra, gli strilli dei succiacapre si erano improvvisamente zittiti e, sopra il mormorio della folla che si accalcava, si udì il rumore di un frullare e battere d’ali angoscioso. Contro la luna, grandi stormi di spettatori piumati venivano e sparivano dalla vista, spaventati da quello che avevano scelto come preda.

   D’un tratto, il cane ebbe un brusco sussulto, abbaiò impaurito e si lanciò fuori dalla finestra per la quale era entrato. Dalla folla salì un urlo, e il dottor Armitage gridò agli uomini fuori che nessuno doveva essere lasciato entrare prima dell’arrivo della polizia o del medico legale.

    Fu contento che le finestre fossero troppo alte per permettere di sbirciare all’interno, e abbassò accuratamente le tende scure su ogni finestra. Nel frattempo erano arrivati due poliziotti, e il dottor Morgan, incontrandoli nel vestibolo, li scongiurò per il loro bene di non entrare nella sala di letturainvasa dal tanfo, finché non fosse arrivato il medico legale e la cosa lì distesa potesse essere coperta.

   Intanto, sul pavimento avevano luogo dei mutamenti terribili. Non è il caso di descrivere il tipo e la rapidità del trattamento e della disintegrazione che stava verificandosi davanti agli occhi del dottor Armitage e del professor Rice, ma è lecito dire che, a parte l’apparenza esteriore del volto e delle mani, l’elemento veramente umano in Wilbur Whateley doveva essere assai scarso. Quando arrivò il medico legale, sulle assi dipinte era rimasto solo un ammasso biancastro e viscoso, mentre il pestilenziale odore era quasi svanito. Evidentemente, Whateley non possedeva un teschio o uno scheletro osseo, perlomeno un vero scheletro solido. Doveva aver preso qualche cosa dal suo ignoto padre.

7.

   Comunque, tutto questo costituì solo il prologo del vero e proprio orrore di Dunwich.Gli sconcertati funzionari sbrigarono le varie formalità, nascondendo come di dovere al pubblico e alla stampa i dettagli più anormali, e vennero inviati a Dunwich e ad Aylesbury degli uomini a ispezionare la proprietà, e informare del fatto chiunque potesse essere l’erede del defunto Wilbur Whateley.

   Trovarono la zona in grande agitazione, sia per il crescente rimbombo proveniente da sotto le maledette colline, sia per l’insolito puzzo e i rumori di onde e risucchi che arrivavano sempre più forti da quella grande conchiglia vuota che era la fattoria sigillata dei Whateley. Earl Sawyer, che aveva accudito il cavallo e il bestiame durante l’assenza di Wilbur, era diventato sofferente e nevrastenico.

   I funzionari escogitarono delle spiegazioni al divieto di entrare nel rumoroso luogo sbarrato, e furono ben contenti di limitare a un solo sopralluogo la loro ispezione dell’abitazione del defunto, ossia le baracche recentemente riparate. Presentarono un ponderoso rapporto al Tribunale di Aylesbury, e si dice che siano ancora in corso delle cause relative all’eredità tra gli innumerevoli Whateley che vivono nella parte superiore della valle del Miskatonic.

   Un manoscritto pressoché interminabile, scritto in strani caratteri in un enorme libro mastro, giudicato una specie di diario per via delle spaziature e dei cambiamenti di inchiostro e di calligrafia, costituì un enigma sconcertante per quelli che lo ritrovarono sul vecchio cassettone che serviva da scrivania al suo proprietario. Dopo una settimana di discussioni, fu inviato alla Miskatonic University assieme alla misteriosa collezione di libri del defunto, perché venisse studiato e, possibilmente, tradotto; ma persino i linguisti migliori compresero presto che non era un mistero facile a risolversi. A tutt’oggi non è stata rinvenuta traccia dell’oro antico con cui Wilbur e il vecchio Whateley avevano sempre pagato i loro debiti.

   Fu nella notte del 9 settembre che l’orrore si scatenò. Durante la sera, i rumori nelle colline si erano fatti assai forti, e i cani abbaiarono per tutta la notte. Quelli che il giorno dieci si svegliarono di buon’ora, notarono nell’aria un insolito tanfo.

   Inoltre, alle sette, Luther Brown, il garzone di George Corey, che abitava tra la vallata di Cold Springs e il villaggio, ritornò in fretta e furia dal viaggio mattutino durante il quale conduceva le vacche al pascolo da dieci acri. Aveva quasi le convulsioni per lo spavento, quando si precipitò in cucina, mentre fuori, nel cortile, la mandria, non meno spaventata, stava scalpitando e muggendo da far pietà dopo aver seguito il ragazzo condividendone il panico. Tra i singulti, Luther cercò di balbettare la sua storia alla signora Corey.

   «Lassù, nella macchia oltre la valle, signora Corey… c’era… una cosa! Ha un odore simile a quello dei fulmini, e i cespugli e gli alberi piccoli sispostano nella macchia, come se in mezzo ci passasse una casa. Ma non è questo il peggio, per niente.

   Ci sono delle orme nella macchia, signora Corey… Grandi orme rotonde, larghe come coperchi di botte, profonde come se ci fosse passato un elefante, però si vede che non sono fatte da quattro zampe! Ne ho guardata una o due prima di scappare, e ho visto che erano ricoperte da alcune righe che venivano fuori tutte da un punto, come se delle grandi foglie di palma, a ventaglio, grandi due o tre volte il normale, fossero state pestate nella terra. E la puzza era terribile, come quella che c’è intorno alla vecchia casa dello Stregone Whateley…».

   A questo punto balbettò e sembrò tremare di nuovo per quell’orrore che l’aveva spinto a fuggire e a tornare a casa. La signora Corey, non riuscendo a cavare da lui altre informazioni, si mise a telefonare ai vicini, cominciando a trasmettere l’ondata di panico che preludeva a terrori più grandi.

   Quando trovò Sally Sawyer, la governante di Seth Bishop, il più vicino al fondo dei Whateley, toccò a lei stare a sentire invece di parlare, perché il ragazzo di Sally, Chauncey, che dormiva poco, era salito sulla collina accanto alla casa dei Whateley ed era tornato subito indietro, terrorizzato, dopo aver dato uno sguardo al posto e al pascolo dove le vacche del signor Bishop erano rimaste per tutta la notte.

   «Sì, signorina Corey», fece la voce tremula di Sally, dall’altro capo del filo, «Chauncey è appena tornato in gran fretta e quasi non riusciva a parlare per lo spavento! Dice che la casa del vecchio Whateley è tutta sventrata, e le travi sono sparpagliate tutt’intorno, come se fosse stata la dinamite; è rimasto solo il pavimento, ma è tutto coperto da una roba che sembra catrame, che puzza tremendamente, e che cola oltre il bordo, sul terreno dove sono sparse le assi dei muri. E, nel cortile, ci sono anche delle orme spaventose… delle grandi orme rotonde, più larghe di un barile, e sono tutte appiccicose di quella roba che sta sulla casa scoppiata. Chauncey dice che vanno verso i campi, dove il raccolto è falciato per un’area più grande di un granaio e tutti imuretti di pietra sono abbattuti, là dove è passata quella cosa.

   E lui dice, signorina Corey, che, mentre cercava le vacche di Seth, terrorizzato com’era, le ha trovate nel pascolo alto, vicino allo Spiazzo delle Danze del Diavolo, in uno stato orribile.

   Per metà non esistevano più, e l’altra metà era quasi completamente dissanguata: sopra poi avevano dei tagli come quelli che si erano visti sulle bestie dei Whateley quando a Lavinia era nato quel figlio nero. Seth adesso è uscito per dare un’occhiata, ma scommetto che non si avvicinerà più di tanto alla casa dello Stregone Whateley! Chauncey non ha guardato bene dove portava quella grande striscia di foraggio calpestato dopo che ha lasciato il pascolo, ma pensa che portasse verso la macchia nella valle e verso il villaggio.

   Glielo dico io, signorina Corey: in giro c’è una cosa mai vista, e io credo proprio che quel malvagio Wilbur Whateley abbia fatto la fine che si meritava, come vado dicendo a tutti, e credo che lui e il vecchio Whateley devono aver allevato qualcosa in quella casa sbarrata, qualcosa che non è umano neanche quel poco che era lui. Attorno a Dunwich girano cose che nessuno ha visto, cose vive, disumane, che non portano niente di buono agli esseri umani.

   La terra parlava, la notte scorsa e, verso mattina, Chauncey ha sentito i succiacapre nella vallata di Cold Spring: facevano tanto rumore che non è riuscito assolutamente a dormire. Poi gli è sembrato di sentire un altro debole rumore che veniva dalla casa dello Stregone Whateley… Come di legno che si spacca, che si rompe, come se una grande scatola o una cassa fosse stata aperta. E, sia per una cosa che per l’altra, non è riuscito ad addormentarsi fino all’alba: stamattina si è svegliato presto lo stesso, ed è andato a vedere dalle parti dei Whateley cos’è che stava succedendo. Ha visto abbastanza, glielo dico io, signorina Corey! Questa cosa non significa niente di buono, e credo che tutti gli uomini dovrebbero radunarsi e fare qualcosa. So che qui intorno sta girando una cosa terribile, e sento che la mia ora è vicina, anche se solo Dio sa di che cosa si tratta.

   Il vostro Luther ha guardato dove portavanoquelle grandi orme? No? Bene, signorina Corey, se stavano da questa parte della macchia nella valle e non sono ancora arrivate fino alla vostra casa, penso che devono continuare nella macchia. Credo che sia così. La gola di Cold Spring non è un posto salubre e neanche decente. I succiacapre e le lucciole non si sono mai comportati come creature di Dio, e devono essere proprio loro, quando si dice che sul fondo si sentono strane cose che volano e parlano nell’aria, se uno sta nel posto giusto, tra le rocce della cascata e la Tana dell’Orso».

   A mezzogiorno, tre quarti degli uomini e dei ragazzi di Dunwich si muovevano a gruppi sulle strade e sui prati tra le recenti rovine della casa dei Whateley e la vallata di Cold Spring, esaminando inorriditi le grandi orme mostruose, il bestiame di Bishop seviziato, le macerie della fattoria stranamente puzzolente, e la vegetazione pestata e ingarbugliata sui campi e sui bordi della strada.

   Qualunque cosa si fosse abbattuta sul mondo, di certo si era precipitata nella sinistra gola, poiché tutti gli alberi sulla scarpata erano piegati e spezzati e, nel sottobosco sospeso sul precipizio, era stato aperto un largo solco. Era come se una casa, trascinata da una valanga, fosse scivolata giù attraverso il groviglio della vegetazione, per quella pendenza quasi verticale. Dal fondo non proveniva alcun suono, ma solo un fetore distante e indefinibile; e non c’era da meravigliarsi del fatto che gli uomini preferivano rimanere sul bordo a fare congetture, piuttosto che scendere e sfidare nel suo nascondiglio quell’orrore ciclopico e ignoto.

   Tre cani che erano stati portati in battuta avevano cominciato subito ad abbaiare, ma sembravano intimoriti e riluttanti, quando arrivarono presso la vallata. Qualcuno telefonò la notizia all’«Aylesbury Transcript», però il redattore, abituato ai racconti confusi che arrivavano da Dunwich, non ne ricavò altro se non un trafiletto umoristico, un pezzo subito ripreso dalla «Associated Press».

   Quella notte tutti se ne tornarono a casa, e ogni casa e ogni stalla furono barricate il più solidamentepossibile. Non occorre dire che a nessuna bestia fu permesso di rimanere all’aperto, sui pascoli. Verso le due del mattino, un tanfo orribile e il selvaggio abbaiare dei cani destarono la famiglia di Elmer Frye, all’estremità orientale della vallata di Cold Spring, e tutti affermarono concordemente di aver udito una specie di fruscio o di sciabordio provenire dall’esterno.

   La signora Frye propose di telefonare ai vicini, ed Elmer era sul punto di acconsentire, quando un rumore di legno che si spacca interruppe il loro conciliabolo. Sembrava venire dalla stalla, e fu subito seguito dall’orribile schiamazzare e scalpitare delle bestie. I cani strisciavano, andando ad accucciarsi tra i piedi dei familiari intontiti dal terrore, e Frye accese una lanterna, per la sola forza dell’abitudine, ma sapeva bene che sarebbe morto se fosse uscito nel cortile buio. I bambini e le donne piagnucolavano, trattenuti dall’urlare da un qualche oscuro, primordiale istinto di difesa, che diceva loro che le loro vite dipendevano dal silenzio.

   Alla fine, i rumori del bestiame diminuirono fino a diventare un gemito pietoso che fu seguito da un forte schioccare, scricchiolare e calpestare. I Frye, stringendosi l’uno all’altro nel soggiorno, non osarono muoversi finché gli ultimi echi furono svaniti lontano, giù nella gola di Cold Spring. Poi, tra i lugubri gemiti provenienti dalla stalla e lo schiamazzare degli ultimi succiacapre nella vallata, Selina Frye raggiunse vacillando il telefono e diffuse le notizie che poté sulla seconda fase dell’orrore.

   Il giorno successivo, tutta la regione era presa dal panico, e gruppi impauriti e taciturni andavano e venivano lì dove erano accadute quelle cose demoniache. Due titaniche strisce di devastazione si allungavano dalla vallata fino alla fattoria dei Frye: delle orme mostruose coprivano le chiazze di terreno spoglio, e un’intera parte del vecchio granaio era stata completamente abbattuta. Del bestiame, solo una parte poté essere ritrovata e identificata. Alcuni capi erano ridotti a pezzi e tutti quelli che erano sopravvissuti dovettero essere abbattuti.

   Earl Sawyer suggerì di chiedere soccorso ad Aylesbury o ad Arkham, ma altri sostennero che non sarebbe servito a nulla.

   Il vecchio Zebulon Whateley, di un ramo sospeso a metà tra sanità e degenerazione, fece alcuni oscuri accenni, in modo eccitato, a certi riti che bisognava compiere sulle cime delle colline. Apparteneva a una discendenza dalle solide tradizioni, e i suoi ricordi degli incantesimi praticati nei grandi circoli di pietra non si collegavano solo con Wilbur e con suo nonno.

   Le tenebre calarono su una comunità abbattuta, troppo passiva per organizzare una vera difesa. In alcuni casi, delle famiglie strettamente imparentate si riunirono insieme a spiare nel buio sotto un unico tetto, ma in genere si ripeterono solo le barricate delle notti precedenti e vi fu un futile, inutile affaccendarsi a caricare moschetti e a piazzare forche a portata di mano.

   A ogni modo, non accadde nulla, a parte qualche rumore sulle colline e, quando venne il giorno, furono in molti a sperare che il nuovo orrore fosse svanito così in fretta come era arrivato. Alcuni animosi proposero addirittura di effettuare una spedizione giù nella vallata, ma non osarono dare un vero esempio alla maggioranza ancora riluttante.

   Quando tornò a scendere la notte, si allestirono un’altra volta le barricate, anche se meno famiglie si riunirono assieme.

   Al mattino, sia la famiglia dei Frye, sia quella di Seth Bishop riferirono di una certa eccitazione tra i cani, e di vaghi rumori e fetori provenienti da lontano, mentre, di buon mattino, degli esploratori scoprirono con orrore una nuova serie di quelle orme mostruose, sulla strada che costeggiava la Sentinel Hill.

   Come in precedenza, i bordi della strada apparivano calpestati dal passaggio dell’oscena, incredibile massa dell’orrore, mentre la disposizione delle orme sembrava suggerire che fosse passata in entrambe le direzioni, quasi che la montagna semovente fosse venuta dalla gola di Cold Spring per poi ritornarvi seguendo lo stesso percorso. Alla base della collina, saliva ripida una striscia di arbusti e cespugli schiacciati larga dieci metri, e gli osservatori rimasero senza fiato vedendo che persino le pendenze più scoscese non facevano deviare l’inflessibile traccia.

   Qualsiasi cosa fosse quell’orrore, poteva scalare una parete rocciosa a picco, quasi verticale e, quando gli investigatori si arrampicarono sulla sommità della collina, aggirandola e seguendo vie più sicure, videro che la traccia terminava lì, o meglio, invertiva la sua direzione.

   Era lì che i Whateley erano soliti allestire i loro fuochi infernali e celebrare i loro rituali demoniaci, presso la pietra a forma di tavolo, a Calendimaggio o a Halloween. Adesso quella pietra formava il centro di un ampio spiazzo che era stato percorso in circolo dall’orribile massa, mentre sulla sua superficie lievemente concava c’era un deposito denso e fetido dello stesso fluido viscoso simile al catrame che era stato notato sul pavimento della fattoria distrutta dei Whateley quando l’orrore ne era fuggito.

   Gli uomini si guardarono in faccia l’un l’altro e parlarono sottovoce. Poi guardarono in basso, giù dalla collina. Evidentemente, l’orrore era ridisceso seguendo un tragitto pressoché identico a quello della salita. Darsi alle speculazioni era inutile. La ragione, la logica e il senso comune erano sconvolti.

   Solo il vecchio Zebulon, che non faceva parte di quel gruppo, avrebbe potuto rendersi conto della situazione o suggerire una spiegazione plausibile.

   La notte di martedì cominciò esattamente come le altre, ma terminò molto meno felicemente. I succiacapre nella vallata avevano schiamazzato con un’insistenza così insolita che molti non erano riusciti a dormire e, circa alle tre del mattino, tutti i telefoni nella zona squillarono vibrando. Quelli che alzarono il ricevitore udirono una voce impazzita dal terrore che gridava: «Aiuto, oh, mio Dio!…»; ad alcuni parve di udire uno schianto, quindi l’esclamazione si interruppe.

   Non ci fu altro. Nessuno osò fare nulla e nessuno, fino al mattino, seppe da dove proveniva la chiamata. Poi, quelli che l’avevano udita, telefonarono a tutti gli altri e scoprirono che solo i Frye non rispondevano.

   La verità apparve un’ora più tardi, quando un gruppo di uomini armati radunato in tutta fretta si avviò verso la proprietà dei Frye, situata a una estremità della gola. Fu terribile, ma non del tutto inaspettato. C’erano altri solchi e orme mostruose, ma la casa non esisteva più. Era stata schiacciata come un guscio d’uovo e, tra le rovine, non si riuscì a ritrovare nessuno, né vivo, né morto. Solo il fetore e un viscidume catramoso. La famiglia di Elmer Frye era stata cancellata da Dunwich.

8.

   Nel frattempo, un’altra fase dell’orrore, più silenziosa, ma più violenta da un punto di vista spirituale, si stava sviluppando dietro la porta chiusa di una stanza rivestita di scaffali ad Arkham. Il curioso registro manoscritto – o diario di Wilbur Whateley – inviato alla Miskatonic University per essere tradotto, aveva provocato parecchi fastidi e perplessità tra gli esperti in lingue, sia antiche, sia moderne; il suo stesso alfabeto, nonostante una grossolana somiglianza con la variante di quello arabo usato in Mesopotamia, era del tutto sconosciuto a tutte le autorità in materia. I linguisti conclusero infine che il testo era scritto in un alfabeto artefatto, il che gli dava l’aspetto di un cifrario; comunque, nessuno dei comuni metodi di interpretazione crittografica sembrava fornire alcun indizio, anche quando venivano applicati sulla base di tutte le lingue che l’estensore aveva potuto teoricamente usare.

   I libri antichi tolti dall’abitazione di Whateley, anche se straordinariamente interessanti e, in alcuni casi, forieri di nuovi e terribili orizzonti di ricerca per i filosofi e gli scienziati, non furono di alcuna utilità a questo scopo. Uno di essi, un pesante tomo con una fibbia di ferro, era scritto in un altro alfabeto sconosciuto; questo aveva un aspetto del tutto diverso, e somigliava al sanscrito più che ad ogni altro.

   Il vecchio registro alla fine venne affidato alle cure del dottor Armitage, sia per il suo particolare interessamento per il caso Whateley, sia per la sua vasta erudizione linguistica e l’essere pratico di formule magiche antiche e medievali.

   Ad Armitage venne l’idea che quell’alfabeto potesse essere qualcosa di esoterico, adoperato in certi culti proibiti che risalivano a tempi antichi, e che poteva aver ereditato molte formule e tradizioni dai maghi saraceni. Quella questione, però, gli sembrava vitale, poiché sarebbe risultato inutile conoscere l’origine di quei simboli se, come sospettava, venivano usati come cifrario per una lingua moderna. Era invece dell’opinione che, data la grande lunghezza del testo, l’estensore avrebbe difficilmente voluto darsi la pena di adoperare un linguaggio diverso dal proprio, tranne che per certe formule e incantesimi speciali. Di conseguenza, affrontò il manoscritto ipotizzando che fosse scritto in gran parte in inglese.

   Il dottor Armitage sapeva, visti i ripetuti fallimenti dei suoi colleghi, che l’enigma era profondo e complesso, e che non valeva neppure la pena di tentare con un procedimento di soluzione semplice. Per tutta la fine di agosto si cimentò con la scienza crittografica, servendosi di tutte le risorse della sua biblioteca, aprendosi un varco, notte dopo notte, tra gli arcani della Poligraphiadi Tritemio, del De furtivis litterarum notisdi Giambattista della Porta, del Traité des Chiffresdel de Vigenere, dei Cryptomenysis Patefactadi Falconer, dei trattati di Davys e Thicknesse del XVIII secolo, e quelli di discreti esperti moderni, come Blair, van Marten e Klüber, convincendosi man mano di avere a che fare con uno dei sistemi crittografici più sottili e ingegnosi,in cui diverse file separate di lettere corrispondenti una con l’altra sono disposte secondo tavole combinatorie, e il messaggio è costruito in base a una parola chiave nota solo all’iniziato.

   Le antiche fonti sembravano essere di aiuto più di quelle recenti, e Armitage concluse che il codice del manoscritto doveva essere antichissimo e che doveva essere stato tramandato attraverso una lunga serie di sperimentatori dell’occulto.

   Parecchie volte gli parve di essere arrivato alla soluzione, per essere subito respinto da qualche ostacolo improvviso. Poi, mentre si avvicinava settembre, le nubi cominciarono a diradarsi. Alcune lettere, adoperate in certe parti del manoscritto, emergevano in modo definito e inconfondibile, e divenne ovvio che il testo era senz’altro in inglese.

   La sera del 2 settembre cadde l’ultimo grosso ostacolo, e il dottor Armitage lesse per la prima volta in modo continuo un passo degli annali di Wilbur Whateley. Era effettivamente un diario, come tutti avevano pensato, ed era steso in uno stile che dimostrava chiaramente la mescolanza di erudizione nelle scienze occulte e di ignoranza generale, da parte dell’essere che l’aveva scritto.

   Già il primo lungo passaggio decifrato da Armitage, una registrazione datata 26 novembre 1916, si rivelò estremamente allarmante e inquietante. Si ricordò che era stato scritto da un bambino di tre anni e mezzo che aveva l’aspetto di un ragazzo di dodici o tredici anni.

   Oggi ho imparato l’Aklo per i Sabaoth (ha funzionato), ma non mi è piaciuto, perché la risposta può venire dalla collina e non dall’aria. Quello al piano di sopra, che è più avanti di me di quello che pensavo, non sembra avere un cervello molto terrestre. Ha sparato a Jack, il collie di Elam Hutchins, quando ha fatto per mordermi, ed Elam dice che lo ammazzerebbe se ci riprovasse. Scommetto che non lo farà. Ieri notte il nonno mi ha fatto continuare a ripetere la formula Dho, e credo di aver visto la città che sta tra i due poli magnetici. Io andrò fino a quei poli, quando la Terra sarà consacrata, se non riuscirò a farcela con la formula Dho-Hna, quando l’avrò imparata. Quelli che vengono dall’aria mi hanno detto al Sabba che ci vorranno degli anni per consacrare la Terra, e credo che allora il nonno sarà morto, perciò dovròimparare tutti gli angoli dei piani e tutte le formule che stanno tra l’Yr e il Nhungr. Quelli là fuori mi aiuteranno, ma non possono prendere corpo senza del sangue umano. Quello al piano di sopra sembra avere le qualità giuste. Riesco un po’ a vederlo, quando faccio il Segno Voorish o gli soffio sopra la polvere di Ibn Ghazi: assomiglia a quelli sulla collina del Calendimaggio. Mi chiedo quale sarà il mio aspetto quando la Terra sarà consacrata e non vi saranno più forme di vita terrestri. Quello che è venuto in risposta all’Aklo dei Sabaoth ha detto che potrò trasfigurarmi, ma c’è ancora molto tempo.

   Il mattino trovò il dottor Armitage immerso in un bagno di sudore freddo per il terrore, e stremato dalla decifrazione e dalla veglia. Non aveva abbandonato il manoscritto per tutta la notte: era rimasto alla sua scrivania sotto la luce elettrica voltando pagina dopo pagina, con mani tremanti, decifrando più in fretta che poteva il testo in codice. Aveva telefonato nervosamente a sua moglie per dirle che non sarebbe tornato a casa e, quando lei gli portò la colazione, riuscì a malapena a mangiarne un boccone.

   Continuò a leggere per tutto il giorno, interrompendosi di quando in quando, esasperato, perché si rendeva necessaria una nuova applicazione di quella chiave così complessa. Gli furono portati il pranzo e la cena, ma mangiò pochissimo di entrambi. Verso la mezzanotte successiva si assopì nella poltrona, ma presto si risvegliò da un intrigo di incubi, terribili quasi quanto le verità e le minacce all’esistenza dell’uomo che aveva scoperto.

   Al mattino del quattro settembre, il professor Rice e il dottor Morgan insistettero per vederlo brevemente, e se ne andarono in seguito lividi e tremanti. Quella sera andò a letto, ma dormì solo a tratti. Il mercoledì (l’indomani) era ritornato al manoscritto, e cominciò a segnare numerose citazioni, sia delle parti ancora ignote, sia di quelle che aveva già decifrato. Di notte dormì per un po’ nella poltrona dell’ufficio, ma tornò al manoscritto prima dell’alba.

   Un po’ prima di mezzogiorno, il suo medico, il dottor Hartwell, gli telefonò per vederlo, e insistette perché interrompesse il suo lavoro. Lui rifiutò,affermando che era d’importanza vitale terminare la lettura del diario, e promise che avrebbe fornito una spiegazione a tempo debito.

   Quella sera, proprio al tramonto, finì la sua terribile lettura e svenne, esausto. Sua moglie, portandogli la cena, lo trovò in uno stato semicomatoso, ma lui era abbastanza cosciente da metterla in guardia, urlandole di allontanarsi, quando la vide posare gli occhi sulle note che aveva preso.

   Alzatosi a fatica, raccolse le carte scarabocchiate e le rinchiuse in una grande busta che sigillò ed infilò immediatamente nella tasca interna del suo soprabito. Era abbastanza in forze per poter tornare a casa, ma aveva evidente bisogno di cure mediche, così il dottor Hartwell fu chiamato d’urgenza.

   Mentre il dottore lo metteva a letto, non faceva altro che mormorare in continuazione: «Ma, per l’amor di Dio, che cosa possiamo fare?».

   Il dottor Armitage dormì, ma il giorno seguente lo passò parzialmente in delirio. Non diede a Hartwell nessuna spiegazione ma, nei momenti di maggior tranquillità, parlava del bisogno impellente di avere un lungo colloquio con Rice e Morgan. I suoi vaniloqui più strani furono davvero impressionanti, con frequenti appelli a distruggere qualcosa che stava in una fattoria sigillata, e con fantasiosi accenni a un certo piano di distruzione dell’intera razza umana e di tutta la vita animale e vegetale sulla faccia della Terra, preparato da un’antica razza di esseri provenienti da un’altra dimensione.

   Gridava che il mondo era in pericolo, perché gli antichi volevano straziarlo e trascinarlo via dal sistema solare e dal cosmo materiale per portarlo su un altro piano in un’altra fase di esistenza da cui si era staccato una volta, vigintilioni di eoni prima. Altre volte chiedeva il terribile Necronomicone la Daemonolatreia di Remigio, in cui sperava di trovare qualche formula per scongiurare il pericolo evocato.

   «Fermateli, fermateli!», gridava. «Quei Whateley volevano farli entrare, e il peggiore di loro è rimasto! Dite a Rice e a Morgan che dobbiamo fare qualcosa: è una faccenda complessa, ma io so come preparare la polvere… Non è stato nutrito dal dueagosto, quando Whateley è venuto qui a incontrare la morte: a quella velocità…».

   Ma Armitage, nonostante i suoi settantatré anni, aveva un fisico sano, e quella notte superò dormendo il suo malessere, senza che gli venisse una vera e propria febbre. Si svegliò venerdì sul tardi, con la mente lucida, anche se oppresso da un oscuro timore e da un tremendo senso di responsabilità. Il sabato pomeriggio se la sentì di recarsi in biblioteca e convocare Rice e Morgan a colloquio e, per il resto della giornata e di quella sera, i tre uomini torturarono i loro cervelli con le più sfrenate speculazioni, discutendo nel modo più disperato.

   Furono presi dagli scaffali ingombri e da luoghi sicuri parecchi libri misteriosi e terribili; e furono ricopiati diagrammi e formule, con ansia febbrile, in gran quantità. Non c’era tracia di scetticismo. Tutti e tre avevano visto il corpo di Wilbur Whateley giacere sul pavimento di una stanza proprio in quell’edificio e, dopo quel fatto, nessuno di loro poteva minimamente sentirsi disposto a considerare il diario come il delirio di un folle.

   Furono di opinioni diverse quando si trattò di decidere se avvertire la polizia del Massachusetts ma, alla fine, prevalse la tesi opposta. C’erano cose che semplicemente non potevano essere credute da chi non ne aveva avuto un esempio, il che infatti risultò evidente durante certe indagini successive.

   A tarda notte, la riunione si sciolse senza aver sviluppato un piano preciso ma, per tutta la giornata di domenica, Armitage fu occupato a confrontare formule e mescolare dei prodotti chimici ottenuti dal laboratorio dell’Università.

   Più rifletteva sul diario infernale, più era incline a dubitare dell’efficacia di qualsiasi agente materiale che riuscisse a eliminare l’entità che Wilbur Whateley aveva lasciato dietro di sé: l’entità che minacciava la Terra e che, senza che lui lo sapesse, sarebbe emersa di lì a qualche ora, diventando il memorabile orrore di Dunwich.

   Per il dottor Armitage, il lunedì fu la replica della domenica, poiché il lavoro che doveva portare a termine richiedeva un’infinità di ricerche ed esperimenti. Ulteriori consultazioni del mostruoso diariocomportarono diversi cambiamenti dei piani, anche se alla fine sapeva che rimanevano parecchie incertezze.

   Al martedì aveva stabilito una linea di condotta precisa, e pensò che avrebbe provato a fare un viaggio a Dunwich entro la settimana. Poi, il mercoledì, ci fu il gran colpo. Relegato in un angolino dell’«Arkham Advertiser», c’era uno spiritoso trafiletto della «Associated Press» che diceva quale mostro inaudito era saltato fuori dal whisky di contrabbando a Dunwich.

   Armitage, semi stordito, riuscì appena a telefonare a Rice e Morgan. Discussero fino a notte fonda, e il giorno dopo furono tutti presi da un turbine di preparativi. Armitage sapeva che avrebbe avuto a che fare con forze tremende, ma si rendeva conto che non c’era altro modo di cancellare il caos profondo e maligno che altri avevano provocato prima di lui.

9.

   Il venerdì mattina, Armitage, Rice e Morgan partirono in automobile per Dunwich, e arrivarono al villaggio all’una circa del pomeriggio. Era una bella giornata ma, anche nella più splendida luce del sole, sembrava aleggiare attorno alle strane colline a cupola e ai dirupi profondi e ombrosi della regione terrorizzata, una silenziosa e portentosa minaccia. Di tanto in tanto, su qualche cima di montagna, si scorgeva, stagliato contro il cielo, un desolato circolo di pietre.

   Dall’atmosfera di spavento represso che regnava nello spaccio di Osborn, capirono che doveva essere accaduto qualcosa di tremendo, e presto vennero a sapere dell’annientamento della casa e della famiglia di Elmer Frye.

   Per tutto il pomeriggio girarono per Dunwich, interrogando gli abitanti su quello che era successo, andando a vedere di persona, con un crescentesenso di orrore, le rovine della casa dei Frye con i resti delle tracce del fluido catramoso, le orme blasfeme nel cortile, le bestie ferite di Seth Bishop e le enormi strisce di vegetazione devastata in vari punti. La pista che saliva e ridiscendeva sulla Sentinel Hill sembrava avere per Armitage un significato quasi catastrofico, ed egli osservò a lungo la sinistra pietra a forma di altare, sulla cima.

   Alla fine i visitatori, saputo che quella mattina era arrivata da Aylesbury una squadra della polizia di Stato in seguito alle prime informazioni relative alla tragedia dei Frye ricevute per telefono, decisero di mettersi alla ricerca dei funzionari e di confrontare i rispettivi appunti, per quanto era possibile.

   Comunque, scoprirono che la cosa era più facile a dirsi che a farsi, poiché non si riusciva a trovare da nessuna parte una traccia della squadra in questione.

   In origine erano in cinque in un’automobile, ma adesso l’auto era ferma, vuota, accanto alle rovine nel cortile dei Frye.

   Da principio gli abitanti, che avevano parlato tutti con i poliziotti, sembravano perplessi quanto Armitage e i suoi compagni. Poi il vecchio Sam Hutchins pensò a qualcosa e impallidì, diede una gomitata a Fred Farr, e indicò con il dito la vallata umida e profonda che si spalancava lì vicino.

   «Dio!», ansimò. «Gli avevo detto di non andare giù nella gola, e credevo che non l’avrebbe fatto nessuno, con quelle tracce, quell’odore, e con i succiacapre che strillano laggiù nel buio in pieno pomeriggio…».

   Un brivido gelido percorse gli abitanti del luogo e i visitatori, e sembrò che ogni orecchio si tendesse ad ascoltare in modo istintivo e inconscio. Armitage, adesso che si era davvero trovato di fronte all’orrore e alle sue opere mostruose, tremava per la responsabilità che si era assunto.

   Presto sarebbe scesa la notte, e sarebbe stato allora che quella gigantesca bestemmia avrebbe camminato per la sua strada spaventosa. Negotium perambulansin tenebris… Il vecchio bibliotecario ripeté le formule che aveva mandato a memoria, eafferrò il pezzo di carta con la formula alternativa che non aveva imparato.

   Constatò che la sua torcia elettrica funzionava. Rice, al suo fianco, prese da una valigia uno spruzzatore metallico del tipo che si adopera per combattere gli insetti, mentre Morgan estraeva il fucile da caccia grossa in cui riponeva la sua fiducia, nonostante i suoi colleghi lo avessero avvertito che le armi normali non sarebbero state di nessun aiuto.

   Armitage, avendo letto il terribile diario, sapeva bene, purtroppo, che genere di fenomeno doveva aspettarsi, ma non aumentò il terrore della gente di Dunwich fornendo accenni e indizi. Sperava di poterlo sconfiggere senza dover rivelare al mondo da che cosa mostruosa era sfuggito.

   Mentre le tenebre si infittivano, gli abitanti cominciarono a disperarsi ritornando verso le loro case, ansiosi di barricarsi in esse, nonostante fosse evidente che tutti i lucchetti e chiavistelli di questo mondo non sarebbero serviti a nulla contro una forza che poteva piegare alberi e schiacciare case come voleva. Scossero il capo quando seppero dell’intenzione dei visitatori di restare di guardia presso le rovine della casa dei Frye vicino alla gola; e, andandosene, non facevano troppo conto di rivederli più.

   Quella notte si udirono brontolii sotto le colline, e i succiacapre schiamazzarono orribilmente. Di quando in quando il vento, salendo dalla vallata di Cold Spring, portava nella pesante aria notturna un sentore del solito indicibile miasma; era il fetore che tutte e tre le sentinelle di quella notte avevano già sentito, quando si erano trovate accanto a una cosa morente che, per quindici anni e mezzo, si era fatta passare per un essere umano. Ma l’orrore che cercavano non apparve. Qualunque cosa ci fosse laggiù nella gola, stava aspettando il momento giusto, e Armitage disse ai suoi colleghi che sarebbe stato da suicidi provare ad attaccarla al buio.

   Giunse pallido il mattino, e i rumori cessarono. Era una giornata grigia, plumbea, e a tratti scrosciava la pioggia, mentre nuvole sempre più pesanti sembravano addentrarsi oltre le colline, verso nordovest. Gli uomini di Arkham erano indecisi sul dafarsi. Cercando riparo dalla pioggia sempre più forte sotto una delle poche baracche dei Frye non distrutta, discussero su quanto senso avesse stare ad aspettare, piuttosto che prendere l’iniziativa e scendere nella gola alla ricerca di quella preda mostruosa e senza nome.

   L’acquazzone divenne più forte e, da lontani orizzonti, risuonavano i fragori dei tuoni. Si diffusero i fulgori dei lampi e poi un fulmine biforcuto cadde lì vicino, come se fosse sceso nella gola maledetta. Il cielo si fece veramente grigio, e i tre uomini di sentinella sperarono che la tempesta si rivelasse breve e intensa e che a essa seguisse il bel tempo.

   Era ancora angosciosamente buio quando, non molto più tardi di un’ora, in fondo alla strada risuonò una babele di voci. Dopo un attimo apparve un gruppo di una dozzina di uomini atterriti, che correvano, urlavano e persino gemevano istericamente. Qualcuno alla loro testa cominciò a pronunciare parole tra i singhiozzi, e gli uomini di Arkham sobbalzarono violentemente, quando quelle parole si svilupparono in un discorso coerente.

   «Oh, mio Dio», diceva una voce strozzata. « È tornato a camminare, e questa volta di giorno! È fuori… è fuori! Si sta muovendo proprio adesso, e solo il Signore sa quando sarà addosso a tutti quanti!».

   Chi aveva parlato ansimò e tacque, ma un altro riprese a dare notizie.

   «Neanche un’ora fa, Zeb Whateley ha sentito squillare il telefono, ed era la signora Corey, la moglie di George, che vive giù vicino al bivio. Dice che il giovane Luther, il garzone, era fuori a raccogliere le vacche per metterle al riparo dal temporale dopo quel grande fulmine, quando ha visto che nella bocca della gola tutti gli alberi si piegavano, e ha sentito lo stesso odore terribile che aveva sentito quando aveva trovato quelle grandi tracce, la mattina di lunedì scorso. E diceva di udire un rumore d’acqua, uno scrosciare, che non poteva essere fatto dagli alberi e dai cespugli che si piegavano: poi, di colpo, gli alberi lungo la strada hanno cominciato acurvarsi tutti da una parte, e nel fango c’era tutto un calpestare e uno sguazzare.

   Ma, badate, Luther non ha visto proprio niente: solo gli alberi e i cespugli che si piegavano.

   Poi, lì davanti, dove il torrente di Bishop passa sotto la strada, ha sentito che il ponte cigolava e scricchiolava, e gli sembrava il rumore del legno quando sta per spaccarsi e rompersi.

   Ma per tutto il tempo non ha visto niente: solo quegli alberi e i cespugli che si piegavano. E quando quel frusciare si era allontanato parecchio lungo la strada che porta alla casa dello stregone Whateley e alla Sentinel Hill, Luther ha avuto il fegato di salire fin dove lo aveva sentito, e ha dato un’occhiata al terreno.

   Era tutto fango e acqua, il cielo era grigio, e la pioggia stava cancellando tutte le tracce là attorno, rapidamente; ma, davanti alla bocca della gola, dove si erano mossi gli alberi, c’era ancora qualcosa di quelle terribili tracce grandi come un barile, simili a quelle che aveva visto lunedì».

   Allora il primo narratore, eccitato, lo interruppe. «Ma adesso non è quello il guaio: quello era solo l’inizio. Zeb stava telefonando alla gente e tutti ascoltavano, quando è arrivata una telefonata di Seth Bishop. La sua domestica Sally sentiva che sarebbe stata la prossima vittima; aveva appena visto gli alberi che si piegavano di fianco alla strada e diceva che c’era come un rumore terribile e che il suo ragazzo, Chauncey, strillava che era come quello che aveva sentito vicino alle rovine dei Whateley la mattina di lunedì. E tutti i cani stavano abbaiando e guaendo, come impazziti.

   Poi ha cacciato un urlo terribile e ha detto che la baracca sulla strada era appena crollata come se la tempesta le si fosse abbattuta sopra, solo che il vento non era abbastanza forte per farlo. Tutti stavano ad ascoltare, e potevano sentire sulla linea che un sacco di gente ansimava. Tutto ad un tratto Sally ha gridato di nuovo, e ha detto che la cancellata di fronte al cortile era caduta in quel momento, anche se non riusciva a capire come poteva essere successo. Poi tutti, ai telefoni, hanno potuto sentire cheChauncey e il vecchio Seth Bishop gridavano anche loro, mentre Sally stava strillando che qualcosa di pesante aveva colpito la casa: non un fulmine o qualcosa del genere, ma qualcosa di pesante, contro la facciata, che continuava a buttarsi in avanti, continuamente, anche se dalle finestre di fronte non riusciva a vedere niente. E poi… E poi…».

   Delle rughe di terrore si disegnarono sui volti di tutti; e Armitage, scosso com’era, ebbe appena quel tanto di calma che gli permise di sollecitare il narratore.

   «E poi… Sally ha gridato: “Oh, aiuto, la casa crolla”… e al telefono abbiamo potuto sentire uno schianto terribile e un coro di grida tremende… Sì, come quando è stata distrutta la casa di Elmer Frye, solo che…».

   L’uomo si interruppe e parlò un altro della folla.

   «Tutto qui: non un suono, né uno strillo al telefono, dopo. Solo silenzio! Noi che abbiamo sentito siamo usciti con le Ford e con i carri, e abbiamo raccolto quanti più uomini abili si poteva, giù da Corey, poi siamo corsi qui per vedere cosa pensate sia meglio fare. Io ritengo che sia il giudizio del Signore per i nostri peccati, e che nessun mortale possa sfuggire».

   Armitage comprese che era venuto il momento di agire, e parlò con decisione al gruppo tremante di contadini impauriti.

   «Dobbiamo seguirlo, ragazzi». Fece sì che la sua voce fosse la più rassicurante possibile. «Credo che ci sia una possibilità di farlo fuori. Voi uomini sapete che quei Whateley erano degli stregoni: bene, questa cosa è una stregoneria, e deve essere quindi eliminata con gli stessi mezzi. Ho visto il diario di Wilbur Whateley, e ho letto qualcuno degli strani vecchi libri che lui era solito leggere. Penso di conoscere la formula magica giusta che bisogna recitare per annientare la cosa. Certo, non possiamo esserne sicuri, però possiamo sempre provarci.

   È invisibile, io lo sapevo, però, in questo spruzzatore a lunga gittata, c’è una polvere che la farà apparire per un secondo.

   Più tardi la proveremo. È una cosa terribile, ma non quanto quella che Wilbur avrebbe fatto arrivarese fosse vissuto più a lungo. Non saprete mai a che cosa è sfuggito il mondo. Adesso abbiamo quest’unica cosa da combattere e non può moltiplicarsi. Però può fare male; perciò non possiamo esitare per liberarne la comunità.

   Dobbiamo seguirla, e la prima cosa da fare è andare nel posto che è stato devastato. Qualcuno ci guidi: non conosco bene le vostre strade, ma immagino che ci sia una scorciatoia attraverso i campi. Cosa ne dite?».

   Gli uomini tergiversarono per un po’, quindi Earl Sawyer parlò a bassa voce, puntando il dito sporco verso la pioggia che diminuiva sempre di più.

   «Penso che potete arrivare da Seth Bishop nel modo più rapido tagliando per il prato in basso laggiù, guadando il torrente lì e risalendo per il campo di Carrier e il terreno boscoso. Si esce sulla parte superiore della strada, vicino alla casa di Seth, appena un po’ oltre».

   Armitage – con Rice e Morgan – si incamminarono nella direzione indicata, e la maggior parte degli abitanti del posto li seguì lentamente. Il cielo si stava rischiarando e c’erano segni che il temporale si era sfogato. Quando Armitage inavvertitamente prese una direzione sbagliata, Joe Osborn lo avvisò e si fece avanti per indicargli quella giusta. Il coraggio e la fiducia stavano aumentando, sebbene la penombra della collina boscosa quasi a picco che si trovava verso la fine della loro scorciatoia e che li costringeva ad arrampicarsi tra i suoi alberi incredibilmente antichi come su per una scarpata, mettesse a dura prova queste qualità.

   Alla fine sbucarono su una strada fangosa, e videro spuntare il sole. Si trovavano un po’ oltre il fondo di Seth Bishop, ma gli alberi piegati e le tremende, inconfondibili tracce mostravano che cosa era passato di là. Si persero solo pochi istanti ad ispezionare le rovine, girandovi attorno. Si era ripetuto il caso dei Frye, e non si ritrovò nulla, né di vivo né di morto, in nessuno di quei gusci sfondati che erano stati una volta la casa e il granaio dei Bishop. Nessuno si preoccupò di restare lì tra il puzzo e il viscidume catramoso, ma tutti si rivolsero istintivamente alla serie di orribili impronte che conducevano verso la fattoria distrutta dei Whateley e ai piedi della Sentinel Hill, coronata da quell’altare.

   Quando gli uomini passarono davanti al fondo di Wilbur Whateley, tremarono visibilmente, e sembrò che dell’esitazione si mescolasse di nuovo al loro zelo. Non era uno scherzo abbattere qualcosa che era grande come una casa e che nessuno poteva vedere, e che aveva inoltre tutta la viziosa malvagità di un demone. Di fronte ai piedi della Sentinel Hill, le tracce abbandonavano la strada, e c’era un nuovo tratto di vegetazione piegata e tagliata, visibile lungo la striscia lasciata dal mostro nelle sue precedenti ascese e discese dalla cima.

   Armitage estrasse un cannocchiale tascabile di notevole potenza e passò in rassegna il ripido e verde fianco della collina.

   Poi porse lo strumento a Morgan, la cui vista era più acuta.

   Dopo aver osservato per un attimo, Morgan emise un grido acuto, passando il cannocchiale a Earl Sawyer e puntando il dito verso un certo punto del pendio. Sawyer, goffamente, come la maggior parte di coloro che non sanno usare gli strumenti ottici, armeggiò nervosamente per un po’, ma alla fine mise a fuoco le lenti grazie all’aiuto di Armitage. Dopo averlo fatto, emise un urlo meno trattenuto di quello di Morgan.

   «Dio onnipotente, l’erba e i cespugli si muovono! Sta salendo… lentamente… strisciando: adesso è in cima, solo il Cielo sa perché!».

   Allora i gemiti del panico sembrarono diffondersi tra tutti i cacciatori. Fare una battuta alla ricerca di quell’entità senza nome era una cosa, ma trovarla era tutt’altra. Le formule magiche avrebbero potuto funzionare… ma se non avessero funzionato?

   Delle voci cominciarono a chiedere ad Armitage che cosa sapeva di quell’essere, e nessuna risposta sembrò soddisfarli del tutto. Ognuno si sentiva vicino a forme della natura e dell’esistenza assolutamente proibite e del tutto estranee alla normale esperienza umana.

10.

   Alla fine i tre uomini di Arkham, il vecchio dottor Armitage dalla barba bianca, il professor Rice tarchiato e brizzolato, e il dottor Morgan, smilzo e giovane, salirono sulla montagna da soli.

   Dopo aver impartito pazientemente numerose istruzioni riguardanti la messa a fuoco e il suo uso, lasciarono il cannocchiale al gruppo terrorizzato che era rimasto sulla strada e, mentre si arrampicavano, venivano osservati costantemente da quelli che si passavano lo strumento l’un l’altro.

   Il tragitto era difficile, e Armitage dovette essere aiutato più di una volta. In alto, sopra il gruppo che procedeva a fatica, tremava la grande striscia su cui il suo infernale autore ripassava con un’andatura da lumaca. A quel punto fu evidente che gli inseguitori stavano guadagnando terreno.

   Curtis Whateley, del ramo non degenerato dei Whateley, aveva il cannocchiale quando il gruppo di Armitage deviò dalla pista. Disse alla folla che gli uomini stavano voltando.

   La sua supposizione si rivelò esatta, e il gruppo fu visto guadagnare la cima più bassa che pochissimo tempo prima l’invisibile empietà aveva superato.

   Poi Wesley Corey, che aveva preso il cannocchiale, gridò che Armitage stava preparando lo spruzzatore che era tenuto da Rice e che qualcosa stava certamente per accadere. La folla si agitò inquieta, ricordandosi che quello spruzzatore, secondo le aspettative, avrebbe reso la cosa visibile per un attimo. Due o tre uomini chiusero gli occhi, ma Curtis Whateley afferrò di nuovo il cannocchiale e aguzzò la vista più che poteva. Vide che Rice, dalla posizione vantaggiosa che aveva nel piccolo gruppo, al di sopra e alle spalle dell’entità, aveva un’ottima possibilità di spruzzare la potente polvere con un effetto eccellente.

   Quelli senza telescopio videro solo apparire istantaneamente una nuvola grigia, una nuvola delle dimensioni di un edificio abbastanza grande,accanto alla cima della montagna. Curtis invece, che teneva in mano lo strumento, lo lasciò cadere con un grido acuto nel fango della strada, alto fino alle caviglie.

   Vacillò, e sarebbe crollato a terra, se altri due o tre uomini non l’avessero afferrato e sostenuto. Tutto quello che riuscì a fare fu mormorare con voce quasi impercettibile: «Oh, gran Dio… quello… quello…».

   Ci fu un pandemonio di domande, e solo Henry Wheeler pensò a recuperare il cannocchiale caduto e a ripulirlo dal fango. Curtis non connetteva più, e gli costava fatica anche solo fornire qualche risposta isolata.

   «Più grosso di una stalla… tutto fatto di corde aggrovigliate… l’involucro press’a poco come un uovo di gallina, ma molto più grosso, con dozzine di gambe come barilotti che si chiudono a metà quando camminano… Non c’è niente di solido in lui: è tutto di gelatina, fatto di funi attorcigliate che si stringono l’una all’altra… e tutto coperto da grandi occhi sporgenti… dieci o venti bocche o proboscidi che sporgono lungo i fianchi, grandi come tubi di stufa, che si agitano, si aprono e si chiudono… È tutto grigio, con degli anelli blu o porpora… e… Dio del cielo… quella mezza faccia in cima…».

   Quest’ultimo ricordo, qualunque fosse, si rivelò eccessivo per il povero Curtis, il quale svenne prima di poter aggiungere altro. Fred Farr e Will Hutchins lo trasportarono sul ciglio della strada, e lo adagiarono sull’erba umida.

   Henry Wheeler, tremante, puntò il cannocchiale recuperato verso la montagna per vedere quello che poteva. Attraverso le lenti si potevano distinguere tre minuscole figure, e sembrava che corressero verso la cima tanto in fretta quanto lo permetteva la ripida pendenza. Solo quelle: nient’altro. Poi ognuno notò un rumore strano per quella stagione, nella profonda valle dietro di loro e persino nel sottobosco della Sentinel Hill.

   Era lo schiamazzare di innumerevoli succiacapre e, nel loro coro squillante, sembrava celarsi una nota di aspettativa ansiosa e cattiva.

   Allora Earl Sawyer prese il cannocchiale e riferì che le tre figure stavano in piedi sul crinale elevato, alla stessa altezza della pietra a forma di altare, ma a una considerevole distanza da essa. Una figura, disse, sembrava stesse alzando le mani sopra la testa a intervalli ritmici; e, quando Sawyer riferì il fatto, alla folla parve di udire un debole suono, quasi musicale, che proveniva da lontano, come se un forte canto accompagnasse quei gesti.

   La strana sagoma su quella cima distante doveva offrire uno spettacolo infinitamente grottesco e impressionante, ma nessun osservatore era in vena di fare apprezzamenti estetici.

   «Credo che stia pronunciando la formula», mormorò Wheeler, riprendendosi il cannocchiale. I succiacapre intanto schiamazzavano senza freno, con un ritmo singolarmente curioso e irregolare, del tutto diverso da quello del rituale in corso. Improvvisamente la luce solare parve farsi più debole, senza che si fosse frapposta alcuna nube visibile. Fu un fenomeno davvero peculiare e fu subito rilevato da tutti. Un brontolio sembrò ribollire sotto le colline, stranamente frammisto a un rombo analogo a esso che proveniva evidentemente dal cielo.

   In alto brillarono dei lampi, e la folla stupefatta cercò invano le avvisaglie di una tempesta. Il salmodiare degli uomini di Arkham adesso era diventato inconfondibile, e Wheeler vide attraverso le lenti che stavano tutti sollevando le braccia per eseguire il ritmico incantesimo. Da qualche fattoria lontana giunse un frenetico abbaiare di cani.

   Il cambiamento di qualità della luce solare aumentò, e la folla guardò stupefatta l’orizzonte. Un’oscurità violacea, dovuta a nient’altro che a uno spettrale incupimento dell’azzurro del cielo, calò sulle colline brontolanti. Poi il lampo balenò un’altra volta, un po’ più luminoso di prima, e la folla credette che esso avesse rivelato una specie di foschia attorno alla pietra a forma di altare sulla cima lontana. Nessuno, comunque, stava usando il cannocchiale in quel momento. I succiacapre continuavano a emettere le loro pulsazioni irregolari, e gli uomini di Dunwich si fecero forza preparandosiansiosamente a una qualche minaccia imponderabile di cui l’atmosfera sembrava sovraccarica.

   Senza preavviso, giunsero quei suoni vocali profondi, rotti, rauchi, il cui ricordo non abbandonerà mai il gruppo che, terrorizzato, li udì. Non uscivano da una gola umana, poiché gli organi dell’uomo non possono emettere tali perversioni acustiche. Si sarebbe detto piuttosto che provenissero dall’abisso stesso, se la loro fonte non fosse stata in maniera così indubitabile la pietra a forma d’altare sulla vetta. È quasi sbagliato anche definirli suoni, poiché il loro timbro orripilante, molto basso, si rivolgeva a oscure sedi di coscienza e di terrore, molto più sottili dell’orecchio.

   Comunque, bisogna chiamarli così, perché la loro forma era indubbiamente, seppur vagamente, quella di parole semiarticolate. Erano forti, come i borbottii e i tuoni al di sopra dei quali echeggiarono, ma non provenivano da alcun essere visibile. E, poiché l’immaginazione poteva far congetturare che la loro fonte si trovasse nel mondo degli esseri invisibili, la folla assiepata ai piedi del monte si strinse insieme ancora di più, strizzando gli occhi, come attendendosi un colpo.

   «Ygnaiih… ygnaiih… thflthkh’ngha… Yog-Sothoth…», vibrò l’orripilante gracidio uscendo dal nulla. «Y’bthnk… h’ehye… n’grkdl’lh…».

   Quella specie di voce a quel punto parve esitare, come se stesse avendo luogo una qualche terribile lotta psichica. Henry Wheeler aguzzò gli occhi nel cannocchiale, ma vide solo le tre figure umane che si stagliavano grottescamente sulla cima, mentre il loro incantesimo procedeva verso il culmine.

   Da quali oscuri pozzi di acherontici terrori o sentimenti, da quali insondati abissi di coscienze extracosmiche o eredità oscuramente latenti, provenivano quei suoni rauchi e tonanti, semiarticolati? Adesso cominciavano a raccogliere nuova forza e coerenza, crescendo in una frenesia autentica, totale, definitiva.

   «Ehy-yayayahaah – e’yayayaaaa… ngh’aaaaa… ngh’aaa…’yuh… h’yuh…HELP! HELP!… ff – ff – ff – FATHER! FATHER YOG-SOTHOTH!…»

   Ma questo fu tutto. Il pallido gruppo nella strada, ancora disorientato per le sillabe indiscutibilmente in lingua inglese e che si erano riversate roche e tonanti dal frenetico vuoto accanto all’impressionante pietra a forma di altare, non le avrebbe udite mai più.

   Invece, essi sobbalzarono violentemente per il terribile scoppio che sembrò spaccare le colline: se quel rombo assordante, catastrofico, avesse origine nelle viscere della terra o del cielo, nessun ascoltatore fu in grado di localizzarlo. Un unico fulmine saettò dallo zenith purpureo alla pietra a forma di altare, e un’immensa ondata di forza invisibile e di fetore indescrivibile si abbatté dalla collina su tutta la regione. Alberi, erba e cespugli, furono flagellati in maniera furibonda, e la folla atterrita ai piedi del monte, indebolita dal miasma letale che parve quasi asfissiarla, fu quasi sollevata in aria. I cani ululavano in lontananza, l’erba verde e il fogliame avvizzirono diventando di uno strano e malsano giallo grigiastro, e per i campi e per i boschi furono sparpagliati i corpi dei succiacapre morti.

   Il tanfo sparì in fretta, ma la vegetazione non tornò mai più come prima. A tutt’oggi c’è qualcosa di strano e di immondo nella vegetazione che cresce sopra e attorno quella terribile collina.

   Curtis Whateley stava riprendendo conoscenza quando gli uomini di Arkham ridiscesero lentamente la montagna, sotto i raggi del sole tornato brillante e puro. Erano seri e tranquilli, ma sembravano scossi da ricordi e impressioni ancora più terribili di quelle che avevano ridotto il gruppo degli abitanti del luogo in uno stato di tremore e paura. In risposta a una selva di domande, non fecero altro che scuotere il capo e ribadire un unico fatto di importanza vitale.

   «La cosa se n’è andata per sempre», disse Armitage. «È stata frazionata nei suoi elementi originari e non può tornare a esistere. Era qualcosa di impossibile in un mondo normale.

   Solo una sua frazione minima era costituita da materia vera e propria, secondo un senso a noi conosciuto. Era come suo padre, e la maggior parte di essa è ritornata a lui, in qualche oscuro reame o dimensione al di fuori del nostro universo materiale, in una sorta di abisso da cui possono averla evocata per un attimo e chiamata sulle colline solo i riti più blasfemi dell’empietà umana».

   Seguì un breve silenzio e, durante quella pausa, i sensi sconvolti dal povero Curtis Whateley cominciarono a connettersi con una qualche continuità, finché si posò le mani sulla testa emettendo un gemito. I ricordi sembravano raccogliersi lì da dove erano svaniti, e l’orrore della visione che lo aveva prostrato esplose di nuovo dentro di lui.

   «Oh, mio Dio, quella mezza faccia… quella mezza faccia che aveva in cima… quella faccia con gli occhi rossi e i capelli ricci da albino, senza mento, come i Whateley… Era una piovra, una specie di centopiedi, di ragno, ma in cima aveva una mezza faccia umana, e assomigliava allo Stregone Whateley, solo che era alto metri e metri…».

   Si interruppe, esausto, mentre il gruppo degli abitanti lo fissava con uno stupore che sconfinava in un nuovo terrore.

   Solo il vecchio Zebulon Whateley, che si ricordava vagamente di cose antiche, ma che fino ad allora era rimasto silenzioso, parlò a voce alta.

   «Quindici anni fa», disse, «ho sentito il vecchio Whateley dire che un giorno avremmo udito il figlio di Lavinia chiamare suo padre per nome dalla cima di Sentinel Hill…».

   Ma Joe Osborn lo interruppe per porre altre domande agli uomini di Arkham.

   «A ogni modo, cos’era? E come ha fatto il giovane Stregone Whateley a evocarla dall’aria da dove è venuta?».

   Armitage scelse le parole con molta cura.

   «Era… Be’, era soprattutto una specie di forza che non appartiene alla parte dello spazio in cui noi ci troviamo: una specie di forza che agisce, cresce e si dà forma seguendo leggi diverse da quelle della nostra natura. Non ne ricaviamo nulla, evocando queste cose da fuori, e solamente persone molto perverse e riti molto perversi possono provarci. Ce n’era un po’ anche in Wilbur Whateley: abbastanza da fare di lui un demonio e un mostro precoce, e da rendere il suo decesso uno spettacolo davveroorribile. Brucerò il suo diario maledetto e voi, se siete saggi, distruggerete con la dinamite quella pietra a forma di altare lassù, e abbatterete tutti i cerchi di pietre eretti sulle altre colline. Cose del genere hanno richiamato gli esseri tanto amati da Whateley, quegli esseri che per poco non hanno fatto entrare in maniera tangibile per cancellare la razza umana e portare via la Terra, verso un luogo ignoto e per scopi ignoti.

   Ma, per quanto riguarda la cosa che abbiamo appena schiacciato, i Whateley l’hanno allevata per assegnarle un ruolo terribile negli eventi che stavano per verificarsi. Cresceva molto e velocemente per la stessa ragione per cui anche Wilbur cresceva molto e velocemente: ma l’ha superato perché in lui la natura aliena era preponderante. Non chiedete come ha fatto Wilbur a chiamarla dall’aria. Non l’ha chiamata: era il suo fratello gemello, ma assomigliava al padre più di lui».

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