Con una straordinaria abilità narrativa e una capacità unica di coinvolgere il lettore, Roddy Doyle riesce a raccontare con ironia e commozione anche le pieghe più recondite e buie dell’esistenza. E a celebrare l’amore in tutte le sue forme, anche quelle che non credevamo potessero esistere

Microcosmo affettivo

Due vecchi amici, Davy e Joe, oggi sessantenni, un viaggio nei bar di Dublino, alcol in quantità, un flusso ininterrotto di parole su vita, famiglia, problemi coniugali, una misteriosa donna riemersa dopo decenni, il dubbio su realtà e immaginario, una miscellanea di passato e presente che sembra ogni volta interrompersi e rinnovarsi, riaffermando una nuova verità, fino a ora celata, anche a sé stessi, in parte dimenticata, o completamente inventata, chi lo sa.

C’è un padre ricoverato in attesa di una morte certa che lo sottragga all’atrocità del dolore e della malattia e una resa dei conti per tutto quello che poteva essere e non è stato.

Joe inizia a raccontare, Davy, di fronte a lui, ascolta la sua versione, l’unica, e a sua volta ricorda un possibile e improbabile amore giovanile, la ragazza del violoncello – Jessica –, un tempo visione utopica e celestiale, oggi ingombrante presenza riemersa quasi per caso.

Allora i due amici avevano poco più di vent’anni, intorno a loro un nuovo e inaspettato corso della vita, diretti verso un’età adulta che non sembrava essere niente male, chiusi in una bolla di evasione, per vivere, o provarci, all’altezza della musica che amavano, dei libri che leggevano, cercando donne in grado di intuire, capire, accoglierli, elevarli.

Joe è certo di avere amato Jessica da sempre, anni nella menzogna di un matrimonio oggi disintegrato – con Trish –, per ritornare ogni volta dalla moglie tradita, Davy proviene da una casa silenziosa, la morte della madre ha distrutto la vita del padre, la sua sconvolta e reindirizzata dal sorprendente umorismo della moglie Faye.

Oggi è a Dublino al cospetto di un padre malato, assaporando il piacevole gusto di sentirsi dublinese, avendo deciso di farvi ritorno un paio di volte l’anno anche dopo la sua morte.

Il dialogo prosegue incessante, del resto l’alcol rende tutto più facile e sincero, lentamente riemerge il vecchio accento e quel ragazzo dublinese di quando videro Jessica per la prima volta.

Prende corpo un racconto nel racconto, due amici che si leggono dentro, che poco ascoltano per ascoltarsi e quello che l’uno dice di ricordare non corrisponde a quello che l’altro ricorda, che attingono ai vuoti della memoria altrui inscenando una parte che ne prevede un’altra, più intima e profonda, il senso di un’esistenza.

È qui che lentamente si scrosta la muffa di una vita intera e ci si domanda, al cospetto della rigenerata confusione altrui, che cosa si intenda per casa. Per Davy casa sono le quattro mura, Faye e i ragazzi, gli anni passati lì, l’intero percorso a dispetto di un trapassato nebuloso che avrebbe previsto un’amicizia esclusiva ed escludente, un legame unilaterale che ne avrebbe indirizzato i sentimenti.

E qui, più che su eventi possibili o improbabili, si focalizza il senso di una vita, imbrattata di errori, assenze, ritardi, colpevolezza, ma anche di certezze, stabilità, presente e futuro.

Un romanzo intrigante, più chiavi di lettura che scavano nell’incertezza dei fatti, lasciandoci un senso di intimità all’apparenza preclusa, un autore che sa muoversi all’interno delle parole e attraverso una fitta rete dialogica ricostruisce una complessa trama di sentimenti, mai banali, nel cuore di una riscoperta e ricostruzione che pare finalmente scardinare il proprio microcosmo affettivo.

La trama del romanzo 

Grandi amici fin dall’adolescenza, Davy e Joe hanno ormai quasi sessant’anni e si vedono di rado. Le loro vite hanno preso strade diverse, letteralmente: Davy infatti vive in Inghilterra da molto tempo e torna a Dublino solo per far visita all’anziano padre, mentre Joe è rimasto nella sua città d’origine. Ma questa sera il loro incontro ha un sapore particolare, e insieme alla birra scorrono ricordi e segreti mai confessati… Davy ha ritrovato Jessica, la «ragazza con il violoncello» di cui i due amici poco più che ventenni si erano invaghiti, e per lei ha lasciato la famiglia. Pinta dopo pinta, pub dopo pub, nel corso di una lunga conversazione in cui il passato si intreccia al presente, anche Joe si confida: l’amore per sua moglie Faye, così disinibita e ribelle, ha suscitato nel padre, che per il figlio avrebbe voluto un altro destino, una sottile ma costante disapprovazione; quel padre che forse, ora, lascerà molte domande senza risposta… Questa serata segnerà la fine dell’amicizia di Davy e Joe? O sarà l’occasione per parlare sinceramente del loro rapporto, di quello che è stato, di quello che può ancora essere? Con una straordinaria abilità narrativa e una capacità unica di coinvolgere il lettore, Roddy Doyle riesce a raccontare con ironia e commozione anche le pieghe più recondite e buie dell’esistenza. E a celebrare l’amore in tutte le sue forme, anche quelle che non credevamo potessero esistere.

 

Come inizia

  • Ecco il bicchiere
  • riempilo fino all’orlo
  • fammi dimenticare
  • è il primo del giorno
  • There Stands the Glass,

RUSS HULL, MARY JEAN SHURTZ,

AUDREY GREISHAM

   La riconobbe subito, mi disse. Me lo riferì un anno dopo averla rivista.

   Un anno esatto.

   «Un anno esatto?»

   «È quello che ho detto, Davy. Ieri, un anno fa.»

   «Ti ricordi il giorno?»

   «Sì.»

   «Cristo santo, Joe.»

   La vide in fondo a un corridoio e la riconobbe. All’istante. Non era cambiata affatto. Anche da così lontano. Anche se era giusto una figura, una figura scura e slanciata – una silhouette – nella luce pomeridiana che si riversava dalla porta a vetri alle sue spalle.

   «Non è mai stata slanciata» commentai.

   Lui scrollò le spalle.

   «Non so nemmeno il vero significato di slanciata» fece.

   Sorrise.

   «Idem» replicai.

   «L’ho detto tanto per dire» spiegò. «Vabbe’, era una figura alta.»

   «Okay.»

   «Non tondeggiante.»

   «È invecchiata bene» commentai. «Stai dicendo questo.»

   «Sì. Esatto.»

   «Dov’era il corridoio?» gli chiesi.

   «A scuola» rispose.

   «Che scuola?»

   «La scuola» ripeté.

   «Non l’abbiamo conosciuta a scuola» dissi.

   Non si riferiva alla nostra, lo sapevo. Noi due ci conoscevamo da allora. Lo dissi – che non l’avevamo conosciuta a scuola – per ritrovare il vecchio Joe. Per strappargli una risposta che ci facesse ridere. Quello spiritoso era lui.

   «Alla scuola dei miei figli» replicò.

   «Aspetta, era il colloquio con gli insegnanti?»

   «Sì.»

   «La donna dei tuoi sogni è spuntata dal sole per andare al colloquio con gli insegnanti?»

   «Già.»

   «Trent’anni dopo l’ultima volta che l’hai vista» continuai. «Anzi di più. Parecchi di più. Trentasei o trentasette.»

   «Sì» confermò. «Più o meno. Cos’hai detto, che è spuntata dal sole?»

   «Mi pare di sì.»

   «Be’, hai ragione» fece. «È andata proprio così.»

   Io non vivevo in Irlanda. Andavo a Dublino a trovare mio padre tre o quattro volte l’anno. Prima ci portavo la famiglia, ultimamente viaggiavo solo. I ragazzi erano grandi e non stavano più con noi e mia moglie Faye non ama volare né impazzisce per il tragitto in auto fino a Holyhead più traghetto.

   «Non sono mai piaciuta a tuo padre.»

   «Non è vero.»

   «Invece sì» aveva detto lei. «Mi considerava una puttana. L’ha detto, ne sono sicura.»

   «Non l’ha mai detto.»

   «L’ha lasciato capire. Guarda che me l’hai raccontato tu. Non me lo sto inventando. Non gli sono mai piaciuta, quindi non intendo andarci e fingere che lui mi piaccia. Odio quella casa, è triste.»

   «Mi ha baciato» disse Joe.

   «Dove, a scuola?»

   L’uomo che conoscevo – che credevo di conoscere, che un tempo conoscevo – avrebbe risposto: «No, sul culo» o qualcosa del genere.

   «Sì. Si ricordava di me.»

   Non lo conoscevo bene.

   In passato sì.

   Finimmo la scuola insieme. Lui cominciò a lavorare, io mi iscrissi all’università, a Dublino. Lui aveva i soldi, una paga, lo stipendio. Io niente fin dopo la laurea. Però restammo in contatto. Vivevamo entrambi dai genitori, dieci minuti a piedi l’uno dall’altro. Una volta alla settimana ascoltavamo i dischi a casa mia, in salotto. I dischi li comprava quasi tutti lui, io avevo la casa in cui potevamo spararli a tutto volume. Lo tenevamo così alto, anzi, che toccando i vetri della finestra la canzone si sentiva anche con le mani. Mia madre era morta e a mio padre non importava. Anni dopo mi disse che voleva solo vedermi felice. Sopportava il frastuono – Sex Pistols, Ian Dury, Clash, Elvis Costello – perché credeva che mi rendesse felice. Io lo sarei stato se avesse battuto sul muro con la scarpa o con il pugno urlando di abbassare. Lo sarei stato se avessi saputo di doverci litigare.

   Quando avevo qualche soldo andavamo a bere, io e Joe. A Natale e a ottobre, al mio ritorno dal lavoro in Germania Ovest e a Londra, prima di dover spendere tutto in libri e abbonamenti dell’autobus. Ci sbronzavamo in fretta e andavamo fuori di testa. Io passavo dritto alla rabbia. Colpivo gli oggetti e me stesso. Mi lasciai andare, intravidi l’uomo che rischiavo di diventare. Feci marcia indietro e imitai Joe. Lui beveva, io bevevo. Lui rideva, io ridevo. Andavo fuori di testa quando lo faceva lui.

   «Ti ha riconosciuto?»

   «Sì» rispose. «Subito. Te l’ho detto.»

   Lo guardai di nuovo. Ovvio che l’aveva riconosciuto. Il ragazzo – il giovanotto – era ancora lì. La testa non aveva cambiato forma. Gli occhiali avevano ancora – o di nuovo – la montatura nera di un tempo. I capelli c’erano sempre. Adesso quasi tutti grigi, ma in fondo non erano mai stati molto scuri. Aveva messo su un po’ di peso, ma non troppo, e comunque non sul viso e sul collo.

   «Tu dov’eri?» gli chiesi.

   «A scuola» rispose. «Te l’ho detto.»

   «Sì, ma dove?»

   «Davanti all’aula di matematica. Aspettavo.»

   «Il tuo turno.»

   «Sì. Avevo davanti quattro o cinque persone, perlopiù madri. Ed era l’ultimo colloquio, ero già stato da tutti gli altri. Ce li eravamo divisi.»

   «Divisi? C’era anche Trish?»

   Trish era sua moglie.

   «Sì» rispose. «Era in fila per parlare con un altro insegnante.»

   «Hai baciato il tuo grande amore con Trish nello stesso edificio?»

   «È enorme» fece lui. «È una scuola, cazzo.»

   Ecco che usciva fuori l’uomo che credevo di conoscere. Che un tempo volevo essere.

   «E l’hai baciata» dissi.

   «È stata lei a baciarmi.»

   «Dov’era esattamente Trish?»

   «Esattamente, Davy? Esattamente? Cos’è, un’indagine per omicidio?»

   «Okay.»

   «E che cazzo.»

   «Scusa, continua.»

   «Davanti all’aula di economia domestica» rispose. «O di falegnameria, non lo so. Avevamo quattro insegnanti a testa per finire il più presto possibile. Ed è partito comunque tutto il pomeriggio. È la loro unica occasione di parlare con gli adulti e non se la lasciano sfuggire. Io ho avuto fortuna.»

   «In che senso?»

   «Mi è toccato quello di matematica» rispose. «Per inciso, è un idiota. Però ero davanti alla sua porta. È stato un caso.»

   «E lei è arrivata mentre aspettavi lì.»

   «Posto giusto, momento giusto. Come dicevo, ho avuto fortuna.»

   «Uno dei tuoi figli fa economia domestica e falegnameria?»

   «Cosa?»

   «Hai parlato di economia domestica o falegnameria. Trish era davanti a una di quelle aule.»

   «Stai facendo di nuovo il tenente Colombo, Davy.»

   «E piantala.»

   «Le aule erano giusto un esempio. Trish era altrove, in una delle altre aule. Lontano, chissà dove.»

   «Che figlio?»

   Non conoscevo i suoi figli né i loro nomi. Parlavamo di loro, ci aggiornavamo a ogni incontro e poi li dimenticavo. Non vedevo Trish da vent’anni.

   «Holly» rispose.

   «Sicuro?»

   «Sì. Ovvio che sono sicuro. E che cazzo!»

   «Okay.»

   «Stai facendo il cazzone, Davy.»

   «Non è vero.»

   «Sì.»

   «È uno shock.»

   «Che importanza ha?»

   «Okay.»

   «Per te.»

   «Lo so.»

   Non l’avevo mai visto con i figli, ma sapevo che era un bravo padre. E sapevo cosa significava. Era affidabile. Aveva stabilito una routine. Tornava a casa più o meno alla stessa ora ogni sera. Andava a prenderli a calcio o a ginnastica ed era sempre puntuale. I figli lo vedevano fare lavastoviglie e lavatrice. Lo vedevano cucinare nei fine settimana, forse preferivano la sua cucina a quella di Trish. Il sabato sera dava loro la Fanta nei calici da vino. Gli diceva ti voglio bene due volte al giorno, a inizio e a fine giornata. Per loro aveva letto ad alta voce – stesso libro, a ripetizione –, aveva nuotato con loro, dormito accanto a loro su una sedia quando erano stati trattenuti per la notte al Temple Street Children’s Hospital. Si era documentato su asma, eczema, disturbo ossessivo-compulsivo, intersessualità. Non era di quelli che non sanno quali materie studiano i figli. Non avrebbe mai finto di essere uno del genere.

   Vero. Non aveva importanza. Non avrebbe dovuto interessarmi. E invece ne aveva. E m’interessava.

La vedemmo il nostro primo giorno lì, seduta a un tavolo davanti a una finestra.

   Avevamo trovato un pub a cui piacevamo. Battevamo il centro da mesi, ogni fine settimana, dal venerdì subito dopo il lavoro fino a dieci minuti prima dell’ultimo autobus per tornare a casa la domenica sera. Ero già laureato, con in tasca i miei primi stipendi. Fuggimmo dal salotto e dal giradischi. Potevo permettermi di pagare anch’io. Ormai eravamo alla pari, pronti a essere gli amici di una vita che non eravamo stati fino ad allora. A sbronzarci insieme, a farci beffe del mondo insieme, a desiderare le stesse donne, a negarlo. Per due importanti anni diventammo lo stesso uomo. Prima che partissi. Prima che lui conoscesse Trish. Prima che io conoscessi Faye.

   Quel giorno, il giorno in cui vedemmo la ragazza che sarebbe diventata la donna rivista da lui anni dopo, ci perdemmo nel piano seminterrato del Mercer’s Hospital. Usciti dallo Sheehan’s in Chatham Street all’inizio dell’ora sacra – un tempo i pub chiudevano per un’ora ogni pomeriggio – ci eravamo spinti fino al Dandelion Market. Però eravamo già troppo sbronzi, più brilli che sbronzi, per scartabellare libri e dischi usati. Così ce ne andammo, diretti in South King Street. Mangiammo una scodella di chili in un localino senza insegna che ormai non esiste più: non ricorderò mai come si chiamava. Era così piccolo che non aveva il bagno. All’epoca era normale non averlo, per ristoranti e caffè. Tornammo in South King Street. Eravamo lo stesso uomo e ammettemmo che ci scappava – e da morire – mezz’ora prima che i pub riaprissero. Davanti a noi comparve il Mercer’s Hospital ed entrammo fingendoci due in visita a un parente malato e – non so perché, credo di non averlo mai saputo – scendemmo le scale per il piano seminterrato invece di salire ai reparti. Ricordo il soffitto basso, appena sopra la testa. Nessuno in vista, nessun chirurgo, uomo o donna, che correva. Nessuna barella o sedia a rotelle abbandonata, non ne ricordo nemmeno una. Un corridoio diventò due corridoi, poi altri due, e niente bagno. Finì che pisciammo nel secchio smaltato di un ripostiglio per le scope, prima lui, poi io: si poteva entrare solo uno alla volta.

   Mentre tornavamo al pianterreno incrociammo un bagno. Non ridemmo. Ci vergognammo subito, almeno io. Usciti alla luce del giorno, da una porta diversa, i pub avevano riaperto.

   Ce lo ritrovammo davanti. Non l’avevamo mai notato. All’angolo fra due strade. Dovevamo esserci passati accanto un paio di volte senza vederlo.

   «Sembra okay» disse Joe.

   E lo era.

   Di nuovo sobri. Un pomeriggio d’inizio inverno. Il cielo era limpido e il sole disegnava riquadri gialli e grigi: le ultime ore prima del buio, il momento perfetto per bere. Ci lasciammo l’ospedale alle spalle. Letteralmente. Una pinta ci avrebbe curato, avrebbe annegato la vergogna. Dopo la seconda avremmo ricominciato a ridere.

   Avevamo ventun anni.

   Sbirciammo dalla finestra. L’interno era semplice, un po’ più sobrio del tipico pub dublinese. Meno legno, più luce. Al bancone era seduto uno, la schiena rivolta verso di noi. Indossava un completo e i capelli grigi erano raccolti in una coda di cavallo. La prima volta che ne vedevo una su qualcuno che non partecipava all’Old Grey Whistle Test. Lungo l’altra parete, davanti a una schiera di finestre, c’erano dei tavoli. All’unico occupato erano sedute quattro persone, un uomo e tre donne. Al muro, tra due finestre, era poggiato un violoncello e sul tavolo accanto c’erano tre custodie di violino. Le donne bevevano birra.

   Lei era una di loro.

   «Entriamo?»

   «Per forza» rispose Joe.

   La doppia porta era all’angolo, sotto un portico. Lui puntò a destra, io a sinistra. Spingemmo ed entrammo insieme, di profilo. I battenti si richiusero dietro di noi. Li sentimmo cigolare, fermarsi.

   Niente televisore, corse di cavalli. Niente radio, niente musica.

   Nessuno guardò verso di noi.

   Il tipo con la coda leggeva una rivista appoggiata fra il gin tonic e il posacenere. I musicisti parlavano sottovoce. All’epoca non lo sapevo, ma il College of Music era proprio dietro l’angolo, in Chatham Row. Quando ci tornai il lunedì dopo durante un giretto in pausa pranzo, sentii degli archi e una tromba da una finestra aperta. Ci passavo accanto da mesi.

   Il barman non c’era.

   Ci avvicinammo al bancone. Superammo i musicisti, ci addentrammo nella sala e andammo a sederci su due sgabelli in fondo. Da seduti lo vedemmo. Era accovacciato e riempiva lo scaffale più basso di Britvic Orange in bottiglia. Ci sentì e si girò, si alzò, mugugnò e sorrise. Era la prima volta che un barman ci sorrideva.

   «Signori» disse.

   Era contento di vederci.

   Restammo lì diversi mesi.

Nell’avvicinarsi a Joe, lei attraversò gli anni passati, tutti e trentasette. L’età le si diffuse sul viso. La schiena si curvò appena.

   «Però era bellissima» disse lui.

   Bellissima non era una parola che usavamo. Le donne che ci piacevano erano sempre uno schianto. Lei, invece, quella prima volta che la vedemmo era bellissima.

   «E mi ha riconosciuto» aggiunse. «È venuta dritta da me.»

   «Non l’avevi mai vista?»

   «Che vuoi dire?»

   «Non sarà stato il primo colloquio con gli insegnanti, no?» spiegai. «E poi ci sono i concerti, il calcio, l’hockey, le varie attività. I tuoi figli hanno frequentato tutti quella scuola, giusto?»

   «Ah, ho capito.»

   «Ci andavi da anni. Era la prima volta che la vedevi?»

   «Già» rispose. «Sì.»

   Disse «sì»: sostituì «già» con «sì». Si sentiva sul banco degli imputati.

   «Come mai?» chiesi.

   «Come mai cosa?»

   «Tutti quei colloqui e quelle partite e non l’avevi mai vista.»

   «Non conosci la scuola» disse. «È enorme. Gli studenti sono più di mille.»

   «Sì.»

   Stetti al gioco, impersonai la pubblica accusa.

   «Sì, ma i colloqui non sono mica convocati per i genitori e i tutori di tutti, giusto? Quello a cui l’hai vista sarà stato solo per le classi di uno stesso anno, no? Che classe frequenta Holly?»

   «È successo un anno fa» rispose. «L’anno di transizione.»

   «Cos’è?» chiesi.

   Mi guardò.

   «Non vivo più qui» gli ricordai.

   «Aveva sedici anni» disse.

   «Quattro anni di colloqui, eventi sportivi, vendite di torte e camminate scolastiche.»

   «E non l’ho mai vista.»

   «Com’è possibile?»

   «Forse ero distratto» rispose.

   Ora lo guardavo io. Se lo stava inventando?

   Scrollò le spalle.

   «Non c’è risposta» disse. «Non lo so. La scuola è grande, è possibile.»

   «Ma improbabile.»

   «Okay.»

   «Era la prima volta che lei ti vedeva?» chiesi.

   «Non è questo il…»

   S’interruppe. E riprese.

   «Non è questo il punto» spiegò. «Quando mi ha visto era come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Da come si comportava, da come mi parlava. Neanche fosse il 1981 o giù di lì.»

   «Okay. Ma ti aveva mai baciato prima? Nel 1981?»

   «E piantala, Davy» sbottò. «Ascolta e basta. Si è avvicinata e mi ha baciato.»

   «Dove?»

   «Sulla guancia.»

   «Solo su una?»

   «Non mi ascolti.»

   «Sì» dissi. «Cosa intendi?»

   «Lei ha baciato me» ribadì. «Non mi ha offerto la guancia perché gliela baciassi. Ha baciato la mia.»

   Aveva ragione, non l’avevo ascoltato.

   «Le labbra» proseguì. «Le sue labbra mi hanno baciato, mi hanno toccato la pelle. Non l’aria vicino alla pelle. Te la ricordi bene?»

   «Sì» risposi. «Me la ricordo.»

   «Ti ricordi il suo sorriso?»

   «Sì» dissi. «Credo di sì.»

   «Be’, mentre mi baciava sorrideva.»

   «Non ha sorriso quando ti ha visto?»

   «Quand’è arrivata sorrideva neanche ci fossimo dati appuntamento, neanche si aspettasse di trovarmi lì appoggiato al muro.»

   «Non ti sei preoccupato neanche un po’?»

   «No» rispose. «Perché avrei dovuto?»

   «E dai, è spuntata dal nulla.»

   «Mi sono sentito proprio come lei» spiegò. «Mi è sembrato normalissimo.»

   «Insomma» dissi. «Senza offesa, ma col cazzo che è normalissimo.»Eravamo in un ristorante che aveva aperto da poco in Clontarf Road, vicino al Wooden Bridge. Non ci vedevamo da sei mesi. Ogni tanto ci mandavamo un’email o un sms, in genere su musica, calcio o amici e vicini morti. Quando venivo non facevamo il giro dei pub del centro, dei vecchi locali, come un tempo. In passato mi concedevo sempre un giorno in più per riprendermi prima di ripartire, prima di tornare a casa in Inghilterra. Ormai non bevevo più. Con l’alcol avevo chiuso. Un bicchiere di vino, una bottiglia di birra artigianale a casa di tanto in tanto, tutto qui. Mi tenevo alla larga dai pub. Credo che neanche lui bevesse granché. Stavolta era un lunedì sera. Il ristorante era mezzo vuoto. Non parlavamo a voce alta. Non avevamo nessuno intorno. Il cameriere era giovane ma vecchia scuola. Fra una portata e l’altra si teneva a distanza, evitava di passare e ripassare, di chiederci come andava.

   «Be’, però la sensazione è stata quella» replicò. «Come se non ci fossimo mai separati.»

   «Ma…»

   «Lo so» disse. «Lo so. Non siamo stati molto insieme. Ma sto parlando di sensazioni, non di fatti. Di sensazioni. Di cosa ho provato.»

   Mi sembrò che l’avesse già detto. Più di una volta.

   Era diverso, decisi. Aveva una brutta cera, era tormentato. In crisi. Giocherellava con la forchetta. Nel piatto non era rimasto quasi niente, quindi doveva aver mangiato. Però sembrava magro. La pelle sotto il mento era molle, cascante. Un’ora prima, quando ci eravamo incontrati, l’avevo trovato in forma e gli avevo fatto dei complimenti sinceri. Ora, però, lo guardai bene. Si stava grattando il palmo di una mano. Lo faceva dall’istante in cui ci eravamo seduti. Appoggiava di continuo la forchetta. E si grattava anche il collo. Sotto l’orecchio aveva dei segni rosa. La sua disavventura mi aveva quasi divertito: uomo incontra vecchia fiamma e si rovina la vita. E Joe era stato mio complice. Sembrava che si fosse messo comodo per raccontarmi le sue disgrazie, un braccio adagiato sullo schienale della sedia. E invece non era così. Si sporgeva in avanti, guardava il tavolo, esaminava l’accaduto.

   Stava sudando. E anch’io. A fine maggio faceva un gran caldo. L’erba era marrone. Avevo tagliato quella di mio padre e il secchio del tosaerba si era riempito di polvere. Joe aveva il viso coperto di sudore, sembrava che indossasse una di quelle maschere che usano i calciatori per proteggere una frattura. Se lo asciugò con un braccio, una manica, e tornò di nuovo lui, solo lui: la maschera non c’era più.

   Lo imitai. Mi passai il tovagliolo sulla fronte.

   «Che caldo.»

   «Qui dentro non è malaccio» disse. «Ma non siamo fatti per questo clima, no?»

   «No» concordai. «Le foreste bruciano, l’ho visto, nel Circolo polare artico, in Svezia.»

   «Ci siamo» fece. «La fine del mondo.»

   «Fatti sotto.»

   «Già, ’fanculo.»

   Raccolse una forchettata di riso.

   «Davy, lo so bene che sembra assurdo quello che ti sto dicendo.»

   «In effetti.»

   «Lo so. Lo capisco. Ma non lo è stato, non lo è. Assurdo. Sembrava normale, credimi. Anzi normalissimo. Non tanto il fatto in sé. Più che altro la sensazione. All’epoca. Sembrava normale. Ti torna?»

   «Insomma.»

   «Lo trovi noioso?»

   «No.»

   «Trish sì.»

   «L’hai detto a Trish? Quello che mi hai raccontato?»

   «Non ne ho avuto l’occasione» rispose. «Con lei non ho fatto molta strada.»

   «È comprensibile, no?»

   «Certo. Lo capisco. Il suo punto di vista, intendo. Fossi in lei proverei le stesse cose.»

   Era quello che volevo sentire, Joe che mi spiegava cos’era successo con Trish. L’incontro con la bella senza tempo mentre sua moglie è nel corridoio accanto, in fila davanti all’aula di economia domestica.

   Si portò la forchetta alla bocca. Lo guardai masticare e ingoiare. Prese il bicchiere.

   «Si mangia bene, qui.»

   «Sì.»

   «Ci torniamo.»

   «Sì.»

   «Comunque sia…»

   Aspettarono insieme davanti all’aula di matematica. Joe non le chiese se nell’anno di transizione avesse una femmina o un maschio. Nessuno dei due sentì l’esigenza di aggiornarsi, di snocciolare i nomi dei figli, e lui non voleva sprecare il tempo a loro disposizione prima di essere chiamato.

   «Quindi hai avuto l’impressione che non vi sareste rivisti» commentai.

   «No» replicò. «Però la fila scorreva. E io ero lì per sentire cos’aveva da dire l’insegnante. Era il motivo per cui ci ero andato, non me n’ero dimenticato. E prima o poi sarei entrato.»

   «Okay.»

   Parlarono della scuola, del tempo. Del più e del meno. Le spalle del maglione di lei – un coso grande e ampio – erano bagnate di pioggia. Un po’ anche i capelli. Li portava lunghi, molto lunghi per la sua età. Proprio come quando l’avevamo vista la prima volta, mi disse, forse giusto qualche centimetro più corti. Il colore era lo stesso, gli sembrò. Lei era la stessa. Lui non le chiese niente e lei non gli chiese niente. Chiacchierarono e basta. I due davanti, una coppia con sneakers uguali, entrarono. Poi toccava a Joe. Il tempo stava per scadere. Lei prese il telefono dalla tasca dei jeans.

   «Il mio numero è 087…» attaccò.

   «E lì hai capito che bolliva qualcosa in pentola.»

   «Eh?»

   «Che stava succedendo qualcosa.»

   «Ovvio che stava succedendo qualcosa» fece lui. «L’ho forse negato?»

   «Dunque» dissi.

   Ebbi l’impressione di protendermi in avanti, d’invitarlo a colpirmi, di offrirgli la guancia. Invece no. Ero poggiato allo schienale, consapevole di farlo arrabbiare. Lo pungolavo, perché mi andava.

   «Una tira fuori il telefono» spiegai. «E detta il numero all’uomo accanto. Lei non è sua moglie, lui non è suo marito.»

   «E dai» disse. «Devi guardare il finale di un film per decidere se ti va di vederlo tutto? Funziona così dalle tue parti?»

   «No.»

   «Hai capito cosa voglio dire?»

   «E tu hai capito cosa voglio dire io?» chiesi. «Lei ha preso il telefono. Voleva il tuo numero. Voleva darti il suo. Voleva rivederti. Lo sapevi, per forza. E mi stai dicendo che era normalissimo?»

   «Cosa c’è di anormale nell’innamorarsi?»

   «Al colloquio con gli insegnanti?»

   Sorrise. Osservava la scena, con se stesso dentro, l’incontro di un anno prima, e all’improvviso fu felice.

   «Per la prima volta nella storia dell’umanità» disse. «Nella storia dell’istruzione scolastica irlandese. Che ne pensi, Davy? Un uomo e una donna in fila s’innamorano. È mai successo prima?»

   «Direi di sì.»

   «Credo anch’io. Secondo i miei calcoli, a ogni colloquio con gli insegnanti finisce un matrimonio. Non ho i dati statistici per confermarlo, occhio. Vado avanti?»

   «Sì.»

   «È andata diversamente» disse. «Te l’assicuro.»

   «Okay.»

   «Ho tirato fuori il mio telefono.»

   Era andato alla rubrica e aveva digitato il numero che lei gli dettava. Poi le aveva dato il suo. Si era rimesso il telefono in tasca. Non si promisero nulla: nessuno disse che si sarebbe fatto vivo.

   «Però non mi ricordavo il suo nome.»

   «Oddio.»

   «Vuoto totale» disse.

   «Cazzo.»

   «Tu te lo ricordi?» mi chiese. «Ora?»

   «No» risposi. «Qual è?»

   «Aspetta.»

   Quando era in fila davanti all’aula non era nemmeno certo di averlo mai saputo.

   «Avrei potuto chiederglielo.»

   «Sarebbe stato un po’ strano» dissi.

   «Vero» concordò. «Ma potevo.»

   «Lei sapeva il tuo?»

   «Sì.»

   «Sicuro?»

   «Credo di sì.»

   «L’insegnante di matematica era soddisfatto di Holly?» domandai.

   «Molto. Holly è fantastica.»

   Joe sapeva il numero ma non il nome. Avrebbe lasciato che fosse lei a chiamarlo o scrivergli per prima. Se proprio doveva succedere, toccava a lei. Cosa dovesse succedere non lo sapeva.

   «Un buco da riempire» disse. «No, suona male, non volevo essere volgare.»

   «Okay.»

   «Un vuoto o qualcosa del genere» precisò. «Quarant’anni sprecati.»

   «Vuoi scherzare?»

   Scosse la testa. Il sorriso – la gioia negli occhi mentre mi guardava da sopra le lenti – era sparito.

   «Solo per averla rivista?»

   Lo osservai mentre tratteneva parole fuori luogo.

   «No» rispose infine. «Non solo per quello.»

   Stava cercando di mettere insieme le parole, parole giuste nell’ordine corretto: riuscivo a vederlo. Voleva riferire con precisione quello che era successo, quello che aveva pensato, cos’aveva provato.

   «Se…» attaccò. «Se l’avessi vista, vista e basta. Non sarebbe stato niente di che. Solo bello. Bello sapere che c’era ancora e stava bene. Giusto questo, credo. Ti avrei mandato un sms, per esempio. Avrei reagito così. Se l’avessi vista dalla macchina, mettiamo. O se avesse cenato qui e l’avessimo vista uscire. Mi sarei emozionato un po’, nient’altro. Non le sarei corso dietro. E anche se fosse stata lei a vederci e si fosse avvicinata per salutarci sarebbe finita lì. E invece.»

   Prese coltello e forchetta e tagliò un pezzo di pollo alla griglia.

   «Non è andata così» concluse.

   Si sarebbe riempito la bocca e avrebbe masticato, facendomi aspettare. E invece no. Non stava intrattenendo né se stesso né il sottoscritto. Cercava di capire. Cercava di mettersi nei miei panni, al posto di chi, seduto di fronte a lui, ascoltava il suo racconto, la sua versione degli eventi, l’unica versione, per la prima volta. Sei mesi addietro – ero venuto fra Natale e Capodanno – non mi aveva detto niente. Quando gli chiesi come stava – senza dubbio lo feci – la risposta fu: «Alla grande». Nient’altro. La stessa risposta che avevo sempre pronta anch’io a Dublino. Sto alla grande. Stiamo alla grande. Va tutto alla grande. Ormai doveva aver già lasciato Trish, doveva essere già andato via di casa.

   Si stava ascoltando, esaminava le sue stesse parole.

   «Lei si aspettava che ci fossi» disse. «E io aspettavo lei.»

   «Davvero?» chiesi.

   Gli credetti. Notai che scartava altre possibilità, che resisteva all’impulso di aggiungere particolari divertenti.

   «Cosa?» mi domandò.

   Stavolta s’infilò il pollo in bocca.

   «Che aspettavi lei» risposi. «È davvero così? È quello che hai provato?»

   Ingoiò.

   «Sì.»

   «Proprio allora» dissi. «Lì, a scuola.»

   «Sì» ribadì. «Senz’ombra di dubbio.»

   «Che all’improvviso il tuo amore perduto ti apparisse davanti.»

   «No» disse.

   Ero lì per ascoltarlo, non per controinterrogarlo. Ero lì perché potesse vedermi mentre lo ascoltavo. Non aveva colto il mio sarcasmo, o forse l’aveva ignorato. E ne fui felice. Non volevo sentirlo neanch’io.

   «Non quello» spiegò. «Non è andata così. L’avevo immaginato potente. Un colpo al cuore. Battito accelerato. Tipo terrore. Come quando pensi che qualcuno ti segua per rapinarti. Ti è mai successo?»

   Annuii.

   «Sei stato rapinato?»

   «No» risposi. «Credevo ti riferissi alla sensazione, quando ti accorgi di avere un cuore che batte all’impazzata. Ci è capitato, ricordi?»

   «Certo, vicino a Fairview.»

   «Già.»

   «Non lo dimenticherò mai.»

   «No.»

   «Che stronzi.»

   «Già.»

   «Comunque sia» disse. «Non è andata così, quando l’ho incontrata. Non è andata affatto così.»

   C’è un motivo per cui gli uomini non parlano delle proprie emozioni. Non è soltanto difficile o imbarazzante. È quasi impossibile. Ci mancano le parole.

   «Hai presente quando sei sconvolto? Ecco, niente del genere. Ho provato calma.»

   «Calma?»

   «Sì» rispose. «O almeno credo. È passato un anno. Però penso sia andata così.»

   «Be’, da allora addio calma» dissi. «A giudicare dal tuo racconto.»

   «Già» convenne. «Vero.»

   Tagliò un altro pezzo di pollo.

   «Non è nemmeno la crisi di mezza età» aggiunse. «Quindi non azzardarti a nominarla. Sono stufo marcio.»

   «Quelle stronzate non fanno per me» dissi.

   Mi ascoltai: in valigia, quando partivo per trascorrere qualche giorno a Dublino, insieme ai vestiti e allo spazzolino infilavo anche il mio vecchio accento.

   «Non mi sono preso una sbandata per una più giovane» spiegò.

   «Lo so, non ti dimenticare che quando lei era giovane c’ero anch’io.»

   «Sì, scusa. Credo che… Non lo so.»

   «Cosa?»

   «Sarebbe stato più facile se fosse stata giovane. Se mi fossi reso ridicolo correndo appresso a una con la metà dei miei anni.»

   «Con le brache calate.»

   «È esattamente…» attaccò.

   Ora sussurrava, proteso sul piatto.

 

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L’autore

Roddy Doyle

Roddy Doyle è nato a Dublino nel 1958. Studente presso la St. Fintan’s Christian Brothers School di Sutton, vi fu soprannominato “Punk Doyle”, per via dell’orecchino che portava e soprattutto per il suo continuo intercalare le frasi con la parola “bleedin” (maledizione). Diplomato in Lettere (Bachelor of Arts), Doyle proseguì i suoi studi alla University College di Dublino. Durante la sua permanenza alla St Fintan’s, si dice sia stato picchiato e deriso da due insegnanti per la sua stupidità. Risulta quindi quantomeno strano che a seguito di tale esperienza, dal 1979 al 1983, Doyle diventò proprio un insegnante. Insegnò per quattordici anni inglese e geografia alla Greendale Community School di Kilbarrack. Quattordici anni così ripartiti: “…11 anni di amore, 1 di piacere, 1 di sopportazione ed 1 d’odio…” ha detto. Attualmente Doyle è sposato e ha due figli. Guanda ha pubblicato: Paddy Clarke ah ah ah! (vincitore del Booker Prize), I Commitments, Bella famiglia! (The Snapper), Due sulla strada (The Van), La donna che sbatteva nelle porte, Una stella di nome Henry, La trilogia di Barrytown, Rory & Ita, Una faccia già vista, Paula Spencer, Dentro la foresta, Irlandese al 57%, Una vita da eroe, Bullfighting, Non solo a Natale, Pazzo weekend, Due pinte di birra, La musica è cambiata, All’inseguimento del cane nero, la biografia Il secondo tempo (con Roy Keane), L’amico di una vita, La gita di mezzanotte, Smile e Un anno alla grande. Presso Salani sono usciti Il trattamento Ridarelli, Rover salva il Natale, Le avventure nel frattempo, Tutta sua madre e Rover e il pupo bello grosso.

 

  • Love
  • Roddy Doyle
  • Traduttore: Stefania De Franco
  • Editore: Guanda
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 2,24 MB
  • Pagine della versione a stampa: 352 p.
  • EAN: 9788823527690
  • Acquista. € 2,99
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