Incredibile ma la realtà non è quella che dovrebbe essere. Siamo una società al rovescio con tanti cani (palliativo di persone che non vogliono avere dei figli) e pochi bambini: ma dove ci condurrà questa nuova tendenza? 

 

Mars Attacks! è un film del 1996 diretto da Tim Burton. Jack Nicholson: Presidente James Dale/Art Land. Glenn Close: Marsha Dale

Entrano nel bar due donne, la più giovane tiene al guinzaglio due cani di razza minuscola; siedono al tavolo e subito cominciano a parlare dei cani; la padroncina li alza con le braccia e se li mangia con gli occhi, proclamando a voce alta: Tu sei il mio amore, tu sei la mia vita!; la cameriera, giovane anche lei, si avvicina e fa loro un mucchio di feste. L’atmosfera è totalmente concentrata sui due cagnetti, i complimenti, i sorrisi e le moine si sprecano addirittura. Uno dei due discoli, anzi, delle due discole – perché, dai discorsi, si capisce che sono entrambe femmine – si sottrae al guinzaglio e ce la troviamo letteralmente fra i piedi; la padrona la guarda compiaciuta, indi la richiama, dicendo alla sua amica: Ecco, lei corre sempre dagli uomini; appena vede un uomo impazzisce, per lei esistono solo loro. Chi sa perché, sarà forse per il nostro cuore di pietra, non ci sentiamo particolarmente lusingati, e neppure commossi.

La realtà non è quella che dovrebbe essere: non ci riconosciamo più in essa; ciò vuol dire che o lei o noi siamo fuori posto, non siamo come dovremmo essere.

Ad un tratto, un pensiero ci attraversa la mente, fulmineo come un lampo e molesto come un improvviso mal di denti: tutte queste feste, tutte queste cerimonie, fino a qualche tempo si facevano per i bambini, non per i cani! Precisiamo, prima di andare avanti in queste cronache di ordinaria follia, che noi amiamo gli animali, e particolarmente i cani; che ne abbiamo avuti diversi; che abbiamo sempre molto apprezzato la fedeltà, la dolcezza, la profonda “umanità” di certi cani, specialmente di certi bastardini intelligenti e sensibili, ai quali sembra proprio che manchi solo la parola per reggere il confronto con molti esseri bipedi – per reggerlo, e anche per superarlo, Dio ci perdoni la bestemmia. Fino a qualche tempo fa, la mamma avrebbe detto al suo piccolino: Tu sei tutta la mia vita, mangiandoselo con gli occhi, e non al cane; e la cameriera si sarebbe avvicinata per fare una carezza al pargolo, per informarsi di quanti mesi o quanti anni abbia, per dire alla sua mamma quanto è bello, quanto è adorabile, quanto lei deve esserne felice. E l’amica meno giovane avrebbe dato i consigli di una madre ormai esperta di pannolini, di pappine, di asilo nido e di tutto il resto, invece d’informarsi, con la massima partecipazione, a proposito delle abitudini e delle qualità del piccolo amico a quattro zampe.

Chi sa perché, questo pensiero ci provoca un certo disagio, come se vedessimo il mondo per la prima volta, e ci accorgessimo che è colorato in maniera del tutto sbagliata. C’è qualcosa che non quadra; si vorrebbe dire all’autore del disegno: Ehi, amico, guarda che i colori non sono quelli giusti! E anche la prospettiva, non è come dovrebbe essere: non è possibile che si veda quel lato della parete, perché, se così fosse, vorrebbe dire che la parete, e la casa con essa, è tutta storta. Ma non può essere! Pertanto, devi aver sbagliato qualcosa nel fissare il punto di fuga: le linee di fuga non sono giuste! Solo che qui non stiamo parlando di un disegno, ma della realtà. La realtà non è quella che dovrebbe essere: non ci riconosciamo più in essa; ciò vuol dire che o lei o noi siamo fuori posto, non siamo come dovremmo essere. È una sensazione curiosa, che dà quasi le vertigini, e assai poco gradevole: per certi versi, somiglia quella che si deve provare se si entra in un luogo privato e si scopre, involontariamente, quel che fanno le persone, quando pensano di non essere viste da nessuno.

Non ci sembra che i sociologi e gli psicologi abbiano richiamato l’attenzione su un fenomeno sempre più frequente, e percepibile, per così dire, ad occhio nudo: le strade, e ovviamente le case, delle nostre città, si sono riempite, nello spazio degli ultimi dieci o quindici anni, di un numero insolito di cani da compagnia

Li si vede girare al guinzaglio con i loro padroni, cani di tutte le razze e di tutte le taglie, più o meno educati (o, per meglio dire, più o meno educati i loro padroni), più o meno simpatici, ma comunque cani in quantità: quanti non se n’erano mai visti prima. Fino a non moltissimo tempo fa, erano frequenti i cani randagi, tanto che quasi tutti i comuni di una certa consistenza avevamo il loro bravo accalappiacani, che dava loro la caccia e li portava nel canile municipale, dove restavano per un certo tempo, e poi, se nessuno si presentava a reclamarli, venivano soppressi; mentre erano relativamente rari i cani domestici. Ora la proporzione si è capovolta: sono sempre più rari i cani randagi, almeno nelle aree urbane e sempre più numerosi quelli domestici, con la loro brava targhetta, puliti, profumati, ben nutriti, e muniti di tutti i certificati veterinari richiesti dalle norme di legge e dai regolamenti comunali.

E non ci sembra che i sociologi e gli psicologi abbiano segnalato la concomitanza tra questo fenomeno, che possiamo ascrivere a un cambiamento nei modi di sentire e di pensare, e quindi nei costumi delle famiglie, e un altro fenomeno, ad esso perfettamente speculare: la rarefazione della presenza dei bambini nelle strade, nelle piazze, nei giardini, nei cortili, e quindi nelle case, degli italiani; tanto più vistosa, e sia pure “a rovescio”, se paragonata con la frequenza con cui era possibile vederli sino a un paio di generazioni fa, da soli o in gruppo, per mano ai loro genitori, oppure da soli, se più grandicelli; a piedi, in bicicletta, in monopattino, in corsa dietro a un pallone, oppure seduti sui gradini, o in movimento, ridenti e scherzanti, e solo raramente rimproverati dagli adulti per il chiasso che facevano, dato che quel chiasso faceva parte del normale vissuto quotidiano e risultava semmai più gradito di quello dei martelli pneumatici o del traffico stradale. Due fenomeni concomitanti e simmetrici, dunque: più cani e meno bambini; più coppie a spasso con il cane e meno coppie con il bambino, o i bambini; più persone singole, uomini e donne giovani e vecchi, in compagnia dei cani, e più persone che camminano e vivono sole, senza nessuno, senza figli, senza nipoti, al punto che, quando muoiono certi vecchi, nessuno se ne accorge, e passano settimane o mesi prima che qualcuno vada a verificare che fine abbiano fatto. Non occorre essere dei geni per vedere e capire che l’uno è il riflesso dell’altro; che l’uno è il prodotto, per così dire, e la conseguenza dell’altro.

 

 

Il dilagare di una incontenibile cinofilia non è una manifestazione di amore per gli animali; è il palliativo, il ripiego cui ricorrono milioni di persone che non vogliono avere dei figli

Sarebbe cosa troppo facile dilungarsi in considerazioni relative alla maggior facilità di allevare un cane, rispetto a un figlio: il cane è sotto il controllo e la volontà del suo padrone, gli dona affetto e non chiede altro che il cibo e la passeggiata quotidiana, offrendo, in cambio, una devozione illimitata e indefettibile; il cane non diventa grande, non se ne va di casa, non dà dispiaceri, non si mette su cattive strade, non domanda soldi, non frequenta cattive compagnie, non resta in stato interessante (a meno che il padrone lo voglia; ma, di solito, questi ha provveduto a eliminare il problema per via chirurgica). Un figlio, invece, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, rischia di dare più problemi, di richiedere più sacrifici, e di riservare più delusioni, amarezze e dispiaceri, di quante gioie e soddisfazioni possa mai dare. E poi il cane è poco ingombrante, non impedisce di andare la sera in discoteca, non richiede le levatacce per cambiargli i pannolini, si accontenta del minimo sindacale: un bagnetto settimanale, una visita dal veterinario una tantum, e via; se si va in vacanza, ci sono le pensioni per cani, o, per i padroni meno scrupolosi, l’autostrada. Tuttavia, lasciamo perdere queste facili considerazioni e domandiamoci, invece, dove ci condurrà, a livello complessivo, questa nuova tendenza, diciamo così, sempre più cinofila e sempre meno amante dei bambini.

don Minutella
Fabrizio Fiorentino. Decisamente un maschio Alfa. Terrà fede al voto di castità?

Siamo una società a crescita zero; una società che non fa più figli, e in cui le nascite non arrivano a bilanciare le morti. Una società sempre più vecchia, con una quota impressionante di popolazione in età pensionabile: con code chilometriche per accedere alle case di riposo, con migliaia di badanti che arrivano dall’estero per accudire un esercito di vecchi non più autosufficienti, ma, non di rado, troppo orgogliosi e troppo abituati a star da soli per accettare l’idea di convivere con un fratello o una sorella, per non parlare di un genero di una nuora, però disposti a farsi accudire da un’estranea. Siamo anche una società che sponsorizza l’aborto e che corteggia l’eutanasia; che propugna la fecondazione eterologa e l’utero in affitto; che rivendica, e ottiene, l’equiparazione delle unioni di fatto, anche omosessuali, al matrimonio; e in cui vi sono perfino dei preti, come don Fabrizio Fiorentino (quello dell’aperimessa  palermitana, con la benedizione del suo vescovo, Corrado Lorefice, che caccia dalla sua parrocchia don Minutella perché troppo cattolico), i quali invocano la benedizione ecclesiastica su codesti “matrimoni” fra due uomini o fra due donne, ovviamente con relative adozioni di bambini, altrimenti che matrimoni sarebbero? E siamo anche una società che ha deciso di auto-invadersi e un popolo che ha deciso di auto-sostituirsi, importando, e andando a prenderli fin sulle coste dell’Africa, centinaia di migliaia, e alla fine milioni, d’immigrati africani e musulmani, il cui tasso di natalità è quattro o cinque volte superiore al nostro.

Il dilagare di una incontenibile cinofilia si inscrive in questo quadro. Non è una manifestazione di amore per gli animali che nasca da una sovrabbondanza di amore in generale; è il palliativo, il ripiego cui ricorrono milioni di persone che non vogliono avere dei figli. E poi, di questi tempi, fare un figlio… via, ci vuole una bella dose d’incoscienza, e anche di crudeltà. Sissignori: di crudeltà. Come si può avere il coraggio di mettere al mondo un bambino, ben sapendo che sarà costretto a vivere in una bolgia infernale come questa? Fra inquinamento planetario, minaccia d’un guerra atomica, crisi economiche, terrorismo, delinquenza e disoccupazione, come si fa ad essere così incoscienti, così cinici, così spietati, da scaraventare una povera creatura in questo mondo di pazzi? E poi, chi ha i soldi per farlo, quando non si ha neppure la certezza di un lavoro fisso, di un introito sicuro, di una casa di proprietà?

Eppure, e lo sappiamo benissimo, il vero problema è un altro. Non è che, fra le macerie del 1945, gli italiani avessero molte più ragioni di noi per crede ancora nel matrimonio (fra uomo e donna, se Dio vuole) e nella procreazione. Scommettevano sul futuro, perché credevamo nella vita, nonostante tutto, e nonostante l’immane catastrofe dalla quale uscivano, come del resto gli altri popoli europei, alcuni – come il russo e il tedesco – ancora più provati e più decimati. Noi non crediamo più nella vita, per il semplice fatto che non crediamo più in noi stessi: questo è il fattore principale che ha svuotato le culle italiane. Non è un problema solo nostro; è un problema europeo, anzi, occidentale. Nel resto del mondo, figli se ne fanno, eccome: specialmente nei Paesi più poveri. E dal corto circuito fra un Occidente relativamente ricco, ma invecchiati e timoroso, e un Terzo Mondo poverissimo, ma sempre più giovane e baldanzoso, scaturisce la situazione attuale. Nella quale i canni stanno godendo del loro momento d’oro. Non sono mai stati così ricercati, così richiesti; non sono mai stati così vezzeggiati, così idolatrati. Alla televisione si vede la pubblicità del cibo per cani (e per gatti) e vien quasi voglia di leccarsi i baffi, cioè, volevano dire, vien quasi voglia di avere quattro zampe e di dover solo fare la ”fatica” di aspettare che qualcuno ci metta il cibo nel piatto.

Il crollo della natalità è anche una questione di psicologia femminile. La donna moderna, educata nel clima dell’ideologia femminista, diffida della maternità, vista come la tagliola che il maschio subdolo le tende per catturarla e imprigionarla; il che vuol dire che diffida di se stessa. È scontenta, inquieta; sente che qualcosa le manca, ma non sa bene cosa. Ha molte ambizioni e molte frustrazioni. Vorrebbe un figlio, ma non necessariamente un marito, che è assai più ingombrante e pieno di pretese; e intanto, per prendersi un po’ di tempo e riflettere con calma, acquista un cane. Per il figlio, non c’è fretta: lo può fare anche a quarant’anni e oltre. Oggi è possibile; ed è sempre più frequente. All’ideologia femminista si somma l’ideologia animalista: evviva gli animali, abbasso gli umani; gli animali sono belli, liberi, ammirevoli; gli esseri umani sono brutti, cattivi, sporcano e inquinano, non meritano altro che disprezzo. È l’ultima versione del mito russoviano del buon selvaggio: infatti, ci sono quelli che si prendono in casa un serpente, una scimmia, una volpe, un leone, una pantera. L’animale è nobile, l’uomo è ignobile; l’animale vive in armonia con la natura, l’uomo sa solo fare la guerra contro di essa. Del resto, a dirla tutta, bisogna un po’ capire la riluttanza delle donne a fare un figlio con un uomo (un po’ meno la loro smania di averlo in altro modo, con pratiche del tutto artificiali): l’uomo, oggi, intendiamo dire il maschio, non è un gran che. Forse non ha mai toccato, mediamente parlando, un livello così basso, quanto a coraggio, forza di volontà, disponibilità al sacrificio, generosità, lealtà, affidabilità. Si preoccupa di avere i calzini in tinta con i pantaloni e i capelli ben fissati con il gel, ma è incapace di assumersi le sue responsabilità. È diventato un bambolotto viziato e narcisista, debole e nevrotico, fanfarone e complessato: rovinato dalle mamme. Di un uomo così, la donna non sa che farsene: uomini veri, in giro, ce n’è pochi. Probabilmente, il bandolo della matassa è proprio qui. Se una donna sana incontra un uomo che la faccia innamorare, il desiderio di avere dei figli sorge in lei naturale. Ma esiste un tale uomo, oggi? E, se sì, esiste una donna sana e vitale, che sappia vederlo e riconoscerlo?

Francesco Lamendola

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia del 22 ottobre 2017

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