Un viaggio nella mente umana, dove la scienza incontra la narrazione

L’UOMO CHE SCAMBIÒ SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO –

COSA CI DICE OGGI?

Una rilettura del libro alla luce delle attuali discussioni su neurodiversità, empatia, e medicina narrativa

Redazione Inchiostronero

Un dialogo tra due persone diventa il pretesto per rileggere L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello alla luce dei temi contemporanei della neurodiversità, dell’empatia e della medicina narrativa. Attraverso una conversazione intima e riflessiva, il post esplora come Oliver Sacks abbia saputo raccontare l’alterità neurologica con una delicatezza e una profondità che oggi risuonano ancora più forti, in un’epoca in cui la scienza riscopre il valore delle storie e l’importanza di ascoltare davvero.


 

 

 

 

 

Era entrato solo per dare un’occhiata. Non cercava nulla in particolare. Come spesso gli accadeva quando aveva bisogno di silenzio e contatto, Giampaolo Collecchia si era rifugiato in una libreria del centro, di quelle con l’odore d’inchiostro e legno che sembrano rimanere ferme nel tempo.

Camminava tra gli scaffali con lentezza, lasciando scorrere lo sguardo sui dorsi. Poi, come chiamato da una voce discreta, si fermò. C’era una copia nuova, dalla copertina sobria e familiare, de L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

La prese in mano, con un gesto quasi istintivo, e sorrise appena. La carta era diversa, più spessa forse. O forse erano le sue dita a essere cambiate.

«È un libro davvero interessante» disse una voce alle sue spalle.

Si voltò. Una commessa giovane, con i capelli raccolti e lo sguardo curioso, lo osservava come se avesse colto un segreto.

«È vero. Lo lessi anni fa» rispose Giampaolo, stringendo il libro con entrambe le mani.

Lei fece un mezzo sorriso.

«Mi ha fatto paura. Ma anche tanta tenerezza. Quel modo in cui Sacks entra nella mente delle persone… come se bussasse piano e aspettasse che gli aprissero.»

Giampaolo la guardò, colpito. Non era una lettura banale. Le sue parole avevano colto qualcosa che molti colleghi, negli anni, avevano ignorato.

Fece per rimettere il libro a posto, ma esitò. Lo rigirò tra le dita, passò l’indice sul nome dell’autore come per accarezzare un vecchio amico. Un ricordo si fece largo, non tanto una scena precisa quanto una sensazione: la prima volta che l’aveva letto, in una sera d’inverno, con l’abat-jour accesa e il rumore della pioggia sui vetri. Era ancora un giovane medico, all’inizio della specializzazione.

«Era un tempo in cui pensavo che la neurologia fosse soprattutto diagnosi. Segni, referti, immagini. E invece…»

Fece una pausa. La commessa non disse nulla, ma non si allontanò. Il suo silenzio era una forma gentile di ascolto.

«E invece Sacks mi insegnò che ogni paziente era una storia. Non solo un caso clinico, ma una persona intera, con un mondo dentro.»

Appoggiò il libro sul petto, come se contenesse qualcosa di vivo. Non l’avrebbe lasciato lì.

La borsa a tracolla gli pesava appena, ma non più del pensiero che stava tornando su, lento ma costante. Uscì dalla libreria con il libro sotto il braccio. Non lo aprì subito. Lo portò con sé al bar d’angolo, dove si rifugiava ogni tanto a leggere articoli scientifici, o a scrivere relazioni.

Sedette al tavolino vicino alla vetrata. Mise il libro accanto alla tazzina di caffè ancora vuota e lo fissò come si fissa un ricordo che non vuole ancora mostrarsi.

Quando lo aveva letto per la prima volta, era specializzando in neurologia. Cercava certezze, sistemi, mappe. Ogni sintomo era una chiave, ogni anomalia un punto sul tracciato. Diagnosi come sentenze. Malattia come errore.

Ma con Sacks non era così.

Le sue storie non offrivano soluzioni, ma domande. E dentro quelle domande, c’erano persone.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.”

Un titolo quasi comico, se non fosse stato tragico. Ricordava bene quel caso. Un insegnante di musica, brillante, colpito da un disordine neurologico che gli impediva di riconoscere i volti. Prosopagnosia, certo. Ma anche: smarrimento, disintegrazione, isolamento.

Giampaolo ricordava un paziente simile. Si chiamava Elio. Guardava sua figlia come si guarda una sconosciuta alla fermata del tram. La voce gli era familiare, ma il volto no. Quando cercava di “riconoscerla”, il cervello lo tradiva. Un giorno le toccò il viso con le dita, chiudendo gli occhi, e solo così riuscì a ritrovarla.

«Senza memoria, la vita non è vita»

pensò Giampaolo, ripensando alla citazione letta poco prima.

«E senza riconoscimento, la memoria stessa si frantuma.»

Nel tempo, aveva imparato a distinguere tra “curare” e “comprendere”. La neurologia clinica lo aveva formato, ma erano i pazienti a trasformarlo.

Una volta incontrò una ragazza, Chiara, con una forma di autismo non verbale. Non parlava, ma disegnava ossessivamente cerchi concentrici su qualsiasi superficie: quaderni, tovaglioli, lenzuola. I colleghi parlavano di “comportamento ripetitivo”, “chiusura relazionale”.

Giampaolo le portò una scatola di pastelli a olio. Le mise davanti un foglio bianco e non disse nulla. Lei lo guardò, poi iniziò a disegnare cerchi più piccoli, più fitti, poi una figura umana al centro. Con il gesso rosso. Era lui.

«Forse non parlava con le parole. Ma raccontava comunque. Solo che nessuno l’ascoltava.»

Era lì che aveva compreso davvero il concetto di neurodiversità: non come patologia, ma come variazione. Una sinfonia con strumenti diversi. Non tutti suonano allo stesso tempo, o sulla stessa scala, ma ogni voce ha senso, se qualcuno si prende il tempo di ascoltarla.

Oliver Sacks lo faceva. Con un rispetto che rasentava la devozione. Non cercava di “aggiustare” i suoi pazienti. Li raccontava, per restituire loro dignità e complessità. Ogni caso diventava un racconto. E ogni racconto, una forma di cura.

Medicina narrativa, l’avrebbero chiamata anni dopo.

Una medicina che non cura solo il corpo, ma accoglie l’esperienza del paziente. Che non teme la soggettività, ma la usa come mappa. Una medicina che ascolta prima di intervenire, e che sa che a volte, l’unica cosa giusta da fare è restare. Presente.

Giampaolo pensò a quanto fosse difficile praticarla oggi. I tempi ambulatoriali, le cartelle da compilare, l’impressione costante di essere in ritardo. Ma quando ci riusciva, quando fermava la mano sulla tastiera e guardava davvero una persona negli occhi, tornava a sentire quel motivo di fondo che l’aveva spinto a fare il medico.

«Non sempre serve parlare la lingua della malattia»

pensò adesso, sorseggiando l’ultimo sorso di caffè.

«A volte basta trovare la lingua che il paziente non ha ancora dimenticato.»

Riaprì il libro. Sfogliò le prime pagine. I titoli dei casi gli saltarono addosso come vecchi amici, ognuno con un nome, un volto, un’ombra.

Sentì una voce dentro, calma, piena: «La malattia può togliere. Ma la narrazione può restituire.»

E in quel momento capì che non stava solo rileggendo un libro.
Stava rileggendo se stesso.

Girò lentamente le pagine, senza soffermarsi. Non cercava un caso specifico, ma qualcosa che gli somigliasse. Che gli riportasse alla mente un altro tempo. Un’altra stanza.

E poi tornò a lui. Milo.

Era stato uno dei suoi primi pazienti da strutturato. Cinquantasette anni, ex tipografo, una forma avanzata di Alzheimer a esordio precoce. Quando lo conobbe, Milo viveva già in un mondo tutto suo. Parlava poco, confondeva le stanze con i giorni della settimana. Ma ogni tanto, all’improvviso, si metteva a cantare.

Un giorno, Giampaolo entrò in camera e lo trovò che canticchiava sottovoce, un motivo napoletano, antico. La moglie, seduta accanto al letto, piangeva in silenzio.

«Lo faceva anche quando lavorava in tipografia»

disse. «Fischiava per ore, mentre sistemava i caratteri.»

Giampaolo non sapeva che dire. Lo guardò, poi si sedette. Restò lì qualche minuto. Poi tornò anche il giorno dopo. E quello dopo ancora.

Una mattina, portò con sé un vecchio mangiacassette, trovato in casa di suo padre. Mise una cassetta di canzoni anni ’60. Milo non reagì subito. Ma al secondo brano, gli occhi si illuminarono.

Giampaolo fece partire la traccia di nuovo.

E di nuovo.

E di nuovo.

Nessuna terapia farmacologica aveva prodotto quella risposta.

«Non sempre serve parlare la lingua della malattia»

pensò adesso, sorseggiando l’ultimo sorso di caffè.

«A volte basta trovare la lingua che il paziente non ha ancora dimenticato.»

Quella era empatia. Non un’emozione passeggera, ma un metodo. Un atto di ascolto radicale. Di attenzione non solo al sintomo, ma alla storia. Alla musica interna di ognuno.

Era anche quella, la lezione di Sacks: non curare ciò che è rotto, ma ascoltare ciò che è rimasto intero.

Milo non aveva riacquistato lucidità. Non era guarito. Ma per tre minuti, aveva ricordato chi era. O meglio: era stato ricordato da qualcuno che lo guardava con occhi pieni, non solo clinici.

✍️

Una mamma e suo figlio si sedettero al tavolino accanto.

Gianpaolo li notò appena, all’inizio. Stava ancora con lo sguardo immerso in una pagina, ma qualcosa nella loro quiete lo distolse. La madre, sui trentacinque, capelli legati con cura, mani decise. Il bambino, otto forse nove anni, con movimenti brevi, trattenuti, ma pieni di energia compressa.

La madre aprì con gesto pratico una cartella sottile. Ne estrasse un grosso taccuino da disegno e una scatola di metallo lucida. La aprì con attenzione, rivelando una fila ordinata di matite colorate, ben temperate.

Il bambino osservò il foglio bianco per qualche secondo. Lo guardò come si guarda una finestra aperta su un mondo altro. Poi si mise a disegnare, di colpo. Con foga. Il braccio fluido, la testa vicina al foglio, gli occhi concentrati come in trance.

Gianpaolo sorrise alla madre. Lei ricambiò con un cenno gentile, abituata forse a quello sguardo curioso, ma stavolta non invadente.

Poi guardò il bambino. Lo osservò come aveva imparato a fare: senza aspettative. Solo per quello che era. I gesti ripetuti, la pressione intensa sul foglio, la sequenza di colori sempre gli stessi — prima il blu, poi il rosso, poi il verde chiaro — gli parlavano in una lingua che conosceva.

Era autistico. Lo capì non per una diagnosi, ma per empatia clinica. Quella consapevolezza silenziosa che arriva solo dopo anni di ascolto.

Ma in quel momento, non vide un disturbo. Vide una coerenza interna, una necessità. Il bambino non stava semplicemente “occupando il tempo”. Stava cercando un ordine. Stava tracciando un suo modo di dire: “sono qui.”

Aprì lentamente il libro di Sacks. Lo posò sul tavolo, come a rendergli omaggio. Poi, quasi d’istinto, prese una penna dal taschino e scrisse una frase sul retro del segnalibro:

“Ascoltare non è correggere. È riconoscere.”

Alzò lo sguardo. Il bambino stava ora colorando un cerchio perfetto, e al centro un piccolo punto nero. Uno solo.

Un sole? Un occhio? Un seme?

Non serviva capirlo. Bastava esserci.

✍️

Rossana si avvicinò al banco, mentre il barista preparava il caffè con gesti precisi e abituali. Davanti a lei, la grande specchiera dietro le bottiglie restituiva un’immagine moltiplicata del bancone: un’esplosione ordinata di vetro, etichette colorate e riflessi. Le bottiglie si specchiavano in una sorta di caleidoscopio silenzioso, raddoppiandosi all’infinito, come se volessero confondere chi le osservava.

Tra quei riflessi, vide anche se stessa.

Il viso dolce, la pelle chiara lievemente arrossata dall’aria del mattino, gli occhi grandi, scuri, sottolineati con un trucco sapiente. I capelli neri raccolti con cura dietro la nuca, in un gesto che le apparteneva da sempre, come un’abitudine segreta.

Si osservò senza vanità, con quella curiosità lieve che si ha solo nei momenti sospesi — né del tutto privati, né del tutto pubblici.

Il barista, intanto, la vedeva riflessa nella stessa specchiera. Non osava guardarla direttamente, ma quei piccoli movimenti — la correzione di una ciocca ribelle, l’inclinazione appena accennata della testa — non gli erano sfuggiti. C’era in lei un’eleganza distratta, come di chi non sa di farsi notare, e proprio per questo resta impressa.

Il caffè era pronto. Ma per un istante, prima di porgerle la tazzina, il barista si fermò a osservarla ancora un momento. Nel riflesso, sembrava quasi diversa: più vicina, più vera.

Lo prese con entrambe le mani, assaporando quel primo sorso come un rito privato. Poi si voltò, lo sguardo che accarezzava il locale senza fretta. E fu allora che lo vide.

Gianpaolo.

Seduto a un tavolo vicino alla finestra, con quel libro ancora tra le mani. Lo stesso che aveva preso in mano poco prima in libreria. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.

Non poté fare a meno di sorridere.

Il caso — o qualcosa di simile — sembrava voler insistere.

Fece qualche passo, avvicinandosi. La tazzina ancora in mano, la voce leggera.

«Non riesce proprio a lasciarlo, eh?»

disse, indicando il libro con un lieve cenno.

Giampaolo alzò lo sguardo. Le sorrise.

«No. O forse è lui che non riesce a lasciare me.»

Rossana rise piano, con un suono breve, quasi musicale. C’era in quel sorriso un riconoscimento sottile, come se avesse ritrovato un frammento dimenticato.

«È strano… anche a me è rimasto in testa. Quel modo in cui Sacks scrive… sembra che ti sieda accanto, e ti racconti una storia.»

«Una storia che non puoi dimenticare»

aggiunse Giampaolo. Poi indicò il bambino con un lieve movimento del mento.

«Lui, per esempio. Non so nulla di lui. Eppure… mi ha fatto ricordare.»

Rossana seguì il suo sguardo. Il bambino colorava con cura l’interno di un cerchio, mescolando due tonalità di blu. La madre, seduta accanto, sfogliava un libro in silenzio.

«Le ha fatto ricordare cosa?»

chiese Rossana, posando la tazzina sul tavolino vicino al libro.

Gianpaolo rimase in silenzio per un momento. Guardò di nuovo il bambino, poi abbassò lo sguardo sul libro chiuso tra le mani.

«Un paziente di molti anni fa,»

disse infine.

«Aveva perso quasi tutto: parole, tempo, volti. Ma quando gli davi dei colori, si metteva a dipingere cerchi. Sempre cerchi. Come se quello fosse il suo modo per restare nel mondo.»

Rossana non parlò. Si limitò a guardare il bambino, poi lui. Quell’immagine — il paziente che tracciava cerchi nel vuoto — le rimase sospesa dentro, come una poesia breve.

«Che la mente umana non è fatta solo per essere capita. È fatta per essere ascoltata» aggiunse Giampaolo.

Ci fu un attimo di silenzio. Di quelli pieni, leggeri. Rossana si sentì come trattenuta lì da una corrente dolce, invisibile. Era curiosa, sì, ma anche… a suo agio. Come se lo conoscesse già, in una forma più antica.

«Forse dovremmo rileggerlo tutti, ogni tanto» disse infine.

«O semplicemente, guardarci un po’ di più» rispose Giampaolo.

Lei fece un cenno, poi si allontanò, la tazzina ancora tra le mani. Mentre camminava verso l’uscita, sentiva ancora quella frase — “dipingere cerchi” — che le girava nella mente come un’eco.

Arrivata alla soglia, rallentò. Si voltò.

C’era qualcosa nello sguardo di Giampaolo che la trattenne. Non malinconia. Non tristezza. Qualcosa di più raro: presenza. Un modo di stare nel tempo, senza volerlo controllare.

Tornò indietro con passo leggero. Posò la tazzina vuota sul tavolino, accanto al libro, e si chinò appena.

«Ma lei… è un medico. Vero?»

chiese, con quel tono misto di rispetto «Me lo ha detto prima, in libreria»

Lui non parve sorpreso.

«Esatto. Sono un neurologo.»

Lei lo guardò per un istante, poi abbassò appena gli occhi verso il libro.

«Posso?»

chiese, indicando la sedia davanti a lui.

«Certo»

rispose Giampaolo. «Anzi, mi farebbe piacere.»

Rossana si sedette piano, senza fretta. Sistemò il cappotto sulle ginocchia, incrociò le mani. Sentiva una calma strana, quasi immotivata. Ma vera.

«Non pensavo che un medico potesse essere… così preso da un libro»

disse, sorridendo.

«Non è solo un libro»

rispose lui.

«È un modo di vedere.»

Rossana annuì.

«Quello che mi ha colpito… è che Sacks non voleva curare le persone. Voleva capirle.»

«Esatto»

disse Giampaolo. «E io, grazie a lui, ho capito che capire qualcuno non è mai un atto tecnico. È un gesto umano. E spesso, è l’unica cura che resta.»

Per un momento nessuno parlò.

Fuori, il pomeriggio filtrava attraverso la vetrata con una luce morbida. Il bambino aveva terminato il disegno e ora osservava i colori con aria soddisfatta. La madre lo accarezzava piano, tra i capelli, senza dire nulla.

«Lavoro tra i libri da anni»

disse Rossana, fissando per un attimo la copertina del volume. «Ma a volte mi accorgo che certi libri lavorano dentro di noi molto più di quanto pensiamo.»

«Come certi pazienti»

rispose Giampaolo. «Che ti cambiano, senza dirti una parola.»

Lei sorrise.

«E lei li racconta, come Sacks?»

Giampaolo appoggiò la mano sulla copertina chiusa del libro.

«No»

disse. «Li ricordo. Ma forse… è arrivato il momento di raccontarli.»

Rossana lo guardò in silenzio. Sentì una fitta dolce alla base del petto. Un senso di inizio.

«Allora, scriva»

disse. «Perché oggi, abbiamo bisogno di storie così.»

Gianpaolo annuì, lentamente.

Fuori il bambino alzò il disegno e lo mostrò alla madre. Lei lo applaudì piano, con un sorriso luminoso.
Per un attimo, il mondo fu perfetto.

 

 

 

 

La Redazione

 

 

Descrizione

Scelto da IBS per la Libreria ideale. “Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria, la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla.”

«È un libro che vorrei consigliare a tutti: medici e malati, lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e di metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici. La prima musa di Sacks è la meraviglia per la molteplicità dell’universo.» – Pietro Citati

Oliver Sacks è un neurologo, ma il suo rapporto con la neurologia è simile a quello di Groddeck con la psicoanalisi. Perciò Sacks è anche molte altre cose: «Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia». E anche questo va aggiunto: Sacks è uno scrittore con il quale i lettori stabiliscono un rapporto di tenace affezione, come fosse il medico che tutti hanno sognato e mai incontrato, quell’uomo che appartiene insieme alla scienza e alla malattia, che sa far parlare la malattia, che la vive ogni volta in tutta la sua pena e però la trasforma in un «intrattenimento da Mille e una notte». Questo libro, che si presenta come una serie di casi clinici, è un frammento di tali Mille e una notte – e ciò può aiutare a spiegare perché abbia raggiunto negli Stati Uniti un pubblico vastissimo. Nella maggior parte, questi casi – ma Sacks li chiama anche «storie o fiabe» – fanno parte dell’esperienza dell’autore. Così, un giorno, Sacks si è trovato dinanzi «l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» e «il marinaio perduto». Si presentavano come persone normali: l’uno illustre insegnante di musica, l’altro vigoroso uomo di mare. Ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del sé. Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non può neppure essere ipnotizzato perché non ricorda le parole dette dall’ipnotizzatore un attimo prima. Che cosa vive, se non sa nulla di ciò che ha appena vissuto? Rispetto alla normalità, che è troppo complessa per essere capita, e tende a opacizzarsi nell’esperienza comune, tutti i «deficit» o gli eccessi di funzione, come li chiama la neurologia, sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel «telaio incantato» del cervello. Ma queste storie terribili e appassionanti tendono a rimanere imprigionate nei manuali. Sacks è il mago benefico che le riscatta, e per pura capacità di identificazione con la sofferenza, con la turba, con la perdita o l’infrenabile sovrabbondanza riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti altrimenti muti. Questo è il libro di un nuotatore «in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e la normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà». L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è stato pubblicato per la prima volta a Londra nel 1985.

 

 

 

 

 

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