La pubblicità non è più l’anima del commercio, ma l’architrave

surrealismo di Tommy Ingberg

L’UOMO MASSA NON PENSANTE. PARTE III


L’uomo massa è tale in quanto il potere – che ci conosce meglio di quanto ciascuno conosca se stesso – manipola, condiziona, fa pensare per immagini e slogan, allontanando la complessità, il ragionamento libero, il confronto. Vince lo schema binario dell’informatica, nel senso più banale: piacevole/sgradevole; desiderio/soddisfazione immediata. Homo consumens.

La pubblicità non è più l’anima del commercio, ma l’architrave – anche ideologica – della società. Alzi la mano chi avrebbe pensato, vent’anni fa, di sopportare messaggi continui, reiterati, pervasivi, onnipresenti, in televisione, alla radio, sulle strade, ovunque. La forma merce, di cui la comunicazione pubblicitaria è il veicolo principale, diventa il meccanismo di organizzazione della società intera. Tracima nelle notizie e nel taglio dei messaggi, il cui ritmo incalzante è fatto per confondere e inibire la riflessione. Parliamo dei messaggi che ci raggiungono in maniera conscia: già negli anni Cinquanta del Novecento Vance Packard, ne I persuasori occulti, svelò l’esistenza di messaggi subliminali di cui il recettore non si accorge ma riescono ad orientare scelte, idee, comportamenti a livello sub e preconscio.

La parola latina propaganda (“ciò che deve essere diffuso”) cominciò a essere utilizzata nel senso oggi corrente da Edward Bernays, (1)padre della comunicazione pubblicitaria non solo commerciale, autore del celebre saggio omonimo, nipote di Sigmund Freud. Con queste premesse tecniche, è evidente che il potere possiede strumenti potentissimi di controllo dell’opinione pubblica. Un testo fondamentale è Controllo dei media di Noam Chomsky . La domanda da cui prende le mosse è la seguente: perché il pubblico statunitense (oggetto dei suoi studi) è così sottomesso e ingenuo? La risposta è pressoché tautologica: il sistema trasmette un’unica verità, la sua. La “narrazione” ufficiale restringe il pensiero, crea una massa informe, addomesticata; è concepita per nascondere il saccheggio delle ricchezze, un potere onnivoro e l’impoverimento della popolazione a vantaggio di una minoranza privilegiata.

A tale scopo, controllare i media è essenziale. Le grandi agenzie di stampa si contano sulle dita di una mano e sono tutte di proprietà del medesimo grumo di potere economico-finanziario apolide con sede nel mondo anglosassone. È cruciale la riflessione iniziale di Chomsky. “Il ruolo dei media nella politica contemporanea ci interroga sul tipo di società in cui vogliamo vivere, e quale modello di democrazia vogliamo per questa società. Vorrei mettere a confronto due diversi concetti di democrazia. Uno è ciò che ci porta ad affermare che in una società democratica le persone hanno a disposizione le risorse per partecipare in modo significativo alla gestione dei propri affari privati, e i media sono liberi e imparziali. Se cercate sul dizionario la parola democrazia, troverete una definizione simile a quella che ho formulato. Un’idea alternativa di democrazia è quella che non consente alle persone di prendersi cura dei propri affari, mentre i media sono strettamente e rigidamente controllati. Questo è il modello prevalente.”

Con gli esiti che sperimentiamo nella libertà di comunicazione, stampa e pensiero, assediata nell’ultimo decennio in forme sempre più brutali attraverso l’uso delle tecnologie elettroniche di cui sono proprietari gli stessi centri di potere dianzi citati, nei quali è stato cooptato il vertice dell’apparato tecnologico, dando vita al dominio fintech.

Manifesto di propaganda, 1917. Voluto dal Comitato Creel

 

La prima operazione di propaganda moderna fu attuata negli Usa nel 1916 dal presidente Woodrow Wilson. Infuriava la Grande Guerra e gli americani erano contrari all’intervento militare, a differenza di Wilson e degli interessi che rappresentava. Fu quindi costituita una struttura governativa, la Commissione Creel, allo scopo di capovolgere l’orientamento della popolazione affinché esigesse l’entrata in guerra. In pochi mesi essa trasformò gli americani in guerrafondai nutriti di odio antitedesco. Il successo fu straordinario e venne replicato con tecniche analoghe per alimentare la cosiddetta Paura Rossa successiva alla nascita dell’Unione Sovietica. Questo permise in America la distruzione dei sindacati e un forte restringimento della libertà di stampa e di pensiero politico.

Ciò che la bocca si abitua a dire, il cuore si abitua a credere: l’intuizione di un poeta – Charles Baudelaire – divenne da allora un programma politico di controllo delle masse.  I più attivi sostenitori del sistema erano le classi dirigenti che ostentavano idee liberali, ma mantenevano intatta la vecchia mentalità elitaria, come comprese la scuola sociologica italiana (Mosca, Pareto, Michels). Le classi dirigenti erano orgogliose di aver dimostrato che “i membri più intelligenti della comunità” – loro stessi – erano capaci di convincere una popolazione reticente ad andare in guerra e morire.  L’uomo-massa manipolato apparteneva soprattutto alla classe media e operaia.

Chomsky spiega che furono inventate molte atrocità attribuite ai tedeschi, inclusi bambini con gli arti amputati e altre crudeltà, in gran parte inventate dal Ministero della Propaganda britannico. Il piano era pensato su due livelli: innanzitutto occorreva convincere le classi dirigenti (e quelle di servizio) che a loro volta sarebbero diventate vettrici della propaganda – cioè della menzogna – ad uso della massa. Quando la propaganda proviene dall’alto – addirittura dal governo – riceve il sostegno delle classi elevate e non è consentita alcuna deviazione, l’effetto è dirompente. Una lezione che getta squarci di luce sul presente.

Bernays influenzò Joseph Goebbels, cervello della propaganda nazista dal 1926. Walter Lippman, analista politico e teorico della democrazia liberale, fu un altro dei maestri della manipolazione dell’uomo-massa. Fu membro influente delle “commissioni di propaganda”, sulla cui esperienza elaborò la tesi della “rivoluzione nell’arte della democrazia”. Si trattava di tecniche di manipolazione “utilizzate per costruire consenso, cioè produrre nella popolazione l’accettazione di qualcosa inizialmente non desiderato”. Gli interessi comuni non sono compresi dall’opinione pubblica, sosteneva Lippman. Solo una classe specializzata di uomini “responsabili” e intelligenti può capirli e risolvere i problemi che ne derivano. La narrativa liberale, democratica, egualitaria toglie la maschera: una gigantesca menzogna creduta per ripetizione, una macchina del consenso drogato in mano a un’oligarchia interessata a riprodurre se stessa rendendo massa il resto dell’umanità, morbida plastilina dalle forme mutevoli.

 

Liberismo oligarchico

Nulla di strano: il sistema capitalista ha bisogno di soggetti non pensanti, che devono continuare a desiderare – e acquistare – rilanciando costantemente la smania di appropriazione. Creare dipendenze è un obiettivo primario del potere, il cui successo dipende dall’adesione a un pensiero elementare, privo di domande e di obiezioni. L’immagine più vicina è l’asinello da soma con i paraocchi e la carota appesa a un bastone, fatta penzolare davanti al suo naso.

Diciamolo brutalmente: coloro che controllano il sistema economico, finanziario e tecnologico – lo dimostrano le crisi iniziate nel 2007-2008, accentuate dall’esperimento pandemico – non sono affatto interessate al benessere dei cittadini, né alla loro realizzazione personale, tanto meno alla libertà e alla democrazia. Sono passati da una economia di produzione a un sistema di consumo in cui il fine è vendere. Merci e idee. Marketing e pubblicità sono strumenti chiave del mantenimento del sistema; il loro utilizzo massivo – affinato nel tempo – ha il compito di creare consumatori manipolati, costantemente stimolati, ed incorporare la forma merce come unico orizzonte esistenziale.

Piramide di Maslow

Il successo di tale possente riconfigurazione antropologica ha solleticato l’appetito dell’oligarchia. Perché non continuare, creando ulteriori dipendenze, agendo sulle paure, modificando nel profondo l’uomo massa, trasformando il potere in biocrazia, controllo della mente e del corpo delle masse? Come teorizzò Abraham Maslow nel suo schema a piramide, quando le persone soddisfano i loro bisogni primari, cercano obiettivi più sofisticati. Per cambiare questa tendenza naturale e mantenerci nel ruolo di recettori passivi, la pubblicità e il marketing hanno occupato l’intero sistema di comunicazione, intrattenimento, educazione e cultura per trasformare – omologandoli- valori, desideri, comportamenti, mentalità.

L’uomo massa vive una contraddizione gigantesca che non coglie più. La manipolazione nasconde la più grande assurdità: il sistema-merce e la compulsione alla novità servono per superare la noia e l’insoddisfazione prodotte da una società svuotata di senso. In questo consistono le dipendenze: danno felicità e piacere momentaneo, sfumano in un baleno e richiedono dosi sempre più massicce. Gilles Lipovetsky le descrive acutamente: “le società consumistiche sono legate a un sistema di stimoli infiniti, di bisogni che intensificano delusione e frustrazione, quanto più risuonano gli inviti alla felicità a portata di mano. La società che più celebra la felicità è quella in cui essa è più carente, in cui l’insoddisfazione cresce più velocemente delle offerte di felicità. Consumi di più, vivi di meno; più si scatenano le voglie, più aumentano le insoddisfazioni”.

Code per acquistare l’iPhone 5 sono l’83% più lunghe dello scorso anno (8 milioni di telefonini)

L’uomo-massa, per diventare tale al massimo grado, non necessita solo di dipendenze, omologazione, degrado etico, civile e culturale. Ha altresì bisogno di essere disidentificato, strappato alle sue radici, familiari, etniche, culturali, sociali. È questo il compito del sorprendente ossimoro chiamato “cultura della cancellazione”. Una volta di più, l’infezione è di origine americana, benché i germi siano stati incubati nelle università parigine, esportatrici della French Theory,(2) ispirata alle opere della coppia esistenzialista Sartre e Simone de Beauvoir, nonché ai campioni della “decostruzione”, Foucault, Deleuze, Derrida, Lyotard. Il termine woke(3)– risveglio – dallo slang dei neri finì per incorporare ogni tendenza favorevole alle minoranze etniche e sessuali. L’esito è una radicale, isterica ostilità nei confronti degli oppositori e verso chi esprime opinioni considerate devianti.
L’idea base è cancellare: l’intera civiltà ricevuta deve essere rigettata in quanto prodotta da “maschi bianchi eterosessuali morti”. Scuola e università si devono adeguare, abolendo programmi, autori, idee, materie – comprese la matematica – che danneggerebbero le minoranze a vantaggio dei bianchi. L’idea di razza – abolita da un interdetto fortissimo – ritorna per mezzo della TCR (Teoria Critica della Razza). Perfino la valutazione delle prestazioni (scolastiche, culturali, professionali) deve essere adattata in base all’origine etnica. Il successo di questa ideologia ha conseguenze sconcertanti. Un docente è stato sospeso per essersi rifiutato di dare voti positivi a studenti neri “traumatizzati dalla morte di George Floyd”.  Sono rimosse o distrutte statue e bandiere. I Redskins (teste rosse), squadra di football americano, hanno cambiato denominazione per non turbare i “nativi americani” (ex indiani).

Cambia il frasario comune, sotto pena di multe e denunce. Non si può dire “vergogna” per non urtare il colpevole di una trasgressione. È severamente proibita l’appropriazione, ossia assumere un elemento di una cultura minoritaria. Gravissimo è il “dead naming”, l’uso del vecchio nome di chi ha cambiato sesso; è sconsigliato il termine “altro”: può far sentire qualcuno diverso. Il daltonismo diventa negazione del colore, con relativa discriminazione. Va combattuto senza posa il “privilegio bianco” che eredita vantaggi immeritati; il “razzismo sistemico” rende colpevole a prescindere chi è bianco.

Karl Marx non è woke. A chi pensa che il fondatore del comunismo sia il riferimento della cultura della cancellazione, va ricordata l’opposizione tra l’impianto woke e la vocazione universalista del materialismo dialettico e storico, sebbene entrambi esigano la tabula rasa del passato. Il nuovo credo è una folle deviazione idealista (cioè “ideista”) che non conserva nulla di Hegel e Marx. I suoi alfieri proclamano la fine delle “grandi narrazioni”(Lyotard) e vedono nel capitalismo un orizzonte insormontabile. Eretici ma non troppo: al capitalismo non oppongono alternative.

Il woke riproduce in versione postmoderna il soggettivismo liberal libertario, estraneo alle tematiche sociali. La novità insidiosa è l’emergere di un tipo umano mai visto: l’uomo massa individualista, un ossimoro in più, utile agli interessi oligarchici che ne sono i promotori. Il cerchio si chiude, sostituendo gli antagonismi economici e la contestazione delle immense ingiustizie nella distribuzione della ricchezza con lo spezzettamento, la polverizzazione nella massa, la diaspora sociale di una quantità infinita di minoranze rivendicative, rancorose, monomaniache, incapaci di linguaggio comune. Il docile uomo-massa è diviso in frammenti, segmento provvisorio di comunità ostili.

Sera sul viale Karl Johan di Edvard Munch

Un divide et impera postmoderno, alimentato dall’odio per il passato e il disinteresse per il futuro, nonché dal cortocircuito della neolingua. Ciò che la folla solitaria vede con gli occhi non corrisponde più alla parola che sgorga dalla bocca, frutto della mente e del giudizio, filtrati dal politicamente (e artificiosamente) corretto. L’uomo massa è un soggetto invertito: ciò che la parola dice non è più quella che il cuore dovrebbe sentire. Schizofrenia di massa, la schiavitù prossima ventura.

Roberto PECCHIOLI

 

 

Approfondimenti del Blog

 

 

 

 

Descrizione

Il potere subdolo della pubblicità in un libro profetico.

Quando nel 1957 Vance Packard, quarantatreenne insegnante di giornalismo all’Università di New York, rivelò al grande pubblico americano e a quello di tutto il mondo che l’alleanza sempre piú stretta tra analisi e pubblicità minacciava subdolamente, ma scientificamente, la libertà d’opinione su qualsiasi argomento, venne arruolato nella schiera dei piú grandi allarmisti. I persuasori occulti è ancora oggi, a tanti anni di distanza, un testo urticante con cui fare i conti in un primo bilancio. Quante previsioni si sono avverate? Perché sí? Perché no? All’edizione originale lo stesso Packard ha aggiunto l’epilogo I persuasori occulti rivisitati negli anni ottanta, che aggiorna ulteriormente il suo discorso.

 

 

 

 

 

(2)

 

 

 

 

French Theory

Foucault, Derrida, Deleuze & Co. all’assalto dell’America

Sapevate che Michel Foucault è stato negli Usa un’icona delle battaglie per i diritti civili, mentre Jacques Derrida diventava una celebrità accademica senza eguali? Che Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno ispirato i precursori di Internet e i primi deejay di musica elettronica? E che la fantascienza americana, dal romanzo cyberpunk alla saga di Matrix, ha attinto a piene mani dal pensiero di Jean Baudrillard? Dopo aver incrociato a New York la controcultura dei mitici Seventies, le opere dei filosofi francesi del poststrutturalismo sono entrate nei dipartimenti di letteratura delle università americane e hanno sovvertito tutti i canoni del sapere, abbattendo il muro che separava cultura accademica e cultura pop. Riscoperte e reinterpretate come base teorica per le lotte identitarie di fine secolo, hanno poi fecondato il terreno da cui sono sbocciati i cultural studies, i gender studies e la critica multiculturalista. Decostruzionismo, biopotere, micropolitiche, simulazione: French Theory ricostruisce la singolare evoluzione di questo pensiero iconoclasta, accolto con più successo oltreoceano che nella madrepatria. Un passaggio misconosciuto, eppure cruciale, dell’epoca contemporanea che ha mutato il paesaggio intellettuale, culturale e politico degli ultimi due decenni.

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