«L’uomo senza profilo» di Piedimonte ovvero un monolocale arredato con Wikipedia.

Da “Troppi paradisi” (Einaudi) e dal suo incipit: «Mi chiamo Walter Siti, come tutti» a “L’uomo senza profilo” (Solferino): «Quello che so è che mi chiamo Piedimonte», sono passati dodici anni, densissimi, che segnano la deriva dell’autofiction. Dietro Siti e il suo grande romanzo c’era un mondo, dietro Piedimonte e il suo piccolo racconto c’è solo un monolocale. In questa differenza c’è tutto l’abuso del genere. Stefano Piedimonte prova a raccontare la difficoltà di darsi una biografia con Wikipedia, viene pescato nella sua routine culturale milanese – letture in cerchio di poesie, incontri in terrazza con vino e amori a catena, mentre a Napoli era tutto un piangersi addosso – da uno studente chiamato a scrivere la sua voce per l’enciclopedia online, da qui principiano riflessioni e problemi e la difficoltà di ricezione della realtà, nonché la facilità di manometterla. Piedimonte prova la carta della confidenzialità: si sente solo, deve vivere tra cassiere che ne contestano le scelte poco salutari, lettrici che non capiscono le sue provocazioni e i ricordi familiari, che, però, vengono alterati e confusi nella restituzione wikipediesca. Alla fine va a letto con la cassiera che come la signora Pina con suo marito, il ragioniere Fantozzi, lo stima molto; viene sostituito nelle risposte alle lettrici; si arrende alla manomissione e prende un cane. Vorrebbe essere postumo, invece è troppo presente a se stesso e il risultato è la mancanza della saggezza cruda dei nonni in funzione di un conformismo narrativo e linguistico.

Come inizia.

Quello che so è che mi chiamo Piedimonte. Di più, non posso garantire.

   Lo so perché mio nonno paterno si chiama Renato Piedimonte, figlio di Giuseppe e Evelina Brachi. Quando mio nonno aveva dieci anni e lavorava come apprendista meccanico in piazza Vittoria, a Napoli iniziarono i bombardamenti. Era il 1940. Ogni volta che una bomba stava per cadere, suonavano le sirene.

Mio nonno scattava, sopraffatto dal terrore. Gli veniva la tremarella. Cos’, il suo capo lo lasciava fuggire.

   Il rifugio antiaereo più vicino era quello scavato nel tunnel che da piazza Vittoria porta a via Acton, sul porto turistico dove oggi salpano traghetti e aliscafi. Mio nonno, però, non andava al rifugio. Arrivato a metà, si guardava intorno. E cambiava strada.

   Mentre le sirene ancora suonavano e gli aerei rombavano minacciosi nel cielo sopra il golfo partenopeo, Renato correva al lato opposto della strada, sulla piccola spiaggia che sta appena sotto la “«colonna spezzata», di fronte a Castel dell’Ovo. Si sfilava la maglietta, e poi, magro come un fuscello, si buttava in acqua. L’acqua salata lo medicava da capo a piedi. Erano piccoli momenti di pace rubati alla guerra. E al suo datore di lavoro…

L’autore.

Stefano Piedimonte (Napoli, 4 gennaio 1980) è un giornalista e scrittore italiano.

Ha frequentato dapprima l’ITIS “Francesco Giordani” di Napoli e successivamente l’ITIS “Augusto Righi” di Napoli. Si è diplomato nel 2002 e ha conseguito la laurea a pieni voti in Lingue e Letterature straniere all’Università “L’Orientale” di Napoli. Ha giocato a scacchi a livello agonistico, in squadre di serie A, venendo ammesso all’età di quattordici anni alla seconda categoria nazionale. Nel 2000 ha iniziato a scrivere come giornalista per testate secondarie per poi arrivare a lavorare per l’edizione campana del Corriere della Sera, inizialmente con articoli su spettacoli locali per passare poi alla cronaca e alla cronaca nera. Dal 2017 insegna alla Scuola Holden di Alessandro Baricco. Collabora con Donna Moderna, Cosmopolitan, Il Mattino e il Corriere della Sera. Come chitarrista jazz ha insegnato musica all’Università Federico II di Napoli.

L’esperienza di giornalista di cronaca nera, concentrata principalmente su fatti riguardanti la camorra napoletana, gli consentì di pubblicare nel 2012, con la casa editrice Guanda, il suo primo libro, Nel nome dello Zio, con cui ha vinto il Premio letterario “Zocca giovani” 2013. Il romanzo è stato tradotto in lingua tedesca e pubblicato in Germania dalla casa editrice Dumont col titolo Im Namen des Onkels. Con Guanda, Piedimonte ha pubblicato anche Voglio solo ammazzarti (2013), presentato come sequel del primo libro, L’assassino non sa scrivere (2014) e Miracolo in libreria (2015). Il suo libro successivo, L’innamoratore (2016), è stato pubblicato da Rizzoli. Nel 2018 pubblica con Solferino Libri L’uomo senza profilo.

fonte Wikipedia. 

Copertina rigida: 158 pagine

Editore: Solferino (30 agosto 2018)

Collana: Narratori

Lingua: Italiano

Opere.

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

LA VERITÀ SUL CASO DI MISTER VALDEMAR.

”La verità sul caso Valdermar (The Facts in the Case of M. Valdemar) è un racconto scritto…