Da Fedro in poi, il lupo e l’agnello sono diventati il paradigma della violenza del più forte sul più debole

LUPUS ET AGNUS 

Da Fedro in poi, il lupo e l’agnello sono diventati il paradigma della violenza del più forte sul più debole. Della prevaricazione. Dell’abuso e della sopraffazione.
Ora, il poeta latino, prendeva spunto dalla realtà. O meglio dalla cronaca. E, per molti versi, una cronaca autobiografica. Perché dietro alla maschera del lupo non è difficile intuire il volto di Seiano. Il potente Prefetto del Pretorio cui Tiberio aveva demandato il comando dell’Urbe. Mentre lui, l’imperator, governava il mondo romano dalle sue ville di Capri, Sperlonga… E lo governava, per altro bene, perché Tiberio, oltre ad essere un ottimo generale, era anche un, capace, amministratore. Ma la Capitale no. Roma no. Perché lui la Città la detestava cordialmente. E ne era ricambiato. Per cui… beccatevi Seiano, e mo’ so cavoli vostri…

 

Al di là del riferimento storico, il lupo a me è sempre stato simpatico. Da bambino facevo, clandestinamente, il tifo per Ezechiele, il lupo disneyano e speravo che i tre porcellini finissero, prima o poi, al forno con una bella mela rossa in bocca… D’altra parte, scusatemi… quale dovrebbe essere il destino di un maiale, cresciuto negli agi e debitamente ingrassato, se non quello di finire in salsicce? E allora perché prendersela con il buon Ezechiele?

Poi, naturalmente, il lupo ha uno stile di vita che mi piace. L’agnello no. Questo è destinato, a meno che non sia prossima la Pasqua, a crescere. E diventare pecora. Anzi, pecorone. Conducendo una vita placida e pigra. Sino a che il buon pastore non abbia un insopprimibile desiderio di abbacchio…

Vuoi mettere lo stile di vita del lupo? Sia in branco, splendido esempio di organizzazione. Un vero e proprio gruppo guerriero, forte di legami affettivi e solidali. Sia quando il lupo diventa solitario. E assume un alone, in certo qual modo, di eroismo e malinconia filosofica. Herman Hesse lo ha incarnato in uno dei suoi romanzi più intensi. “Il lupo della steppa”.

Detto di tali miei simpatie, è però un fatto che lupo ed agnello sono diventati proverbiali. E vengono utilizzati come simboli per le più diverse occasioni e per dare espressione a concetti anche molto distanti fra loro.
C’è, per esempio, una frase di Jung. Carl Gustav Jung, il padre della psicologia del profondo. Figura sempre molto interessante. Anche se mai, il suo pensiero – per quanto sicuramente più raffinato di quello del suo maestro, Freud – mi ha mai davvero convinto. Il suo giocare con i simboli – ed uso volutamente il verbo “giocare” – mi ha sempre lasciato l’impressione che, del simbolo, cogliesse, con grande acume, il significato. Traducendolo brillantemente in ragionamento. Ma che, alla fin fine, gli sfuggisse la potenza del simbolo. Che non si può spiegare, bensì solo sperimentare…ma lasciamo perdere. Discorso lungo. E, poi, chi sono io per mettermi a disquisire dei massimi sistemi? Sarà colpa del caldo…

Comunque, Jung, nella sua lezione sullo Zarathustra di Nietzsche, dice che il mondo contemporaneo è popolato di una strana, nuova specie di lupo.
Un lupo che non ha il coraggio di mostrarsi come tale. Che non combatte e caccia a viso aperto. Anzi. Frigna e si lamenta di continuo. Si finge, più che buono, debole e indifeso. Fragile. Sensibile

È un lupo narcisista. Che fa leva sulle debolezze altrui, fingendo che siano le sue stesse. E che manipola. Si ciba degli agnelli. Li sbrana e divora. Ma si comporta come se fosse lui la vittima. Perché non viene compreso. Lui fa tutto per il bene degli agnelli. Anche quando li fa a pezzi. E li divora. E resta stupito se qualcuno di questi accenna ad un moto di ribellione. Anche solo di repulsione. Si sente incompreso. E soffre. O, per lo meno, racconta a tutti quanto soffre…

La sua è la maschera della ipocrisia. Ed è una maschera, oggi, facile da incontrare. A tutti i livelli della scala sociale. In tutti gli anfratti della vita.
È il governante che lavora per il bene dei sudditi. E, intanto, li spinge verso la rovina.
È il democratico che lotta contro le disuguaglianze, in nome della correttezza politica. E, di fatto, nega agli altri ogni diritto di espressione…
È colui che finge preoccupazione per la salute altrui. E, così facendo, pretende di comandare le persone financo sul loro corpo. Li espropria di ogni diritto, anche di quelli più elementari.
È colui che, fingendo amore, bisogno, sensibilità, deruba e saccheggia. Sfrutta sino al midollo. E, alla fine, se ne va. Lasciando solo scheletri svuotati di vita…

Lupo… no, alla fine, la metafora usata da Jung non mi piace. Avrebbe dovuto ricorrere ad un’altra figura animale. Anche se non è stata usata né da Fedro, né da Esopo.
La Jena, ecco. La Jena ridens. Perfetta.
È l’animale cui penso, quando vedo certi personaggi sorridere nei salotti televisivi. O anche quando incappo in loro per la via.
Jene. Predatori, ma vigliacchi. Che si nutrono di cadaveri. E li spolpano, masticando anche le ossa…

Andrea Marcigliano

 

 

 

 

Fonte: ElectoMagazine del 1° luglio 2022

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