Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Le uniche previsioni che davvero interessano sono quelle economiche e finanziarie: ha vinto la ragione strumentale, il tornaconto, o, per dirla in modo più dotto, “la filosofia della prassi”.
                                                       

Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà. Così dice l’Ecclesiaste, oQohèlet(1), il libro biblico attribuito a Re Salomone. Così pensavamo ascoltando un amico intento a fornire il suo parere sui problemi del mondo e le prospettive per l’anno che inizia. Notavamo amaramente che le uniche previsioni che davvero interessano sono quelle economiche e finanziarie. Ha vinto la ragione strumentale, il tornaconto, o, per dirla in modo più dotto, la filosofia della prassi. Senza principi, privati di valori, tutto diventa pura prassi, basata sui rapporti di forza. Sosteneva Augusto Del Noce che nella contemporaneità tutti i valori sono inglobati nella categoria della pura espansione, una vitalità destituita di fini, vuoto relativismo.

Unica fiamma accesa resta quella della ragione economica, che porta il nostro conoscente a reagire infastidito all’obiezione che il futuro non ha come unico orizzonte il denaro, l’economia, il mercato. Nulla gli importa, come alla maggioranza, dei perché, né vuol sentire parlare di immigrazione, della bomba demografica della denatalità, di crollo dei principi etici, della famiglia che si sfalda, dell’egoismo di massa, del declino del sentimento religioso, tanto meno della necessità di promuovere cambiamenti sociali orientati dal senso morale, il foro personale chiamato coscienza. No, per il buon cittadino postmoderno esiste un unico destino, quello dell’economia, un’unica crisi lo preoccupa, quella che può incidere sul suo portafogli. Sarà felice solo se avrà di più; a pochi importa di essere, l’essenziale è avere.

Rodolfo De Angeli.
Ettore Petrolini.

Ci è tornata in mente una canzone degli anni Trenta del secolo scorso, ignota ai più giovani, che ebbe un immenso successo. Si intitolava Ma cos’è questa crisi, e portò molta fortuna al suo autore, Rodolfo De Angelis, noto all’epoca come pittore e poeta, amico di Filippo Tommaso Marinetti, con cui fondò il Nuovo Teatro Futurista. In tempi pieni di incertezza economica e di sinistre prospettive esistenziali, riascoltare il suo motivetto deliziosamente leggero è un soffio di aria pura. L’attualità sta in un testo che affronta con buon senso spicciolo i problemi del moderno capitalismo con goliardica positività unita a una certa perizia analitica. Una finta superficialità è mischiata allo sfottò e alla critica sociale. De Angelis sarebbe oggi tacciato di demagogia populista e messo all’indice dai pensosi intellettuali dalla fronte corrugata, insieme con il quartetto Cetra che la rese famosa, il grande Ettore Petrolini che la portò nei teatri, più recentemente Gigi Proietti. Adesso preferiamo, per distrarci dai bollettini finanziari e dalle pagine economiche, ascoltare Fedez, J-Ax, Sfera Ebbasta e i loro testi degradanti, magari in attesa degli effetti di una “pista” di cocaina che ci renda più performanti nella battaglia del sesso e del denaro.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Le uniche previsioni che davvero interessano sono quelle economiche e finanziarie: ha vinto la ragione strumentale, il tornaconto, o, per dirla in modo più dotto, “la filosofia della prassi”.

Meglio, molto meglio Ma cos’è questa crisi.  “Un riccone avaro e vecchio dice: ahimè così non va, vedo nero nello specchio chissà come finirà Ah, la crisi… mmmh. Ma cos’è questa crisi? Cavi fuori il portafogli metta in giro i grossi fogli e vedrà…che la crisi finirà! Si lamenta Nicodemo della crisi, lui che va nel casino di Sanremo a giocare al Baccarat: ah, la crisi sa… capirà la crisi oh…Ma cos’è questa crisi? Lasci stare il gavazzare cerchi un po’ di lavorare e vedrà…che la crisi passerà! Tutte quante le nazioni si lamentano così conferenze, riunioni, ma si resta sempre lì. Ah la crisi… eh…Ma cos’è questa crisi? Ma cos’è questa crisi? Rinunziate all’opinione della parte del leone e chissà…che la crisi finirà!”

Pare un vero programma politico: più concretezza, investimenti, meno egoismo, voglia di fare anziché l’azzardo del casinò finanziario, un sistema internazionale non basato esclusivamente sulla volontà di potenza. Ce n’è anche per i ladri: “si contenti guadagnare quel che è giusto e non grattare e vedrà…che la crisi passerà!” Ma bisogna tornare alla realtà, alle crisi reali che ci circondano. Poiché però la vita è anche sogno, è bello immaginare soluzioni per le difficoltà economiche e finanziarie, uscendo una volta per tutte dalla narrazione corrente, secondo la quale al modello neoliberista non c’è alternativa, in termini anglofoni TINA, there is no alternative. Per una volta, ricordiamoci che non è vero e che in fondo, De Angelis era un economista senza saperlo, giacché la conclusione della sua canzone era “chi ce l’ha li metta fuori il circolare miei signori e chissà…che la crisi finirà!

Restiamo sul tono semiserio: la necessità è di attivare politiche di investimenti a medio e lungo termine, magari combinate con la riforma radicale della composizione del capitale e degli organi direttivi di organizzazioni come le banche centrali, il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. La vita è sogno, e “i sogni, sogni sono”; così terminava il capolavoro di Calderòn de la Barca.

Harry Houdini nel 1907.

Proviamo a sognare, sperando che l’utopia, camminando sulle gambe e con il cervello degli uomini, diventi realtà e la crisi passi davvero. L’economia globale non si sposta dalla proprie ubbie, il neoliberismo rimane schiavo delle sue incongruenze. Riesce solo a sopravvivere generando bolle di attivi alimentate e finanziate con la creazione di debito privato, in attesa della sua trasformazione, meglio del mago Houdini, in debito sovrano degli Stati, poiché tutte le bolle scoppiano, producendo recessione. È il sistema, signori, l’instabilità finanziaria è un fatto endogeno ai mercati. Lo ha dimostrato un neo keynesiano del livello di Hyman Minsky e la sua teoria si può riassumere nella dimostrazione scientifica che i gestori dei casinò vincono sempre. Lo sapeva anche De Angelis, keynesiano inconsapevole.

Vladimir e Estragon.

Gli investimenti produttivi sono come Godot. Non arrivano mai, sono rimasti ad aspettare solo Vladimir e Estragon, vestiti come barboni, infreddoliti, affamati e senza prospettive. Un ragazzo, ogni sera, arriva per dire che Godot oggi non verrà, forse domani. Assomiglia a chi ci rassicura, la crisi passerà, avremo la ripresa, la crescita. Sempre domani, come quel quadretto dei commercianti di una volta appeso per anni dietro il banco: oggi non si fa credito, domani sì. Intanto i salari non aumentano, a differenza della precarietà e della produttività. Il sistema bancario, dicono, è profondamente fragile e l’instabilità finanziaria elevata. Ovvio, la crisi passerà solo quando si investirà, il denaro riprenderà a circolare e si tornerà a pensare al futuro. È un sogno, lo proibisce la superstizione monetarista, il dogma di una credenza eretica basata sulla scarsità del denaro. I suoi adepti sembrano quei santoni televisivi che predicano la salvezza e la povertà, ma si riempiono le tasche con le offerte degli sciocchi. Le banche centrali annunciano che non ci sarà più l’espansione quantitativa addizionale, ovvero non compreranno più titoli del debito sovrano con denaro inesistente, creato illusionisticamente, prestigiatori che traggono il coniglio dal cappello e una colomba dalla giacca.

George Soros.

George Soros: simbolo della finanza speculativa.

Non esiste margine di politica monetaria nell’eurozona, si lamentano gli stessi che hanno accettato gli assurdi criteri di Maastricht che impediscono, tra le altre cose, l’uso della politica fiscale, strumento basilare in tempi di recessione. Ma cos’è questa crisi, se non rimediamo all’incredibile suicidio collettivo con il quale abbiamo ceduto alle banche la sovranità monetaria?  La roulette gira al contrario, le imprese non finanziarie di mezzo mondo si addentrano in un nuovo pantano, un fiume di debiti di propria creazione. Al sistema non fa difetto l’immaginazione, il gioco riesce sempre, il problema è che vincono loro, i pochissimi, e perdiamo tutti. L’insolvenza del debito privato, lo capisce anche un ragazzo della ragioneria, attiverà una crisi del debito sovrano specie nei paesi privi di sovranità monetaria. Il prezzo di azioni e obbligazioni proprie viene manipolato con acquisizioni d’impresa e riacquisti, il tutto finanziato con prestiti a basso interesse e emissione di titolo spazzatura.

Le imprese zombie si finanziano con i nostri soldi attraverso banche irresponsabili, siamo noi del parco buoi, diventati ignari investitori a rischio, a sottoscrivere decine di pagine di avvertenze. Nella prima fase recessiva, quella scoppiata nel 2007/2008, l’immondizia la sparsero le banche di sistema, attraverso i CDO, acronimo di Obbligazione Collateralizzata con Debito; nella lingua della strada significa che la garanzia del debito era un altro debito. Assurdo, ma ci abbiamo creduto. La nuova via, poiché la vita è sogno ma anche incubo, sono i CLO (Collateralized Loan Obligation), obbligazioni garantite da crediti originati da prestiti. Fantastico, è lo stesso concetto con un altro nome, ma assai attraente in tempi di bassi tassi di interesse. 

Non c’è alternativa, o forse sì. Bisogna pensarci in fretta. Per uscire da un labirinto, non si possono percorrere i sentieri che si sono già rivelati senza uscita, o, per dirla in maniera più elegante, non si può risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero usato per crearlo. Lo disse Einstein, che purtroppo non era economista e si limitò a scoprire delle insignificanti leggi fisiche non in grado di risolvere alcun problema finanziario.

Le soluzioni passano per l’abbattimento dei pilastri del neoliberismo. Ci vorrà tempo, ma la crisi passerà. Primo obiettivo il pieno impiego, abbandonato dopo l’adozione dell’agenda neoliberale, il famigerato Washington Consensus(2). Non c’è altra via che ripristinare, in qualche forma, la sovranità monetaria. È di vitale importanza una politica energetica che tenga conto del cambio climatico, lontana dalle tasse ecologiche alla Macron, causa della giusta rivolta dei gilet gialli. 

Piaccia o meno ai liberali, è necessario incrementare i salari minimi, contro i dogmi dei sacerdoti della flessibilità nel mercato del lavoro. Di flessibilità in flessibilità, muoiono i posti di lavoro stabili e diminuiscono i redditi, quindi, se “dai fatti occorre trarre significazione” anche i consumi e la sostenibilità dei sistemi previdenziali. Terzo, si devono interrompere i processi di privatizzazione dei servizi pubblici, scuola, sanità, trasporti. Infine, ridisegnare il sistema di imposte che ridistribuisca il reddito senza punire l’attività produttiva, nella speranza di ridurre sensibilmente, a medio termine, la più ingiusta delle tasse, l’IVA che grava soprattutto sui più deboli. Non si può continuare con l’evasione ed elusione massiccia dei giganti della tecnologia: miliardi perduti ogni anno.

Piaccia o meno ai liberali, è necessario incrementare i salari minimi, contro i dogmi dei sacerdoti della flessibilità nel mercato del lavoro.

Un libro dei sogni, forse, ma che cos’è questa crisi, se non l’oppressione imposta da una minoranza, una distopia fatta realtà? Una condizione necessaria, per quanto insufficiente, è ridurre il sistema bancario alla dimensione dell’economia reale. Ci rimetteranno banchieri e azionisti, ma non si può prescindere dalla ristrutturazione del debito globale, aritmeticamente impagabile oltreché basto su una menzogna iniziale. C’è una blasfema somiglianza con la preghiera del Gloria al padre: com’era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Il debito va rimesso, almeno in parte. Lo sapevano già gli Ebrei al tempo del Vecchio Testamento, che cancellavano i debiti ogni cinquant’anni, sette volte sette, e ne è rimasta traccia nella preghiera cristiana del Padre Nostro.

La Rivoluzione francese.

Il processo di finanziarizzazione va limitato una buona volta. Lo strumento è il ripristino di poteri pubblici, anche di tipo nuovo, capaci di mettere sotto osservazione i centri finanziari e controllare le reti di telecomunicazione attraverso cui corre la finanza virtuale. La vecchia, saggia legge bancaria che separava le banche di investimento e gli istituti commerciali va reintrodotta. Il lettore si sarà persuaso che proponiamo una rivoluzione: è così, ma non possiamo fare altrimenti davanti al Leviatano(3) neoliberista. Non c’è medicina, solo chirurgia. Urgentemente, va proibito lo sporco mercato dei derivati nel settore dell’energia, delle materie prime e dei prodotti agricoli. Non si fa trading su quelli che dobbiamo tornare a chiamare beni comuni, proclamandone l’indisponibilità alla speculazione. Non si gioca d’azzardo con il pane, l’acqua e l’energia, cioè con la vita.

Ricentrare il sistema sull’economia reale richiede probabilmente, insieme con la sovranità monetaria, una valuta internazionale di riserva. Potrebbero esserlo, debitamente riformati, i DSP, i diritti speciali di prelievo, l’unità di conto del FMI, ricavati da un ampio paniere di valute nazionali. Determinerebbero una certa stabilità finanziaria, eliminando i problemi causati dall’uso di monete di economie la cui crescita si basa sul credito, azzerando il primato del dollaro. Idee, solo idee, magari non nuove, senza dubbio oggetto del disprezzo e del ridicolo del sistema. Ma tutto si tiene: l’economia, oltre a non essere l’unico destino dell’uomo, non è un mondo a parte. Il cambiamento ha un’unica possibilità: il ritorno al reale unito al ritorno al morale.

L’amico di cui parlavamo è uno dei milioni il cui unico movente è l’economia, il tornaconto, il successo. Gli hanno fatto dimenticare il senso comune, la giustizia, il bene e il male. Gli è rimasto l’utile, ciò “che serve”, la dimensione materiale, aritmetica della vita. L’unica unità di misura che conosce è il prezzo. Per lui come per tantissimi, il solo vero problema sta nel portafogli. Ma non si esce da una lunga crisi di civiltà se non si prende atto che il sistema è malato e marcito perché immorale e privo di principi. La via d’uscita è una rivolta ideale che vincoli i rimedi pratici ai criteri dell’etica e della dignità della persona, calpestati da un regime sociale ed economico rivoltante. Nel suo intuito d’artista, Rodolfo De Angelis lo capì.
Tutto si tiene, ma nell’impero del denaro non lo sappiamo più. Ecco cos’è questa crisi.       
                                                            
NOTE
(1) Ecclesiaste, oQohèlet. Il libro biblico attribuito a Salomone, celebre lamento sulla vanità di tutte le cose materiali, presentato nella personalissima prospettiva di una grande scrittrice: “Fin dai primi versetti dell’Ecclesiaste si è trascinati da una corrente di suoni… le orecchie sono incantate, ma nello stesso tempo si è estremamente vigili” (Doris Lessing).
(2) L’espressione Washington Consensusè stata coniata nel 1989 dall’economista John Williamson per descrivere un insieme di 10 direttive di politica economica abbastanza specifiche che egli considerava come il pacchetto standard da destinare ai paesi in via di sviluppo che si fossero trovati in crisi economica.
(3) Leviatano si tratta di un terribile mostro marino dalla leggendaria forza presentato nell’Antico Testamento. È una creatura mostruosa, contorta, malvagia, avvolta. Tale essere viene considerato come nato dal volere di Dio. La citazione più importante è nel Libro di Giobbe.

Fonte: Wikipedia. 

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