Per fortuna ci sbagliammo. Vent’anni dopo i problemi, i travagli, i pericoli sono altri

MA DOPO L’11 SETTEMBRE

NON FINÌ IL MONDO (1)

11 settembre 2001, la guerra che non venne. Fu un gigantesco e cruento falso allarme, possiamo dirlo con l’esperienza dei vent’anni trascorsi. Fu l’annuncio di un’Apocalisse, ma non seguì la fine del mondo. Quell’11 settembre di vent’anni fa si apriva in modo spettacolare e terribile il terzo millennio con la terza guerra mondiale alle porte. Non tra est e ovest ma tra nord e sud e tra due mondi venuti dalle religioni monoteiste: da una parte l’Islam e dall’altra quel che si definiva il giudeo-cristianesimo. L’America perse la sua invulnerabilità, fu violentata in casa sua, a New York; da allora entrammo in un’escalation di attentati e misure di sicurezza, guerriglie e ritorsioni, dichiarazioni di guerra agli stati canaglia e attacchi militari: tutto sembrava portare alla radicalizzazione dello scontro, all’allargamento dei due fronti e all’inevitabile conflitto mondiale, un po’ come era stato il 1939 o il 1914.

Per fortuna ci sbagliammo. Vent’anni dopo i problemi, i travagli, i pericoli sono altri, e il fanatismo islamico è solo uno tra questi. Negli anni seguenti la psicosi del terrore è stata alta, ma intermittente. Il terrorismo islamico all’epoca identificato con Al Quaeda si rianimò dieci anni dopo con l’Isis, non mancarono feroci attentati a Londra, a Madrid, a Parigi. Ma non abbiamo visto abbattere altre torri, non abbiamo visto orde di fanatici, come cantava Battiato, invadere le terre degli “infedeli”.

L’unica invasione è stata quella dei migranti. E il ritorno dei talebani alla guida di Kabul ci ha dato quasi l’impressione di un circolo vizioso: dopo vent’anni siamo tornati al punto di prima.

Certo, non sono mancati conflitti in questi due decenni: in Afghanistan e in Iraq, in Siria, in Libano e in Libia, la primavera araba, l’uccisione di bin Laden, gli scontri tra israeliani e palestinesi e l’avanzata degli integralisti islamici al potere un po’ ovunque, inclusi l’Egitto e la Turchia. Ma nulla in Occidente ha superato l’orrore per l’attentato dell’11 settembre o si è solo avvicinato all’entità di quella tragedia. E dall’altra parte, l’Islam non si è unificato, non ha superato le sue antiche e recenti divisioni, non si è compattato contro il “Satana” occidentale.

Non dirò allora che tutti, da Bush ai teocon fino ai nostri “atei devoti”, si siano sbagliati. Ma la guerra non c’è stata e chi diceva che l’Islam sarebbe stato il comunismo del XXI secolo, ribaltando una vecchia teoria, forse si è sbagliato, perché la Cina, semmai, è il nuovo comunismo, repressivo, invasivo e mercantile del XXI secolo. Non dirò che l’allarme suonato dopo l’11 settembre fosse un effetto propagandistico per tenere unito il mondo sotto l’America, dopo che aveva perso il suo antagonista sovietico; non dirò, come sostenevano gli stessi neocon, che l’Islam fanatico è stato utile all’America, per rinvigorire il suo primato; non dirò che dietro l’allarme ci fossero solo interessi commerciali, petroliferi, militari e strategici e tantomeno seguirò i complottisti che parlano dell’11 settembre come di un evento simulato e pilotato dalla stessa America più ambienti giudaici… Nelle trame dell’Islam si annida un vero pericolo, i fanatici sono tanti e disposti a morire per farci morire. Ma le aspettative tragiche dopo l’11 settembre non si sono avverate, l’allarme ha superato di gran lunga la realtà. La lezione ulteriore dell’11 settembre è che imporre con la forza una fede e un’osservanza o viceversa cancellare con la forza una religione e una tradizione, innesca un circuito di violenza e soprusi, terrore e fanatismo. I popoli hanno bisogno di trovare la loro strada, senza subire la dittatura interna dei fanatici o il totalitarismo esterna dei miscredenti.

Niente sarà più come prima. Siamo tutti americani. Furono questi i due commenti più diffusi che pervasero l’Occidente vent’anni fa all’indomani dell’11 settembre. Mai riflessioni parvero allora così appropriate e definitive; e invece mai si rivelarono così infondate. Nonostante le tensioni mondiali e i periodici sussulti del terrorismo, il mondo oggi è in preda alla pandemia, al primato cinese, agli effetti collaterali della globalizzazione, al declino occidentale.

Ma anche lo slogan “Siamo tutti americani” coglieva allora un diffuso sentimento; ma oggi non è più così, il mondo o l’occidente non si identifica con gli Stati Uniti. Per Bush padre, presidente Usa del tempo, l’unica via per la sicurezza planetaria oltre che americana era l’azione militare; ma l’interventismo si è arenato negli anni, e la ritirata dall’Afghanistan lo conferma vistosamente. La strategia americana di vent’anni fa che si dovesse intervenire ovunque – meno che nei territori occupati tra Israele e Palestina – trova sempre meno consensi in casa Usa e nel resto del mondo. Gli americani si sentivano i garanti e i gendarmi del diritto internazionale e dei diritti umani. Ora persino i presidenti democratici abdicano a quella missione e all’imperialismo del “bene”, e non è più possibile pensare il mondo in chiave unipolare. Lo stesso Draghi ha invocato per la crisi afghana il concorso decisionale di Russia, Cina e India, per non dire delle potenze d’area come la Turchia e, piaccia o meno l’Iran.

La linea di confine passa tra nord e sud del pianeta e il mondo ondeggia tra supremazie d’area; perfino la visione geopolitica di quel tempo, che disegnava un Grande Centro e Diverse Periferie, più o meno divergenti, appare superata da un quadro policentrico e mobile. In ogni caso la fine del mondo, con annesso giudizio universale, è stata rinviata a data da destinarsi.

 

 

Fonte: MV, Panorama (n.38)

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