Tra fisica e filosofia, dove il sapere si fa vertigine e il mondo perde consistenza.

MA TUTTE LE COSE NON SONO UGUALI
Marcello Veneziani legge Carlo Rovelli: la scienza che diventa nichilismo elegante.
di Marcello Veneziani
Nel suo nuovo saggio, Marcello Veneziani affronta la visione estrema e disincantata che Carlo Rovelli propone nel volume Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi): un itinerario tra fisica teorica e filosofia dove la realtà, priva di fondamento e di senso, si rivela un intreccio di relazioni senza centro né scopo. Nulla esiste in sé — né l’essere, né gli oggetti, né il tempo stesso — ma solo nella reciproca influenza tra le cose. In questo orizzonte, la coscienza diventa un accidente privo di peso, la certezza un ostacolo, il vuoto una chimera. Veneziani coglie in questa posizione un raffinato nichilismo mascherato da scienza: una teologia capovolta dove al posto di Dio troneggia l’equivalenza universale. Il mondo, dice Rovelli, non è che un gioco di specchi, e noi siamo soltanto la nostra circostanza. Eppure, proprio in questa totale uniformità — in questo “pugno di mosche” che resta alla fine del discorso — si nasconde paradossalmente il tutto: l’universo stesso, riflesso in ogni frammento. Con tono acuto e ironico, Veneziani osserva come il fisico più celebre d’Italia finisca per riproporre, in veste elegante e scientifica, il vuoto lasciato dalla filosofia e dalla religione. Naufragati i pensatori, i poeti e i mistici, tocca oggi agli scienziati raccontarci l’incomprensibile. Ma la loro voce, priva di speranza e di mito, ci lascia impietriti — come sassi davanti all’infinito. (Nota Redazionale)
La realtà non ha alcun senso, alcuno scopo e alcun fondamento, le certezze sono impossibili e inarrivabili, anzi sono irrilevanti per la vita e ostacolano la conoscenza. La coscienza è una sciocchezza infondata. il vuoto non esiste, ma neanche l’essere, gli oggetti non esistono in sé, il mondo è solo un gioco di specchi, d’influenze e di relazioni, non significa nulla vivere “adesso” nel tempo. Noi siamo solo la nostra circostanza, senza il contesto non siamo nulla. E per finire: tutte le cose sono uguali. Verrebbe da disperarti, ma lo scienziato a differenza del poeta non induce allo sconforto, sarebbe fuori posto, un atteggiamento poco scientifico, allora resti impietrito, come un sasso e non sai più cosa dire, cosa fare.
Alla fine, cosa resta di tutto? Un pugno di mosche, tutte uguali, ma in quel pugno e nell’interrelazione tra le mosche ci siamo noi, anzi c’è l’universo intero. A questo approda Carlo Rovelli, fisico teorico, dopo il suo giro vertiginoso nel tempo e nello spazio, tra conoscenza e meccanica quantica. Giunge con la sua ultima opera a non dirci niente, se non che tutte le cose sono uguali, e tutto vive solo in relazione al resto del mondo. Il suo nuovo libro, Sull’eguaglianza di tutte le cose (1)(Adelphi) è un elegante trattato di nichilismo implicito.
Naufragati ormai i teologi e i sacerdoti, esauriti i filosofi, gli intellettuali e gli artisti, discreditati i politici, i manager e i rivoluzionari, da tempo ci affidiamo agli scienziati, che hanno parvenza di rigore e assenza dichiarata di retorica e di fede; scienziati che applicano la tecnologia o teorici “puri” che spaziano nel tempo e temporeggiano nello spazio. E ci accompagnano nella vertigine dell’infinito spazio, disabitato di dei e di sacro, privo di storia e di metafisica. Rovelli appare brillante e oscuro, e per questa duplice, opposta ragione attrae. Affascinante anche perché incomprensibile, rende brillante l’oscurità senza svelarla. Che sia diventato una pop star lo certifica pure la caricatura che ne fa Crozza, oltre che il rimbalzare nei social dei suoi video e delle sue sintetiche lezioni che per dirla con Gramsci sono “brevi cenni sull’universo”.
Anche stavolta, come nei suoi precedenti pamphlet fisico-cosmici ho letto con la curiosità del “filosofo” e l’ignoranza dell’uomo comune, a digiuno di fisica teorica, il saggio di Rovelli. E non sono, onestamente, in grado di esprimere un giudizio sulla teoria, anche se ne ho apprezzato in passato i passaggi, le implicazioni e molte osservazioni. Stavolta non ho colto nulla di nuovo né di rilevante ma sono pronto a pensare che sia una mia carenza.
Però mi pare insensata la tesi su cui si fonda il testo, fin dal titolo, apparendo come una scoperta: non ha senso dire: “tutte le cose sono uguali”. Puoi arrivare a dire con Spinoza che ogni cosa deriva dalla stessa Sostanza (semplifico) ma fatta questa premessa non puoi negare poi la differenza tra le cose, i regni, i corpi. E le differenze di gradi, livelli, tempi, modi, espressioni. Si può dire, come ci insegnano la fisica quantica e la filosofia antica, che tutto è in relazione, tutto è connesso, intrecciato, come indica in gergo quantico la parola entanglement; o ripetere con Plotino che “tutto è cospirante” ma non ha senso dedurre che tutte le cose siano perciò uguali. Se tutto è in relazione, anche “la gerarchia degli esseri e dei beni”, come la definiva Tommaso d’Aquino, può rivelare un mondo collegato e organicamente intrecciato ma ciascuno al suo grado e nella sua differenza.
Rovelli è una star del firmamento scientifico e sforna best seller con l’imprimatur della casa editrice Adelphi, che ne certifica la qualità e il buon gusto della lettura. Ma stavolta sembra arrampicarsi sugli specchi, letteralmente, e lascia l’impressione che non abbia nulla di originale o di speciale da aggiungere, almeno sui temi esistenziali e universali, limitandosi a spargere coriandoli di fisica e illusorie perle gettate a noi, porci lettori; ma in fondo infruttuose, prive di senso e di attinenza con la realtà. Un’operazione editoriale fascinosa, non senza qualche furbizia, che sfrutta l’appeal accattivante della fisica nel sostituirsi alle vecchie zie del sapere umanistico, metafisico e religioso e si propone come la versione più rigorosa, efficace, essenziale, di un’ombra di vero in progress. Ogni tanto la citazione di un poeta, un Rilke ci sta sempre bene, o alle brutte anche un filosofo. Perfino il colore della copertina di questo piccolo adelphino, azzurro come l’infinito in cui tuffarsi è invitante e il corpo grande del carattere bodoniano delle sue pagine fa pregustare la lettura, sorseggiando le sue righe. Anche il titolo è accattivante e stupefacente, evoca l’egualitarismo in modo subliminale e in versione cosmica e ontologica; per giunta ha un sottotitolo calviniano, Lezioni americane, così finemente globale e così poco paesano, con un sottinteso invito alla leggerezza…
Il cuore concettuale della meccanica quantistica, dice Rovelli, è il contesto: le proprietà di un sistema fisico sono tutte comprese nelle interazioni che aprono, anche tra sistemi diversi. Ma da dove deduce poi che tutte le cose siano eguali e su che basi la traduce in una visione del mondo che va inevitabilmente oltre la fisica, ed è dunque metafisica?
Vi basta sapere che tutte le cose sono uguali, umana gente? A me non basta, non mi dice nulla, non mi chiarisce nulla e non mi dispone a nulla. Si tratta di ricominciare daccapo, dall’inizio, dallo stupore infantile e dalla meraviglia da cui sorge il pensare.

Approfondimenti del Blog
Nell’illustrare la grande rivoluzione scientifica in corso, Carlo Rovelli ci pone dinanzi alla sua più importante – e allarmante – implicazione: l’impossibilità di trovare un fondamento ultimo della realtà.
«La realtà, come ci appare oggi, è più tenue di quella immaginata dai vecchi modelli fisici o metafisici: è fatta di accadimenti, eventi discontinui, probabilistici, impermanenti, situati l’uno rispetto all’altro, che esistono solo relativamente l’uno all’altro. Non vive in uno spazio, non si dipana in un tempo. È una trama fine, intricata e fragile come un pizzo veneziano… La nostra conoscenza di questa realtà è un evento fra eventi, parte delle trame stesse che riflette».
La scienza del XX secolo ha modificato per sempre la nostra comprensione della realtà, anche se siamo ben lontani dal poter affermare che questa realtà abbia un senso (forse non accadrà mai). Eppure, è grazie alla meccanica quantistica che il pensiero può dirsi per la prima volta libero di percorrere strade veramente ignote. A coltivare quello shock permanente, fatto di «stupore e vertigine», è Carlo Rovelli che, dalle “Sette brevi lezioni di fisica”, con leggerezza si muove fra gli abissi speculativi della relatività quantistica, senza paura di toccarne il fondo – anche perché quel fondo, secondo lui, non esiste. «Elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda». Di questo continuo gioco di specchi è fatto il mondo, e per comprenderlo in tutta la sua complessità, per vederne la coerenza e «sentire che è la nostra casa», scrive Rovelli, bisogna fare un salto ulteriore e accogliere l’incertezza che è al cuore della conoscenza, quella che porta all’«eguaglianza di tutte le cose». Come il personaggio di un racconto del Zhuangzi – uno dei grandi libri dell’antichità – che dopo aver sognato di essere una farfalla «svolazzante e soddisfatta della sua sorte» non sa più se è stato lui a sognare la farfalla o è la farfalla a sognare lui.
