Quelli che fanno il lavoro di Dio. Creo il denaro e quindi faccio il lavoro di Dio? La fine di Madoff è l’occasione per una riflessione su alcuni aspetti della finanza e sui suoi protagonisti, quelli che “fanno il lavoro di Dio”

MADOFF E IL LAVORO DI DIO

Quelli che fanno il lavoro di Dio

Bernard Lawrence Madoff

È morto in carcere Bernie Madoff, il finanziere truffatore che causò perdite per almeno 65 miliardi di dollari a migliaia di investitori di ogni paese. Tra loro attori, stelle dello spettacolo e non poche entità caritatevoli, anche appartenenti alla comunità ebraica di cui era membro lo stesso Madoff. Fondatore del mercato azionario

Nasdaq, offriva rendimenti eccezionali: un vero e proprio mago. Il trucco, non nuovo, una variante del vecchio schema Ponzi, aggiornata al tempo dei derivati e dei “prodotti finanziari”, consisteva nel pagare gli elevati interessi ai vecchi investitori con il denaro fresco dei nuovi. Per anni, le “autorità finanziarie” e gli organi di controllo non videro o finsero di non vedere, quindi il castello di carte crollò nel 2006 in coincidenza con l’inizio della crisi che travolse poi Lehman Brothers.

Lloyd Blankfein

La fine di Madoff è l’occasione per una riflessione su alcuni aspetti della finanza e sui suoi protagonisti, quelli che “fanno il lavoro di Dio”. Così disse di se stesso un banchiere di primo piano, già presidente della banca di investimenti Goldman Sachs (la stessa in cui hanno lavorato Mario Draghi e Romano Prodi), Lloyd Biankfein. Creo il denaro, affermò, quindi faccio il lavoro di Dio. Il potente finanziere non aveva tutti i torti, tipico esponente di una casta liberal e libertaria sui temi etici, ultra conservatrice quando si tratta del portafogli.

Anche Mario Draghi ha fatto per anni il lavoro di Dio: ha creato denaro dal nulla con il quantitative easing, ovvero il clic sui server delle istituzioni bancarie con cui si creavano grandi quantità di euro inesistenti. Attraverso questa operazione, Mandrake ha salvato l’euro, o meglio il sistema bancario sottostante. L’ex allievo dei gesuiti e il suo omologo americano Ben Bernanke ricevono plauso e gloria. Passano per salvatori: cambiano i tempi.

John Law

Il loro precursore più noto non ebbe la medesima fortuna. Si chiamava John Law, era scozzese e nacque verso la fine del XVII secolo, al tempo della “gloriosa rivoluzione “inglese, la grande vittoria politica dei signori del denaro, una delle cui conseguenze fu la nascita della Banca d’Inghilterra, geniale invenzione di un altro scozzese, il banchiere William Paterson. La casa di Orange, vincitrice della guerra civile, era indebitata fino al collo. Paterson si offrì di comprare il debito reale di 700.000 sterline oro, richiedendo il diritto di emettere biglietti a corso legale, non più semplici lettere di credito, con l’effigie del sovrano e la dicitura Banca d’Inghilterra, per 1.200.000 sterline (notes of bank). Quel giorno nacque l’economia del debito in cui siamo oggi immersi, e si cominciarono a creare i presupposti per il predominio della finanza sull’economia, cioè sulla produzione di beni e servizi reali.     

Paterson è passato alla storia come un genio, e lo stesso sta accadendo con Draghi, Bernanke e gli altri creatori di moneta fiat, dal nulla. Law resta un truffatore. Qual è la differenza? John Law fu un personaggio da romanzi d’avventura. Figlio di un banchiere, giocatore incallito, di grande attrattiva fisica, uccise in duello il marito della sua amante. Dovette fuggire ad Amsterdam, allora capitale dell’innovazione economica, la prima piazza finanziaria “globale”. Già da un secolo la città olandese conosceva le “società per azioni a responsabilità limitata”, inventate affinché i mercanti potessero finanziare – senza rinunciare alla gestione – l’armamento e l’equipaggiamento delle navi destinate ai lunghi e pericolosi viaggi verso le Indie. Le spese erano enormi e il rischio immenso. Ricordiamo Il Mercante di Venezia, Antonio, il cui patrimonio è interamente investito nei viaggi marittimi e la scommessa con Shylock.

Shylock e Jessica dalla commedia Il mercante di Venezia di William Shakespeare. (Wikipedia)

Con quello che imparò ad Amsterdam (perché limitare il numero di azioni in vendita, perché non creare una banca pubblica che emette i soldi necessari?) John Law passò in Francia dove divenne il dominus del regno. La Francia era stata lasciata in pessime condizioni finanziarie da Luigi XIV, il Re Sole. Le idee di John Law cambiarono il corso della storia economica e finanziaria, ma fecero di lui un latitante fuggitivo che finì i suoi giorni a Venezia. Sulla sua tomba si legge: “In onore e memoria di John Law di Edimburgo, il più illustre tesoriere dei re di Francia”.

Perché fu un personaggio così controverso? In un suo scritto, Moneta e commercio; una proposta per provvedere di denaro la nazione, (1934) anticipava una delle idee più discusse nell’intera storia del pensiero economico: la convenienza di aumentare la circolazione monetaria per stimolare l’attività economica. La sua fama è legata alla prima grande bolla finanziaria della storia. Nel soggiorno olandese, dovette certo conoscere di prima mano i risvolti della “tulipomania”, l’incredibile vicenda del prezzo dei tulipani nella prima parte del secolo XVII. La coltivazione iniziò pochi anni prima e scatenò una sconcertante gara per assicurarsi i preziosi fiori. Il prezzo aumentava costantemente, si cominciò a scommettere sul prezzo di bulbi non ancora piantati, i futures su tulipani inesistenti… Nacque persino una “finanza ombra”, quella che oggi chiameremmo “over –the-counter”, al di fuori dei normali canali: anche le taverne erano luoghi di scambio di diritti sui tulipani, con tanto di commissioni e vendite allo scoperto. Quando i commercianti di tulipani cominciarono a vendere, il gioco si scoprì e si diffuse il panico. A migliaia andarono in rovina e i tribunali considerarono i contratti alla stregua del gioco d’azzardo: obbligazioni non esigibili attraverso la legge.

La Follia del Tulipano, di Jean-Léon Gérôme (Wikipedia p.d.)

Non è molto diversa la realtà presente, se non l’estensione globale dei fenomeni e la loro rapidità fulminea. Forte delle esperienze olandesi e della conoscenza dei meccanismi bancari britannici, John Law fu il teorico e precursore della moneta fiduciaria in forma cartacea, basata cioè sulla fiducia nei confronti del – portatore emittente –, dematerializzata rispetto al valore intrinseco delle monete in metallo prezioso. La cosa normale al tempo era pagare con monete d’oro o d’argento, gioielli o titoli di proprietà, che, secondo lui, rallentavano gli scambi commerciali. In Francia, la Corona e i sudditi erano così indebitati e privi di metalli preziosi che non si coniavano monete e il capitale era immobilizzato. La conseguenza era una grave deflazione che paralizzava la nazione intera. Occorreva far muovere il denaro. Con questi argomenti, Law convinse il reggente del trono di Francia, Filippo di Orléans – spinto dalla necessità di alleggerire il peso del debito pubblico – che lo autorizzò nel 1716 ad attivare una banca privata, emettitrice di biglietti (banconote) convertibili al portatore. La lezione di Paterson era stata bene appresa da un altro scozzese.

Nominato direttore generale delle finanze, Law controllava il flusso delle imposte di tutta la Francia, il debito pubblico, l’emissione di denaro e la Compagnia delle Indie, potentissimo strumento politico –finanziario dell’epoca coloniale, fondata nel 1717 per sfruttare attività come il commercio con la Louisiana – colonia americana della Francia –, la riscossione delle tasse reali e il conio della moneta. Law ridusse il debito pubblico pagando i creditori della monarchia con azioni della Compagnia e della banca, nazionalizzata nel 1718 e trasformata in Banca della Corona.

Law divenne ministro delle finanze, legando la politica monetaria francese al corso delle azioni di una grande impresa. La Compagnia delle Indie a sua volta controllava in regime di monopolio l’importazione di tabacco, il commercio con Africa, Asia e Louisiana Fiducioso nel successo continuo di un sistema di cui apparentemente controllava tutto, Law – che sulle orme del Re Sole (“lo Stato sono io”) affermava orgogliosamente “l’economia sono io” – aumentò la circolazione dei biglietti molto al di là di quanto permettessero le risorse reali della banca. Sino ad allora, si intendevano per denaro le monete d’oro e d’argento. La grande innovazione di Law fu far circolare banconote il cui valore era fiduciario, ossia risiedeva nella loro convertibilità in moneta metallica. Poiché il portatore poteva recarsi in banca e pretendere la conversione in oro o in argento della somma scritta sulla banconota, emettere fogli di carta senza la riserva in metalli preziosi era una truffa. Questo nel XVIII secolo: oggi siamo abituati a considerare il denaro – nella prevalente forma di moneta bancaria virtuale – un atto di fede nell’emittente, una banca privata dietro la quale ci hanno abituato a credere ci sia uno Stato, o un’unione di Stati nel caso dell’euro.

Nella Francia di John Law un’attiva propaganda e voci fantasiose sulla ricchezza della Louisiana fecero salire alle stelle il prezzo delle azioni della Compagnia in mezzo a una diffusa febbre speculativa. Quanto più salivano, tanto più ci si precipitava ad acquistarle. Quando le azioni della Compagnia iniziarono ad essere vendute a dieci volte il loro valore di emissione, Law fece emettere tre nuove serie, inaugurando gli aumenti di capitale. Nel novembre 1719, le azioni venivano scambiate a 36 volte il loro valore di emissione. Folle di investitori, speculatori e intermediari si precipitavano a Parigi, tanto che si vendevano con largo anticipo i posti delle carrozze destinate alla capitale. Non è nemmeno il caso di evidenziare le straordinarie similitudini con l’attualità, ma le coincidenze non finiscono qui. 

I problemi nacquero, come accade con lo schema Ponzi (o Madoff…) dall’assurda generosità del dividendo. Quando fu pagato alla fine del 1719, molti azionisti pretesero di incassarlo in oro anziché in banconote o azioni. Affinché ciò non accadesse –non esistevano sufficienti riserve – all’inizio del 1720 venne limitata la quantità di oro e gioielli che si potevano detenere privatamente. Il messaggio fu controproducente: tutti compresero che se l’accumulo di oro e gioielli era proibito, era perché la ricchezza stava nel possederli. A ciò si aggiunse che l’intera operazione era basata sulla presunta enorme fertilità delle terre della Louisiana, ma bastò il ritorno di alcuni emigranti per scoprire che era una terra di stagni e paludi ed iniziasse un’acuta crisi di fiducia.

Per evitare che il castello di carte crollasse, John Law decise di fondere la Compagnia e la banca. Gli azionisti avevano il diritto di scambiare le loro azioni con biglietti, a un prezzo ancora notevole. Per riscattare le azioni, dovette emettere (senza alcun “sottostante”, diremmo oggi) una quantità di banconote tale da raddoppiare l’offerta di moneta. La conseguenza fu che l’inflazione si impennò nel mese nel gennaio 1720 e il prezzo delle azioni precipitò, mentre sempre più persone chiedevano alla banca di convertire le loro banconote in oro e argento. La carta moneta e le azioni, che solo pochi giorni prima tutti volevano possedere, furono apertamente rifiutate. Per calmare le acque, il reggente Filippo annunciò che erano state scoperte miniere d’oro in America e fece sfilare a Parigi seimila vagabondi vestiti da minatori. Con questo stratagemma truffaldino guadagnò tempo, riuscì a piazzare alcune azioni della Compagnia delle Indie e a stampare altra cartamoneta.

Si formarono file interminabili agli sportelli per scambiare biglietti e azioni in moneta sonante, senza successo. Il 17 luglio 1720 ci fu un grande tumulto con almeno quindici vittime. Fu la prima grande bolla di borsa e fu accompagnata da una forte crisi finanziaria. Il disastro ebbe un alto costo sociale. Gli investitori chiesero senza successo il rimborso delle azioni. Ancora peggio andò ai salariati, lasciati alla fame in quanto pagati in “bollette”, carta straccia emessa da una banca insolvente. Law dovette fuggire e la Francia tornò alla bancarotta in cui l’aveva lasciata Luigi XIVaggravata dalla rovina di molti risparmiatori privati. Tuttavia, c’è anche chi difende John Law, come lo scrittore e sceneggiatore svizzero Claude Cueni. “Il problema è sorto dall’impossibilità di frenare i nobili e i ricchi. Obbligarono a emettere carta per finanziare le loro stravaganze”. C’è del vero: la truffa si sostiene sempre sulla cupidigia del truffato, sul desiderio di facile ricchezza. I banchieri fanno il lavoro di Dio perché conoscono assai bene gli uomini e le loro debolezze.

Filippo in abito cerimoniale per l’incoronazione del fratello nel 1654 (wikipedia p.d.)

Simbolo del momento di auge del sistema Law fu l’acquisto, da parte di Filippo d’Orlèans, del più grande diamante del mondo, un gioiello di centoquaranta carati, esposto al museo del Louvre, testimone muto di quell’epoca di spreco, euforia e follia. Forse a qualcuno ricorderà gli aiuti – reali o virtuali – dell’UE, utilizzati dai governi per comprare voti presso le loro clientele economiche e politiche, con la conseguenza di ulteriore indebitamento.

John Law sopravvisse nove anni al disastro. Quando arrivò la notizia della sua morte, una gazzetta gli dedicò questo strano epitaffio: “è morto un celebre scozzese, un calcolatore senza eguale, che con le regole dell’algebra portò la Francia all’ospedale” Il suo sistema, che funzionò in gran parte per l’ambizione diffusa di facili guadagni speculativi, seminò nell’opinione pubblica francese una duratura sfiducia verso la carta moneta, le banche centrali e i meccanismi della finanza. Alcuni sostengono che quell’esperienza – e la povertà che determinò – sia tra le cause degli avvenimenti e delle idee che portarono alla Rivoluzione del 1789.

Il popolo di Parigi assalta la fortezza della Bastiglia il 14 luglio 1789, divenuta l’immagine-simbolo della Rivoluzione francese. (Wikipedia p.d.)

Noi pensiamo alle formidabili coincidenze con il presente e il passato prossimo. Alan Greenspan, presidente per quasi vent’anni della Federal Reserve, la banca centrale americana, uno che ha fatto a lungo il lavoro di Dio, sostenne sempre l’importanza di una borsa rialzista (il mitico “toro”) per l’andamento dell’economia, facendo prevalere di fatto il virtuale sul reale. Le stesse banche centrali – Draghi e la sua creazione pressoché illimitata di moneta “whatever it takes”, ovvero costi quel che costi – hanno collaborato a creare bolle. Nel sistema del debito sovrano, la solvibilità degli Stati è legata a quella delle maggiori banche, da cui l’espressione “troppo grandi per fallire”, giustificazione per il salvataggio della finanza privata con denaro pubblico.

Intanto, la concentrazione finanziaria in pochi colossi prosegue. In fondo, la politica delle banche centrali nel secolo XXI non è troppo diversa da quella dello scaltro scozzese di tre secoli fa. Si emette, anzi si crea moneta senza alcun “sottostante” con le stesse giustificazioni di allora (evitare la deflazione, alimentare la circolazione del denaro e simili). Draghi e Bernanke sono gli eroi del nostro tempo. Perché John Law era un truffatore? Perché, visto da una prospettiva storica, il sistema da lui creato non è sostenibile e invece confidiamo in quello attuale? Per quanto tempo ancora i banchieri e i finanzieri continueranno a fare “il lavoro di Dio?”

Roberto Pecchioli

Copertina: Marinus van Reymerswale – The Tax Collector (1546)

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