– Le carte “proibite” (e in buona parte inedite) dei due pensatori rivelano un retroscena inquietante nella genesi della dottrina comunista che avrebbe dovuto emancipare l’uomo

Statue di Karl Marx e Friedrich Engels

Il fatto che Marx potesse trovare il principale motivo di scherno di un avversario politico in un fattore biologico come il colore della pelle e perfino il tipo di crescita dei capelli la dice lunga su quale fosse la sua reale considerazione delle razze diverse da quella bianca.

Ferdinand Lasalle (1825-1864) dirigente socialdemocratico tedesco

Quella in cui visse Marx fu l’epoca non solo delle guerre coloniali, della tratta degli schiavi e dell’affermazione del sistema della schiavitù, ma anche della resistenza titanica dei popoli colonizzati e schiavizzati: in Africa, India e Oceania, le masse nere lottarono disperatamente contro l’invasore bianco, mentre nelle Americhe gli schiavi si sollevarono in armi più di una volta contro i dominatori. Eppure questi disperati tentativi di “liberazione” dall’oppressione schiavista trovarono la totale indifferenza di Marx. Egli, per esempio, ignorò completamente quello che secondo alcuni fu il più grande evento rivoluzionario del XIX secolo: la rivoluzione haitiana del 1791-1804, condotta per la prima volta interamente da schiavi, che rovesciò definitivamente il sistema della schiavitù e pose le basi per lo sviluppo del lavoro libero. Sarebbe interessante capire per quale ragione Marx non ne abbia mai fatto menzione nei suoi scritti.

La rivoluzione haitiana (1791-1804) stranamente sfuggita all’analisi di Marx

E che dire di Engels, padre indiscusso del materialismo dialettico e, per alcuni, il mentore di Marx? Si può dire che in fatto di razzismo egli si distinse per certe uscite non proprio dissimili da quelle di Marx e di altri suoi connazionali, forse anche dei nazisti del secolo successivo. Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Engels non si fece scrupoli a definire il popolo tedesco come “stirpe ariana assai dotata e in pieno sviluppo di vita”. Si disse indignato dalla resistenza degli slavi alla dominazione tedesca e si scagliò contro la Boemia e la Croazia per aver cercato di emanciparsi dall’imperialismo tedesco attraverso la fusione in un movimento pan-slavista. La storia, sosteneva Engels in Rivoluzione e controrivoluzione, esigeva l’assorbimento di questi popoli più deboli in una razza “più energica”, quella dei tedeschi, che da soli avevano “il potere fisico e intellettuale di sottomettere, assorbire e assimilare i loro antichi vicini orientali” e di estendere la civiltà occidentale all’Europa orientale. Di conseguenza, “il destino naturale e inevitabile di questi popoli morenti” era quello di arrendersi all’assimilazione, anziché vagheggiare “che la storia retrocedesse di mille anni per compiacere qualche corpo fisico di uomini”. Insomma, mentre, da un lato, Engels sosteneva i movimenti di liberazione nazionale antizarista, dall’altro, mortificava l’istanza dei cechi e degli slavi nelle rivolte del 1848. Come giustamente osservò il Boersner, quei popoli “non combattevano forse anche loro per l’indipendenza nazionale contro l’oppressione straniera?”. La verità è che “Engels credeva – e in ciò riecheggiava un tipico sentimento teutonico – che gli slavi dell’Impero asburgico fossero destinati a essere germanizzati e integrati nella cultura tedesca ritenuta superiore”.

Friedrich Engels (1820-1895)

Ma in verità Engels fece molto di più per rimarcare il suo razzismo e la sua approvazione nei confronti del colonialismo.

Nel 1830 la Francia, come è noto, invase e colonizzò l’Algeria. Per diciotto anni le truppe coloniali francesi condussero una guerra spietata contro la popolazione araba, mobilitata alla resistenza dall’emiro del Mascara Abdel Kader. Gli arabi ebbero la peggio contro la forza militare dell’emergente impero francese. Kader venne catturato e il suo esercito sbaragliato. L’Algeria si apprestava a diventare, come le altre nazioni africane, un enorme campo di concentramento, dinanzi al quale Engels, in Il governo francese in Algeria, apparso sul The Northern Star il 22 gennaio 1848, proprio lo stesso anno in cui pubblicò insieme a Marx il Manifesto, ebbe a scrivere: “A nostro parere, nel complesso, è una grande fortuna che il capo arabo sia stato preso. La lotta dei beduini era senza speranza e, sebbene il modo in cui i soldati brutali, come Bugeaud, hanno portato avanti la guerra sia altamente biasimevole, la conquista dell’Algeria è un fatto importante e fortunato per il progresso della civiltà. La pirateria degli stati barbareschi, che non hanno mai interferito con il governo inglese fintanto che non hanno disturbato le loro navi, non poté essere abbattuta, ma conquistata da uno di questi stati. E la conquista dell’Algeria ha già costretto i Bey di Tunisi e Tripoli e persino l’imperatore del Marocco a imboccare la strada della civiltà. Sono stati costretti a trovare per il loro popolo un’occupazione diversa dalla pirateria… E se ci si può rammaricare del fatto che la libertà dei beduini del deserto sia stata distrutta, non dobbiamo far capire che questi stessi beduini erano una nazione di ladri, il cui principale mezzo di sostentamento consisteva nel fare escursioni nei villaggi, prendendo quello che trovavano, massacrando tutti coloro che resistevano e vendendo i prigionieri rimasti come schiavi… Dopo tutto, la moderna borghesia, con la sua civiltà, l’industria, l’ordine e il quanto meno relativo illuminismo che ne conseguì, è preferibile al signore feudale o al predone e rapinatore e allo stato barbarico della società a cui appartiene”.

La presa di Costantina (1837) nella guerra coloniale della Francia contro l’Algeria, in un dipinto di Horace Vernet

Nel 1849, quando gli slavi meridionali dell’Impero austriaco sostennero il potere imperiale contro l’insurrezione dei rivoluzionari tedeschi e ungheresi, Engels, sulla Neue Rheinische Zeitung, affermò: “Tra tutte le razze dell’Austria, ce ne sono solo tre che sono state portatrici di progresso, che hanno avuto un ruolo attivo nella storia e che conservano ancora la loro vitalità: i tedeschi, i polacchi e i magiari. Per questo sono ora rivoluzionari. La vocazione principale di tutte le altre razze e di tutti gli altri popoli, grandi e piccoli, è quella di perire nell’olocausto rivoluzionario”.

Del razzismo, del filo-colonialismo di Engels come civilizzatore di popoli ritenuti inferiori, di cui queste citazioni costituiscono una prova lampante, si occupò diffusamente Hosea Jaffe, uno storico ed economista di origini sudafricane, morto nel 2014 tra l’altro in Italia, in un paesino dell’avellinese, che per il suo realismo è risultato a lungo indigesto alla sinistra europea e, in particolare, a quella italiana, benché fosse lui stesso dichiaratamente di sinistra.

Un testo che ha provocato più di un mal di pancia tra i devoti all’ortodossia marxista è un breve ma intenso libro del 2007, per fortuna ancora in commercio, dal titolo emblematico Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo (edito da Jaca Book). Esso si inserisce nell’enorme lavoro di Jaffe sul colonialismo, inteso non come una fase o deriva del modello di sviluppo occidentale, ma piuttosto come una “modalità costante”, verificabile continuamente.

Jaffe, che ha indagato a fondo la difficoltà di comprensione di questa modalità del colonialismo da parte delle élite progressiste europee e occidentali, è andato alla radice di certi “fraintendimenti” di ordine storico e ideologico e ha individuato, prove alla mano, l’ambiguo atteggiamento di Engels rispetto alla “menzogna coloniale”. Quando non è cecità, quella di Engels è, per Jaffe, senz’altro una legittimazione del colonialismo, intimamente connessa al suo razzismo di fondo, che gli impedì di scorgere il legame intrinseco tra il capitalismo e l’idea evoluzionistica della razza.

Ad avvalorare tale tesi è la risposta che Engels diede ai socialisti italiani guidati da Antonio Labriola in merito all’istanza concernente la distribuzione ai contadini italiani delle terre coloniali sottratte ai contadini dell’Etiopia in seguito alla prima acquisizione coloniale italiana nel mar Rosso, quella appunto dell’Etiopia nord-orientale, battezzata colonia d’Eritrea, a capodanno del 1890, sotto il governo del socialista Francesco Crispi. Il 15 marzo dello stesso anno Labriola aveva pubblicato su Il Messaggero una lettera dal titolo La terra a chi la lavora: la colonia Eritrea e la questione sociale, indirizzata al parlamentare Alfredo Baccarini, affinché si facesse promotore dell’iniziativa in questione. Engels, tradendo gli ideali dell’internazionale socialista ai danni dell’Africa e di quegli Zulu in cui egli stesso aveva intravisto “l’umanità prima della divisione in classi” (L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato), citando Marx, rispose: “Per quanto riguarda questa terra libera, non c’è dubbio che la più grande richiesta che oggi si possa fare al presente governo italiano è che nelle colonie siano assegnate proprietà terriere, per la coltivazione diretta, ai piccoli contadini e non ai monopoli, siano essi individuali o di compagnie. La piccola economia contadina è la migliore e più naturale soluzione per le colonie che stanno ora fondando i governi borghesi (se ne può trovare riferimento ne Il Capitale di Marx, libro primo, capitolo finale, La teoria moderna della colonizzazione) […]. Noi socialisti, senza scrupoli di coscienza, possiamo quindi appoggiare l’introduzione della piccola economia contadina nelle colonie già fondate […] chiedendo per esempio con insistenza al governo che nelle colonie vengano garantiti ai contadini italiani che emigrano gli stessi vantaggi che essi cercano e generalmente trovano a Buenos Aires […]. Se poi il collega Labriola abbia da ridire su questo – crediti di Stato per gli emigranti in Eritrea, colonizzazione da parte di società cooperative e altro – non mi riesce di capirlo dall’articolo de Il Messaggero”.

Antonio Labiola (1843-1904) storico esponente dei socialisti italiani

La lettera di Engels, custodita presso la British Library di Londra, venne “scoperta” solo nel 1996, in occasione della celebrazione della vittoria ad Adua dell’esercito etiope (1896), e venne accolta – secondo la testimonianza dello stesso Jaffe – come “una piccola nuvola nel cielo immenso della celebrazione”. Il documento storico, che di fatto attesta l’accettazione da parte di Engels del colonialismo italiano, è stranamente sfuggito alla storiografia ufficiale, pure attentissima in questi anni alla letteratura dei postcolonial studies, che, per usare un verbo caro a Walter Benjamin, “disseppelliscono” il fenomeno del colonialismo elevandolo a padre di tutti noi, discendenti della borghesia moderna e spietati dominatori dell’“Altro non–occidentale”, del “subalterno”, del “perdente della storia”, del “barbaro”, dello “schiavo”, ecc. Un’attenzione, evidentemente, a fasi e contesti alterni, a seconda degli interessi di parte più che di scienza.

La “razza”, che era patrimonio “comune”, è il caso di dire, nel pensiero e nella pratica occidentale, era allora intrinseca a quel sistema capitalistico-coloniale che Engels accettava come “necessità storica”. Lo testimonia la lettera del gennaio 1894 a Walther Borgius, il quale, dopo una discussione con Werner Sombart, aveva chiesto a Engels di esprimersi sui condizionamenti dell’ambiente e della “razza” nei confronti dell’individuo. “Noi – rispose Engels – consideriamo le condizioni economiche come l’elemento determinante, in ultima istanza, dell’evoluzione storica. Ma la razza è essa stessa un fattore economico” (Lettere di Engels sul materialismo storico 1889/95).

Dinanzi a un quadro così esaustivo, non bastano le ingenue acrobazie intellettuali dei marxisti contemporanei, più radical che chic, comunque bianchi, impegnati o a silenziare, inquisire e condannare ogni pur timido tentativo di revisionismo storico, o ad assolvere Marx ed Engels, dall’altare della loro ferrea ortodossia, invitandoci a comprendere la natura “dialettica” delle loro posizioni e tentando di farci credere che gli ideatori del comunismo non intendevano veramente “significare” ciò che pure affermavano.

Quanto accade in questi giorni nel mondo, al netto di una sempre più palese ignoranza della storia, dovrebbe indurci a superare definitivamente i metodi manipolatori e censori, per iniziare a valutare l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, secondo cui l’internazionalismo di Marx ed Engels altro non è che un atteggiamento europeista e germanico, oltre l’ordinario giudizio politico e definibile, a tutti gli effetti, razzista. Un’attitudine in linea con il sentimento comune in tutta Europa, fino a buona parte del Novecento, per cui esistevano dei popoli in grado di civilizzarne degli altri sulla base di una presunta superiorità.

Spartaco Pupo

 

Fonte Ereticamente 23 giugno 2020

 

«MARX ED ENGELS COLONIALISTI E RAZZISTI – (PARTE PRIMA)»

 

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