Quando il potere rifiuta di guardarsi allo specchio

MEA CULPA DI WASHINGTON SUL SET DEL DECLINO
Tra negazione e autoassoluzione, l’America mette in scena la sua “mea culpa” senza crederci davvero.
Il Simplicissimus
Il concetto di “chiusura epistemica” diventa la chiave per leggere l’atteggiamento dell’Occidente di fronte al proprio declino. Washington, simbolo del potere globale, continua a recitare la parte del protagonista, ignorando che il copione è ormai cambiato. Mentre il mondo multipolare avanza, gli Stati Uniti restano prigionieri di una narrazione autoreferenziale, incapaci di riconoscere la fine del proprio dominio. È la “mea culpa” sul set del declino: confessione apparente, girata a favore di telecamera, dove il pentimento è solo un effetto speciale e la realtà — quella vera — non ha più un posto in scena. (Nota Redazionale)
Il termine “chiusura epistemica” appartiene alla logica o forse sarebbe meglio dire a quel logicismo di cui è ossessivamente intessuta la cultura accademica anglo americana, tuttavia esso può essere utilizzato in senso più ampio per definire le situazioni in cui i sistemi di credenze, sia politiche che di altro tipo, possono diventare sistemi chiusi, non influenzati dalle evidenze empiriche.

Sì, lo so, sembra piuttosto complicato, ma in fin dei conti è molto semplice: ci si rifiuta di prendere atto della realtà effettiva pensando che essa possa essere spiegata non dai fatti, ma a partire dai propri pregiudizi o dalle proprie fedi. Questa è una delle più evidenti, forse inevitabili, in qualche modo anche necessarie fallacie del pensiero che tuttavia in questo periodo ha una manifestazione inquietante e decisiva per il nostro futuro: l’impossibilità per l’Occidente complessivo e per gli Stati Uniti in particolare, di prendere atto dei mutati rapporti di potere che si sono creati sul pianeta. Della fine dell’impero insomma.

Abbandonare almeno quattro secoli di dominio e di mentalità costruita su quello, non è certo facile, ma forse non c’è bisogno di andare così indietro nel tempo e fermarci a un solo secolo, quello che potremmo definire americano, che non è certo il XXI, ma quello già passato. Benché gli economisti siano abituati a ricoprire di teorie ad hoc tutte le dinamiche sociali e geopolitiche, ci troviamo a dover constatare un fatto che oggi appare evidente: il dominio del dollaro statunitense, altrimenti chiamato petrodollaro, ovvero lo strumento principe per lo sfruttamento planetario, non deriva da logiche economiche, ma dal fatto che gli Usa hanno potuto imporre l’uso del dollaro grazie alla loro esagerata potenza militare. Benché abbiano praticamente perso tutte le guerre o comunque perso la pace successiva, ciò non ha mai seriamente intaccato questa immagine di potenza poiché si trattava di Paesi infinitamente più deboli, per cui la sconfitta appariva quasi come una concessione. E non lo dico io, ma Tulsi Gabbard la capa dell’intelligence statunitense, la quale in un documento di cui sono trapelate alcune parti, illustra come Washington abbia costantemente rovesciato governi di altri Paesi, intromettendosi in società e situazioni che le amministrazioni Usa conoscevano a mala pena. Il risultato, dice sempre la Gabbard, sono migliaia di miliardi spesi, un’incalcolabile perdita di vite e alla fine la nascita di nuove e più gravi minacce. È venuta l’ora di cambiare.
Come e perché questo segreto di Pulcinella venga ora rivelato non lo sappiamo ancora, probabilmente la rivelazione ha radici nella lotta interna tra fazioni trumpiane, ma possiamo dire che si vuole cambiare nel momento in cui la vecchia politica non è più praticabile. La guerra in Ucraina, con la palese sconfitta della Nato che ormai spara solo parole nel tentativo di esorcizzare il mondo reale, ha demolito quell’immagine di invincibilità su cui si basava in buona sostanza il potere di Washington e dunque ha minato le fondamenta stesse su cui esso si basava e che in qualche modo investiva anche le colonie europee, oggi divenute il più facile terreno di sfruttamento di cui dispongono le oligarchie del denaro nordamericane e autoctone. Ciò spiega perfettamente tutto il castello di carte che viene eretto sulla guerra ucraina, cercando di convincere l’uomo della strada che la partita sia ancora aperta, che si può ancora vincere e che quindi è giusto militarizzare la società e spendere ancora un’enormità di soldi per foraggiare il sistema neonazista di Kiev. La cosa più importante però è che il potere militare americano e le sue wunderwaffen sono state smascherate davanti al mondo intero, facendo crollare un mito e il potere di ricatto sul quale esso si fondava. Un esempio di scuola è la vittoriosa resistenza che gli Houti hanno opposto alla strabordante flotta americana mandata nel Mar Rosso e che per due volte si è dovuta ritirare senza ottenere alcun risultato, anzi trovandosi in grave difficoltà. Vent’anni fa non sarebbe successo, anche perché nuove armi, i droni in particolare, stanno completamente cambiando la situazione e penalizzano la talassocrazia angloamericana.
Da qui il non sapere che fare, le ondivaghe esibizioni di Trump, i dazi messi e tolti, ora anche l’autodafé sulle malefatte passate, la discesa dell’Europa nell’inferno di un autoritarismo bellico e di un declino industriale vorticoso, grottescamente nascosto da un velame di russofobia esibito dai cervelli più miserabili del continente e nondimeno posti a capo della Ue e dei singoli Paesi dalla piovra globalista. Un’epoca, lo sappiamo tutti, è finita, ma i poteri economici che l’hanno plasmata non vogliono mollare la presa e hanno ordinato al vasto mondo di vassalli mediatici, di trollanti dei social, di sedicenti esperti, di accademici di terzo piano e di intellettuali ormai privi di intelletto, di tenere in piedi ad ogni costo la tragicommedia ucraina, negando qualsiasi realtà. Washington si sta rendendo conto di non poter frantumare il blocco euroasiatico formato da Russia e Cina che essa stessa ha contribuito a creare e allora si dedica a minacciare l’assalto ai più deboli, come ad esempio, il Venezuela, solo che anche qui si stanno presentando nuovi problemi: navi russe nei Caraibi e centinaia di soldati di Mosca sbarcati nel Paese sudamericano. Nulla è più facile come una volta. L’apice dell’impero, raggiunto nel 1989, è ormai un ricordo. Ora c’è solo il teatro o per meglio dire Hollywood.
