Autori da mettere in valigia. I due secoli dalla nascita di “Herman Melville” sono l’occasione per riflettere sulla grandezza di un classico misconosciuto in vita, la cui rilettura fornisce motivi, sguardi e risvolti sempre nuovi.

 

Melville. La forza del destino

 

Ritratto di Herman Melville.

Nell’agosto del 1819, due secoli fa, nasceva Herman Melville, lo scrittore americano autore di Moby Dick, del racconto Bartleby lo scrivano e dell’incompiuto Billy Budd, allegoria della legge degli uomini. I temi affrontati da Melville sono molteplici e attengono tutti ai fondamenti della condizione umana. C’è in lui qualcosa di epico unito al tragico dagli echi scespiriani, l’assurdo, il viaggio, la solitudine radicale di ciascun uomo e, su tutto, il senso incombente della forza irrevocabile del destino. Al fato, come a se stessi, non si può sfuggire: è la lezione dei suoi personaggi più famosi. Il primo è il capitano Achab, ossessionato dalla caccia a Moby Dick, la balena che gli ha strappato una gamba. Poi Bartleby, il misterioso omino che si installa in uno studio legale di New York, una sorta di Oblomov indifeso e gentile che dice sempre di no, anticipa l’assurdo del Gregor Samsa di Kafka, e finisce per morire di inedia. Infine Billy Budd, il marinaio ingiustamente accusato di ammutinamento che viene condannato da innocente, un’opera che ha ispirato il grande musicista Benjamin Britten, parzialmente incompiuta per la morte nel 1891 di Melville, i cui ultimi anni furono angustiati dalla fine prematura di tre dei suoi figli.

Moby Dick resta il capolavoro, la storia ciclopica – un po’ Odissea e un po’ Commedia dantesca – di uomini che abbandonano la terraferma per arpionare il Male – il proprio e quello altrui – simboleggiato dalla grande gobba bianca di una balena. Uscì con scarso successo nel 1851 e, nonostante alcune ristampe, fu riscoperto solo attorno al 1920, per merito di un docente americano, Richard Weaver. Da allora è stato un crescendo di successo per Moby Dick, diventato un classico della letteratura di tutti i tempi. Negli stessi anni a metà dell’Ottocento si sviluppava il cosiddetto rinascimento letterario americano, con i capolavori di Ralph Waldo Emerson, Nathaniel Emerson, cui è dedicato Moby Dick, Harriet Beecher Stowe (La capanna dello zio Tom), David Thoreau e Walt Whitman (la prima edizione di Foglie d’erba).

  Le riduzioni di Moby Dick sono molto popolari nella letteratura per ragazzi, destino condiviso con il Don Chisciotte di Cervantes. Del resto, Achab e Chisciotte sono due personaggi con strane similitudini, registrate dal grande critico Harold Bloom in Canone occidentale. Entrambi monomaniaci, i due sono idealisti che cercano la giustizia in termini umani, sostituendosi a Dio.  Ricordare e rileggere Melville ci pare più urgente oggi, in un’epoca in cui letteratura, arte, pensiero hanno abbandonato i temi più importanti, le domande di senso dell’uomo di fronte al suo destino. Il grande narratore americano del secolo XIX, intriso di spirito veterotestamentario fin dai nomi assegnati ai suoi personaggi (Achab fu un re di Israele che abbandonò la fede nel Dio ebraico), parla agli uomini di ogni tempo di avventura, della sfida tra il bene e del male, di vendetta e di giustizia, ma anche di Assoluto.

Moby Dick, la balena bianca, è il male dell’universo, il demoniaco sempre latente nell’animo umano. Il capitano Achab rappresenta la vendetta insieme con la furia autodistruttiva, la follia, l’implacabile ansia di assoluto e il titanico desiderio dell’uomo di ergersi contro la natura e il destino. Fu un giovanissimo Cesare Pavese a cimentarsi, appena laureato con un tesi su Walt Whitman(FFF), il cantore dell’individualismo americano (“io celebro me stesso, e canto me stesso”), con l’impresa complessa di tradurre nella nostra lingua Moby Dick. La sua versione resta insuperata. È nella prosa del grande langarolo che citiamo un decisivo frammento di Moby Dick dedicato al capitano Achab.  “La balena bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo”. Pavese intuì il celato senso sacro, in qualche misura religioso, dell’opera, affermando che Moby Dick va letto tenendo a mente la Bibbia, per coglierlo come un poema sacro, oltre le lunghe digressioni tecniche, geografiche, zoologiche e marinaresche.

Moby Dick, il capolavoro di Melville, una storia ciclopica “un po’ Odissea e un po’ Commedia dantesca”, in cui la balena bianca, è il male dell’universo, il demoniaco sempre latente nell’animo umano!  

   La sua cifra profonda starebbe, secondo quest’ermeneutica, nel manifestarsi progressivo del mistero del Male, simboleggiato dalla coppia antagonista Achab-Moby Dick. Tutto ciò in pieno XIX secolo, in mezzo all’ottimismo scientifico, all’orgoglio positivista e all’ansia di progresso materiale che pervadeva la società americana protesa oltre ogni frontiera, permeata dall’idea trascendentalista, il peculiare individualismo del Nuovo Mondo, reazione al razionalismo ma insieme esaltazione dell’individuo nei suoi rapporti con la natura e la società. Achab, in più, esprime la modernità incipiente che rifiuta Dio e arriva a gridare, nel suo monologo febbrile dinanzi all’equipaggio, che colpirebbe il sole, se questo lo offendesse.

La trama è nota: la baleniera Pequod parte dal porto di Nantucket a caccia di cetacei, ma in realtà il suo strano equipaggio multietnico – simbolo e metafora della complessità del mondo – si lancia alla caccia della mostruosa Moby Dick, convinto dal capitano. Dopo infinite peripezie, Achab finirà per trascinare allo scontro fatale e alla morte l’intero equipaggio, tranne il narratore, Ismaele. L’incipit del romanzo è uno dei più concisi e potenti dell’intera letteratura mondiale. “Call me Ishmael”, chiamatemi Ismaele, chiede l’Io narrante rivolgendosi a ogni lettore. Non è un nome autentico, ma un’allegoria, un’allusione al viaggio e allo sradicamento. Ismaele era infatti il figlio di Abramo avuto dalla schiava Agar, scacciato dalla casa paterna e ramingo nel deserto. Grandissimo è stato il fascino esercitato da Moby Dick sul cinema, dalla prima versione del 1926, pochi anni dopo la riscoperta di Melville, a quella spettacolare di Orson Welles negli anni ’50 sino al film del 2010 diretta da Trey Stockes.

   Echi danteschi si scorgono nel discorso di Achab all’equipaggio, con cui, simile a Ulisse nella Commedia, convince i suoi uomini all’impresa fatale, l’improba lotta contro le forze della Natura. Il capitano spiega la sua visione in cui Moby Dick è ossessione, simbolo, buco nero agli uomini del Pequod, gente proveniente da ogni angolo del mondo, Queequeg l’indiano, Fedallah l’ambiguo farsi, i mozzo Pip che impazzirà trasformandosi in una sorta di giullare scespiriano con le sue canzoncine idiote che contengono grottesche profezie, il solido secondo ufficiale, Starbucks, solido quacchero simbolo di realismo.

«Tutte le cose visibili, uomo, sono solo maschere di cartapesta. Ma in ogni accadimento, nell’atto vivo, nel fatto certo, proprio lì, qualcosa di ignoto ma in ogni caso ragionevole fa sporgere il profilo delle sue fattezze oltre la maschera incosciente. Se l’uomo vuole colpire, colpisca attraverso la maschera! Come potrebbe evadere un carcerato, se non uscendo attraverso il muro? Per me, la Balena Bianca è quel muro che mi sta vicinoA volte penso che al di là non ci sia niente.  Ma per me è sufficiente. Mi impegna; mi completa; vedo in essa una forza oltraggiosa, sostenuta da un male imperscrutabile.  Quella cosa imperscrutabile è l’oggetto principale del mio odio; la Balena Bianca può essere l’agente, la Balena Bianca può esserne il mandante: io quell’odio lo dirigerò su di essa. Non parlarmi di empietà, uomo: colpirei pure il sole se mi offendesse. Perché se il sole fosse capace di questo, io dovrei essere capace di quello; c’è sempre una qualche lealtà nel gioco, perché la rivalità pertiene a tutte le cose create. Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini. Allontana da me quegli occhi! Lo sguardo del sempliciotto e più intollerabile dell’occhiataccia del diavolo!»

Pure, l’ossessionato Achab, il titano senza pace, conosce momenti di tenerezza, come in certi sguardi verso il povero Pip, il suo opposto, il Tragico e il Ridicolo (apparente), o nella malinconica riflessione sulla libertà umana. In fondo, neppure lui sa fino in fondo perché agisce, ma è rassegnato all’inevitabilità delle sue azioni. Alla fine, vince la natura bruta, la balena e l’ultima immagine di Achab è tremenda e simbolica, un povero corpo inanimato crocifisso dal groviglio delle corde dei ramponi. Sopravvivrà solo Ismaele, per testimoniare e raccontare una storia, salvato da una bara entro cui galleggia per un giorno, quella che aveva costruito per se stesso l’enigmatico ramponiere indiano Queequeg.

   Altrettanto potente dell’incipit è la chiusura del torrenziale romanzo, un’altra immagine biblica, il versetto di Giobbe che sopravvive alla balena: “e io solo rimasi per raccontarlo.” Salvato dalla baleniera Raquel, incrociando la quale Achab aveva chiesto ansioso notizie sull’avvistamento della balena bianca, certo gli avranno chiesto chi fosse. Avrà risposto, chissà, il naufrago rifiutato dal mare, chiamatemi Ismaele, come all’inizio della storia. Il vacuo orgoglio dell’uomo che si erge sul destino per scoprire la Verità anche a prezzo della follia e della morte è sconfitto, ma rinasce ogni giorno nella modernità in lotta perenne contro il creato.  Il Pequod è microcosmo e rappresentazione allegorica del mondo, un affresco vigoroso dei diversi modi di comportamento dell’individuo nei confronti del conflitto tra bene e male, entro una narrazione epica in cui alla vivacità delle figure dei marinai fanno da contraltare l’allegoria e i temi filosofici. Achab non rinuncia alla propria ricerca pur sapendo che lo condurrà alla disfatta, mentre l’inafferrabile Moby Dick è il simbolo di ogni mistero, dell’inafferrabile e dell’inattingibile, incarnando il limite estremo della conoscenza umana, il confine tra l’uomo e il suo bisogno di verità e sete di sapere. In questo senso, Moby Dick occupa un posto a parte nella letteratura mondiale, tra avventura e sogno, mistero e un senso inespresso del sacro che diviene ferita nel lettore più sensibile.

Billy Budd, interpretato da Terence Stamp (1962).

Se la storia di Achab e della sua caccia macabra, ossessiva, resta il vertice dell’arte di Melville, altre opere meritano la memoria, nel secondo centenario dell’autore. Come ogni grande narratore, Melville fu un filosofo profondo. Lo dimostrò in intense prestazioni artistiche. L’ultima, estrema, fu il racconto Billy Budd, pubblicato postumo dopo la rinascita dell’interesse per la sua opera. I buoni, sembra dirci il marinaio Melville, finiscono sempre appesi all’albero maestro. Si tratta di un racconto tra i più suggestivi sul bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è solo legale. Billy Budd, è un giovane marinaio, un gabbiere reclutato a forza, di bellissimo aspetto, naturale ed istintivo, “un barbaro con principi, come dovette essere Adamo prima che la serpe sofisticata gli si attorcigliasse attorno”, scrive Melville. Non sa leggere, ma cantare. Il suo entusiasmo conquista l’equipaggio intero, ma desta l’invidia del maestro d’armi, forse animato da segreti istinti omofili.

Accusato ingiustamente di ammutinamento, è troppo nobile e retto per reagire con le armi del diritto. In più è afflitto da una balbuzie intermittente che compare nei momenti di tensione e gli impedisce di difendersi con la parola. Il bene e il male, come tante volte accade, si rovesciano, il giusto diventa vittima dell’ingranaggio: esasperato, può solo colpire il suo accusatore, uccidendolo con un pugno. Le leggi degli uomini gli si rivoltano contro, per lui non c’è che la legge di guerra e il patibolo, un ingiusto verdetto che Billy accetta spinto da un irrazionale candore: la fedeltà alla Patria e al Re.

  Il racconto più famoso di Melville resta Bartleby lo scrivano. Scritto alla metà del secolo XIX, anticipa in modo sorprendente temi letterari ed esistenziali della modernità. Il titolare di uno studio legale, il narratore, un giorno trova tra i suoi impiegati uno sconosciuto, Bartleby. Comparso dal nulla, un omarino senza storia, lo nomina scrivano. L’uomo inizia però a rifiutare tutto, non ha alcuna iniziativa e ad ogni richiesta del suo capo perché lavori, si impegni in qualcosa, risponde invariabilmente “preferirei di no”. No a controllare questo o quel documento, no a copiare documenti, no a qualsiasi azione. Non fare, rigettare ogni possibilità, negarsi alla vita sembra l’unica preoccupazione di Bartleby. Non dà spiegazioni, non abbandona mai la sua scrivania. Precursore dei personaggi di Kafka e di Ionesco, non lascia l’ufficio neppure dopo il licenziamento. Esasperato, il proprietario trasloca e Bartleby finisce per morire d’inedia nel carcere in cui viene rinchiuso.

Il personaggio è profondamente contemporaneo, e ciò spiega l’immenso successo del racconto, imperniato su una non-persona, un essere che attraversa l’esistenza senza viverla, privo di storia, carente di volontà, se non quella, inflessibile, di non fare, non agire, non partecipare al gioco. Dicevamo, un Oblomov più inconsapevole rispetto alla creazione letteraria di Gonçarov, più chiuso in se stesso, in un universo personale vuoto e impenetrabile, dal quale è espulsa la volontà e la disperazione. Bartleby è una specie di non-essere che si limita a praticare l’inazione, accoccolato nel suo angolo, consapevole, o forse no, dell’inutilità dell’agire umano.

I due secoli dalla nascita di “Herman Melville” sono l’occasione per riflettere sulla grandezza di un classico misconosciuto in vita, la cui rilettura fornisce motivi, sguardi e risvolti sempre nuovi!  

  Un altro romanzo di Melville che ha incontrato il successo nell’ultimo mezzo secolo è L’uomo di fiducia, in cui viene tratteggiato un tipo umano per farne oggetto di una riflessione universale. Libro che è insieme satira culturale, allegoria e trattato metafisico, narra di un viaggio in battello lungo il Mississippi in cui le storie dei viaggiatori si intrecciano con quella di un ambiguo personaggio il cui intento pare essere quello di mettere alla prova la fiducia dei passeggeri. Il tema abborda, anticipandole, le tematiche del nichilismo, dell’assurdo e le problematiche esistenzialiste. Le motivazioni nascoste di ogni agire umano, le maschere che l’uomo assume nelle diverse circostanze della vita sono il tema del romanzo sotto la lente di quell’uomo misterioso. Nessuno sa chi sia né cosa voglia, uno dopo l’altro studia i passeggeri e la loro fiducia in lui, travestendosi e mascherandosi, approfittando della loro credulità. Un truffatore, un tentatore, o solo un uomo deciso a dimostrare la profondità dei nostri pregiudizi?

L’uomo di fiducia è un romanzo oscuro e divertente, una critica feroce dell’ottimismo del sogno americano, una visione del mondo disincantata, assai vicina alla sensibilità contemporanea, una commedia del travestimento dal profondo significato simbolico in cui niente è davvero come sembra. In Italia, temi simili saranno affrontati mezzo secolo dopo da Luigi Pirandello. In più, nell’Uomo di fiducia c’è un protagonista silenzioso, il grande fiume, lo scorrere unidirezionale dell’acqua, metafora del tempo e della vita, nonché dei continui cambiamenti del protagonista, antesignano della postmodernità, il mondo liquido descritto da Zygmunt Bauman.

   In definitiva, i due secoli dalla nascita di Herman Melville sono l’occasione per riflettere sulla grandezza di un classico misconosciuto in vita, la cui rilettura fornisce motivi, sguardi e risvolti sempre nuovi. Moby Dick è uno dei grandi romanzi che ogni uomo dovrebbe conoscere. Personalmente, se dovessimo scegliere un pugno di libri da portare con noi in un viaggio senza ritorno, metteremmo in valigia la storia della balena bianca accanto ai grandi romanzi di Dostoevskij, a Don Chisciotte, alla Commedia di Dante, a Shakespeare, al Faust di Goethe, a Omero, ai grandi greci del pensiero e della tragedia, e, naturalmente, alla Bibbia. Un po’ più in basso, ma sempre al vertice del canone occidentale. 

 

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    21 Agosto 2019 a 15:58

    La grande letteratura non ha tempo e non conosce l’oblìo. Esiste più oggi, anno del Signore 2019? Forse no, o forse sì, nascosta e incapace di esprimersi perchè ostacolata e imprigionata da troppe catene. Non esiste più la narrazione vera, nè l’umanità post-moderna ne avverte più il bisogno. L’elettrocefalogramma dell’anima è proprio piatto, ahimè.

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