La nuova frontiera della tolleranza: decidere chi deve tacere.

«Meno libri meno liberi»
Quando l’inclusione diventa selezione ideologica e il dissenso è un reato d’opinione.
di Marcello Veneziani
Marcello Veneziani affronta il paradosso della cultura contemporanea: chi si proclama difensore della libertà e dell’accoglienza erige, in realtà, muri invisibili contro chi non pensa secondo i canoni dominanti. Il pezzo denuncia la nascita di un clima inquisitorio fatto di esclusioni, liste di proscrizione e divieti mascherati da moralità progressista. L’autore descrive il “branco” dei nuovi censori, che si muove compatto per zittire, etichettare, espellere chi non ha il “permesso di soggiorno ideologico”. Una riflessione amara sul rapporto tra libri, libertà e quel conformismo che pretende di parlare in nome della democrazia mentre decide chi può avere voce e chi no. (Nota Redazionale)
Escludere, eliminare, censurare, cacciare. Loro, proprio loro, gli inclusivi, gli accoglienti, i pacifisti, i libertari, i democratici. Un continuo ergersi a guardiani del mondo e giudici supremi e a dire: lui non può entrare, lui si, lui va espulso, non ha permesso di soggiorno ideologico, non gli va data la possibilità di parlare, di esprimere le sue idee; loro non possono venire qui, è inaudito che possa esprimere le proprie idee. Come se fosse casa loro e non di tutti. Si ritrovano in branco e le piccole miserie di ciascuno unendosi di ergono a tribunale della Ragione e del Progresso; si cercano, emettendo i richiami della tribù; poi quando riescono a far stormo e mandria vanno alla carica o in picchiata sugli obiettivi mirati.
Non pensate che la conventio ad excludendum si accanisca solo contro qualche casa editrice e qualche libro ritenuti fascisti, reazionari o estremisti, come è accaduto alla rassegna Più libri più liberi a Roma. No, la loro discriminazione si estende in realtà a tutti coloro che per proprietà transitiva o per semplificazione manichea vengono ritenuti prossimi al Modello Infame del Fascista e ai suoi infiniti paraggi. Persino ai militari è interdetto l’accesso al corso di filosofia in un ateneo pubblico solo perché portano una divisa. Per gli altri, basta che siano conservatori, amanti della Tradizione, revisionisti storici o credenti in quella infame trinità Dio, patria e famiglia; basta che abbiano un giudizio storico diverso sul fascismo e dintorni; o un giudizio morale e culturale divergente rispetto al catechismo woke, alle sue figure di riferimento e ai suoi santuari (migranti, femministe, lgbtq+) e scatta lo stesso cordone sanitario, così diversificato: vituperarli in coro se si mettono in luce e vanno in spazi istituzionali; ignorarli totalmente, fingere che non esistano, fino a negare la loro presenza, se non sono attaccabili, non sono vistosi e non accedono alle sedi istituzionali, che i censori considerano roba loro; usarli se invece si prestano a criticare la destra al potere, salvo gettarli dopo l’uso.
Personalmente ho passato una vita su questa soglia tra porte chiuse, sbattute, socchiuse o rese inattraversabili; tra esclusioni, silenzi, discriminazioni, strumentalizzazioni, aperture a metà e inclusioni alternate a rifiuti e disprezzo. Salvo qualche dialogo fuori dagli schemi e dai divieti. L’altro giorno, per esempio, ho dialogato sul mio libro su Marx e Nietzsche, invitato all’Istituto di studi filosofici di Napoli, con Roberto Esposito e Geminello Preterossi, due studiosi nettamente di sinistra ma menti libere e oneste, capaci di confronto; dei loro libri mi ero occupato (ma a sinistra non capita l’inverso). Però quell’incontro è stato preceduto da una pioggia sui social di insulti rivolti a me e a chi si sporcava a dialogare con me, richieste di veti e censure. Per loro con la mia presenza partiva l’occupazione squadrista di una sede prestigiosa. La motivazione è sempre una: è un fascista. In realtà ho “solo” un giudizio storico e culturale diverso, anche su quel tema. Mai uno dei detrattori che abbia letto davvero un mio libro e ne ricavi poi un giudizio argomentato. Solo pre-giudizi, insulti a priori, vomiti di odio ad personam e censure. Menti piccole e meschine, cervelli storti e malcavati, miserabili, inaciditi e in fondo vigliacchi, sempre in branco, si danno forza l’un l’altro; ma sono poi così diversi i plotoncini d’esecuzione d’intellettuali, scrittori, attori, politici, che firmano di continuo per escludere, eliminare, censurare, vietare, cacciare? No, sono gradazioni diverse di una stessa pasta, tra filistei, fanatici e mafiosi. La cultura è cosa nostra, giù le mani.
Non ho mai letto richieste analoghe dal versante opposto, censure ed esclusioni verso autori, libri, editori, di sinistra, anche estrema o comunisti, anarchici e radicali; non ho mai visto loro conferenze interrotte o impedite, sedi istituzionali assaltate, eventi disturbati o avversati.
Proviamo allora a riassumere il catalogo dell’intolleranza in alcune tesi.
La prima: la violenza, l’intolleranza, lo spirito totalitario sono di chi vieta i libri e le idee e non di chi li pubblica o li fa circolare, anche i testi più discutibili o più radicali. La violenza nasce dall’ignoranza e da chi brucia i libri, non da chi li legge e li diffonde.
La seconda: impedire a chi non la pensa come loro di esprimere le proprie idee accomuna i violenti estremisti e radicali che lo fanno in modo aggressivo e urlante, ai filistei, i bigotti ipocriti e borghesi che chiedono divieti, leggi e censure preventive. Mutano i metodi, non gli scopi, e il desiderio di eliminare chi non la pensa come noi.
La terza: quei libri e quegli autori che suscitano scandalo sono in circolazione da decenni e in precedenza nessuno ha chiesto di cancellarli ed eliminarli; segno che il clima peggiora anziché migliorare col passare degli anni, l’allontanarsi di eventi nel passato sempre più remoto inasprisce i toni anziché svelenirli. E la stupidità intollerante avanza.
La quarta: il criterio di semplice buon senso, dell’omeopatia, ovvero di combattere le idee con le idee, i libri con i libri e le azioni violente con le sanzioni adeguate, fino al carcere e alla forza pubblica, è fuori uso: ci sono aggressioni che vengono viste con indulgenza e intima simpatia e ci sono opinioni che vengono punite come se fossero atti vandalici, violenze e annunci di stermini. Non c’è più l’elementare distinzione tra il pensare e l’agire, tra il dire e il fare.
Quinto: la madre di tutte queste intolleranze, sia violente sia normative, è nell’incapacità di far rientrare nella storia il passato intero e di giudicarlo con spirito critico. No, una fetta del passato è considerata sempre presente e un’altra è ormai rimossa. Una parte della storia rientra nella criminalità e un’altra no, per loro ci sono cause, attenuanti, situazioni temporali e condizioni psicologiche da considerare; una parte esce dalla storia per diventare male assoluto e perenne, e un’altra, invece, vi resta, incolume e obliata nei suoi lati peggiori. Di regimi totalitari, atti terroristici, deportazioni, stermini la storia è piena su più versanti ma per alcuni vale la giustificazione storica e il beneficio delle buone intenzioni, per altri invece resta la demonizzazione col relativo tribunale sempre in funzione. Il fascismo non è eterno, ma le pene infernali ai veri e presunti fascisti si.
Infine la domanda d’obbligo: è cambiato qualcosa da quando la destra è al governo? No, non è cambiato nulla. O per essere più precisi, qualcosa è cambiato: da una parte, obtorto collo, qualcuno si adegua alla mutata situazione o perlomeno finge; ma il più delle volte succede il contrario, si acuisce la rabbia e il livore da quando la destra è al governo, aumenta la ritorsione contro chi viene ritenuto, a torto o a proposito, rappresentante di quel mondo. E la destra politica se ne frega delle discriminazioni culturali e delle idee; salvo strepitare quando si sente essa stessa vittima di quella intolleranza. Il tempo passa e il clima è sempre più fetente e insopportabile.
Finirà il nostro transito terrestre – siamo vecchi ormai – e non vedremo lo spiraglio di un riconoscimento onesto e verace della realtà dei fatti, della verità delle cose, dei meriti e dei demeriti, del valore effettivo e dello spessore autentico di opere, autori, pensieri e persone. Solo buio, astio, finzioni, silenzi, palloni gonfiati. Quando una civiltà scende a questo livello, smette di essere una civiltà e merita di finire. Finire male, come vive male, parla e pensa male. Peccato però che in quella civiltà ci siamo anche noi che subiamo quel male quotidiano.
