il mercenario è colui che, grazie all’esperienza e a un corpo ben allenato, svolge l’attività considerata più consona per l’uomo, l’unica in grado di evidenziare il coraggio e la forza fisica che connotano i migliori

MERCENARI

Ricordo un vecchio romanzo di Forsyth. Uno dei primi di quello che sarebbe, di lì a poco, diventato il maestro delle moderne spy stories. Aveva già scritto “Il giorno dello sciacallo”, diventando, di colpo, famoso. E pubblicò questo romanzo, “I mastini della guerra”, sul mondo dei mercenari. Non è tanto la trama che mi è rimasta impressa. Piuttosto le atmosfere. E i caratteri. Quel senso di malinconia che compenetrava il racconto.
Perché i mercenari di Forsyth, i suoi mastini, erano, in fondo, figure malinconiche. A loro modo romantiche, nonostante la violenza, e il cinismo, che connotava le loro azioni. E il loro stesso vivere.
Vi è una frase, detta alla fine del romanzo, che mi è rimasta impressa. Suona, più o meno, così
   “Non è per i soldi. Non è mai stato per questo…”

Già… non per il soldo. E neppure per la gloria. Perché al mercenario non viene attribuita gloria alcuna. E neppure, forse, per l’onore. Se non quel senso dell’onore e dell’orgoglio che armò Ettore Fieramosca, Fanfulla da Lodi, Guglielmo Albimonte, Miale da Troja, Francesco Salamone, Giovanni Brancaleone, Riccio da Parma, Marco Corollario, Giovanni Capoccio da Tagliacozzo, Mariano Marco Abignente, Ludovico Animale da Terni, Romanello da Forlì, Ettore Giovenale (credo di averli ricordati tutti…) in quella gelida mattina del 13 Febbraio 1503, giorno di Sant’Elia. Nella piana davanti alle mura di Barletta. Il D’Azeglio ne trarrà un romanzo patriottico. Un presagio del Risorgimento. Ma, in realtà, il Fieramosca e gli altri erano solo mercenari. Che rivendicavano il loro orgoglio personale. Nulla di più. Ma, a mio avviso, era già molto. Anzi, moltissimo. Di loro, delle loro vite, e persino di dove e come morirono, ci restano ben poche, frammentarie, notizie. Del loro orgoglio invece resta traccia chiara. Ed indelebile.

Manifesto commemorativo del IV centenario della Disfida di Barletta. W/p.d.

In fondo questi Mercenari, questi Mastini sono uomini che vivono su un confine. Un limite che potremmo definire onirico, seguendo un’etica tutta loro. Il gusto dell’avventura. E la malinconia per un mondo nel quale lo spazio della ventura si va, sempre più riducendo. Insieme a quello della libertà. Come nel crepuscolare eroe creato da Hugo Pratt. Corto Maltese.

Corto Maltese

Non li sto idealizzando. So bene che i mercenari hanno commesso atrocità e violenze. Che il loro mondo era, e forse ancora è, brutale. Oscuro. Tuttavia, mi viene spontaneo pensare che se sono diventati tema e protagonisti di tante storie, romanzi, film, canzoni, avessero, comunque, una loro… luce.
E subito sorge la domanda: chi mai potrà, in un futuro più o meno lontano, idealizzare o anche solo narrare con una qualche umana simpatia le storie degli scherani di regime che reprimono manifestazioni di protesta contro una tirannide? E quali motivazioni hanno coloro che servono padroni ingiusti solo per il soldo?
Non vi è alcun fascino nella brutalità contro gli inermi. Senza nulla rischiare, perché si è sempre e comunque al servizio del potere.

Riflessioni sparse, casuali, senza alcun riferimento a fatti recenti… forse.
Mi torna in mente, come un ritornello che viene dal passato, la Canzone del mercenario
Son morto nel Katanga, venivo da Lucera, avevo quarant’anni e la fedina nera…” scritta da Pingitore. E cantata in un vecchio Cabaret da Pino Caruso. Parla di un mercenario Italiano, non più giovane, con una vita bruciata alle spalle. Che andò a combattere e morire in Katanga, nella brigata mercenaria del comandante Bob Denard. Una leggenda. Ma una leggenda oscura, fatta di sangue, whisky, tabacco, prostitute… e morte senza onore né lacrime.

Aveva la fedina penale nera. Un fuori legge. Ma, in fondo, più simpatico umanamente, di coloro che servono, ciecamente, leggi ingiuste…

Andrea Marcigliano

 

 

Fonte: ElectoMagazine del 20 ottobre 2021

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