Quando un bambino racconta una storia…

MIA MADRE AVEVA UNA CINQUECENTO GIALLA

di

Vittoria Pauri


Quando un bambino racconta una storia, la narrazione imbocca sentieri inaspettati. I dettagli storici e politici diventano vaghi, le convenzioni sociali labili, e ciò che rimane è un racconto essenziale, veritiero nella sua opacità, focalizzato principalmente sui sentimenti, le curiosità e le percezioni dei protagonisti. Gli eventi della Storia non vengono considerati nella loro dimensione collettiva bensì in quella individuale, a partire dal loro impatto su un singolo individuo e sulla sua famiglia. Il fantastico si ingarbuglia con il reale e spesso prende il sopravvento su quest’ultimo.

Un esempio ben noto è Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, raccontato da Pin, ragazzino ligure di dieci anni che vive durante la Seconda Guerra Mondiale. Pin è un bambino che vive tra gli adulti, ed attraverso il suo sguardo scopriamo la resistenza partigiana attraverso occhi infantili, che aggiungono cenni favoleggianti a una realtà fatta di lotta e di morte. Per Pin la guerra è un grande gioco, in cui capita con i partigiani quasi per caso; è un gioco di cui non conosce il linguaggio, le parole, ma di cui riesce a cogliere le conseguenze sugli adulti, come il venire a galla della loro natura più egoista e meschina.

Un altro romanzo, meno noto ma altrettanto affascinante, in cui la guerra viene raccontata da una bambina è Guerra di infanzia e di Spagna, di Fabrizia Ramondino. La protagonista, Titita, che per via degli impegni diplomatici del padre trascorre la sua infanzia sull’isola di Maiorca, vive durante la guerra civile scoppiata nel 1937. Titita, come Pin, ha una percezione della realtà piuttosto lucida, seppur nella propria limitatezza e fantasiosità.

Il romanzo di cui vorrei parlarvi oggi, Mia madre aveva una cinquecento gialla (1)di Enrica Ferrara, ha parecchi punti di contatto con i due titoli precedentemente citati. La protagonista è Gina e ha dieci anni. Nel corso di poco più di duecento pagine, l’autrice ci accompagna attraverso la scoperta di un capitolo della storia italiana: gli anni di piombo, il rapimento di Aldo Moro e il terribile terremoto di Irpinia, che causò la morte di 2914 persone.

Il suo partito si chiamava Democrazia Cristiana, era il più importante d’Italia e papà era un “pezzo grosso”. .Almeno prima che si mettesse a fare il capro.


Gina, ancora bambina, deve fare i conti con il fatto che il padre, Mario Carafa, sia un latitante. Al senso di impotenza e alla costante sensazione di abbandono, si aggiunge di mese in mese una consapevolezza più nitida della situazione politica e del malaffare, e della matassa di interessi e giochi di partito intorno alla figura di suo padre, che lo costringono a scappare. Inizia anche scoprire parole nuove, come capro espiatorio o brigatista, e più si addentra nel linguaggio degli adulti più si avvicina ad una parvenza di verità.

Nonostante i tentativi di giustificazione da un lato e di comprensione delle circostanze dall’altro, Gina non può fare a meno di fantasticare sul ritorno del padre, su una fuga per raggiungerlo, e di immaginare la sua presenza nei momenti difficili, come durante il terremoto. Il peso dell’assenza ricade specialmente sulla madre, che tiene le redini della famiglia, con coraggio e fermezza, tratti necessari anche per la guida della sgangherata Cinquecento gialla.

Arriverà però un giorno in cui Gina avrà la possibilità di far tornare a galla tutte le sensazioni e gli interrogativi irrisolti di quando era bambina, e sarà una occasione unica per fare chiarezza, per capire se il padre sia un politico sfortunato o un uomo del malaffare, innocente o colpevole, e, soprattutto, se sia possibile perdonarlo.

La storia è ispirata alla vera storia del padre dell’autrice, Angelo Ferrara, che fu impiegato del Banco di Napoli e ne diventò poi vicedirettore. Insieme a questo ruolo direttivo, fu anche impegnato nella DC come coordinatore nazionale dei GIP, gruppi di impegno politico della Democrazia Cristiana legati all’istituto di credito partenopeo. Accusato di truffa aggravata, falso e associazione a delinquere, al contrario di Mario Carafa, sosterrà sempre con forza la propria innocenza.

Se Pin e Titita sono rimasti nei vostri cuori, non posso che consigliarvi di immergervi anche in questo romanzo, estremamente scorrevole ed imprevedibile, per scoprire tramite la storia di Gina un frammento dell’Italia degli anni Ottanta.

 

Approfondimenti del Blog

(1)

 

 

 

Descrizione

Un esordio dolceamaro su una famiglia che di colpo si ritroverà catapultata in mezzo agli intrighi politici che hanno diviso l’Italia nel periodo a cavallo degli anni Ottanta, a ridosso degli anni di piombo e del rapimento Moro. Un romanzo di formazione autentico e onesto che racconta di trame occulte e malaffare visti attraverso lo sguardo curioso di una ragazzina restituendo allo stesso tempo un quadro vivo e realistico di un periodo della nostra storia su cui rimangono ancora troppi misteri.

«Che storia! Piena di ferocia, bugie di adulti e intricati tradimenti politici. Il romanzo è pieno di colpi di scena, ma la voce di Gina è come un luminoso filo di Arianna che guida il lettore nel suo viaggio di scoperta. La prosa è impeccabile. Gina è un personaggio vibrante, dinamico, pieno di vita. Ho amato questo libro!». – Catherine Dunne

«Un romanzo dai contorni definiti, che si stacca dal resto e ci supera in corsa, lasciandoci profondamente soddisfatti». – Claudia Durastanti

«Di quegli intrecci e segreti di famiglia di cui i bambini non dovrebbero sapere niente, in realtà sanno tutto. Soprattutto le bambine, come quella di questo romanzo, che crescendo toglie il velo alla realtà con la grazia e la precisione della scrittura che restituisce il nome a ogni cosa». – Nadia Terranova

Gina ha dieci anni ed è figlia di un politico democristiano, Mario Carafa, che nell’estate del 1980 è costretto a scappare da Napoli e a lasciare la sua famiglia. Con la madre Sofia e la sorella Betta, Gina parte sotto falso nome per raggiungere il padre in Sardegna. Grazie alla passione sfrenata per le storie e le parole nuove, Gina prova con tutte le sue forze a comprendere cosa stia succedendo, cercando di decifrare il significato di termini per lei esotici come “capro espiatorio”, “latitante”, “brigatista” e “camorrista”. Le sembra di capirne il senso, eppure più passa il tempo e più rimane confusa: suo padre è innocente o colpevole? È un politico o un camorrista? Chi sono i suoi amici e chi invece gli è diventato nemico? Tra incomprensioni familiari, ribellioni adolescenziali, nuove amicizie e nuove avventure a bordo della sgangherata Cinquecento gialla di sua madre, Gina supera questo periodo difficile e si mette a investigare per conto suo per scoprire le vere ragioni che stanno dietro la latitanza di suo padre e soprattutto per cercare di riportarlo a casa una volta per tutte.

 

Enrica Ferrara è nata a Napoli e vive a Dublino. Insegna presso il Trinity College e collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Dublino. Ha pubblicato numerosi saggi su letteratura e cinema, come Calvino e il teatro. Storia di una passione rimossa (2011); Il realismo teatrale nella narrativa del Novecento. Vittorini, Pasolini, Calvino (2014) e Posthumanism in Italian Literature and Film. Boundaries and Identity (2020). Mia madre aveva una Cinquecento gialla è il suo primo romanzo, pubblicato da Fazi Editore.

In copertina: a volte midjourney ci dà una mano.

Vittoria Pauri

 

 

 

Vittoria Pauri. Alla domanda “Qual è il tuo motto?” non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.

 

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