Mirandolina è il prototipo della donna moderna: fredda, calcolatrice e priva di bontà. È il primo personaggio femminile del teatro recante i caratteri della modernità ben prima della Nora della ibseniana «Casa di bambola»

 

 

 

 

 

Alla Nazimova nella versione cinematogra-fica di Casa di bambola

La donna «moderna» non fa la sua comparsa sulle scene con la Nora della ibseniana «Casa di bambola» e neanche con la «Signorina Giulia» di Strindberg; ma molto,

“La signorina Giulia” di August Strindberg

molto prima che i due scrittori scandinavi rappresentassero, nelle loro melodrammatiche eroine, la mutazione antropologica legata all’avvento della Rivoluzione industriale e al consolidamento della società borghese capitalistica.

In effetti, il primo personaggio femminile del teatro occidentale recante i caratteri della modernità, ossia del nuovo rapporto tra persona e realtà instauratosi progressivamente, mano a mano che la società pre-industriale retrocedeva (e l’ultimo atto di tale vicenda si è svolto in pieno Novecento, con la dissoluzione della società contadina), è Mirandolina, la protagonista della commedia goldoniana «La locandiera», scritta nel 1750.

Avevamo già esaminato alcuni aspetti di questo notevole personaggio femminile in un precedente articolo, Quel sottinteso indicibile che avvelena il rapporto fra l’uomo e la donna Vogliamo adesso ritornare sull’argomento, evidenziando l’aspetto saliente del carattere di Mirandolina come prototipo della donna «moderna»: la sua freddezza, la sua facoltà calcolatrice, la sua mancanza di bontà.

Amanda Sandrelli la locandiera con il Cavaliere di Ripafratta

La trama della commedia è assai nota e pertanto, più che darne un riassunto, ci limiteremo ad evidenziarne l’elemento psicologico portante.

L’azione si mette in moto allorché l’albergatrice Mirandolina, abituata a civettare amabilmente con i suoi clienti, dai quali è apprezzata e corteggiatissima, si trova alle prese con un Cavaliere rustico e misogino, che deride costoro per le loro svenevolezze e che tratta lei stessa in maniera secca e sgarbata. Egli disprezza le donne (o le teme?), e sostiene che una bella partita di caccia reca assai maggior soddisfazione che non l’amoreggiare con qualsiasi femmina. 

Mirandolina non si domanda neppure per un istante quali possano essere le cause di un tale atteggiamento; e non se lo chiede per la semplicissima ragione che non fa parte della sua psicologia mettersi nei panni dell’altro e assumerne il punto di vista. Nel suo infinito narcisismo, la sola cosa che ella capisce, e che la schiaffeggia nell’intimo con la forza di un riflesso condizionato, è il fatto che il proprio fascino irresistibile, con costui, non funziona.

Accettare un tale stato di cose; farsi una ragione del fatto di essere ignorata, come donna, da un cliente – e sia pure da uno sconosciuto – e cercare un risarcimento al proprio ego ferito nell’adorazione che tutti gli altri continuano a tributarle, colmandola di lodi, regali e profferte amorose, è più di quanto lei sia in grado fare

Il suo orgoglio mortificato esige vendetta: e a ciò ella si appresta, armata di una strategia seduttiva fredda e precisa come una macchina da guerra. Fingendo di condividere il disprezzo del cavaliere nei confronti delle donne, ella riesce a sorprendere quest’ultimo proprio nell’unico punto in cui è vulnerabile e non pensa a difendersi dall’insidia.

Così, in un crescendo di sentimenti – da Goldoni mirabilmente dosato -, che passano dallo stupore, alla simpatia, all’ammirazione, all’innamoramento vero e proprio, il Cavaliere vede crollare tutte le proprie difese e scopre, per la prima volta, la dolcezza di abbandonarsi all’amore per una donna, di ardere di passione per lei.

Ed ecco che Mirandolina, a questo punto, con la stessa rapidità con cui è riuscita a sedurlo (non disdegnando neppure gli espedienti più grossolani, come un finto svenimento “per amore”) comincia a tirarsi indietro, a fare la ritrosa, a deridere ironicamente la “debolezza” del Cavaliere Non le basta vincere: vuole stravincere.  Non le basta umiliarlo: vuole che la sua umiliazione sia pubblica. E non le basta vederlo disarmato ed inerme come un fanciullo: vuole vederlo in ginocchio, per vibrargli il colpo di grazia nel modo più teatrale possibile. La sua non deve essere una semplice vittoria, ma un trionfo.

E quando, infine, ella vede partire il Cavaliere deluso, ferito, sdegnato per quel voltafaccia, non prova alcun sentimento di compassione nei suoi confronti; non mostra il benché minimo rimorso, tranne poche parole di circostanza, frettolose e insincere: l’unica cosa di cui si preoccupa realmente, è di evitare ad ogni costo uno scandalo, che andrebbe a detrimento del buon nome della locanda e, quindi,

Amanda Sandrelli è la locandiera con Fabrizio il servo innamorato

la danneggerebbe socialmente ed economicamente.

Subito dopo, davanti a tutti, annuncia bruscamente il proprio fidanzamento con il servitore Fabrizio: e, dal modo in cui lo fa, tutti capiscono che il poveretto sarà il classico marito di cartapesta, nelle mani di una donna che, per usare le sue stesse parole, «stima infinitamente la propria libertà»: il che, tradotto nel linguaggio di quel tempo e di quella società (la Venezia di Giacomo Casanova!), aveva un significato inequivocabile.

Ora, se potessimo andare a guardare fin dentro il cuore di Mirandolina, oltrepassando il fitto schermo di astuzia e di freddezza che lo ripara dallo sguardo di tutti, che cosa vi troveremmo? Vi troveremmo, forse, della bontà, della compassione, dell’altruismo, e sia pure messi in ombra dalla sua ipertrofica vanità e dal suo bisogno, quasi nevrotico, di avere il controllo assoluto della situazione, a cominciare da quello dei propri sentimenti?

Se lo è chiesto anche Lea Nissim Rossi, un critico donna, che ci sembra essere andata dritta al cuore della psicologia di Mirandolina (in: Carlo Goldoni, «La locandiera». Firenze, Casa Editrice G. D’Anna, 1959, p. 10):

«Ma a voler scrutare nell’animo multiforme di questa donna, possiamo trovarci della gentilezza e della bontà? Non direi. Il Mazzoni la chiama “bell’animaletto guizzante, ma a sangue freddo” ché, infatti nei rapporti con i tre gentiluomini e con Fabrizio ella è sempre padrona di sé e dei suoi sentimenti; sa resistere alla tentazione di ricchezze e di matrimonio; riflette che nella locanda è padrona e signora, non le mancano i mezzi, non le mancano i clienti, non le manca la libertà; anche il matrimonio con Fabrizio è calcolato e non la vincolerà troppo. E accanto a queste pratiche considerazioni nessun rammarico e nessun rimorso per aver scatenato tanta tempesta nell’animo del Cavaliere: se la vediamo turbata e preoccupata non è per lui, per il male che può avergli recato, ma per sé, per timore che egli trascenda in qualche violenza verso di lei e quel “poverino” che ella pronunzia a suo riguardo, anche se è compassione, non è certamente disgiunto da un senso di ironica superiorità verso di lui.»

Non si poteva dire di più, né meglio, nello spazio di un così breve discorso: qui c’è l’essenza dell’anima di Mirandolina.

Ella, dunque, non è fredda perché sa esercitare un controllo inesorabile sui propri sentimenti, ma è vero il contrario: sa esercitare un tale controllo perché è un animale a sangue freddo, che non conosce passione, per il fatto di non esserne capace.

Oppure no?

Un sentimento, in lei, è prepotentemente presente; anzi, possiede un carattere decisamente compulsivo: il bisogno di manipolare e di dominare, sempre e comunque. Mirandolina è uno di quei caratteri che non si appagano di vincere novantanove volte, accettando magari un’unica sconfitta; ma che vogliono vincere sempre, imperiosamente, cento volte su cento.

Se ciò nasca da un eccesso di forza o dall’oscura coscienza di una debolezza, da una paura, da un timor panico, è questione cui ciascuno può rispondere nel modo che preferisce. Così come ciascuno è libero di accogliere, o meno, il suggerimento – avanzato da un critico – circa una segreta propensione omosessuale di Mirandolina: un modo come un altro per spiegare la sconcertante disinvoltura con cui ella scherza col fuoco della passione che accende nel maschio, ma senza mai scottarsi neanche l’orlo della veste.

Sta di fatto che Mirandolina è costituzionalmente incapace di immedesimarsi nell’altro, di provare una qualsiasi forma di compassione o di scrupolo, o semplicemente di autentica empatia; allo steso modo in cui è nevroticamente incapace di sopportare uno smacco, di digerire e metabolizzare un insuccesso, e la per la stessa ragione: l’una cosa è il rovescio dell’altra. L’io ipertrofico non vede gli altri, perché è totalmente preso dalla contemplazione di se stesso.

A torto se ne trarrebbe la conclusione che la mente di Mirandolina sia di genere maschile. Al contrario, la sua psicologia è l’esasperazione di una tendenza squisitamente femminile, ma che, nelle donne normali, è controbilanciata da altre tendenze, quali la bontà e la gentilezza d’animo: il bisogno compulsivo di avere il mondo ai propri piedi.

Se un tale bisogno, poi, nasca da semplice vanità, o dal terrore di essere trascurata, messa da parte, ignorata, questa è – lo ripetiamo – un’altra questione. L’importante è avere messo bene a fuoco che Mirandolina, come prototipo della donna «moderna», non rappresenta una bizzarra caricatura del carattere maschile, ma, al contrario, lo sviluppo anormale di un lato caratteristico di quello femminile (e, semmai, potremmo domandarci se molti uomini «moderni» non abbiano recepito e fatto proprio appunto un simile modello).

È chiaro, del resto, che un tale genere di donna non troverà mai, nella propria vita, la pace dell’appagamento: perché, incapace com’è di aprirsi e di donarsi, mostrandosi per quello che è, non potrà mai trovare l’amore, ma solo delle conquiste fuggevoli e insoddisfacenti, a causa della loro terribile «facilità».

Ed è altrettanto chiaro che ella non sarà mai in grado di portare la pace ad alcuno: perché, irrisolta come persona e prigioniera della propria natura calcolatrice, continuerà a muoversi ferendo i sentimenti altrui e manipolando il prossimo come fosse un oggetto, indifferente al dolore che potrà causare, quanto può esserlo un uccello rapace che artiglia il passero per portarlo al suo nido, onde nutrirsene.

Una donna sventurata, dunque, e che semina infelicità ovunque vada, lusingando, illudendo, ingannando: il suo adorabile sorriso nasconde un mistero indecifrabile e distruttivo, di cui ella stessa non è affatto consapevole.

Non è una persona da ammirare, quindi, e tanto meno da invidiare, così come non lo sono le innumerevoli Mirandoline in sedicesimo della società odierna; ma, tutt’al più, da compatire e da lasciare al suo destino, nel cerchio soffocante del suo cieco egoismo.

Il problema, però, va ben oltre la dimensione individuale.

La società poggia, ed ha sempre poggiato, sulla figura femminile, almeno altrettanto – ma, probabilmente, assai di più – che su quella maschile: a cominciare dalla prima di tutte le società umane, ossia la famiglia. E, in una società ove il tipo umano di Mirandolina tende a diffondersi in misura sempre maggiore, ne risentono non solo l’equilibrio del rapporto tra uomo e donna, ma anche l’educazione dei figli e lo sviluppo armonioso dell’intera società.

Da questo vicolo cieco non si esce se non demistificando il modello che tante donne ammirano incondizionatamente e si sforzano di imitare con il massimo zelo, e della sua estrema miseria umana; e mostrando di quanto la donna «moderna» si sia impoverita, rispetto alla ricchezza affettiva di cui sarebbe capace.

Naturalmente, per poter giungere a questo, bisognerebbe che anche gli uomini si prendessero le loro responsabilità, che non sono poche, né lievi; ma, in crisi di identità come essi sono per la maggior parte, la cosa non appare facile, né imminente.

Il fenomeno della donna «moderna», che si crede una persona di successo, mentre è intimamente «bloccata» e infelice, non è che un portato del fenomeno complessivo della modernità, che vede il trionfo (apparente) della ragione strumentale e calcolante sugli affetti, sui sentimenti e sulla verità interiore.

Pertanto, solo quando avremo il coraggio di mettere radicalmente in discussione i fondamenti ideologici della modernità e le sue fallaci promesse di libertà, fraternità e uguaglianza, astuto paravento per mascherare forme sempre più sofisticate di sfruttamento e di dominio (sugli esseri umani non meno che sugli animali e sulla natura tutta), potremo sperare di riuscire a spezzare il cerchio perverso della freddezza, del calcolo e della mancanza di bontà, che sembrano  sempre più caratterizzare gli attuali rapporti  tra persona e persona.

Francesco Lamendola

 

 

 

 

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia del 22 aprile 2018

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