In Europa, per più di seicento anni, il destino di tante ragazze era segnato: sarebbero diventate suore. Con o senza vocazione

MONACHE PER FORZA

Suor Arcangela Tarabotti

Venezia, XVII secolo. In un monastero, suor Arcangela Tarabotti (al secolo, Elena Cassandra), ormai quarantenne, impugna decisa il calamo: vuole scrivere le sue memorie per denunciare i potenti e la società del tempo, colpevoli di averla rinchiusa e obbligata a diventare una monaca. Con la sua denuncia la donna dà voce a migliaia di ragazze che per secoli hanno subìto la stessa sorte. Il sistema delle monacazioni forzate, infatti, va avanti da più di seicento anni. Ed è un fenomeno ancora lontano dall’esaurirsi.

SOLO PER DENARO

Attorno all’XI secolo la nobiltà e la nascente ricca borghesia intuirono che il convento poteva rappresentare un’ottima soluzione per ridurre la dispersione del patrimonio di famiglia. Dal momento che la dote per maritare una ragazza era molto elevata, mentre quella conventuale era nettamente inferiore (nel Quattrocento, a Firenze, variava tra un terzo e un decimo di quella matrimoniale), sposare la fanciulla a Dio risultava decisamente più conveniente che darla a un marito in carne e ossa e di adeguato lignaggio. Così facendo, inoltre, si evitava che le ragazze si sposassero con membri appartenenti a ceti inferiori (i quali potevano accontentarsi di una dote modesta) svilendo il nome della famiglia.

L’usanza dunque divenne questa: solo il primo nato, o una delle figlie, poteva sposarsi ed ereditare, mentre le altre venivano rinchiuse in monastero. Per queste giovani era «praticamente impossibile non obbedire alle disposizioni familiari, spiega Susanna Mantoni, autrice del libro Monacazioni forzate e spazi di auto-affermazione femminile (L.C.) (Gangemi Editore).

«Dobbiamo pensare non a ragazze, tantomeno a donne, ma a bambine. Alcune potevano essere certamente più difficili di altre da convincere, ma alla fine tutte si piegavano. Anche. Perché non avevano altre soluzioni materiali: non potevano infatti procurarsi da vivere attraverso l’accesso al mercato del lavoro». E questo valeva anche se poi la monaca, una volta entrata nel chiostro, voleva abbandonarlo.

Bonifacio VIII nel 1298 introdusse la clausura per tutti i monasteri femminili per arginare gli scandali sessuali 

SCANDALI SESSUALI

Fino a quasi tutto il 1200, nei conventi ci fu solo qualche isolato scandalo sessuale finché, con l’inizio dell’Umanesimo che diffondeva nuovi valori laici e un approccio mondano all’esistenza, la situazione peggiorò. Un numero sempre più crescente di monache aveva relazioni sessuali sia con laici sia con ecclesiastici. La Chiesa allora provò a correre ai ripari cercando di evitare che le suore entrassero in contatto col mondo esterno: Bonifacio VIII (papa dal 1294 al 1303), con la bolla Periculoso (1298), decretò la clausura dei monasteri femminili. Servì a poco: in pieno Rinascimento, le doti matrimoniali aumentarono in modo considerevole, e con esse le monacazioni forzate e gli scandali sessuali. Le religiose, infatti, potevano avere contatti con i cosiddetti monachini, uomini laici che penetravano nei conventi femminili per avere conversazioni o, appunto, storie d’amore. Le condanne per chi violava la clausura erano quasi sempre molto lievi perché non c’era, nelle autorità cittadine, la reale volontà di punire duramente i colpevoli: le istituzioni, infatti, temevano di provocare proteste e rifiuti da parte delle religiose, il che avrebbe potuto mettere definitivamente in crisi un sistema fondamentale per la società del tempo. Con il Concilio di Trento (1545-1563), che sancì un potenziamento spirituale della Chiesa, la questione dei monasteri femminili fu affrontata con maggior rigore. Il Concilio confermò le disposizioni di Bonifacio, e Pio IV, nel maggio 1566, emanò la costituzione Circa pastoralis con cui decideva che le monache dovevano attenersi a una stretta clausura. Nel gennaio 1570, poi, rincarò la dose e con la bolla Decori et honestati stabilì che le religiose potessero uscire solo per tre ragioni: un grande incendio, una malattia epidemica o la lebbra.

Alla fine si ottennero gli effetti sperati: gli scandali sessuali diminuirono.

Così le ragazze potevano continuare a essere obbligate a prendere il velo senza compromettere l’immagine della Chiesa. Un destino, è bene ricordarlo, che non toccava solo le fanciulle nubili. Per secoli la scorciatoia dei monasteri fu utilizzata anche dai mariti che volevano liberarsi delle mogli indesiderate, come alternativa a un divorzio che la Chiesa non permetteva.

LA SUORA RIBELLE

Elena Cassandra Tarabotti apparteneva alla categoria delle figlie da sistemare. Nata nel 1604 a Venezia, era la maggiore di sei femmine e aveva quattro fratelli. Delle sorelle, si sposarono le due più giovani. Le altre rimasero nubili, fatto abbastanza eccezionale per l’epoca (mentre la via del celibato era accettata per il maschio). Solo Elena Cassandra entrò in monastero, secondo l’abitudine diffusa di monacare le figlie maggiori e far sposare le minori. «Questa pratica dava la possibilità di differire nel tempo il pagamento della dote della figlia o delle figlie destinate al matrimonio», spiega Susanna Mantioni.

La Chiesa di Sant’Anna in Castello a Venezia dove suor Arcangela Tarabotti entrò nel 1617 (Wikipedia)

Nel 1623, la ragazza prese i voti come suor Arcangela nel monastero benedettino di sant’Anna in Castello, a Venezia. E dopo vent’anni, nel 1643 – anno della prima pubblicazione del suo scritto Il paradiso monacale – la monaca uscì allo scoperto dando alle stampe cinque libri. Solo nel 1990 verrà stampato un altro lavoro rimasto manoscritto: L’inferno monacale. In queste opere, suor Arcangela Tarabotti denunciava dunque il sistema delle monacazioni: veri e propri libri di gossip, che fecero conoscere al mondo esterno cosa avveniva nei chiostri. La Tarabotti sosteneva che le ragazze destinate al convento fossero circuite fin da giovanissime: il monastero veniva loro descritto come “una specie di paradiso in terra”, dove crescevano solo “dolcezze e soavità”. E le giovinette, ingenue, credevano a queste parole. La cerimonia della professione di fede era considerata alla stregua di un funerale, in quanto la ragazza, da quel momento in poi, veniva ritenuta morta per il mondo. In seguito, quando le giovani scoprivano di essere state ingannate, iniziavano a non seguire la regola e a vivere come credevano. Né erano aiutate dalle monache più anziane che sfogavano la loro frustrazione sulle novizie, costringendole ai lavori più umili. La badessa spesso privilegiava le sue protette e permetteva gli abusi, senza che le vittime potessero difendersi, in quanto la giustizia del monastero era completamente corrotta. Così le suore guardavano al mondo fuori, piangendo e sospirando d’angoscia, ben sapendo che avrebbero passato l’intera esistenza nello stesso letto e vedendo sempre le stesse facce.

Suor Arcangela riteneva responsabili di questo sistema gli uomini, cioè i padri, tiranni e avari, e i fratelli, infine, propose anche alcuni metodi per superare l’ingiustizia: matrimoni senza dote, o con la dote portata dal maschio. Arrivò persino a ipotizzare, come rimedio estremo, l’uccisione di tutti i nati maschi, a eccezione di uno.

Affresco del X secolo che ritrae monache intente a cantare nel coro

Alcune badesse costringevano le novizie ai lavori più umili e permettevano abusi e ingiustizie 

 

FINALMENTE LIBERE

Le idee di suor Arcangela erano, diciamolo, un po’ estreme. Eppure il fenomeno delle monacazioni forzate durò fino alla fine del Settecento. Fu la Rivoluzione francese, che pose fine all’ancien règime e ai privilegi della nobiltà e del clero, a diffondere i valori di una società più libera ed egualitaria. Inoltre anche il movimento romantico, sorto in Europa all’inizio dell’Ottocento, contribuì a cambiare i costumi e la società. Finalmente, i matrimoni cominciarono a essere considerati anche relazioni d’amore, e nei monasteri aumentò il tasso di vere vocazioni.

TOLTE DI MEZZO

 

Zoe Carbonopsina, vissuta tra IX e X secolo. Fu moglie dell’imperatore bizantino Leone VI (886-912), a cui diede un figlio, il futuro imperatore Costantino VII. Nel 913 Zoe assunse la reggenza  per l’erede e rimase al potere fino al 919, quando una congiura guidata da Romano I Lecapeno la destituì, confinandola nel monastero di Sant’Eufemia, dove prese il velo monacale.

 

 

Margherita Farnese (1567-1643) era figlia di Alessandro, che sarebbe divenuto in seguito duca di Parma e Piacenza. Il 2 maggio 1581 sposò Vincenzo I Gonzaga, con nozze celebrate nel duomo di Piacenza. Il matrimonio fra i due giovani non poté essere consumato a causa di una malformazione fisica della ragazza. L’unione fu quindi dichiarata nulla e Margherita, nonostante un iniziale rifiuto, fu indotta dal cardinale Carlo Borromeo a entrare nel monastero di San Paolo a Parma, assumendo il nome di Maura Lucenia. Si trasferì poi nel monastero di Sant’Alessandro, sempre a Parma, dove divenne badessa, rimanendovi fino alla morte.

Camilla Faà (1599-1662) era una nobile di Casale Monferrato (Alessandria) che si sposò giovanissima con cerimonia segreta con Ferdinando Gonzaga, futuro duca di Mantova e del Monferrato. Dopo qualche tempo Ferdinando, pressato dalla nobiltà  di Mantova che preferiva per lui una moglie di lignaggio superiore, la ripudiò. E sposò Caterina de’ Medici. Camilla che nel frattempo aveva anche avuto un figlio, fu relegata nel convento del Corpus Domini a Ferrara.

Marianna de Leyva (1575-1650) ispirò il personaggio della monaca di Monza dei Promessi sposi. Figlia di un nobile spagnolo residente a Monza, fu costretta a prendere i voti e a entrare nel convento di Santa Margherita di Monza. Da monaca, ebbe  una relazione con un ricco uomo del luogo, Giampaolo Osio, al quale diede diversi figli. Scoperti, si avviò un processo canonico, al termine del quale (1608) Marianna fu condannata a essere murata viva. Rimase nella sua prigione per tredici anni, dopodiché fu perdonata e rilasciata vivendo come monaca fino alla morte.

 

 

Riccardo Alberto Quattrini

Libri Citati

 

  • Monacazioni forzate e spazi di auto-affermazione femminile.
  • Norma e prassi nel Serenissimo Dominio di età moderna
  • Susanna Mantioni
  • Editore: Gangemi
  • Collana: Le ragioni dell’uomo
  • Anno edizione: 2017
  • In commercio dal: 18 ottobre 2017
  • Pagine: 127 p., Brossura
  • EAN: 9788849234763    Acquista € 19,00

 

Descrizione

Le monacazioni forzate femminili sono da considerarsi uno dei prodotti più ingiusti delle società patriarcali di antico regime, perché privarono le donne che ne furono vittime della possibilità di autodeterminare il loro destino. Una privazione che ha riguardato in egual misura la sfera della libertà personale e della sessualità. Partire da uno dei nodi più emblematici della società patriarcale per prendere in esame le risposte che le donne hanno saputo opporre all’ingiustizia subita, è proprio l’obiettivo di questo libro. Grazie alla letteratura critica sull’argomento e a una mole ingentissima di documenti di archivio, l’autrice riesce a penetrare nella complessità della questione, analizzandola da diverse angolature. Disvela così gli effetti del fenomeno su alcune donne che, nonostante le imposizioni familiari, non rinunciarono a elaborare strategie di resistenza audaci e ingegnose. Prefazione di Antimo Cesaro.

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