Un quadro inquietante ci mette davanti a una domanda antica quanto la politica: chi guida davvero la nostra rabbia? E verso cosa?

Muleta – Olio su tavola  -Jordan Henderson

MULETA: IL POTERE, LA FURIA E IL DRAPPO CHE CI ACCECA

Una muleta rossa con la svastica, un toro furioso e un matador borghese

ci interroga su manipolazione e potere, ieri come oggi.

Redazione Inchiostronero

Muleta, il dipinto dell’artista britannico Jordan Henderson, trasforma la corrida in una potente allegoria politica: un uomo in abiti da affari regge una muleta rossa con impressa la svastica, mentre un toro furioso si prepara a caricare. Ma la vera minaccia non è il drappo: è la spada, pronta a colpire. La scena si fa specchio dei meccanismi storici con cui il potere incanala la furia collettiva verso un nemico scelto, che spesso è solo un diversivo. Questo quadro diventa un test di Rorschach politico: cosa vediamo oggi dietro i drappi che agitano sotto i nostri occhi? E siamo in grado di capire chi davvero regge la muleta?


Ricordo di aver visto e sfogliato Artforum proprio alla libreria della Fondazione Prada di Milano. È lì che ho incontrato per la prima volta l’immagine di Muleta, che mi ha subito colpito per la sua forza simbolica e politica, e non riesco a smettere di pensarci. La muleta, quel drappo rosso che nella corrida serve per incanalare la furia del toro, qui porta un simbolo preciso: la svastica. L’artista ci mostra un uomo in giacca, cravatta e cappello — più broker che torero — con la spada già pronta.

La reazione che suscita questa immagine è un test di Rorschach politico: cosa ci vediamo? Un’accusa al capitalismo che manipola la violenza politica? Una critica alla brutalità cieca delle masse? O un’esortazione a non caricare sempre il solito drappo, senza vedere chi lo sventola?

Io ho avuto la mia reazione, ma mi piacerebbe sapere la vostra: cosa ci vedete voi?

Il potere, il drappo e la furia: la nostra corrida permanente

«La storia di ogni società fino a oggi è storia di lotte di classi.»

scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista. Ma chi decide contro chi si deve lottare? È questa la domanda che sembra suggerire Muleta.

La muleta, nella corrida, non serve a colpire: serve a ingannare. È il diversivo che sposta lo sguardo del toro, esattamente come il potere sa spostare lo sguardo delle masse. E nel quadro di Henderson, la muleta porta il marchio dell’odio per eccellenza: la svastica. Ma chi regge il drappo non è un nazista in uniforme, è un uomo d’affari in completo scuro. La spada, però, è già pronta.

Questa rappresentazione riassume con efficacia la funzione del capro espiatorio nella storia. Dal nazismo che incanalava il risentimento tedesco verso gli ebrei, fino al maccartismo negli Stati Uniti che agitava la minaccia comunista per distrarre da diseguaglianze e corruzione interne. Lo stesso Umberto Eco scriveva nei suoi Appunti sul Fascismo Eterno che “«il nemico è al tempo stesso troppo forte e troppo debole»” — un bersaglio perfetto perché facilmente identificabile, facilmente odiabile.

Oggi: altri drappi, stessa tecnica

Oggi il meccanismo non è cambiato, solo aggiornato. I social network sono le nuove arene, la politica è la nuova tauromachia mediatica. I drappi agitati davanti ai nostri occhi si chiamano crisi migratoria, teoria del complotto, fake news, pandemia. Ogni nuova emergenza è una muleta che assorbe la nostra attenzione, mentre dietro il drappo si fanno le vere scelte di potere: tagli alla sanità, speculazioni finanziarie, concentrazioni di ricchezza.

Il politologo francese Pierre Bourdieu parlava di “violenza simbolica”: la capacità del potere di farci accettare il nostro ruolo nel gioco, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Come il toro che, convinto di combattere, invece segue il percorso deciso dal matador.

Un test di Rorschach politico

Henderson non offre una chiave di lettura unica. In questo, il suo quadro è davvero un test di Rorschach: c’è chi ci vede una denuncia al neonazismo ancora presente oggi, chi una critica feroce al capitalismo globale che ha imparato a manipolare il dissenso. Altri possono leggere una riflessione sulle dinamiche psicologiche di massa, come quelle descritte da Gustave Le Bon ne La psicologia delle folle, dove la massa diventa una creatura emotiva e manipolabile.

Questa polisemia è la forza dell’arte: più che risposte, ci costringe a porci domande. Di fronte a Muleta, la domanda più urgente è: chi regge oggi il drappo rosso? E noi, cosa o chi stiamo caricando?

Conclusione

Muleta ci mostra che il pericolo non è solo nel simbolo che odiamo, ma nella mano che lo agita e nella spada che attende. La storia non smette di riproporre la corrida: solo che il pubblico siamo noi, e il toro — troppo spesso — lo siamo anche.

Oggi, mentre ci indigniamo per ogni nuovo drappo che ci viene mostrato, dovremmo chiederci: chi sta preparando la spada? E perché?

E voi? Qual è la muleta che vi hanno agitato davanti agli occhi, ieri o oggi? Qual è il drappo che vi ha fatto infuriare, solo per scoprire — forse troppo tardi — che il vero pericolo era altrove? Raccontatemi la vostra interpretazione di questo quadro, o la vostra esperienza personale con le tante “corridas” che ci vengono imposte ogni giorno.

Pennellate come ferite: la tradizione della pittura che accusa

Chi è Jordan Henderson, l’autore di Muleta

L’autore di Muleta è Jordan Henderson, artista contemporaneo che vive e lavora nel nord-ovest degli Stati Uniti. Henderson è noto per un linguaggio visivo potente e crudo, che fonde il realismo pittorico con elementi espressionisti e simbolici. Lavora prevalentemente con colori a olio e carboncini, tecniche che gli permettono di creare immagini materiche, quasi fisiche, dove il tratto energico amplifica la tensione emotiva.

Le sue opere spesso esplorano temi legati al potere, alla violenza istituzionalizzata e ai meccanismi di manipolazione sociale. In Muleta, la scelta di un simbolo forte come la svastica — associato al drappo della corrida — non è solo una provocazione, ma una riflessione sulle dinamiche con cui il potere orienta la rabbia delle masse verso bersagli scelti.

Henderson riesce a mantenere una pittura viva e inquieta: il segno del carboncino si mescola alla corposità dell’olio, generando superfici che sembrano emergere dalla tela come visioni di un incubo collettivo. L’artista ha dichiarato in un’intervista:

“Uso il corpo e la simbologia come strumenti per mostrare quanto facilmente possiamo essere spinti a combattere battaglie che non comprendiamo.”

Puoi scoprire di più sul suo lavoro attraverso il suo sito ufficiale:
👉 https://www.jordanhendersonart.com

E seguirlo su Instagram per vedere le sue opere più recenti:
👉 https://www.instagram.com/jordanhendersonart


Penso a Francisco Goya, con il suo Saturno che divora i suoi figli (1819-1823), una delle Pinturas Negras dipinte direttamente sui muri di casa sua. Goya stesso, disilluso dalla politica e dall’umanità, pare suggerire che “«Il sonno della ragione genera mostri»”, come recita un’altra sua celebre incisione.

Poi c’è Otto Dix, che con La guerra (1929-1932), un trittico ispirato a Grünewald, denuncia la devastazione della Grande Guerra: i corpi scomposti, le membra lacerate sono pittura che lacera lo sguardo. In La guerra, Dix scrive: “«Non si può dipingere la guerra in modo bello»”, ed è evidente.

Simile la satira crudele di George Grosz, autore di Pillars of Society (1926), dove il potere borghese, la chiesa e i militari sono caricature grottesche e corrotte. Nelle sue memorie, Grosz affermava: “«Volevo essere il pifferaio magico che conduceva le persone al risveglio, non alla morte.»”

Infine William Kentridge, artista sudafricano contemporaneo, che nei suoi film animati a carboncino come Felix in Exile (1994), affronta la storia dell’apartheid attraverso un segno che si scrive e si cancella, in una memoria collettiva sempre instabile. Kentridge stesso ha detto: “«Il disegno ha la capacità di trattenere il momento in cui il pensiero prende forma.»”

In tutti questi casi, come in Muleta, la forza del segno pittorico è un grido, un gesto che ci obbliga a guardare oltre l’apparenza, nei meccanismi profondi della violenza, della storia e della manipolazione di massa.

La Redazione
George Grosz, I pilastri della società, 1926, Neue Nationalgalerie, Berlino.
Francisco Goya Saturno che divora i suoi figli. (1819-1823). Museo del Prado, Madrid.
Trittico della guerra Otto Dix

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