Il gesto disperato degli imperi che non sanno più fermarsi

«Muoia Sansone con tutti i filistei»
Quando la crisi di una civiltà si traveste da strategia politica e scambia la distruzione per salvezza.
Il Simplicissimus
Il celebre grido «Muoia Sansone con tutti i filistei» non è soltanto una frase della tradizione biblica: è una metafora potente delle fasi terminali della storia politica, quando la volontà di sopravvivere si trasforma in impulso distruttivo. In questa prospettiva, la parabola di Donald Trump — non meno di quella del suo predecessore Joe Biden — appare come il riflesso di una crisi più profonda della società americana: una crisi antropologica prima ancora che istituzionale. L’illusione di uno scontro salvifico contro il “globalismo”, l’incapacità di riconoscere il fallimento di un modello sociale fondato sulla competizione assoluta e la trasformazione della politica in teatro emotivo rivelano il volto di una potenza che non riesce più a distinguere tra forza e autodistruzione. Come Sansone sotto le colonne del tempio, l’America rischia di interpretare la propria caduta come un ultimo gesto di vittoria. (N.R.)
Sembra incredibile che qualcuno sia ancora un fan di Trump e accrediti le sue mosse scomposte e infantili come un esempio di finissima strategia, che soltanto loro comprendono. O chissà, magari si rendono conto che l’uomo è fuori di testa, ma in virtù di un supposto ruolo di The Donald nello sconfiggere il globalismo, si vogliono autoconvincere che la follia sia saggezza, l’idiozia acume. In realtà Trump non è altro che un prodotto del sistema come del resto lo era Biden: entrambi erano privi di senno fin dall’inizio, entrambi non hanno concluso nulla, entrambi cercano di salvare assetti ormai irrecuperabili. I loro disturbi sono quelli stessi di una società malata che per sopravvivere fa un uso smodato di droghe e antidepressivi, dalla quale è stato bandito qualsiasi discorso o idea sociale: le promesse esplicite o implicite grazie alle quali è stato possibile permettere un arricchimento smodato di pochi individui che di fatto controllano tutto, non si sono realizzate e anzi sono andate in aceto e questo crea infelicità profonda che cominciamo a vedere anche da noi. Questa antropologia che divide gli uomini in vincenti e perdenti rende impossibile ammettere la sconfitta, sia quella individuale che quella collettiva: Trump è certamente malato, ma la sua patologia è quella stessa dell’America.
Sono passati 46 anni da quando gli Usa cercarono di far fallire il piano della repubblica islamica di nazionalizzare l’industria petrolifera, dando origine al sequestro del personale dell’ambasciata americana a Teheran e al tentativo di liberarlo con la forza che naufragò in un disastro militare. La cosa costò la presidenza a Jimmy Carter, ma da allora, invece di riconoscere le ragioni altrui, è stato tutto un susseguirsi di sanzioni e di aggressioni economiche di ogni tipo, fino ad arrivare a quella del 28 febbraio conclusasi anch’essa con un disastro, ma anche con il ridicolo di voler fare in proprio quello di cui si accusava l’Iran, ovvero di aver chiuso, sia pure selettivamente, lo stretto di Hormuz, provocando una crisi energetica e prossimamente anche alimentare globale, visto che con l’oro nero verranno a mancare anche i fertilizzanti. Il fatto è che il danno provocato all’Iran è poca cosa rispetto a quello portato all’occidente complessivo e all’America stessa: insomma muoia Sansone con tutti i filistei. Ma l’equazione non funziona perché mentre gli iraniani sono stati costretti per molti decenni, anzi per più di un secolo a stringere la cinghia e quindi hanno un’immensa capacità di resistenza, l’Occidente complessivo è molto più sensibile alla carenza e ai sacrifici e questo è ancora più vero negli Usa che vivono di standard gonfiati all’inverosimile, come questo post di qualche giorno fa mostra ampiamente. Saltare la cena o la vacanza non è un esercizio al quale siamo abituati.
Alla fine, invece di riportare una vittoria sia sull’Iran che sui Brics, la Casa Bianca è riuscita a svelare al mondo intero tutti i limiti etici, politici e militari dell’impero e ha messo l’Occidente complessivo nei guai, determinando una situazione del tutto inedita: per la prima volta dal dopoguerra, persino le colonie europee non hanno offerto una copertura all’azione americana contro l’Iran, sia perché essa è militarmente pericolosa – è già questo la dice lunga sulla situazione militare effettiva – sia perché tutti si rendono conto della assoluta gratuità di un’aggressione ingiustificata e alla fine suicida. Ma Trump è riuscito nel capolavoro di dare della codarda anche alla sua amica Meloni, oltre che al Papa. Qualcuno, come Fabio Vighi, pensa che in realtà tutto questo sia stato pensato per creare appositamente uno shock energetico ed economico sul quale costruire un nuovo ordine monetario e sociale, che insomma l’assalto all’Iran sia stato una pandemia senza virus determinando gli stessi effetti e la stessa interruzione della catena commerciale, ma in modo più grave e diretto. In questo senso The Donald sarebbe l’agente, probabilmente inconsapevole e confuso, di un disegno per il salvataggio delle oligarchie dal loro stesso fallimento. E può anche darsi che sia così, ma tale disegno si scontra con un mondo altro che non ci sta, che vive di economia reale e così il neoliberismo decotto rischia di tagliare l’ultimo ramo sul quale è seduto. Ma si sa: la disperazione per una situazione debitoria senza precedenti e insanabile può portare a commettere errori fatali, a cercare di azzeccare il colpo giusto menando alla cieca, consumando le ultime energie.
