Kaliningrad e le nuove tensioni europee

«Nato, operazione Kaliningrad»

Tra crisi economica, riarmo e strategia geopolitica, il rischio è che l’escalation diventi una necessità politica.

Il Simplicissimus

L’ipotesi di un’operazione della NATO nell’area di Kaliningrad riporta al centro una domanda che va oltre il piano militare: la guerra rappresenta una scelta strategica oppure il riflesso di una crisi politica sempre più profonda? Mentre l’Europa affronta stagnazione economica, deindustrializzazione e crescente malcontento sociale, alcuni osservatori leggono nell’inasprimento del confronto con la Russia il tentativo di consolidare assetti di potere ormai logorati. Sullo sfondo resta un’Ucraina sempre più provata dal conflitto, con risorse umane e materiali in progressivo esaurimento, mentre si avvicina il momento in cui sarà inevitabile interrogarsi sulle responsabilità politiche e strategiche che hanno accompagnato l’intera vicenda. (N.R.)


Spero che sia abbastanza chiaro come il potere europeo che finora ha provocato un impoverimento sempre più evidente delle popolazioni e dato avvio a un processo di deindustrializzazione ormai quasi irreversibile hanno una sola via d’uscita per non essere cacciati a furor di popolo: spingere sull’acceleratore della guerra per poter militarizzare le società continentali e dunque mantenere il controllo grazie al conflitto contro un grande avversario che peraltro non ha alcuna intenzione di intervenire su società ormai in disfacimento e men che meno di invaderle. E tuttavia Londra, Parigi, Berlino e, per imitazione, anche Roma non hanno altra strada che evocare un nemico esistenziale per rimanere in possesso delle redini in nome e per conto delle oligarchie finanziarie. C’è però un grande problema: l’Ucraina è al lumicino, ha perso una marea di uomini, impossibili da sostituire, giorno dopo giorno  i magazzini dove sono stipate le armi della Nato saltano in aria e l’unico modo per sostituirle, anche quando si sono rivelate inefficaci, è che gli europei le paghino in contanti agli Usa, sottraendo così preziose risorse, quanto meno per tentare un salvataggio in extremis dell’apparato industriale europeo; le infrastrutture energetiche sono ormai diroccate; gli stessi ucraini non ne possono più e scoppiano ribellioni. Dunque si avvicina la fine della guerra e con essa il redde rationem per chi l’ha preparata e provocata nella convinzione che la Russia sarebbe stata una facile preda.

Perciò si prendono in considerazione nuove possibilità di continuare il conflitto, una volta che l’Ucraina sarà un mucchio di macerie. Una delle possibilità che la Nato va studiando è quella di serrare d’assedio Kaliningrad per provocare la Russia e indurla ad intervenire. Kaliningrad, l’antica Königsberg, celebre per un suo cittadino di nome Immanuel Kant, è un’enclave russa inserita tra Polonia e Lituania e quindi i vertici dell’Alleanza atlantica nella loro stupida follia ritengono che sia relativamente facile da isolare ed attaccare con un qualunque pretesto e stanno studiando un’operazione chiamata “linea di deterrenza sul fianco orientale” di cui si è parlato anche al vertice di Ankara nei giorni scorsi. Si tratterebbe di porre una sorta di assedio che costringerebbe la Russia ad intervenire e quindi di fare la figura dell’aggressore: ci penseranno poi i media a presentare questa assurdità in maniera che venga creduta dai lotofagi in cui si sono trasformati i cittadini europei. I pianificatori sono gli stessi che hanno sbagliato tutto in Ucraina, quindi, non stupirà nessuno apprendere che Kaliningrad è armata fino ai denti e sin dall’inizio dell’operazione speciale in Ucraina è stata pensata come un grande trappola per la Nato. Il numero di missili ipersonici – di fatto non intercettabili dall’Alleanza – di cui dispongono i russi in quel territorio, è tale da fronteggiare qualunque attacco in forze. Ma negli anni scorsi è stato anche rafforzato il distretto militare di Leningrado (in questo caso, sebbene la città si chiami da tempo San Pietroburgo, la autorità militari si rifanno al nome che aveva al tempo del feroce assedio tedesco alla città e alla infrangibile resistenza degli abitanti contro le truppe naziste) che conta oggi più 100 mila soldati più ingenti riserve di uomini e di un forte appoggio delle forze aree e aerospaziali. I piccoli Paesi baltici, che fra truppe proprie e contingenti Nato, possono contare su un totale di 38 mila uomini, sparirebbero in pochi giorni senza, credo rimpianto di nessuno se non dei loro abitanti che oggi di fatto vivono grazie alla loro funzione di provocatori. Quanto alle truppe dell’Alleanza si sfarinerebbero immediatamente: nessuno ha davvero voglia di fare la guerra, quella vera.

Subito dopo accadrà che alcuni Paesi come la Polonia cercheranno di appropriarsi delle spoglie rimaste, specie sul territorio ucraino e comincerebbe l’opera di dissoluzione dell’ordine europeo: la Russia non ha più bisogno dell’Europa, la sua economia è ormai rivolta ad Est e non sarà certo il desiderio di mantenere rapporti con un continente in rapido declino e ormai marginale, a consigliare loro prudenza. In effetti l’operazione Kaliningrad si inserisce perfettamente nelle follie degli ultimi anni e di quella“vis destruendi” da cui sono state prese le istituzioni europee e i loro milieu politici

Redazione

 

 

 

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