Nove racconti perfetti: la musica del quotidiano, il gioco smorzato dei sentimenti e delle allusioni. Da Flannery O’Connor a Henry James, da Chechov a Tolstoj, non c’è un autore di racconti al quale Alice Munro non sia stata paragonata

 

Nove racconti perfetti: la musica del quotidiano, il gioco smorzato dei sentimenti e delle allusioni. Da Flannery O’Connor a Henry James, da Chechov a Tolstoj, non c’è un autore di racconti al quale Alice Munro non sia stata paragonata. Ma la sua capacità di dipanare in un lampo l’irriducibile complessità della natura umana è incomparabile. Questi racconti possiedono la straordinaria capacità di trascinare il lettore nei meandri di una memoria che non è la sua per risvegliare emozioni che sono di tutti.

I racconti, come si sa, non hanno un gran seguito di lettori né tantomeno li amano le case editrici.  Ma una volta iniziata la lettura mi si è aperto un mondo, letteralmente. Già dalle prime righe Alice Munro ha in amo il suo lettore e non con l’esca di una trama a colpi di scena anzi i racconti non presentano nulla di particolare, ma hanno una intensa carica introspettiva e crea ambienti sublimi attraverso un puzzle, che man mano nella lettura del racconto si completa. Indica al lettore alcuni pezzi sparsi per poi completare il quadro man mano che si va avanti.

Le protagoniste sono le donne e le situazioni descritte portano il lettore nel mondo femminile che, detta così potrebbe annoiare o pensare al femminismo o al vittimismo delle donne in una società discriminante. Nulla del genere! Il mondo femminile di Munro è di una delicatezza ed eleganza rare e nel quale le emozioni sono descritte in modo vivido, più che analizzate vengono fatte vedere nella loro nudità. Quando si sa ciò che si vuole trasmettere, servono poche parole ma giuste: è così la sua scrittura. Le sue donne sono contemporanee, che lottano per i propri sogni o si compiacciono, che si perdonano o perdonano troppo agli altri, che sbagliano, si sacrificano e che hanno desideri intimi.

Più che racconti, i suoi sembrano mini- romanzi perché non si limita solo a fare un’istantanea ma crea un vero e proprio album di una vita. Attraverso i ricordi riesce ad abbracciare l’intera esistenza del personaggio e quasi sempre si arriva a una sorta di risoluzione nel finale. Il mio racconto preferito è “Ortiche” e quello che mi è piaciuto meno è “Mobili di famiglia” però è veramente difficile fare una scelta perché ognuno dei nove racconti ha il suo profumo inebriante.

La trama del romanzo 

In questa raccolta la Munro conferma le sue qualità narrandoci una manciata di esistenze dove avvenimenti inattesi o particolari dimenticati modificano il corso delle cose. Una cameriera dai capelli rossi, nuova arrivata in una vecchia dimora, viene per caso coinvolta nello scherzo di una ragazzina. Una studentessa universitaria si reca per la prima volta in visita a un’anziana zia e, riconoscendo un mobile di famiglia, scopre un segreto di cui non era a conoscenza. Una paziente giovane e in fin di vita trova un’inaspettata speranza di proiettarsi nel futuro. Una donna ricorda un amore brevissimo e che tuttavia ha modificato per sempre il suo vivere.

Come inizia

 

 Nemico, amico, amante…

 

Con riconoscenza,

a Sarah Skinner

   Nemico, amico, amante…

   Anni fa, prima che tanti treni su linee secondarie venissero soppressi, una donna dalla fronte alta e lentigginosa e una matassa crespa di capelli rossi, si presentò in stazione per informarsi riguardo alla spedizione di certi mobili.

   L’impiegato faceva sempre un po’ lo spiritoso con le donne, specie con quelle bruttine, che sembravano apprezzare.

   – Mobili? – disse, come se nessuno avesse mai avuto prima un’idea simile. – Dunque, vediamo. Di che genere di mobili stiamo parlando?

   Un tavolo da pranzo con sei sedie. Una camera da letto completa, un divano, un tavolo basso, alcuni tavolini, una lampada a stelo. E anche una cristalliera e una credenza.

   – Accidenti. Una casa intera.

   – Non direi proprio, – ribatté lei. – Mancano le cose di cucina e ci sono mobili per una sola camera da letto.

   Aveva tutti i denti ammucchiati davanti, come se fossero pronti a litigare.

   – Le servirà il furgone, – fece lui.

  – No, voglio spedirli per ferrovia. Vanno a ovest, nel Saskatchewan.

   Gli si rivolgeva a voce alta, come se fosse sordo o scemo, e c’era qualcosa di strano nel modo in cui pronunciava le parole. Un accento. Olandese, pensò lui – c’era parecchio movimento di olandesi in quella zona –, anche se, delle donne olandesi, a questa mancava la stazza o la bella carnagione rosea o i capelli biondi. Poteva essere sotto i quaranta, ma che importanza aveva? Miss bellezza non doveva esserlo stata mai.

   L’uomo si fece molto professionale.

   – Prima di tutto le ci vorrà il furgone per trasferire la roba qui da dovunque si trovi. E poi, sarà meglio controllare che in questo posto nel Saskatchewan ci passi il treno. Se no, dovrà farla venire a prendere, che so, a Regina.

   – È Gdynia, – disse. – Il treno ci passa.

   Lui prese una guida cincischiata che stava appesa a un chiodo, e le chiese come si scriveva. Lei si serví della matita a sua volta legata a una corda e scrisse su un pezzo di carta estratto dalla borsetta: gdynia.

   – E che razza di nome sarebbe?

   Disse che non lo sapeva.

   Le prese la matita per scorrere rigo a rigo.

   – Un sacco di posti da quelle parti sono pieni di cechi, di ungheresi e di ucraini, – commentò. Mentre lo diceva gli venne in mente che la donna poteva essere una di loro. Be’, e allora? Stava solo esprimendo un dato di fatto.

   – Eccola qui. Tutto a posto. C’è la ferrovia.

   – Sí, – disse lei. – Voglio spedire la roba venerdí. È possibile?

   – Possiamo spedirla, ma non posso prometterle che arriverà in un certo giorno, – fece lui. – Tutto dipende dalle priorità. Ci sarà qualcuno a occuparsene quando arriva?

   – Sí.

   – È un treno misto, merci e passeggeri, quello di venerdí, delle quattordici e diciotto. Il furgone passa a ritirare la roba venerdí mattina. Lei abita qui in paese?

   Annuí, mentre scriveva il suo indirizzo: 106, Exhibition Road.

   Era da poco che in comune avevano distribuito i numeri civici, perciò lui non riusciva a immaginare il punto esatto, pur sapendo dove si trovava Exhibition Road. Se lei avesse fatto il nome di McCauley, in quel momento, l’uomo avrebbe forse mostrato maggior interesse, e le cose avrebbero magari preso una piega diversa. C’erano abitazioni nuove in quella zona, costruite dopo il conflitto, anche se la gente le chiamava le «case del tempo di guerra». Immaginò che si trattasse di una di quelle.

   – Pagamento alla spedizione, – le disse.

   – Voglio anche un biglietto per me sullo stesso treno. Venerdí pomeriggio.

   – Stessa destinazione?

   – Sí.

   – Può viaggiare sullo stesso treno fino a Toronto, ma poi dovrà aspettare il transcontinentale che parte alle dieci e mezza di sera. Vuole un vagone letto o regolare? Nel vagone letto avrà la cuccetta, in quello regolare dovrà stare seduta.

   Disse che seduta andava bene.

   – A Sudbury dovrà aspettare il Montreal, ma senza scendere: smistano solo le carrozze, e le attaccano alla motrice del Montreal. Lo stesso a Port Arthur, e poi a Kenora. Lei resta sul treno fino a Regina; lí invece cambia, e prende il locale.

   Annuí, come per dirgli di non farla lunga e di darle il biglietto.

   Rallentando, lui disse: – Ma non le assicuro che i mobili arriveranno insieme a lei, anzi, credo che ci metteranno un paio di giorni in piú. È questione di precedenze. Qualcuno viene a prenderla?

   – Sí.

   – Bene. Perché è probabile che non sia granché, come stazione. Da quelle parti, i paesi non sono come qui. Sono posti abbastanza rudimentali.

   Pagò il suo biglietto, sfilando il denaro da un rotolo di banconote in un sacchetto di tela che teneva in borsa. Come una vecchietta. Contò anche il resto. Ma non come avrebbe fatto una vecchia. Passò in rassegna rapidamente gli spiccioli sulla mano, ma era chiaro che non le stava sfuggendo un centesimo. Poi girò sui tacchi e se ne andò senza salutare.

   – A venerdí, – le disse lui.

   In quella tiepida giornata di settembre, la donna indossava un soprabito lungo e semplice, su scarpe sfondate coi lacci, e calzini alla caviglia.

   L’impiegato si stava versando del caffè dal thermos quando lei tornò indietro e batté sul vetro dello sportello.

   – I mobili che spedisco, – disse. – È tutta roba buona, come nuova. Non vorrei che si graffiassero, o si ammaccassero, che si danneggiassero, insomma. E non vorrei neppure che arrivassero puzzolenti di carro bestiame.

   – Be’, senta, – disse lui. – Qui in ferrovia siamo piuttosto esperti in fatto di spedizioni. Tendiamo a non usare gli stessi vagoni per mobili e maiali, ad esempio.

   – Voglio solo assicurarmi che arrivino a destinazione nelle stesse condizioni in cui sono partiti di qui.

   – Stia a sentire: quando lei compra dei mobili, va in un negozio, giusto? Ha mai pensato come ci sono arrivati? Non li hanno certo fatti sul posto, dico bene? No, li hanno fatti in fabbrica da qualche parte e poi li hanno spediti al negozio, probabilmente col treno. Perciò, stando cosí le cose, non le pare che le ferrovie dovrebbero sapere il fatto loro?

   Lei non smise mai di guardarlo, senza un sorriso, e tutt’altro che convinta di dover ammettere di aver avuto solo paure cretine, da donna.

   – Lo spero proprio, – disse. – Spero che sia cosí.

   L’impiegato delle ferrovie avrebbe dichiarato senza pensarci su che conosceva tutti in paese. Il che voleva dire che conosceva circa metà della gente. Per lo piú lo zoccolo duro della popolazione, quelli che si consideravano davvero «del posto», nel senso che non erano arrivati il giorno prima e non intendevano trasferirsi l’indomani. Non conosceva la donna in partenza per il Saskatchewan, perché non era un membro della loro chiesa, non era l’insegnante dei suoi figli e non lavorava in nessun negozio, ufficio o ristorante che lui frequentasse. E non era nemmeno sposata con qualcuno di sua conoscenza, socio degli Elks o degli Oddfellows, o del Lions Club o degli Ex Combattenti. Un’occhiata alla mano sinistra mentre lei prendeva i soldi gli aveva chiarito – senza peraltro meravigliarlo – che non era sposata e basta. Con quelle scarpe e i calzini, anziché le calze di nylon, e senza guanti e cappello di pomeriggio, avrebbe potuto essere una contadina. Ma le mancavano i modi esitanti, l’imbarazzo. Non aveva maniere da contadina – a dirla tutta, non aveva affatto buone maniere. Lo aveva trattato come una specie di macchina sputainformazioni. E poi, gli aveva dato un indirizzo del centro: Exhibition Road. In realtà, la persona che gli ricordava di piú era una suora in abiti borghesi che aveva visto in Tv, parlare del suo missionariato in qualche angolo della foresta vergine: probabilmente aveva smesso gli abiti religiosi per muoversi piú agevolmente durante il lavoro laggiú. La monaca aveva sorriso, di quando in quando, per mostrare che la sua fede la faceva felice, ma per lo piú aveva fissato il pubblico con l’aria di chi pensava che gli altri stessero al mondo solo per farsi comandare da lei.

   C’era un’altra cosa che Johanna voleva fare e che rimandava da un pezzo. Doveva entrare nel negozio di Milady e comprarsi un tailleur. Non ci aveva mai messo piede; quando doveva prendersi qualcosa, tipo un paio di calze, andava da Callaghans Abbigliamento per Uomo Donna e Bambino. Aveva un mucchio di vestiti ereditati dalla signora Willets, roba tipo quel soprabito che non si sarebbe consumato mai. E Sabitha – la ragazza alla quale badava, in casa McCauley – riceveva montagne di abiti smessi dalle cugine

   Nella vetrina di Milady c’erano due manichini con indosso tailleur dalla gonna piuttosto corta e dalla giacca di taglio diritto. Uno dei due era di un bel ruggine dorato, e l’altro di un riposante verde intenso. Vistose foglie di acero fatte di carta erano sparse ai piedi dei manichini e incollate qua e là sul vetro. Proprio nel periodo dell’anno in cui la gente aveva il problema di rastrellare le foglie e bruciarle, qui erano diventate una scelta decorativa. Un cartello scritto in svolazzante corsivo nero tagliava l’intera vetrata in diagonale. Diceva: Eleganza Sobria, la Moda d’Autunno.

   Aprí la porta ed entrò.

   All’ingresso, in uno specchio a figura intera, si vide con il raffinato mantello informe della signora Willets, che le scopriva pochi centimetri di gamba nuda sopra i calzini.

   Lo facevano apposta, era chiaro. Avevano piazzato lí lo specchio, di modo che i clienti potessero rendersi conto subito delle proprie magagne per poi – si sperava – giungere alla conclusione che era il caso di acquistare qualcosa per modificare l’effetto. Un espediente cosí scoperto l’avrebbe fatta uscire senz’altro dal negozio, se non fosse già entrata decisa, sapendo che cosa doveva comprare.

   Lungo una parete erano allineati gli abiti da sera, tutti a misura di reginetta del ballo, con tanto di raso e tulle e colori incantati. Piú in là, in un armadio a vetri per evitare che dita profane potessero sfiorarli, stavano una mezza dozzina di abiti da sposa: una spuma bianchissima di raso fior di vaniglia e di pizzi avorio, ricamati a perline e giaietto. Bustini ridottissimi, colli smerlati, gonne sontuose. Nemmeno da giovane si sarebbe mai concessa certe stravaganze, e non solo per una questione di soldi, ma per la presunzione che avrebbero significato, per la speranza immodesta di meritare una simile trasformazione, e la felicità.

   Passarono due o tre minuti prima che arrivasse qualcuno. Magari avevano uno spioncino dal quale la osservavano, pensando che non era il loro genere di cliente, e sperando che se ne andasse.

   Macché. Si scostò dalla linea dello specchio – passando dal linoleum accanto alla porta a una fitta moquette – e finalmente, dalla tenda in fondo al negozio, uscí Milady in persona, in tailleur nero dai bottoni luccicanti. Tacchi alti, caviglie sottili, addome fasciato cosí stretto che le calze raschiavano l’una contro l’altra, capelli biondo oro tirati indietro, faccia truccata.

   – Pensavo di provarmi il tailleur che ha in vetrina, – disse Johanna, che si era preparata la frase. – Quello verde.

   – Oh, un bel capo, – disse la donna. – Quello in vetrina mi pare sia una taglia quaranta. Vediamo, lei cosa sarà? Una quarantaquattro?

   Passò frusciando davanti a Johanna fino all’angolo del negozio in cui stavano appesi i capi normali, tailleur e abiti da giorno.

   – È fortunata. Ecco qui una quarantaquattro.

   Per prima cosa, Johanna guardò il cartellino del prezzo. Tranquillamente il doppio di quanto si aspettasse, e non era sua intenzione far finta di niente.

   – È parecchio caro.

   – È di ottima lana –. La donna armeggiò con la stoffa finché non trovò l’etichetta, e lesse la composizione del tessuto, ma Johanna non stava davvero ascoltando perché intanto osservava l’orlo per controllarne la cucitura.

   – È leggero come una seta, ma cade come un piombo. Come vede è tutto foderato: fodera completa in rayon e seta. Non si stropiccia sul dietro e tiene la piega; mica come certi completi a buon mercato. Guardi questi polsini, il colletto in velluto, e i bottoncini in velluto sulla manica.

   – Li vedo.

   – Dettagli simili costano, si capisce, non si trovano dappertutto. Senta la morbidezza del velluto. C’è solo sul verde, sa? Quello color albicocca è senza, eppure hanno esattamente lo stesso prezzo.

   In effetti erano colletto e polsini di velluto a conferire al tailleur, secondo Johanna, quel tocco di lusso che gliel’aveva fatto desiderare. Ma non intendeva ammetterlo.

   – Tanto vale che me lo provi.

   Dopo tutto era entrata decisa a farlo. Biancheria pulita e una spolverata di borotalco sotto le ascelle.

   La donna fu abbastanza sensata da lasciarla sola nello spogliatoio. Johanna evitò come veleno lo specchio finché non ebbe sistemato la gonna e non si fu abbottonata la giacca.

   Dapprima osservò solo l’abito. La taglia era giusta: la gonna, piú corta delle sue solite gonne, ma d’altra parte quelle erano fuori moda. No, nessun problema rispetto al tailleur. Il problema semmai dipendeva da ciò che ne spuntava fuori. Il collo, la faccia, i capelli, le mani grosse e le gambe tozze.

   – Come va? Posso dare un’occhiata?

   Da’ pure tutte le occhiate che vuoi, pensò Johanna, tanto è il classico caso di perle ai porci, vedrai.

   La donna provò a osservare da un lato, poi dall’altro.

   – Certo, ci vogliono le calze di nylon e le scarpe col tacco. Come se lo sente? Comodo?

   – Sí, sí, per quello… – disse Johanna. – Il tailleur non ha niente che non va.  

   La faccia della donna cambiò nello specchio. Smise di sorridere. Sembrava delusa e stanca, ma piú gentile.

   – Certe volte è proprio cosí. Non si può mai dire finché non si provano le cose. Il fatto è, – disse, mentre le cresceva nella voce una convinzione nuova, piú moderata, – il fatto è che lei ha una bella figura, ma un po’ forte. Lei è di ossatura robusta, e allora? Dov’è ilproblema? Certo i bottoncini foderati di velluto non fanno per lei. Lasci perdere. Se lo tolga.

   Poi, quando Johanna fu di nuovo in sottoveste, una mano tamburellò sulla parete e si infilò oltre la tenda.

   – Si metta questo, tanto per provare.

   Un vestito di lana marrone, foderato, ampia gonna di linea morbida, manica a tre-quarti e scollo rotondo, classico. Il massimo della semplicità, fatta eccezione per una cinturina dorata in vita. Non caro come il tailleur, anche se il prezzo pareva comunque alto, considerato il modello.

   Se non altro la gonna era di lunghezza piú decorosa, e il tessuto avvolgeva le gambe in un panneggio elegante. Johanna si fece forza e guardò nello specchio.

   Questa volta non pareva che l’avessero infilata dentro un vestito per farle uno scherzo.

   La donna arrivò e le si mise accanto, e rise, ma di sollievo.

   – Ha lo stesso colore dei suoi occhi. Non le serve il velluto; ha già occhi di velluto, lei.

   Era il genere di complimento di cui Johanna di solito si sarebbe sentita in dovere di ridere, non fosse stato che in quel momento le parve sincero. Non aveva occhi grandi e, se le avessero chiesto di che colore erano, avrebbe risposto: «Ma, piú o meno marroni, direi». Però adesso parevano proprio di un marrone intenso, morbido e luminoso.

   Non che si fosse improvvisamente messa in testa di essere bella, o roba del genere. Era solo che gli occhi avevano un bel colore, se fossero stati un pezzo di stoffa.

   – Be’, immagino che lei non porti spesso scarpe eleganti, – disse la donna. – Ma con un paio di calze di nylon e una semplice scarpa décolleté… Scommetto anche che non si mette gioielli, e in questo caso fa bene, non ce n’è bisogno, con quella cintura.

   Per tagliare corto sulla tirata imbonitrice Johanna disse: – Va bene, meglio che me lo levi, cosí me lo può incartare –. Le dispiacque dover rinunciare alla leggerezza della gonna e al vezzo discreto dell’oro intorno ai fianchi. Non aveva mai provato in vita sua la sciocca sensazione di venire valorizzata da qualcosa che aveva addosso.

   – Spero solo che sia per un’occasione speciale, – disse la donna alzando la voce, mentre Johanna si ricacciava in fretta nei vestiti di sempre, che adesso parevano decisamente squallidi.

   – È molto probabile che me lo metta per sposarmi, – disse Johanna.

   Si sorprese, sentendo quelle parole uscirle di bocca. Nessun grave errore – la donna non sapeva chi fosse, e con ogni probabilità non ne avrebbe parlato con qualcuno di sua conoscenza. Nonostante questo, aveva creduto di non volerlo dire proprio a nessuno. Doveva essersi sentita in debito con quella persona – forse perché avevano vissuto insieme il disastro del tailleur verde e la scoperta del vestito marrone e questo le aveva legate. Che stupidaggini. La donna vendeva abiti per mestiere, ed era semplicemente riuscita a convincerla.

   – Oh! – esclamò la donna. – Oh, ma è meraviglioso!

   Be’, pensò Johanna, può darsi, ma può anche darsi di no. Poteva essere in procinto di sposare chiunque. Un contadino spiantato al quale serviva un cavallo da tiro in casa, o magari un vecchio bavoso e invalido a caccia di un’infermiera. Quella donna non aveva idea del tipo d’uomo che l’aspettava, e comunque non erano fatti suoi.

   – Sono sicura che è un matrimonio d’amore, – disse l’altra, come se avesse letto nei suoi pensieri scontrosi. – Ecco il perché della luce che aveva negli occhi allo specchio. Gliel’ho avvolto bene nella carta velina, basterà che lo appenda e il tessuto andrà a posto perfettamente. Può dargli un colpo di ferro se vuole, ma non credo che ce ne sarà bisogno.

   Poi venne il momento di tirar fuori il denaro. Finsero entrambe di non farci caso, ma non era vero per nessuna delle due.

   – Sono soldi ben spesi, – disse la donna. – Ci si sposa una volta sola, no? Be’, in certi casi non è esattamente cosí…

   – Nel mio caso sarà cosí, – disse Johanna. Si sentiva il viso in fiamme, perché in effetti di matrimonio non si era mai parlato. Nemmeno nell’ultima lettera. Aveva rivelato a quella donna le sue speranze, il che forse non era di buon auspicio.

   – Dove vi siete conosciuti? – chiese l’altra, con lo stesso tono di assorta allegria. – Com’è stato il vostro primo incontro?

   – Tramite parenti, – rispose sincera Johanna. Non intendeva aggiungere altro, ma sentí la propria voce proseguire. – Alla Fiera dell’Ovest. Quella di London.

   – La Fiera dell’Ovest, – ripeté la donna. – A London –. Con quel tono, avrebbe potuto anche dire «Al Ballo di Corte».

   – Con noi c’erano anche sua figlia e una sua amichetta, – aggiunse Johanna, pensando che sarebbe stato piú esatto affermare che lui, Sabitha e Edith avevano portato lei, Johanna, alla fiera.

   – Be’, posso dire che non ho sprecato la mia giornata, allora. Ho fornito il vestito a una futura sposa felice. Mi basta a giustificare la mia esistenza –. La donna annodò un nastro rosa intorno alla scatola del vestito, e lo chiuse con un grosso fiocco superfluo al quale assestò una rapida sforbiciata.

   – Me ne sto qui tutto il giorno, – disse. – E certe volte non so bene cosa ci faccio. Mi chiedo, Ma che ci fai sempre qui? Cambio disposizione alla vetrina, e invento cose per attirare la gente in negozio, ma ci sono dei giorni – ci sono giornate intere – in cui da quella porta non vedo entrare anima viva. Lo so, la gente pensa che questi vestiti sono troppo cari, ma sono di qualità. Se si vuole la qualità, bisogna essere disposti a spendere.

   – Devono per forza venire qui, quando vogliono abiti come quelli, – disse Johanna, indicando con gli occhi i vestiti da sera. – Dove altro potrebbero andare?

   – E invece no. Non ci vengono. Vanno in città, ecco dove vanno. Sono disposte a farsi cinquanta, cento chilometri, senza badare alla benzina, e si convincono di poter trovare di meglio rispetto a quello che ho io. E non è vero. Non trovano né miglior qualità, né piú assortimento. Niente. È solo che si vergognano di dire che hanno comprato il vestito da sposa in paese. Oppure entrano, provano, e poi dicono che ci devono pensare. Torno domani, dicono. E io penso, Ma sí, certo, come se non sapessi cosa vuol dire. Vuol dire che cercheranno di trovare la stessa cosa piú a buon prezzo a London o a Kitchener, e se non sarà meno cara, finiranno per prenderla lí lo stesso, dopo che si sono fatte tutti quei chilometri e sono stanche di cercare.

   – Non so, – aggiunse. – Forse se fossi del posto, sarebbe diverso. Da queste parti l’ambiente è molto chiuso, secondo me. Lei non è di qui, vero?

   – No, – disse Johanna.

   – Non li trova chiusi anche lei?

   Chiusi.

   – Voglio dire che è difficile per un forestiero inserirsi.

   – Ci sono abituata, a stare per conto mio.

   – Ma qualcuno lei l’ha trovato. Non dovrà piú stare per conto suo. Non è una gran bella cosa? Certi giorni penso che vorrei tanto essere sposata e starmene a casa. Del resto, una volta lo ero, e lavoravo lo stesso. Pazienza. Magari un giorno entrerà in negozio un marziano, si innamorerà di me, e allora si sistemerà tutto!

   Johanna dovette affrettarsi – il bisogno di chiacchierare di quella donna le aveva fatto perdere tempo. Si stava precipitando a casa per riporre il suo acquisto prima che Sabitha rientrasse da scuola.

   Poi ricordò che Sabitha non c’era; l’aveva portata via nel weekend la cugina della madre, la zia Roxanne: si sarebbe stabilita a Toronto a vivere da vera ragazza ricca, frequentando una scuola per ragazze ricche. Ma Johanna continuò a camminare veloce, cosí veloce che un babbeo appoggiato in ozio contro il muro del drugstore le gridò appresso: – È scoppiato un incendio? – e allora lei rallentò un poco il passo, per non attirare l’attenzione.

   La scatola del vestito era imbarazzante – chi andava a immaginare che il negozio disponesse di quegli scatoloni rosa, con tantodi Milady’s stampato in corsivo viola lungo la diagonale? Che figura.

   Si sentiva una stupida, per essersi lasciata scappare la storia del matrimonio, quando lui non ne aveva mai fatto parola e lei avrebbe dovuto non dimenticarlo. Il fatto è che erano state dette – o scritte – cosí tante cose, con tale esplicita tenerezza e passione, da lasciar credere di poter dare per scontato il concetto di nozze in sé. Come uno potrebbe parlare di alzarsi al mattino, senza specificare che farà colazione, pur intendendo ovviamente farla.

   Nonostante questo, avrebbe dovuto tenere la bocca chiusa.

   Vide il signor McCauley procedere in direzione opposta sull’altro lato della via. Nessun problema: quand’anche si fossero incontrati faccia a faccia, lui non avrebbe mai fatto caso alla scatola. Si sarebbe limitato a portarsi un dito al cappello e l’avrebbe superata, forse notando che si trattava della sua domestica, ma forse no. Aveva ben altro per la testa e, per quanto ne sapeva la gente, il suo sguardo si sarebbe potuto posare su tutt’altro paese rispetto a quello che vedeva il resto della popolazione. La mattina di ogni giorno feriale – e talvolta, per distrazione, anche di domenica e nelle feste comandate – indossava uno dei suoi completi a tre pezzi con il soprabito leggero, oppure il cappotto pesante, il cappello grigio e le scarpe lustre, e percorreva a piedi Exhibition Road diretto in centro, all’ufficio che ancora occupava sopra la bottega di finimenti e pelletteria. Lo si definiva un Ufficio Assicurazioni, anche se era passato ormai un bel po’ di tempo dall’ultima volta che aveva effettivamente venduto una polizza assicurativa. Ogni tanto la gente saliva da lui, magari per chiedergli qualche cosa su vecchie assicurazioni e, piú ancora, su certi terreni confinanti, sulla storia di determinate proprietà in paese, o di fattorie in aperta campagna. Il suo ufficio era pieno di mappe vecchie e nuove, e lui non vedeva l’ora di srotolarle sul tavolo e imbarcarsi in discussioni che andavano ben al di là della richiesta ricevuta. Tre o quattro volte al giorno usciva e percorreva a piedi la via, come adesso. Durante la guerra aveva riposto la McLaughlin-Buick nel fienile e aveva preso l’abitudine di andare dovunque a piedi per dare l’esempio. A quanto pareva, continuava a dare l’esempio quindici anni dopo. Procedendo con le mani intrecciate dietro la schiena, sembrava un padrone gentile a spasso per la sua proprietà, o un parroco soddisfatto del suo gregge d’anime. Va da sé che metà della gente, incontrandolo, non aveva idea di chi fosse.

   Il paese era cambiato, perfino nel poco tempo da quando Johanna era arrivata. Il commercio si era spostato verso la statale, dove adesso c’erano un nuovo supermercato discount, una filiale della Canadian Tire e un motel con night-club e spettacoli di spogliarello. Alcuni negozi del centro avevano tentato di darsi una rinfrescata ricorrendo a pareti rosa, lilla o verde oliva, ma la pittura si scrostava già sui mattoni vecchi, e certi locali erano vuoti. Milady’s era destinato quasi di sicuro a fare la stessa fine.

   Che avrebbe fatto Johanna se fosse stata lei la titolare? Mai e poi mai si sarebbe riempita il negozio di quegli impossibili vestiti da sera, per cominciare. Per sostituirli con cosa? Passando a capi piú economici, si sarebbe solo messa in concorrenza con Callaghans e con il discount, e molto probabilmente non ci sarebbe stato lavoro per tutti. Allora perché non tentare con abbigliamento di qualità per neonati e bambini, cercando di tirare dentro le nonne e le zie che avevano soldi e che li avrebbero spesi volentieri per quel genere di articolo? E lasciar perdere le madri, che avrebbero continuato a servirsi da Callaghans, avendo meno disponibilità e piú buonsenso.

   Solo che se in negozio ci fosse stata lei – Johanna – non sarebbe mai riuscita a farci entrare nessuno. Era in grado di capire cosa andava fatto, e come, e anche di trovare e gestire il personale, ma non aveva il minimo talento nel persuadere e incantare la gente. Prendere o lasciare, ecco quale sarebbe stato il suo stile. E di sicuro i clienti avrebbero lasciato.

   Erano rarissime le persone che l’avevano in simpatia, questo l’aveva capito da un pezzo. Di certo Sabitha non aveva versato fiumi di lacrime andando via, anche se Johanna in effetti era stata per lei quanto di piú simile a una madre, dopo la morte della madre vera. Al signor McCauley sarebbe seccato di dover rinunciare a lei, perché gli aveva reso buoni servizi e perché non sarebbe stato facile rimpiazzarla, ma niente di piú. Tanto lui quanto la nipote erano persone egoiste e viziate. I vicini di casa poi, avrebbero addirittura festeggiato. Johanna aveva avuto problemi con tutte e due le famiglie. Da un lato, c’era il cane che veniva a scavare nel suo giardino per seppellire e stanare la sua riserva di ossa, cosa che, secondo lei, avrebbe potuto benissimo fare a casa propria. E dall’altro, c’era il ciliegio che stava sulla proprietà dei McCauley, ma che metteva i frutti per lo piú sui rami spioventi nel cortile accanto. In entrambi i casi aveva piantato una grana, e vinto. Il cane era stato legato e gli altri vicini avevano lasciato in pace le ciliegie. Salendo sulla scala arrivava ancora a sporgersi di parecchio nel cortile adiacente, ma loro non mettevano piú in fuga gli uccelli dai rami, il che faceva una bella differenza in termini di raccolto.

   Il signor McCauley avrebbe chiuso un occhio con le ciliegie. E avrebbe lasciato che il cane venisse a scavare le sue buche. Avrebbe permesso che approfittassero di lui. In parte perché quella era gente nuova che abitava in case nuove e lui preferiva non averci a che fare. Ai suoi tempi in Exhibition Road c’erano solo tre o quattro grandi ville. Di fronte a loro c’era lo spiazzo dove ogni anno veniva allestita la fiera d’autunno (ufficialmente chiamata Agricultural Exhibition, da cui il nome della via), e in mezzo erano tutti orti o piccoli prati. Poi, circa una dozzina di anni prima, la terra era stata venduta in lotti regolari ed edificata: villette alternate, un tipo con piano rialzato e un tipo senza. Certe incominciavano già ad assumere un aspetto piuttosto squallido.

   Erano solo un paio le case di cui il signor McCauley conosceva gli inquilini, con i quali intratteneva rapporti cordiali – quella della maestra, la signorina Hood, e di sua madre, e quella degli Shultz, che gestivano il laboratorio di calzolaio. Edith, la figlia dei coniugi Shultz, era o era stata grande amica di Sabitha. Naturale, visto che frequentavano la stessa classe – per lo meno l’ultimo anno, dopo che Sabitha era stata bocciata – e abitavano cosí vicine. Il signor McCauley non aveva sollevato obiezioni, forse sapeva già che Sabitha si sarebbe trasferita presto a Toronto e avrebbe cambiato vita. Johanna invece non aveva simpatia per Edith, sebbene la ragazzina non fosse mai stata scortese e non avesse mai combinato guai quando veniva in casa. Oltre tutto non era stupida. Ma forse era proprio quello il problema: che lei era sveglia e Sabitha non altrettanto. Con lei Sabitha era diventata maliziosa.

   Acqua passata, ormai. Dopo l’arrivo della cugina Roxanne, la signora Huber, la figlia degli Shultz era entrata a far parte dell’infanzia trascorsa di Sabitha.

   Ho provveduto a spedirti tutti i mobili per ferrovia appena possibile, pagando in anticipo appena mi diranno quanto costa. Arriveremo il piú presto possibile. Ho pensato che dovevano servirti. Immagino che non sarai tanto stupito che abbia pensato non ti dispiacesse se ti raggiungevo per esserti d’aiuto, come spero.

   Questa era la lettera che aveva spedito dall’Ufficio postale, prima di andare a informarsi per i mobili alla stazione. Era la prima che mandava a lui direttamente. Le altre, le aveva infilate nella busta insieme a quelle che faceva scrivere a Sabitha. Le sue a lei erano arrivate nello stesso modo, ben ripiegate e con il suo nome, Johanna, battuto a macchina sul retro del foglio per non creare confusione. Cosí gli impiegati dell’Ufficio postale ne sarebbero rimasti fuori, e poi non era mai male risparmiare un francobollo. Certo Sabitha avrebbe potuto riferire tutto al nonno, o perfino leggere la parte di Johanna, ma a Sabitha non interessavano le lettere – quelle scritte da lei come quelle chericeveva – piú di quanto le interessasse comunicare col vecchio.

   I mobili erano riposti nel fienile, che ormai era in realtà un deposito, e non un vero fienile con tanto di animali e granaio. La prima volta che Johanna era andata a dare un’occhiata, circa un anno prima, li aveva trovati lerci di polvere e di escrementi di uccelli. I vari pezzi erano stati ammucchiati senza criterio e non si era badato a coprirli con un telo. Quello che era riuscita a trascinare, l’aveva portato fuori in cortile, facendo spazio nel fienile per i pezzi grossi troppo pesanti: divano, credenza, cristalliera e tavolo da pranzo. Il telaio del letto era riuscita a smontarlo. Aveva attaccato il legno prima con stracci morbidi, poi con olio di scorza di limone, e alla fine l’aveva fatto brillare come sciroppo. Sciroppo d’acero. Era legno d’acero, infatti. A lei pareva bellissimo, come i copriletti di raso e i capelli biondi. Bellissimo e moderno, non come tutto quel legno scuro e istoriato dei mobili che le toccava pulire in casa. Li aveva pensati come appartenenti a lui, e ne era ancora convinta quel mercoledí, mentre li tirava fuori. Ne aveva coperto lo strato inferiore con vecchie trapunte per proteggerli da quelli che stavano sopra, e aveva gettato lenzuola sul ripiano superiore per evitare le cacche di uccello, perciò c’era soltanto un velo di polvere, adesso. Ma li strofinò tutti quanti lo stesso e li lucidò con l’olio prima di metterli via, di nuovo coperti, in attesa del furgone che doveva venirli a prendere il venerdí.

   Gentile signor McCauley, parto oggi pomeriggio (venerdí) con il treno. Mi rendo conto di non averle dato il preavviso, ma rinuncerò alla mia ultima paga che sarà di tre settimane il prossimo lunedí. C’è uno stracotto di manzo nel tegame a doppio fondo sul fornello: basta scaldarlo. Ne avrà abbastanza per tre volte, magari anche quattro. Appena è caldo e se ne è servito a sufficienza, ci metta il coperchio e lo riponga in frigo. Mi raccomando, ci metta il coperchio subito per non rischiare che si guasti. I miei rispetti a lei e a Sabitha e probabilmente mi farò viva quando sarò sistemata. Johanna Parry.

   P.S. Ho spedito i mobili al signor Boudreau, perché forse ne ha bisogno. Si ricordi di guardare che ci sia abbastanza acqua nel doppio fondo del tegame, quando riscalda la carne.

   Il signor McCauley non ebbe problemi a scoprire che il biglietto acquistato da Johanna aveva come destinazione Gdynia, nel Saskatchewan. Gli bastò telefonare e chiedere all’impiegato. Non riusciva a trovare il modo di descrivere Johanna – era d’aspetto vecchio o giovanile? Magra o piuttosto massiccia? Di che coloreaveva il cappotto? – ma non fu necessario, appena menzionò i mobili.

   Mentre tutto questo accadeva, in stazione c’erano un paio di persone in attesa del treno della sera. L’impiegato cercò di non alzare la voce, in un primo tempo, ma quando sentí del mobilio rubato (il signor McCauley in effetti disse soltanto «e credo che si sia presa anche dei mobili»), si accalorò. Cominciò a giurare che se avesse saputo chi era e cosa aveva in mente di fare, non le avrebbe mai permesso di mettere piede su un treno. L’affermazione fu udita e riferita e creduta, senza che nessuno si domandasse come avrebbe fatto a fermare una donna adulta che aveva pagato regolarmente il biglietto, a meno di disporre di prove sicure che era una ladra. Le persone che riferirono le sue parole erano per lo piú convinte che potesse impedirle di partire e che l’avrebbe fatto: credevano nell’autorità degli impiegati delle ferrovie nonché di anziani impettiti signori in rispettabili abiti a tre pezzi, come il signor McCauley.

   Lo stracotto di manzo era eccellente, come tutto quello che cucinava Johanna, ma il signor McCauley scoprí di non riuscire a buttarlo giú. Ignorò le istruzioni riguardo al coperchio e lasciò il tegame scoperto sul fornello senza nemmeno spegnere il fuoco fin quando l’acqua nel doppio fondo non si consumò del tutto e ad avvisarlo non fu l’odore del metallo che bruciava.

   Odore di tradimento.

   Si disse che se non altro c’era da ringraziare di non doversi preoccupare per Sabitha, dal momento che qualcuno si stava prendendo cura di lei. Sua nipote – una cugina della moglie in effetti, Roxanne – gli aveva scritto dicendogli che, per come aveva visto Sabitha nel corso della sua visita estiva al lago Simcoe, la ragazza avrebbe avuto bisogno di qualcuno che le stesse appresso.

   «Francamente non credo che né tu né la donna che hai assunto possiate essere all’altezza del compito, quando i ragazzi cominceranno a ronzarle intorno».

   Non era stata cosí esplicita da chiedergli se intendeva ritrovarsi fra le mani un’altra Marcelle, ma il senso delle sue parole era chiaro. Aggiunse che avrebbe sistemato Sabitha in una buona scuola dove per lo meno le avrebbero insegnato un po’ di buone maniere.

   Accese il televisore per distrarsi, ma non serví a niente.

   Era la faccenda dei mobili a irritarlo. Era Ken Boudreau.

   Il fatto è che tre giorni prima – esattamente quando Johanna aveva acquistato il biglietto, secondo quanto gli aveva detto l’impiegato – il signor McCauley aveva ricevuto una lettera da Ken Boudreau nella quale questi gli chiedeva a) di anticipargli parte del valore dei mobili attualmente immagazzinati nel granaio del signor McCauley, di proprietà sua (di Ken Boudreau) e della sua deceduta consorte, Marcelle, oppure b) in caso non lo ritenesse possibile, di vendere i suddetti mobili cercando di ricavarne il massimo e di spedirgli al piú presto il denaro nel Saskatchewan. Nessun accenno ai precedenti prestiti già devoluti da suocero a genero, tutti a fronte del valore dei medesimi arredi e pari a una somma superiore a quella che si sarebbe mai potuta ricavare dalla loro vendita. Possibile che Ken Boudreau avesse scordato tutto questo? O sperava soltanto – cosa assai piú probabile – che a scordarsene fosse il suocero?

   A sentir lui, al momento era padrone di un albergo. Ma la lettera era piena di accuse contro il precedente proprietario dell’immobile che lo aveva imbrogliato riguardo a una serie di dettagli.

   «Se soltanto riesco a superare questo ostacolo, – diceva, – sono convinto di poter ancora cavarci di che vivere». Ma di quale ostacolo stava parlando? Il bisogno di liquidità immediata, evidentemente, ma non specificava se il problema dipendesse dall’ex proprietario, dalla banca, da un privato creditore, o da altro. Era la solita vecchia storia: un tono disperato e ossequioso misto a una certa arroganza, alla convinzione di chiedere in fondo solo il dovuto, un risarcimento dei torti subiti, della vergogna patita a causa di Marcelle.

   Non senza timori, ma memore del fatto che dopo tutto Ken Boudreau era suo genero e aveva combattuto in guerra e aveva passato Dio solo sa quali e quanti guai durante il matrimonio, il signor McCauley si era deciso a scrivere una lettera nella quale affermava che non aveva idea di come ricavare il massimo da quei mobili e che gli sarebbe stato enormemente difficile scoprirlo, e che pertanto allegava un assegno da considerare come un mero prestito a titolo personale. Si augurava che come tale lo intendesse il genero, senza dimenticare l’ingente numero di altri prestiti analoghi del passato – con i quali, a suo giudizio, si era già piú che superato il valore dei mobili. Accludeva un elenco di date e di cifre. Fatta eccezione per una somma di cinquanta dollari restituita ormai quasi due anni addietro (con esplicita promessa di regolari pagamenti a seguire), lui non aveva visto piú nulla. Il genero doveva certamente rendersi conto del fatto che, in conseguenza di tutti quei prestiti a vuoto e a interesse zero, il capitale del signor McCauley si era andato riducendo, anche perché in altre circostanze avrebbe investito il denaro.

   Aveva anche pensato di aggiungere: «Non sono poi cosí cretino come credi», ma cambiò idea, perché quelle parole avrebbero tradito la sua irritazione e forse la sua debolezza.

   E ora, guarda qua. L’altro lo aveva scavalcato precettando Johanna nel complotto – con le donne ci sapeva fare da sempre – ed era riuscito a mettere le mani su assegno e mobili in un colpo solo. Le spese di spedizione le aveva pagate lei; lo sapeva dall’impiegato delle ferrovie. Quelle vistose suppellettili moderne in legno d’acero erano state sopravvalutate già in precedenza e non avrebbero fruttato loro granché, specie tenendo conto della somma richiesta dalle ferrovie per trasportarle. Se fossero stati piú scaltri avrebbero semplicemente preso qualcosa in casa, magari uno stipetto antico, o un canapè di quelli troppo scomodi da usare, ma costruiti e acquistati nel secolo scorso. Certo, a quel punto si sarebbe trattato di furto bello e buono, ma quello che avevano fatto non era poi tanto diverso.

   Si coricò con la ferma determinazione di denunciarli.

   Si svegliò in casa da solo, senza odore di caffè e di colazione che salisse dalla cucina; aleggiava anzi ancora un vago sentore di tegame bruciato. Un’aria fredda d’autunno si era insinuata nelle desolate stanze dai soffitti alti. Era stata tiepida, la sera prima, e quelle precedenti – la caldaia non era stata accesa e, quando il signor McCauley si decise ad accenderla, il calore arrivò accompagnato da una ventata di umidità da cantina, un lezzo di muffa e terra e marciume. Si lavò e vestí lentamente, con pause distratte, e per colazione si spalmò della crema di arachidi su una fetta di pane. Apparteneva a una generazione nella quale figuravano uomini di cui si diceva che non avrebbero saputo far bollire una pentola d’acqua, e lui rientrava nel novero. Guardò fuori dalla finestra e vide gli alberi sul lato opposto della pista inghiottiti dalla nebbia del mattino che pareva intenzionata ad avanzare anziché recedere come avrebbe dovuto, data l’ora. Ebbe l’impressione di scorgere nella bruma i vecchi edifici della Fiera Agricola: modeste, spaziose costruzioni simili a immensi granai. Erano rimaste per anni inutilizzate – per tutto il periodo della guerra – e non ricordava che fine avessero poi fatto. Erano state abbattute, o erano crollate da sole? Detestava le gare che si svolgevano ora sul terreno, con la folla, gli altoparlanti e il consumo illecito di alcolici e il chiasso scandaloso delle domeniche estive. Quando ci pensava gli tornava in mente la sua povera bambina Marcelle, seduta sui gradini della veranda a salutare i compagni di scuola ormai adulti che scendevano dalle auto parcheggiate e si affrettavano per vedere le corse. Com’era emozionata, quanto era contenta di essere tornata in paese, e abbracciava persone, tratteneva amici, chiacchierava a raffica, ricordando i giorni dell’infanzia e quanto le fossero mancati tutti quanti. Diceva che l’unico neo di tanta perfezione della vita era la nostalgia per suo marito, Ken, rimasto all’ovest per ragioni di lavoro.

   Era uscita là fuori in pigiama di seta, con i capelli scarmigliati, biondi tinti. Braccia e gambe erano sottili, ma la faccia era gonfia, e quella che spacciava per abbronzatura pareva un colorito malaticcio che non poteva aver a che fare con il sole. Itterizia, forse.

   La bambina era rimasta in casa a guardare la televisione – cartoni animati della domenica per i quali era decisamente troppo cresciuta.

   Lui non capiva quale fosse il problema, non era nemmeno sicuro che ci fosse. Marcelle era partita per London per sottoporsi a un intervento, roba da donne, ed era morta in ospedale. Quando aveva chiamato il marito per avvisarlo, Ken Boudreau aveva chiesto: «Che cosa aveva preso?»

   Se la madre di Marcelle fosse stata ancora viva, le cose sarebbero andate in modo diverso? La verità era che da viva, sua madre non era stata meno disarmata di lui. Era rimasta seduta a piangere in cucina mentre la figlia adolescente, chiusa a chiave in camera sua, si calava dalla finestra sul tetto della veranda, attesa da macchinate intere di ragazzi.

   La casa era impregnata di una implacabile sensazione di abbandono, di inganno. Lui e sua moglie erano di sicuro stati genitori indulgenti, ridotti con le spalle al muro da Marcelle. Quando poi era scappata con un aviatore, avevano sperato che si sistemasse, finalmente. Si erano mostrati generosi con entrambi, come se si fosse trattato della piú regolare delle coppie. Ma era andato tutto a rotoli. Anche con Johanna Parry era stato generoso, e guarda come gli si era rivoltata contro.

   Si avviò verso il paese ed entrò nell’albergo per fare colazione. La cameriera disse: – È mattiniero oggi.

   E mentre gli stava ancora versando il caffè, lui incominciò a raccontarle della domestica che se n’era andata senza preavviso ma che in compenso si era portata via un carico di mobili di proprietà di sua figlia e che adesso in teoria sarebbero spettati al genero, ma fino a un certo punto, visto che erano stati acquistati con la dote della figlia. Le raccontò che la figlia aveva sposato un aviatore, un bell’uomo dall’aria onesta che ne combinava di tutti i colori appena svoltava l’angolo.

   – Mi scusi, – disse la cameriera, – mi piacerebbe tanto chiacchierare, ma ho dei clienti che aspettano la colazione. Mi scusi…

   Salí in ufficio e lí, aperte sulla scrivania, trovò le vecchie mappe che aveva studiato il giorno precedente nel tentativo di localizzare il primissimo cimitero della contea (abbandonato, secondo lui, nel 1839). Accese la luce e si mise a sedere, ma scoprí di non riuscire a concentrarsi. Dopo il rimprovero della cameriera – o quello che a lui era comunque sembrato un rimprovero – non era piú stato in grado di mangiare né di godersi il caffè. Decise di uscire a fare una passeggiata per calmarsi.

   Ma anziché avviarsi nella solita direzione e salutare la gente scambiando due parole con tutti, sentí un bisogno impellente di sfogarsi. Bastava che chiunque gli chiedesse «Come va stamattina?» perché, in modo assolutamente non abituale, quasi impudente, lui desse la stura a tutti i suoi lamenti, ma, come la cameriera, la gente aveva da fare, perciò tutti annuivano frettolosi e inventavano scuse per allontanarsi. Il tempo non pareva deciso a intiepidirsi come succede in genere nelle mattine di nebbia in autunno; la sua giacca non teneva abbastanza caldo, perciò cercò conforto nei negozi.

   I piú sconcertati erano i conoscenti di piú lunga data. Era sempre stato un tipo a dir poco reticente – un gentiluomo dalle maniere fini, una mentalità d’altri tempi, nella cui cortesia si celava un vago imbarazzo per i propri privilegi (il che conteneva una certa dose di ironia, visto che tali privilegi erano piú frutto della sua visione della vita che di un riconoscimento altrui). Era l’ultima persona da cui aspettarsi il racconto dei torti subiti e la richiesta di consolazione – non l’aveva fatto alla morte della moglie, e nemmeno a quella della figlia – e invece eccolo qui a mostrare a tutti una lettera, e a domandare se non era vergognoso che quell’individuo avesse continuato a chiedergli soldi, e che perfino dopo che lui ancora una volta aveva avuto compassione, si fosse messo d’accordo con la domestica per rubargli i mobili. Alcuni pensarono che stesse parlando dei mobili di casa sua – si convinsero che il vecchio fosse rimasto senza un letto o una sedia. E gli consigliarono di rivolgersi alla polizia.

Continua a leggere…

L’autrice

Alice Munro è la più importante autrice canadese contemporanea, “maestra del racconto breve”. Nel 2013 ha vinto il PREMIO NOBEL per la Letteratura.

È cresciuta a Wingham, Ontario. I suoi racconti, ambientati perlopiù nelle piccole cittadine dell’Ontario sudoccidentale, mescolano osservazione precisa della realtà sociale e introspezione psicologica, e si caratterizzano per la raffinatezza formale.

Temi prediletti sono i problemi delle ragazze durante l’adolescenza, il loro rapporto con la famiglia e con l’ambiente circostante, il matrimonio, il divorzio, la vecchiaia, la solitudine.

Scrive da quando aveva tredici anni e la prima raccolta di racconti – La danza delle ombre felici -, uscita quando la scrittrice aveva 36 anni, raccoglie materiale di ben 15 anni di lavoro. Ha lavorato per anni nella libreria del suo primo marito, ma rimanendo a casa sempre fino a mezzogiorno per poter scrivere. I ritmi della scrittura sono stati dettati per anni da quelli della famiglia e dalle esigenze delle figlie piccole

Ha pubblicato numerose raccolte di racconti e un romanzo. Fra i molti premi letterari ricevuti, per tre volte il Governor General’s Literary Award in Canada, il National Book Critics Circle Award negli Stati Uniti e il Man Booker International Prize.

I suoi racconti appaiono regolarmente sulle più prestigiose riviste letterarie.

Dell’autrice Einaudi ha pubblicato Il sogno di mia madre (2001), Nemico, amico, amante… (2003), In fuga (2004), Il percorso dell’amore (2005), La vista da Castle Rock (2007 e 2009), Segreti svelati(2008), Le lune di Giove (2008), Troppa felicità (2011), La danza delle ombre felici (2013), Una cosa che volevo dirti da un po’ (2016).

Alcuni titoli sono pubblicati anche da La Tartaruga.

 

  • Nemico, amico, amante…
  • Alice Munro
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Edizione: 2
  • Anno edizione: 2014
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 24 marzo 2014
  • Pagine: 322 p.
  • EAN: 9788806220839 Acquista € 12,35

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