Gli Stati Uniti sono intrappolati nella spirale mortale di un militarismo inarrestabile e fuori controllo

NESSUNA VIA D’USCITA SE NON LA GUERRA

L’America vista con gli occhi di un americano


Gli Stati Uniti, dove due settimane fa il Congresso ha votato quasi unanime $ 40 miliardi di aiuti all’Ukraina, sono intrappolati nella spirale mortale di un militarismo inarrestabile e fuori controllo.

Negli USA non ci sono treni ad alta velocità e gli aerei delle compagnie nazionali sono obsoleti e fatiscenti; non esiste assistenza sanitaria universale e nemmeno piani finanziari di soccorso pubblico in caso di emergenza sanitaria; non ci sono programmi infrastrutturali per riparare strade e ponti fatiscenti (ci sono 43.586 ponti con difetti strutturali che necessitano esattamente di $ 41,8 miliardi per essere resi sicuri). Non ci sono soldi per condonare i debiti degli studenti; mancano politiche redistributive del reddito, pur essendoci 17 milioni di bambini che crescono in assoluta povertà. Non esistono programmi educativi di contrasto dell’uso delle armi, nonostante l’ondata di violenze nichiliste e sparatorie di strada, e nemmeno programmi di sostegno per i 100.000 americani che muoiono annualmente per overdose. Non esiste legge che fissi il salario minimo almeno a 15 dollari l’ora, nonostante la stagnazione salariale duri da 44 anni.

L’economia militare domina la spesa pubblica a partire dalla Seconda guerra mondiale, distrugge l’economia sana e avvicina alla bancarotta la nazione americana, che ha un debito di $ 30 mila miliardi che costa $ 300 miliardi all’anno di interessi. La spesa militare degli USA è $ 813 miliardi (per l’anno fiscale 2023) ed è maggiore a quella dei nove paesi successivi messi insieme, tra cui Cina e Russia. I contribuenti americani pagano un pesantissimo prezzo sociale per la supremazia militare del paese. Washington osserva passivamente come la società civile stia marcendo moralmente, economicamente e fisicamente, mentre i paesi emergenti (e non solo quelli emergenti) annunciano di volersi sganciare dal vincolo del dollaro e del rispettivo sistema operativo Swift, ma una volta che il dollaro USA cesserà di essere la valuta di riserva mondiale, il collasso economico interno sarà inesorabile. Fra i pochi effetti positivi, la contrazione economica porterà alla chiusura della maggior parte delle quasi 800 basi militari all’estero. Ma le élite americane saranno pronte ad accettare la fine del Secolo Americano?

La guerra, d’altronde, ha dato senso all’esistenza sia del partito democratico che del partito repubblicano, per cui qualsiasi spesa militare, anche quella più stravagante, viene giustificata nel nome della “sicurezza nazionale”: un concetto di cui si può fare sempre un buon abuso, anche quando si tratta di intervenire in un paese come Ukraina che dista circa otto mila km dai confini americani. In realtà, la maggior parte dell’aiuto deliberato dal Congresso va nelle mani di produttori di armi come Raytheon Technologies, General Dynamics, Northrop Grumman, BAE Systems, Lockheed Martini e Boeing. Gli strateghi militari affermano che la guerra durerà a lungo perché si tratta di affrontare minacce esistenziali, e che il sostegno all’Ukraina va fatto, perché le conseguenze saranno ben peggiori se l’Ukraina dovesse perdere. Di negoziati di pace non se ne parla e all’improvviso pandemie ed emergenze climatiche sono diventate l’ultima preoccupazione. Tutto ciò che conta è la guerra – la formula perfetta per il suicidio collettivo.

Nel Congresso USA, chi fa opposizione alla guerra è una scarsissima minoranza. Una volta questo ruolo veniva rivestito dall’ala progressista del partito democratico, oggi totalmente assuefatto all’ideologia militarista. Come opposizione conterebbe maggiormente il vincolo dei media e del mondo accademico indipendente, quindi giornalisti, studiosi e scrittori di letteratura divulgativa che cercano di tenere vigile l’opinione pubblica. Ci sarebbe anche il vincolo dei leader religiosi e di gruppi di protesta organizzata come quello degli studenti del SDS, ma anche messe insieme, queste forze di opposizione non riusciranno mai a capovolgere l’economia militare permanente, ne a frenarne gli eccessi. Entrambi i partiti promuovono il lobbying militare, in qualche modo è come se fossero delle società acquisite dai contractors. La stampa è anemica e subordinata all’industria militare, che finanzia generosamente i think tank dell’ideologia interventista, fra cui diversi ex funzionari dell’esercito e dell’intelligence, che vengono intervistati come esperti militari. Il 13 di maggio, i funzionari del Center for New American Security (CNAS) hanno presentato una simulazione di una possibile guerra con la Cina per Taiwan. La co-fondatrice del centro, la dem Michelle Flurnoy, ex funzionaria del Pentagono sotto Obama, membro del cerchio di Aspen, ha dichiarato che gli Stati Uniti devono sviluppare “la capacità di minacciare in modo credibile la Cina, dimostrando come entro 72 ore tutte le sue navi da guerra, sottomarini e mercantili potrebbero essere affondate nel Mar Cinese Meridionale”.

Qualora dovesse sorgere qualche voce antimilitarista e critica della politica estera, come Noam Chomsky a sinistra e Ron Paul a destra, questa viene dichiarata “persona non grata” dai media di regime, dove domina il politicamente corretto che si occupa di temi che cancellano il passato e la realtà. Durante la guerra all’Iraq, almeno nella prima fase ci furono proteste di massa. L’Ukraina invece è vista come l’ultima crociata per la libertà e la democrazia contro il nuovo Hitler e la minaccia autoritaria. Ci sono poche speranze di tornare sui propri passi e limitare i disastri organizzati a livello nazionale e globale. Neoconservatori e interventisti liberali cantano all’unisono alla guerra. Questi istigatori deliranti, il cui atteggiamento non cambierebbe nemmeno di fronte a una escalation nucleare, sono stati nominati da Biden a dirigere il Pentagono, il Consiglio di sicurezza nazionale e il Dipartimento di Stato.

La logica di queste persone è che se tutto ciò che conta è la guerra, tutte le soluzioni che si possono offrire sono militari. Una politica di avventurismo militare che sta accelerando il declino del paese, che non è stato capace di prendere una via diversa dopo la sconfitta in Vietnam e lo sperpero di trilioni di dollari in guerre inutili in Medio Oriente. Ora si ritiene che la guerra e le sanzioni faranno paralizzare la Russia e che la guerra, o la minaccia di guerra, arresterebbe la crescente influenza economica e militare della Cina. Più che strategie, sono fantasie folli e pericolose di una classe dirigente che ha perso la connessione con la realtà. Incapace di salvare la propria società ed economia, e di offrire un progetto di sviluppo più equo, cerca di neutralizzare e distruggere i suoi rivali globali. Dopo aver paralizzato la Russia, gli interventisti hanno in programma di concentrare le loro azioni militari nella regione indo-pacifica per prendere il dominio su quello che Hillary Clinton aveva chiamato il “Mare americano”, riferendosi al Pacifico.

Secondo il Center for Economic and Business Research (CEBR) del Regno Unito, Washington sta cercando disperatamente di costruire alleanze militari ed economiche per contrastare la crescita della Cina, la cui economia dovrebbe superare quella degli Stati Uniti entro il 2028. La Casa Bianca ha affermato che l’attuale visita di Biden in Asia mirava a inviare un “messaggio potente” a Pechino e ad altri paesi su come potrebbe essere il mondo se le democrazie “si unissero per plasmare le regole del mondo”. L’amministrazione Biden ha invitato la Corea del Sud e il Giappone a partecipare a un vertice della NATO a Madrid. Tuttavia, sempre meno nazioni, anche tra gli alleati europei, accettano di essere controllate dagli Stati Uniti. La retorica di Washington sulla democrazia e il presunto rispetto dei diritti umani e delle libertà civili è così riparatoria e finta da non far più presa su nessuno. La crisi economica, che è anche crisi della pianificazione produttiva, è irreversibile. Storicamente, la guerra è stata sempre l’ultimo disperato tentativo che gli imperi morenti hanno utilizzato per ritardare la propria dissoluzione. È la lezione paradigmatica di Tucidide su Atene e la paura che in essa instillò la giovane e fiorente Sparta.

L’esercito americano è costituito su base volontaria e questo è stato un modo per mantenere lo stato militare permanente. Senza costringere i sudditi a una leva obbligatoria, la scelta di arruolarsi ricade sui ceti più bassi, i figli delle famiglie povere. Questo permette ai ceti medio-alti e alti di sostenere le politiche di guerra, tirandosene fuori. L’estrazione sociale omologata protegge l’esercito da rivolte interne, come quelle durante la guerra in Vietnam, e garantisce la coesione interna. Il servizio su base volontaria non vuol dire però sufficiente disponibilità di soldati, ecco il perché della politica di estendere arbitrariamente i contratti di servizio militare e di aumentare gli appaltatori militari privati, o i mercenari, che però costituiscono una modesta percentuale. Un esercito più numeroso sarebbe stato decisivo per vincere le guerre in Iraq e in Afghanistan?

Davanti a Washington si pone sempre più insistente il problema di “troppe guerre e troppi pochi soldati”, scrive il professore di storia di Boston University, ex ufficiale dell’esercito, Andrew Bacevich. Ma a questo punto, fino a che questo divario non sarà superato tecnologicamente, gli Stati Uniti dispongono dei mezzi militari per obbligare i loro rivali geopolitici ad accettarli come l’unico egemone e come una nazione indispensabile per la storia dell’umanità? – si chiede lo storico. E se la risposta è “no”, perché allora Washington non dovrebbe mostrare buon senso e ammorbidire le proprie ambizioni? Porre questo quesito alle istituzioni politiche è “eretico”, sottolinea Bacevich. Gli strateghi militari presumono che le guerre imminenti non saranno come quelle passate. Investono in teorie immaginarie di guerre future, ignorando le lezioni del passato e preparando un fiasco ancora più sbalorditivo.

La classe politica inganna se stessa più di quanto lo facciano i generali. Si rifiuta ad accettare l’emergere di un mondo multipolare e il declino tangibile della potenza americana. Essa usa ancora il linguaggio obsoleto dell’esclusività e del trionfalismo americani, credendo di avere il diritto di imporre la sua volontà come leader del “mondo libero”. Nel suo memorandum della Guida alla pianificazione della difesa del 1992, il vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz ha affermato che gli Stati Uniti devono garantire che mai una superpotenza rivale possa riemergere. Gli USA devono progettare la loro forza militare per dominare per sempre il mondo unipolare. Il 19 febbraio 1998, al Today Show della NBC, il Segretario di Stato Madeleine Albright ha fornito una versione ‘democratica’ della dottrina dell’uni polarità: “Se dobbiamo usare la forza, è perché siamo americani; siamo la nazione insostituibile… Siamo in alto e vediamo il futuro più lontano dagli altri paesi”.

Questa folle visione dell’impareggiabile supremazia globale dell’America è stata accolta sia da repubblicani che da democratici. I colpi di stato militari, usati senza pensarci troppo per stabilire la dottrina dell’uni polarità, specialmente in Medio Oriente, hanno scatenato rapidamente il terrorismo jihadista che ha fatto impantanare le guerre. L’imperialismo poteva essere tollerato dall’opinione pubblica fino a quando era in grado di proiettare il proprio potere all’esterno e aumentare il tenore di vita all’interno, oppure fino a quando si limitava a interventi segreti e colpi di Stato nei paesi ‘nemici’. Le sconfitte militari degli ultimi decenni però sono state accompagnate da un costante declino del tenore di vita, stagnazione salariale, infrastrutture fatiscenti e, infine, una serie di politiche economiche e accordi commerciali organizzati dalla stessa classe dirigente che aveva de-industrializzato e impoverito il paese.

Gli oligarchi dell’establishment, ora uniti nel Partito Democratico, non si fidano di Donald Trump. Forse perché è stato l’unico a permettersi l’eresia di mettere in discussione la santità dell’Impero americano, ridicolizzando l’invasione dell’Iraq e definendola un “grande, grosso errore”. Candidandosi a presidente, Trump aveva promesso agli americani di “proteggerli da una guerra senza fine”. Ultimamente Noam Chomsky è stato attaccato per aver giustamente sottolineato che Trump è stato “l’unico statista” ad aver avanzato una proposta “ragionevole” per risolvere la crisi Russia-Ucraina. La soluzione proposta includeva il facilitare dei negoziati di pace, invece di provocare la Russia, e muoversi verso una sorta di adeguamento in Europa, un adeguamento reciproco fra gli USA e l’UE, senza alleanze militari.

Durante la sua presidenza, Trump ha fatto degli errori, come le sanzioni contro Cuba e Iran, e la guerra economica alla Venezuela, ma aveva messo nell’agenda il ritiro delle truppe americane da Siria, Sudan ed Afganistan. Aveva aumentato il budget al Pentagono, filtrando con quelli che riteneva propri sostenitori, ma la sua visione di guerra era piuttosto ‘ricreativa’, come quella di fare un attacco missilistico sul Messico per “distruggere i laboratori di droga”. Trump è stato troppo volubile per essere preso sul serio, ma forse tale atteggiamento è la copertura necessaria per poter dichiarare liberamente il proprio odio verso i democratici e verso tutti i burocrati compiacenti che si gettano da una guerra all’altra.

Anche alla votazione degli aiuti all’Ukraina, i repubblicani trumpiani sono stati gli unici a votare contro: 57 alla Camera e 11 al Senato. Sembrano gli unici capaci ancora di ragionare, nonché a difendere la legalità e a fornire prove su finanziamenti illeciti e riciclaggio di denaro legati all’Ukraina, ma sono dichiarati eretici, da alcuni etichettati come protofascisti, e perfino accusati da democratici come Jamie Raskin di essere agenti della propaganda di Putin. Il mondo potrà sempre contare su un cambiamento qualitativo dopo le elezioni di midterm a novembre, che potrebbero mettere a rischio la maggioranza dem al Congresso. Ma possiamo essere sicuri che, in una circostanza particolarmente disperata per l’establishment americano come questa, le elezioni non saranno un nuovo burlesque?

(nel testo sono stati usati appunti del giornalista Chris Hedges, esperto di Medio Oriente, ex corrispondente di New York Times, premio Pulitzer 2005)

Zory Petzova

Fonte: The UnconditionalBlog del 6 giugno 2022

 

Illustrazione di copertina: John W. Tomac

 

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