Il Maestro è l’ago e l’allievo è il filo. Tu devi praticare senza tregua.
— Miyamoto Musashi

NIKE

 

 

Assunta Rodinò non sapeva che il judo si propone di sviluppare in chi lo pratica otto qualità essenziali: educazione coraggio sincerità onore modestia rispetto controllo di sé e amicizia.

Non lo sapeva e nemmeno ci credeva, anche se nel volantino che aveva trovato nella buca delle lettere tutto era stampato a caratteri cubitali.

Era un volantino che pubblicizzava l’apertura di una nuova palestra di arti marziali, la Oki-Do – che nome poi! l’italiano non lo usa più nessuno in Italia? – ma lei i ladri del marketing non li sopportava più. Era gente capace di qualsiasi nefandezza per strappare alla povera gente un po’ dei loro sudatissimi quattrini: raccontare favole poi, era la loro specialità. Perché solo nelle favole esistevano quei paroloni così nobili; lei ad Arzano non li aveva mai incontrati

Ma in quella palestra Mirco ce lo portò ugualmente, anche se per ottenere un risultato ben più modesto: quello di tenere lontano suo figlio dalla strada.

E quindi non per incontrare lì dentro l’educazione, il coraggio, la sincerità, l’onore e tutte le altre favole stampate sul volantino da quei mariuoli ma per non incontrare là fuori l’infamia, il disonore e la disonestà, quelli sì tremendamente veri.

Assunta Rodinò aveva imparato a sue spese a tenere i piedi ben piantati per terra; lei non si sarebbe più azzardata ad inseguire sogni nel cielo.

Una volta sì, l’aveva fatto. Era giovane e pura come può esserlo una ragazza appena uscita dall’adolescenza. Ed era bella. Aveva occhi neri e così profondi che a guardarli davano la vertigine.

Quando quegli occhi incontrarono in una discoteca quelli del suo destino, pensò si trattasse dell’amore, quello che aveva visto tante volte nei film della televisione, quello di cui aveva parlato sottovoce e un po’ impaurita con le amiche del quartiere.

Amore: quella parola si librava leggera nell’aria come un volo di rondine.

Fu bello per un po’ seguirne i volteggi nell’azzurro di quelle mattine. Il cuore le era cresciuto, il respiro si era fatto più profondo, tutto le sembrava dolce e pieno di colori. Il mondo le piaceva e il cielo si era riempito di altre rondini, ognuna delle quali portava con sé altre struggenti parole: famiglia, figli, serenità e così alzando gli occhi per una volta aveva visto volteggiare tutte le parole più belle del mondo.

Poi tutto si era fatto cupo e metallico, l’orizzonte si era gonfiato di nuvole nere. La prima rondine sparì, quella dell’amore, e con lei tutte le altre in una improvvisa e dolorosa migrazione quando aveva gridato ai quattro venti, tanta era la sua felicità, che stava aspettando un bambino. Pensava che quella notizia sarebbe stata accolta da un tripudio di campane a festa. Era amore che si faceva vita, era parola che diventava carne; non poteva esserci nulla di più trionfalmente gioioso.

Ma così non era stato; tutte le rondini erano sparite in un frenetico sbattere di ali, lasciando il cielo deserto. Perché erano solo parole e nient’altro, e tutti sono buoni a dirle.

Di vero, tornata sulla terra, le era rimasto quel fagotto, che aveva voluto fortemente tenere a dispetto di tutto e di tutti.

Così per Mirco, Assunta Rodinò fu insieme madre e padre.

E se lei aveva deciso che suo figlio dovesse frequentare la Oki-Do così sarebbe stato. Mirco non sapeva nemmeno cosa fossero le arti marziali ma non si sarebbe mai sognato di mettere in discussione una decisione della madre.

In quella palestra Mirco ci entrò allora per dovere ma ci volle poco perché diventasse un piacere.

Gran parte del merito fu di Antonio Mendolìa, il sensei; sì, quello di piazza Dante. Tutti lo conoscevano così, il suo nome era ormai indissolubilmente legato ad un episodio accaduto tanti anni prima a Napoli.

Un cane impazzito aveva morsicato il braccio di un bambino che stava giocando a pallone sotto il monumento; l’unico ad aver avuto il coraggio di affrontarlo era stato Antonio.

L’episodio era passato di bocca in bocca arricchendosi di particolari sempre più truci e fantasiosi: la stazza del cane, la bava biancastra che gli cola dal muso, la ferita del bambino, il sangue per terra, la polizia, l’agente che estrae la pistola, i colpi sparati sulla testa della bestia per abbatterla.

Di vero c’è che agli urli del bambino Antonio era intervenuto gettando la sua giacca sugli occhi del cane e sferrandogli un calcio. Il padrone, approfittando del momentaneo stordimento della bestia, ne aveva potuto recuperare il controllo serrandolo con museruola e guinzaglio.

L’episodio si era trasformato in leggenda e tutti in paese si erano convinti che in piazza Dante Antonio Mendolìa una volta aveva salvato la vita di un bambino.

La generosità dimostrata quel pomeriggio non lo aveva più abbandonato.

In palestra dispensava ai suoi allievi consigli di tecnica e di vita senza mai stancarsi. Sapeva che per crescere bene ogni seme ha bisogno di cure e attenzioni e lui sentiva su di sé la responsabilità che si era assunto nel momento in cui le mani dei genitori, varcando la soglia della sua palestra, avevano depositato quel seme nelle sue perché lo trasformasse in una spiga rigogliosa e piena di sole.

E diventare una spiga che dona pane, e quindi vita, voleva dire per Antonio insegnare innanzi tutto il valore della lealtà e metterla sopra ogni cosa, soprattutto quando per essere fedeli a quella lealtà si corre il rischio di doverne pagare un prezzo.  Perché è troppo facile fare gli eroi quando non si rischia nulla.

La stima di Mirco nei confronti del suo maestro era cresciuta nel tempo. Dopo la madre, era lui la persona più importante della sua vita, quella che mai al mondo avrebbe voluto deludere.

   “Dai Nike, adesso combatti un po’ con Tiziano”.

Tiziano Amato era il migliore della palestra, e Mirco era contento quando gli toccava affrontarlo perché sapeva che se si vuole migliorare bisogna confrontarsi con quelli più forti.

Alla Oki-Do avevano cominciato a chiamarlo così, Nike, per via della cicatrice che portava sulla fronte, una specie di boomerang allungato, uguale al marchio delle scarpe.

Era troppo piccolo per ricordare il fatto. Gli aveva raccontato tutto sua madre. Era successo che per farlo addormentare, avrà avuto sì e no qualche mese, nonna Lisa lo aveva portato nella sua camera da letto, al chiuso delle serrande, alla ricerca di un po’ di silenzio e di penombra.

All’improvviso Assunta, rimasta in cucina, aveva sentito un grido e poi il silenzio; il silenzio era durato un attimo infinito, poi c’era stato l’erompere di un pianto.

Accorsa in camera da letto con il cuore in tumulto aveva visto la madre sdraiata per terra e una macchia di sangue, piccola e rotonda sul marmo bianco del pavimento. Non aveva visto Mirco. Il bambino, dov’è il bambino? e di chi è quel sangue? Il terrore le aveva schiacciato le tempie e bloccato il respiro.

Con il cuore in tumulto finalmente l’aveva visto. Era lontano dalla nonna, seduto sul pavimento, la schiena dritta e piangeva disperatamente.

Ciò che Assunta non rivelò mai fu la disperazione che la colse alla vista di quella scena, con l’orrenda scelta da compiere: chi aiutare per primo, chi scegliere tra il figlio e la madre.

Nonna Lisa, cullandolo tra le braccia per farlo addormentare, aveva camminato sul piccolo tappeto ai piedi del letto matrimoniale. Il tappeto non era fissato al pavimento col nastro antiscivolo e all’improvviso si era trasformato sotto i suoi piedi in un diabolico surf facendole perdere l’equilibrio. Così era precipitata a terra, cadendo all’indietro, perdendo la presa di Mirco, la cui fronte aveva sbattuto contro il bordo di legno del letto.

La ferita era piccola ma profonda; all’ospedale furono necessari diversi punti di sutura per chiuderla.

Della tragedia sfiorata tutti i protagonisti ne conservavano ancora i segni. Nonna Lisa e Assunta nell’anima, Mirco sul corpo, con quella cicatrice a forma di boomerang, che aveva preso con il tempo una coloritura biancastra.

Mirco guardandosi allo specchio non ci faceva più caso; una volta ci metteva sopra una ciocca di capelli per nasconderla ma adesso non più. Era stato Carmine Rusiello, durante le prime lezioni, a bollarlo con quel nomignolo. Del resto di Nike, di Adidas, di Puma e di tutti gli altri marchi sportivi lui se ne intendeva. Lo sapevano tutti in palestra e nel quartiere che Rusiello trafficava in mercanzia contraffatta.

Anche Antonio lo sapeva ma non si era sentito di negargli l’accesso alla palestra. Rusiello era la pecora nera del gruppo, quella che aveva smarrito la retta via; ebbene compito del pastore, e quindi suo, era proprio quello di non abbandonarlo e rimetterlo sul giusto cammino, indicando, a lui e agli altri, l’esempio da seguire, quello di Tiziano Amato.

Qualcuno in palestra aveva cominciato a vociferare che Mirco provasse invidia nei suoi confronti. Naturalmente non era vero. Mirco lo ammirava sinceramente, anche se coltivava dentro di sé la giusta ambizione di poterlo un giorno superare, nonostante la sua esile struttura rispetto alla perfezione scultorea dell’amico.

   “Tiziano, è solo una questione di tempo. Prima o poi diventerò io il numero uno”

Parecchie volte Mirco aveva pronunciato quelle frasi e in tanti in palestra lo avevano sentito.

Animato da questo spirito Mirco continuava a migliorare. Il judo del resto si adattava perfettamente alla sua personalità, che disprezzava la forza bruta e ammirava ogni manifestazione dell’intelletto.

In questo sport per vincere non occorre essere forti ma intelligenti, così intelligenti da volgere a proprio vantaggio la forza altrui. La prima cosa da fare quindi è imparare a conoscere l’equilibrio, in sé e negli altri. Solo così si può diventare leva ed insinuarsi negli ingranaggi in modo che sia la stessa forza della macchina a condurla alla distruzione.

Gli allenamenti in palestra si intensificavano. Era ormai imminente il Gran Premio Nazionale CSI a Chianciano Terme.

Chi ci teneva in modo particolare a questa gara era proprio Tiziano Amato. Con quella vittoria sarebbe arrivata la tanto sospirata cintura nera.

Mirco non avrebbe partecipato. Rientrava come peso nella stessa categoria di Tiziano e ogni palestra aveva potuto iscrivere un solo atleta per categoria e la scelta naturalmente era caduta su Tiziano. Mirco era stato indicato come riserva se il titolare si fosse trovato nella impossibilità di partecipare.

Mirco aveva accettato di buon grado la decisione ritenendola giusta, e comunque, come per la madre, mai avrebbe osato contestare una decisione di Antonio.

Certo non ne aveva gioito ma aveva riconosciuto in cuor suo di non essere ancora pronto. La salita non era ancora terminata.

Chi invece aveva goduto di quella esclusione era stato proprio Rusiello. Lui odiava Mirco per colpa di Orsola, la figlia della panettiera, e gliel’aveva giurata. Entrato una volta nella sua bottega era rimasto colpito da quella pelle, più bianca e profumata del pane che vendeva. Una sera, per caso, l’aveva vista passeggiare con Mirco. Stavano mangiando un gelato, niente di più ma questo era bastato per fargli scoppiare una bomba dentro l’anima.

   “Nike, brutto stronzo. Questa me la paghi”

 

L’occasione per la sua vendetta si presentò la sera prima della partenza della squadra per Chianciano.

Doveva essere una serata di festa, una pizza da mangiare tutti insieme per celebrare un anno di lavoro e incoraggiare gli atleti in vista delle gare imminenti. Così almeno l’aveva pensata Antonio.

L’anima nera si piazzò vicino a Tiziano. Non era stato difficile per lui procurarsi un po’ di GBL, gli era bastato fare qualche telefonata agli amici suoi.

Rusiello attese il momento propizio, che arrivò verso la fine della serata, complici la stanchezza e i primi segni di sonnolenza. Con un gesto rapido, da prestigiatore, versò dentro il bicchiere di Tiziano la dose di GBL che era riuscito a procurarsi.

   “Un ultimo brindisi per Tiziano Amato, il nostro campione”.

Rusiello, sollevato in aria il bicchiere di vino, attese che Tiziano bevesse il suo veleno.

L’indomani mattina in palestra si attese inutilmente il suo arrivo.

Antonio fece due telefonate; la prima a casa di Tiziano. La madre gli confermò preoccupatissima che Tiziano stava male, lo stavano portando in ospedale perché si muoveva a scatti e con fatica. Proprio non capiva, non era mai successa una cosa simile e fino al giorno prima stava benissimo. Il dottore aveva detto che mostrava i sintomi di un avvelenamento.

Lei non capiva e non sapeva ma Rusiello sì. Il GBL blocca il sistema nervoso e i suoi effetti durano di solito due o tre ore. Evidentemente la dose che aveva versato nel bicchiere di Tiziano era stata eccessiva e i suoi effetti si erano protratti fino alla mattina dopo.

La seconda telefonata la fece a Mirco: “Vieni in fretta che sta partendo il pullman. Tiziano sta male, tocca a te. Muoviti, ti aspettiamo”

Antonio si rifiutava di pensare quello che in tanti stavano pensando.

Il dottore aveva detto che Tiziano poteva essere stato avvelenato. Ma se ieri sera stava bene, e se il dottore non si era sbagliato, era evidente che doveva essere successo qualcosa in pizzeria. E chi poteva avere interesse a mettere fuori gioco Tiziano se non la sua riserva? Quello fu il primo indizio.

Poi ritornarono alla mente le parole che Mirco aveva tante volte pronunciato: “Tiziano, è solo una questione di tempo. Prima o poi diventerò io il numero uno”. E quello fu il secondo indizio.

Infine la situazione familiare di Mirco, nota a tutti. Si sapeva che non aveva mai conosciuto il padre, sparito prima che lui nascesse, e che era cresciuto con la madre. Tutti conoscevano l’affetto che nutriva nei confronti del sensei. Il fatto di voler soppiantare Tiziano non era allora una semplice questione sportiva ma era forse un modo per farsi ammirare da Antonio, colui che considerava il suo padre putativo, e godere del suo amore in modo totale, senza doverlo dividere con nessuno, né con Tiziano né con altri. Erano assurde interpretazioni psicanalitiche.

Mirco non aveva mai cercato il padre né aveva mai sentito la mancanza di una figura paterna e il sentimento che lo legava ad Antonio era di stima ed anche di affetto ma non sicuramente di amore filiale.

Ma, si sa, approfondire richiede tempo ed energia mentre è più comodo ragionare per semplificazioni, un tanto al chilo. In palestra avevano semplificato parecchio e la storia psicanalitica finì col diventare il terzo indizio.

Se tre indizi fanno una prova, quella prova era stata raggiunta: il colpevole non poteva che essere Mirco Rodinò, detto Nike. Era stato lui ad avvelenare Tiziano.

Nessuno osava dirlo apertamente ma Mirco lo leggeva negli sguardi dei compagni, sguardi che lo sfuggivano, occhi che scappavano dai suoi occhi.

Mirco ebbe tutto il viaggio fino a Chianciano per pensare.

Veniva accusato di un gesto infamante di cui si sapeva innocente.

Quello che più lo faceva soffrire era il pensiero che anche Antonio potesse sospettare di lui. Non voleva nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se questa storia poi fosse giunta alle orecchie di sua madre: proprio lei che l’aveva portato in palestra per proteggerlo dall’infamia, dal disonore e dalla disonestà.

Aveva poco tempo per rimettere le cose a posto. Ma come.

Anche i pensieri di Antonio erano tristi. Aveva tentato di fare argine alla violenza e all’immoralità. Considerava la sua palestra un avamposto in territorio nemico, un faro di luce in mezzo alle tenebre. E se il faro era stato distrutto non esisteva più nulla per impedire al buio di prendere possesso dell’intero territorio. Non solo non aveva riportato all’ovile le pecore nere ma non era riuscito nemmeno ad impedire che il male ghermisse le anime buone. In queste condizioni non aveva più senso continuare; aveva fallito la sua missione e forse era arrivato il momento di passare la mano.

Mirco intanto rimuginava silenziosamente cercando una via d’uscita. Doveva esserci una soluzione e bisognava trovarla.

La risposta gli venne all’improvviso, proprio dal judo.

Doveva utilizzare a suo vantaggio la forza negativa che lo stava travolgendo. Urlare a piena voce la sua innocenza non sarebbe servito, nessuno gli avrebbe creduto. Non era una soluzione nemmeno affrontare a muso duro Rusiello e costringerlo a confessare, perché tutta questa storia non poteva che essere stata partorita dalla mente sporca dell’anima nera; avrebbe significato mettersi sullo stesso piano della disonestà e aggiungere violenza a violenza.

Bisognava invece piegare la testa come una canna di bambù, attendere il passaggio della tempesta e poi rialzarsi. Cercare l’equilibrio e diventare leva.

Giunti a Chianciano, sistemata la borsa in hotel, Mirco cercò una tipografia. Poi fece ritorno in camera. Quella del tipografo era stata la prima parte del piano, la seconda, quella più difficile, toccava a lui e l’avrebbe messa in atto l’indomani.

I tesserini andavano consegnati agli arbitri prima del combattimento.

Quando l’altoparlante chiamò sul tatami gli atleti Tiziano Amato e Tommy Molinaro tutti i ragazzi della palestra e Antonio in testa rimasero di stucco.

Sul tatami si presentò Mirco Rodinò. A bocca aperta osservarono la sua vittoria.

Al tipografo aveva chiesto proprio quello: un nuovo tesserino con la sua foto e il nome di Tiziano Amato.

Quindi Tiziano in quel momento non era a casa, ancora tramortito dal GBL, ma stava combattendo sul tatami di Chianciano.

Ma se le cose stavano così, fu il pensiero di tutti, non poteva essere stato Nike ad aver avvelenato Tiziano. Nike in fondo aveva combattuto e vinto per lui.

Che senso poteva avere avvelenare Tiziano e poi combattere con il suo nome? eliminarlo la sera prima per farlo riapparire l’indomani? No, era tutto assurdo.

La verità, ormai evidente agli occhi di tutti, era che Nike non c’entrava nulla con quello che era successo a Tiziano

Mirco Rodinò vinse anche la finale, e a Tiziano Amato la federazione, grazie a quella vittoria, gli conferì l’onore di allacciarsi alla vita la tanto sospirata cintura nera.

Ma fu Antonio Mendolìa il più felice; c’era ancora giustizia nel mondo, e speranza. Ed il suo faro non era stato distrutto. C’era luce in quelle tenebre, e ancora sole per far crescere le sue spighe. Non gli interessava sapere altro, non gli interessava approfondire o indagare. Voleva solo salvare i suoi ragazzi e continuare a tenerli nel suo cuore. Per lui quella vicenda finiva lì: era stato il dottore che aveva visitato Tiziano quella sera a sbagliare. Nessun altro.

 

Teodoro Lorenzo

 

 

 

 

 

 

Continua con altri racconti tratti dal libroLe formiche rosse“. Amazon. Copertina flessibile : 400 pagine  (15 gennaio 2021)

 

 

Breve biografia
Teodoro Lorenzo, nato a Torino 4 marzo 1962, calciatore dell’Alessandria negli anni ’80, poi avvocato per lavoro e scrittore per passione.

Carica ulteriori articoli correlati
  • «LE FORMICHE ROSSE»

    ”Piave non era solo un allenatore, ma un punto di riferimento, un maestro di vita. Non era…
  • «OGNUNO AL SUO POSTO»

    ”Ho indossato la maschera e mi sono portato dietro la linea di messa in guardia. Bisogna a…
  • «AIACE»

    ”La vestizione si svolgeva ogni volta in un silenzio sacrale. Nella lattigine al neon degl…
Carica altro Teodoro Lorenzo
  • «LE FORMICHE ROSSE»

    ”Piave non era solo un allenatore, ma un punto di riferimento, un maestro di vita. Non era…
  • «L’ULTIMO VOLO»

    ”Elizabeth è la protagonista del racconto. Amante dei viaggi è in partenza per Mosca. Ma u…
  • «OGNUNO AL SUO POSTO»

    ”Ho indossato la maschera e mi sono portato dietro la linea di messa in guardia. Bisogna a…
Carica altro RACCONTI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«LE FORMICHE ROSSE»

”Piave non era solo un allenatore, ma un punto di riferimento, un maestro di vita. Non era…