Tra fantascienza filosofica e tragedia morale della modernità

«Non abbiamo smarrito l’universo, ma di specchi per guardare il nostro abisso»
da Agostino a Lem, Nietzsche, e la crisi dell’interiorità modernastoria del vuoto interiore dell’uomo contemporaneo
Redazione Inchiostronero
La modernità ha portato l’uomo sempre più lontano nello spazio, ma non necessariamente più vicino a sé stesso. A partire da Solaris di Lem, questo saggio riflette su una trasformazione profonda della coscienza occidentale: il passaggio dalla conoscenza come ritorno all’interiorità alla conoscenza come espansione tecnica verso l’esterno. Attraverso Agostino, Nietzsche, Simone Weil e Dostoevskij, emerge il percorso che ha condotto l’uomo contemporaneo davanti al problema del fondamento, della libertà e della responsabilità. In questa prospettiva Solaris diventa la figura simbolica di una civiltà capace di incontrare altri mondi senza aver ancora imparato a conoscere sé stessa. Lo specchio evocato da Lem non rappresenta una rinuncia all’esplorazione, ma la condizione necessaria per restituire orientamento al futuro dell’uomo.
«L’uomo ha imparato a misurare le distanze tra le stelle
prima di imparare a misurare la profondità del proprio silenzio.»
L’equivoco dell’esplorazione moderna
«L’uomo era andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate.»
È difficile immaginare una diagnosi più precisa della condizione spirituale della modernità di quella formulata da Stanisław Lem in Solaris. (1)In questa frase non c’è soltanto una riflessione sulla fantascienza, né un ammonimento rivolto alla ricerca scientifica: c’è l’immagine esatta di una civiltà che ha scambiato il movimento per conoscenza, l’espansione per comprensione, l’esplorazione per verità.
L’età moderna ha costruito la propria identità intellettuale attorno a un gesto preciso: uscire. Uscire dalla tradizione, uscire dai limiti cosmologici antichi, uscire dalla centralità della terra, uscire dall’ordine simbolico che aveva collocato l’uomo entro una struttura intelligibile del mondo. Questo movimento è stato, per molti aspetti, una liberazione straordinaria. Ha prodotto scienza, tecnica, medicina, astronomia, possibilità di comunicazione prima impensabili. Ma ha anche generato un equivoco profondo: l’idea che conoscere significhi soprattutto avanzare nello spazio.
La conquista dell’universo è diventata così la metafora dominante della conoscenza. Più lontano arriviamo, più crediamo di sapere. Più estendiamo il nostro raggio d’azione, più pensiamo di comprendere la realtà. In questo schema mentale, l’ignoto è sempre altrove: su un altro pianeta, in un’altra galassia, in un’altra forma di vita possibile. L’enigma non abita più l’uomo, ma il cosmo.
È qui che la frase di Lem si trasforma da osservazione letteraria in giudizio storico. L’uomo moderno ha davvero incontrato nuovi mondi prima di incontrare sé stesso. Ha costruito strumenti capaci di attraversare distanze siderali senza costruire strumenti altrettanto efficaci per attraversare le proprie regioni interiori. Ha imparato a misurare lo spazio con precisione crescente, ma ha progressivamente smesso di interrogare le proprie profondità.
Solaris non racconta l’incontro con un’altra civiltà. Racconta il fallimento di quell’incontro. Il pianeta non risponde secondo le categorie della scienza terrestre, non si lascia ridurre a oggetto, non diventa interpretabile entro i codici della conoscenza umana. Ciò che restituisce agli esploratori non è una nuova forma di sapere, ma una rivelazione inquietante: ciò che essi incontrano, in realtà, è la propria interiorità. Non un altro mondo, ma uno specchio.
È questo il punto decisivo. La modernità ha creduto che l’ignoto fosse davanti a sé, mentre spesso era dentro di sé. Ha pensato che il futuro coincidesse con la distanza percorsa, mentre il vero enigma coincideva con la profondità non esplorata. In questa prospettiva, lo spazio non è soltanto una conquista: diventa anche una fuga. Una fuga silenziosa, spesso inconsapevole, dall’interiorità.
Per secoli la civiltà occidentale aveva concepito la conoscenza come un movimento diverso. Non come espansione verso l’esterno, ma come ritorno verso l’interno. Non come conquista del cosmo, ma come scoperta della coscienza. Quando Agostino d’Ippona scriveva «non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore», non formulava un invito spirituale privato, ma indicava una struttura della conoscenza. La verità non era collocata altrove. Non era distante. Non era remota. Era accessibile soltanto attraverso un movimento inverso rispetto a quello che la modernità avrebbe successivamente privilegiato.
La civiltà contemporanea ha progressivamente invertito questa direzione. Ha trasformato l’uscita in metodo, la distanza in criterio di verità, l’esplorazione in paradigma della conoscenza. In questo rovesciamento silenzioso si trova una delle radici più profonde della crisi spirituale dell’uomo moderno. Perché quando la conoscenza diventa soltanto espansione, l’interiorità smette di essere un territorio da attraversare e diventa un luogo da evitare. Ed è precisamente in questo vuoto che nasce la condizione descritta da Lem: una civiltà capace di raggiungere altri mondi senza conoscere ancora le proprie porte sbarrate.
Solaris come esperimento filosofico sull’impossibilità dell’incontro con l’Altro
Se il primo equivoco della modernità è stato identificare la conoscenza con l’espansione nello spazio, Solaris rappresenta uno dei momenti più lucidi in cui questo equivoco viene messo radicalmente in discussione. Il romanzo di Stanisław Lem non descrive infatti un incontro riuscito con una civiltà extraterrestre, ma l’esperimento filosofico di un incontro impossibile. L’oceano vivente del pianeta Solaris non si lascia classificare, non comunica secondo schemi comprensibili, non accetta di diventare oggetto. Tutto ciò che la scienza umana sa fare davanti a lui è misurare, catalogare, ipotizzare. Ma nessuna di queste operazioni produce conoscenza nel senso pieno del termine.
L’errore degli scienziati terrestri consiste nel credere che l’Altro debba necessariamente assumere una forma interpretabile entro le categorie umane. Essi cercano strutture, segnali, linguaggi. Cercano intenzioni. Cercano una mente analoga alla propria. Ma Solaris non restituisce nulla di simile. Restituisce invece presenze, figure, apparizioni che emergono dalla memoria degli osservatori stessi, come se il pianeta non fosse un interlocutore ma una superficie riflettente capace di rendere visibile ciò che l’uomo non conosce di sé. Non è l’oceano ad essere enigmatico: è l’uomo.
In questo senso Solaris non è un pianeta da esplorare. È una soglia da attraversare. Lì la scienza incontra per la prima volta non un limite tecnico, ma un limite antropologico. Non falliscono gli strumenti. Fallisce il presupposto stesso della conoscenza moderna: l’idea che conoscere significhi trasformare l’altro in oggetto.
Per questo Lem fa pronunciare una delle frasi più decisive del romanzo: «Non abbiamo bisogno di altri mondi. Abbiamo bisogno di specchi.» Non si tratta di una rinuncia all’esplorazione, ma di una sua reinterpretazione. L’ignoto non coincide necessariamente con ciò che è lontano. Può coincidere con ciò che è rimosso.
Solaris diventa così la figura simbolica di un passaggio storico. L’umanità giunge davanti all’alterità radicale e scopre che essa non si lascia incontrare finché l’uomo non è disposto a incontrare sé stesso. Lo specchio non è una metafora letteraria: è una condizione della conoscenza. Se lo specchio è necessario, significa che la verità non si trova fuori dall’uomo, ma nel luogo che egli ha più a lungo evitato di interrogare: la propria interiorità.
Il monito dimenticato di Agostino: la verità abita nell’uomo interiore
Se Solaris mostra il limite della conoscenza quando essa si riduce a espansione verso l’esterno, il pensiero di Agostino d’Ippona indica con sorprendente chiarezza la direzione opposta, quella che la civiltà moderna ha progressivamente abbandonato. Nella sua riflessione la verità non è mai collocata nello spazio distante né nell’alterità cosmica, ma nella profondità dell’uomo. Per questo il suo invito conserva ancora oggi una forza inattesa: «non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore.»
Queste parole non appartengono soltanto alla tradizione spirituale cristiana. Esse esprimono una vera e propria struttura della conoscenza. Agostino comprende che l’uomo non incontra la verità attraversando il mondo, ma attraversando sé stesso. Non è il movimento verso l’esterno a produrre comprensione, ma il ritorno verso l’interno. La verità non è lontana: è nascosta.
La modernità ha compiuto esattamente il gesto contrario. Ha trasformato l’uscita in metodo, la distanza in criterio, l’espansione in promessa di conoscenza. L’universo è diventato l’orizzonte simbolico entro cui collocare l’ignoto, mentre l’interiorità ha progressivamente cessato di essere percepita come territorio da esplorare. In questo rovesciamento silenzioso si trova una delle trasformazioni più profonde della coscienza occidentale: non l’abbandono della verità, ma il suo spostamento.
La conquista dello spazio rappresenta in questo senso molto più di un progresso tecnico. È il segno visibile di un mutamento di orientamento antropologico. L’uomo moderno ha imparato a misurare le distanze cosmiche con precisione crescente proprio mentre smetteva di interrogare le proprie profondità. L’espansione dell’universo conosciuto è stata accompagnata da una contrazione dell’interiorità.
È qui che Solaris può essere letto come una parabola agostiniana rovesciata. Gli scienziati del romanzo partono per incontrare l’Altro e incontrano invece ciò che non conoscono di sé. Cercano un interlocutore cosmico e trovano una memoria che li precede. Vogliono interpretare il pianeta e vengono interpretati da esso. Il viaggio verso l’esterno si trasforma così in un ritorno involontario verso l’interno, ma un ritorno privo di orientamento, perché la civiltà che lo compie ha dimenticato da tempo la direzione indicata da Agostino.
Non è dunque l’alterità di Solaris a risultare incomprensibile. È l’uomo moderno ad aver smarrito il linguaggio necessario per comprendere ciò che incontra quando si trova davanti al proprio specchio.
Nietzsche e la scoperta del vuoto del fondamento
Se Agostino aveva indicato la via del ritorno all’interiorità come luogo della verità, Friedrich Nietzsche rappresenta il momento in cui quella via diventa improvvisamente impraticabile. Non perché egli la distrugga deliberatamente, ma perché ne mostra la crisi storica irreversibile. Il suo pensiero non inaugura il nichilismo: lo rende visibile. Nietzsche non è il responsabile dell’abisso moderno. È colui che lo illumina.
Quando egli annuncia la morte di Dio, non formula una provocazione metafisica né un gesto polemico contro la religione. Descrive una trasformazione già avvenuta nella coscienza europea. La modernità non perde il proprio centro trascendente per errore, ma per processo storico. Le categorie che per secoli avevano orientato l’esperienza dell’uomo — verità, bene, ordine, finalità — cessano progressivamente di possedere evidenza. Rimangono come parole, ma non più come fondamenti.
È in questo passaggio che l’interiorità cambia significato. Finché esiste un centro trascendente, il ritorno all’uomo interiore indicato da Agostino conserva una direzione. L’interiorità è un luogo abitabile perché è orientata. Quando quel centro si ritrae, l’interiorità non scompare, ma diventa uno spazio privo di garanzia. L’uomo continua a guardarsi dentro, ma non trova più ciò che per secoli aveva costituito il principio della sua unità.
Il nichilismo nasce precisamente da questa trasformazione. Non è la negazione di ogni valore. È la scoperta che i valori non possiedono più un fondamento evidente. Nietzsche comprende che la civiltà europea è entrata in un’epoca nuova, nella quale l’uomo deve imparare a vivere senza il sostegno simbolico che aveva strutturato la sua esperienza per millenni. L’abisso non si apre perché qualcuno lo scava. Si apre perché il terreno su cui l’uomo camminava si ritira.
In questa prospettiva, il mondo descritto in Solaris appare come una delle immagini più precise della condizione moderna. Gli scienziati che orbitano attorno al pianeta credono di trovarsi davanti a un enigma cosmico, ma in realtà si trovano davanti alla stessa esperienza descritta da Nietzsche: la scoperta che l’uomo non possiede più un linguaggio capace di garantire il senso dell’incontro con l’alterità. L’oceano di Solaris non è soltanto incomprensibile. È il segno di un universo che non restituisce più all’uomo la conferma della propria centralità. È in questo silenzio che si apre l’abisso della modernità.
Simone Weil: il vuoto non come caduta ma come spazio dell’attenzione
Se Nietzsche rende visibile l’apertura dell’abisso, Simone Weil è tra i pochissimi pensatori del Novecento a comprendere che quel vuoto non coincide necessariamente con una caduta irreversibile. La sua riflessione nasce esattamente nel punto in cui la modernità scopre di non poter più contare su un fondamento evidente, ma rifiuta di interpretare questa condizione come una semplice perdita. Il vuoto non è soltanto privazione. Può diventare spazio.
Per Weil la crisi del mondo moderno non consiste nell’assenza di risposte, ma nell’incapacità di sostare davanti alle domande. L’uomo contemporaneo teme il silenzio perché lo interpreta come mancanza. Riempie lo spazio dell’esperienza con attività, produzione, movimento, informazione. Ma proprio questa saturazione impedisce l’atto più difficile: l’attenzione. L’attenzione non è concentrazione né sforzo volontaristico. È disponibilità. È sospensione. È una forma di attesa.
Per questo Weil può scrivere una delle frasi più radicali del pensiero europeo del Novecento: «L’attenzione assoluta è preghiera.» Non si tratta di una definizione religiosa nel senso convenzionale del termine. È una definizione conoscitiva. L’attenzione è il gesto attraverso cui l’uomo rinuncia a dominare ciò che incontra e accetta di lasciarsi trasformare da esso. In questo senso essa rappresenta la risposta più profonda alla crisi aperta dal nichilismo. Dove la modernità ha visto soltanto il ritiro del fondamento, Weil intravede la possibilità di una nuova forma di rapporto con la verità.
Il vuoto non è più allora lo spazio lasciato dall’assenza di Dio. Diventa lo spazio in cui l’uomo può finalmente ascoltare. Non coincide con la perdita di orientamento, ma con la sospensione delle false certezze che avevano reso impossibile l’esperienza autentica della realtà. Il silenzio non è negazione della conoscenza. È la sua condizione.
In questa prospettiva anche l’esperienza descritta in Solaris assume un significato diverso. L’incapacità degli scienziati di comprendere il pianeta non dipende soltanto dall’insufficienza dei loro strumenti, ma dall’impossibilità di sostare davanti a ciò che non può essere ridotto a oggetto. Essi osservano senza vedere, registrano senza comprendere, analizzano senza ascoltare. Ciò che manca loro non è la scienza. È l’attenzione. E proprio in questa mancanza si rivela la differenza decisiva tra una conoscenza che conquista e una conoscenza che attende.
Dostoevskij: la libertà davanti all’abisso
Se Nietzsche ha reso visibile la crisi del fondamento e Simone Weil ha mostrato come il vuoto possa diventare spazio di attenzione, Fëdor Dostoevskij è lo scrittore che ha esplorato con maggiore lucidità le conseguenze morali di questa trasformazione. Nei suoi romanzi l’abisso non è una metafora. È una condizione concreta dell’esistenza umana. È il luogo in cui la libertà dell’uomo si scopre improvvisamente priva di garanzie.
La domanda che attraversa tutta la sua opera non riguarda semplicemente la fede o l’ateismo. Riguarda la possibilità stessa della responsabilità. Se l’uomo non è più sostenuto da un ordine trascendente evidente, su quale fondamento può ancora reggersi la distinzione tra bene e male? È questa la tensione che emerge con particolare forza nella figura di Ivan Karamazov, il personaggio che più radicalmente incarna la coscienza moderna davanti al silenzio del cielo. In lui non si esprime una ribellione superficiale, ma una protesta morale che nasce dal rifiuto di accettare un mondo nel quale la sofferenza innocente non trova giustificazione.
In questo contesto acquista il suo significato la frase attribuita a Ivan: «Se Dio non esiste, tutto è permesso.» Non si tratta di una dichiarazione di licenza morale, ma della formulazione più estrema di un problema. Dostoevskij comprende che la libertà moderna non consiste semplicemente nell’emancipazione da un’autorità esterna. Consiste nell’assunzione di una responsabilità che non può più essere delegata. Quando il fondamento vacilla, la libertà non diminuisce. Diventa più pesante.
Per questo l’abisso descritto nei Fratelli Karamazov non coincide con il nichilismo passivo. È piuttosto lo spazio in cui l’uomo scopre che nessuna struttura esterna può sostituire la coscienza. La libertà senza limite non è un privilegio. È una prova. L’uomo moderno si trova costretto a decidere senza poter più contare su una garanzia metafisica evidente. La sua responsabilità diventa assoluta proprio nel momento in cui il suo orientamento sembra vacillare.
In questa prospettiva anche l’esperienza di Solaris assume un significato ulteriore. Gli scienziati che orbitano attorno al pianeta non incontrano soltanto un enigma cosmico. Incontrano una forma di libertà davanti alla quale non possiedono più criteri sicuri. Lo specchio restituito dall’oceano non offre risposte. Restituisce domande. E proprio in questo silenzio si rivela la condizione descritta da Dostoevskij: ciò che accade quando l’uomo si trova davanti a sé stesso senza poter più contare su un fondamento che lo preceda.
La modernità come civiltà dell’espansione senza conoscenza di sé
A questo punto il percorso attraversato consente di riconoscere con maggiore chiarezza il tratto forse più caratteristico della civiltà moderna: la straordinaria capacità di espansione accompagnata da una progressiva difficoltà di conoscenza interiore. La modernità non è soltanto un’epoca di scoperte. È un mutamento di orientamento. Per la prima volta nella storia occidentale la crescita della potenza tecnica non coincide più con un approfondimento dell’esperienza dell’uomo.
Questo scarto non è immediatamente visibile, perché la modernità ha prodotto risultati oggettivamente straordinari. Ha ampliato l’orizzonte del mondo conosciuto, ha trasformato le condizioni materiali dell’esistenza, ha reso possibile una circolazione del sapere senza precedenti. Ma proprio questa accelerazione ha contribuito a consolidare un’idea implicita: che conoscere significhi soprattutto estendere il dominio dell’uomo sul reale. La conoscenza si è progressivamente identificata con la capacità di intervenire, modificare, prevedere. Ha smesso di coincidere con la capacità di comprendere.
In questo senso la modernità può essere descritta come una civiltà della tecnica senza interiorità, del progresso senza antropologia, della scienza senza coscienza. Non perché la tecnica sia un errore, né perché il progresso sia un’illusione, ma perché il loro sviluppo è avvenuto senza un parallelo approfondimento della domanda su ciò che l’uomo è. L’espansione delle possibilità ha preceduto la chiarificazione del senso.
È qui che l’immagine di Solaris acquista una portata simbolica che supera la dimensione letteraria. Il pianeta immaginato da Lem non rappresenta soltanto l’alterità radicale incontrata dall’uomo nello spazio. Rappresenta la situazione stessa dell’Occidente davanti alla propria storia. Una civiltà capace di costruire strumenti sempre più raffinati per conoscere il mondo scopre improvvisamente di non possedere strumenti altrettanto raffinati per conoscere sé stessa. L’enigma non è più soltanto ciò che si trova oltre i confini dell’universo esplorato. È ciò che si trova entro i confini dell’esperienza umana.
Per questo l’incontro mancato con Solaris non è un episodio isolato della fantascienza filosofica del Novecento. È una figura della condizione contemporanea. L’uomo moderno ha moltiplicato le proprie possibilità di intervento sul reale senza sviluppare con la stessa intensità la capacità di interrogare la propria coscienza. Ha imparato a modificare il mondo prima di comprendere il significato delle proprie trasformazioni. In questa sproporzione si manifesta la tensione più profonda della modernità: una civiltà che ha imparato ad attraversare lo spazio senza aver ancora imparato ad attraversare sé stessa.
Il ritorno dello specchio
Alla fine del percorso che attraversa Lem, Agostino, Nietzsche, Simone Weil e Dostoevskij, diventa possibile riconoscere con maggiore chiarezza la natura dell’equivoco che accompagna la civiltà contemporanea. Non si tratta di un errore tecnico né di un eccesso di fiducia nella scienza. Si tratta di un mutamento di orientamento. L’uomo moderno ha imparato a guardare sempre più lontano proprio mentre smetteva di guardare sempre più in profondità. Ha moltiplicato i propri strumenti di esplorazione senza sviluppare con la stessa intensità gli strumenti della comprensione di sé.
È per questo che la frase di Stanisław Lem acquista, riletta alla luce dell’intero percorso compiuto, un significato che supera il contesto narrativo da cui proviene: «Non abbiamo bisogno di altri mondi. Abbiamo bisogno di specchi.» In essa non è contenuta una rinuncia all’esplorazione, ma una gerarchia. Non è lo spazio a essere inutile. È lo spazio senza interiorità a diventare sterile. Una civiltà che attraversa l’universo senza attraversare sé stessa rischia di trasformare ogni scoperta in un enigma sempre più grande.
Agostino aveva indicato la direzione del ritorno, Nietzsche aveva mostrato la crisi del fondamento che rendeva quel ritorno più difficile, Simone Weil aveva riconosciuto nel vuoto una possibilità di attenzione, Dostoevskij aveva rivelato la responsabilità che nasce quando l’uomo non può più delegare il senso della propria libertà. In questa traiettoria lo specchio non appare come un’immagine letteraria, ma come una necessità antropologica. Non è un simbolo della riflessione individuale. È la condizione di ogni futuro possibile.
Il problema della modernità non consiste nell’aver cercato altri mondi, ma nell’aver creduto che quei mondi potessero sostituire la conoscenza dell’uomo. Solaris, con il suo silenzio impenetrabile, restituisce alla civiltà contemporanea la domanda che essa ha più a lungo evitato. Non che cosa troveremo oltre i confini dell’universo conosciuto, ma che cosa accade quando l’uomo incontra finalmente la propria immagine.
Perché prima di ogni nuova esplorazione resta una soglia da attraversare. Non quella che separa i pianeti, ma quella che separa l’uomo da sé stesso. E finché questa soglia non viene attraversata, ogni viaggio verso l’esterno rimane incompiuto. Lo specchio, in questo senso, non è il termine del cammino. È il suo inizio.

Consigli di lettura
Il capolavoro della fantascienza filosofica.
«”Solaris” è una gemma abbagliante, la tragedia di Orfeo e Euridice dei nostri tempi, il testo per noi più alto dell’ultima letteratura polacca» – Oreste del Buono, Tuttolibri-La Stampa
«Solaris» è il capolavoro della fantascienza filosofica. Siamo nel lembo più estremo dell’universo esplorato dal genere umano. Un astronauta, dalla Terra, approda nella stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris. Qui trova un’atmosfera di mistero e sospetto: nessuno lo accoglie, i pochi ospiti della astronave sembrano angosciati e sopraffatti, c’è un morto recente a cui si allude con circospezione ma senza sorpresa, gli oggetti subiscono strane deformazioni, si avvertono presenze. Solaris è noto agli umani come il grande pianeta “vivente”. Appare in forma di vasto oceano e avrebbe dovuto conflagrare se la sua orbita avesse seguito le leggi della fisica. Ma è come dotato di capacità cosciente di reazione e questa capacità sembra legata alle apparizioni di fantasmi, proiezioni viventi di incubi, sogni e fantasie. L’astronauta è costretto a interrogarsi, mentre lo contagia la stessa angoscia che domina in tutto l’ambiente. Sul mistero della morte del compagno, innanzitutto. Ma questo lo spinge verso maggiori enigmi da svelare: se Solaris ha una propria vita, e che tipo alternativo di forma di vita; se le “apparizioni” hanno una qualche spiegazione accessibile; se tutta questa attività ha un fine, in qualche modo legato ai destini esistenziali degli umani. Se non è tutto addirittura un immane messaggio. Un’avventura avvincente e carica di attesa e mistero. Ma si potrebbe dire anche un’avventura epistemologica, nel senso che presenta alla lente della riflessione un numero enorme di quesiti che abitano i rami della filosofia. Fra essi, il più suggestivo sembra essere il tema dell’Identità, del Soggetto, dell’Io. Non esiste l’Io unico e identico a se stesso. Ognuno è un arcipelago di Io, e ciascuna delle isole di questo arcipelago si muove nei confronti dell’Io che le contiene, come un universo parallelo. Del resto, la mente, i suoi confini, le sue possibilità, i suoi legami con la potente macchina che la sorregge, il cervello, sono i temi attorno ai quali hanno sempre ruotato le storie di fantascienza di questo scrittore di Leopoli, cresciuto a Cracovia, esperto cibernetico, che è annoverato tra gli influenti capostipiti della moderna fiction di realtà virtuali.
