Cantastorie, comico e giocoliere. Nel Medioevo animava regge e piazze. Non erano buffoni di corte, ma musici e poeti di cultura. Al buffone era concesso quello che per gli altri era impossibile: prendere in giro re e potenti.

 

BEFFARSI DEI POTENTI

 

 

Li trovavi per strada, vicino alle chiese, alle feste di paese e nelle vie delle grandi città, nei mercati mentre la gente faceva compere e barattava la propria merce con altra mercanzia. I giornali, all’epoca, non c’erano. Si sapevano grazie a loro, che tra un racconto e l’altro, una dimostrazione da abili giocolieri, una serie di acrobazie e qualche suonata con il flauto, due battute per far ridere i presenti, raccontavano le novità che avevano appreso proprio nelle strade.

In un’epoca in cui i signori godevano di potere assoluto, gli unici a potersi permettere una battuta (di troppo) erano i giullari.

Il mestiere del buffone era quello di burlarsi del signore che lo ospitava, ma la battuta che un giorno faceva ridere, il giorno dopo poteva far infuriare. E in tal caso erano guai. Tra le punizioni c’era ogni genere di tortura: dal taglio della lingua alla morte. Ma come mai questi coraggiosi anticonformisti correvano il rischio di far ridere a tutti i costi mettendo a nudo il potere? In una comunità divisa tra religiosi, cavalieri e contadini, il buffone aveva una funzione sociale: limitava (temporaneamente) il potere dei signori, mettendone in luce i difetti, e diceva la verità che, specie se scomoda, il re apprendeva solo da lui.

Giullare deriva dal latino Joculator, che a sua volta proviene da Jocus, cioè scherzo oppure gioco. “Les jongleurs en France au Moyen Age” (Giocolieri in Francia nel Medioevo) di Edmond Faral(1). La prima apparizione del termine compare nel documento del Concilio di Cartagine del 436, ma il suo uso si diffonde poi in epoca medioevale intorno al V e VI secolo. A partire del XI secolo Joculator entra nella terminologia delle lingue o dialetti volgari. Joleor in Francia. Juglar in Spagnolo.

I giullari raggiunsero la loro massima diffusione nel Basso Medioevo: venuta meno la tradizione scenica dell’antichità, l’unica forma di teatro profano che sopravvive è la spettacolarità diffusa degli intrattenitori. Fare il giullare era comunque un mestiere, o almeno un modo per ricavare da vivere mediante l’esibizione delle proprie abilità.

Nel XIII e nel XIV secolo, con il termine “giullare” s’intende una vasta gamma di tipologie di intrattenitori, che si esibiscono anche in luoghi improvvisati, come taverne, strade e piazze dei mercati.

Nel 1340 fu proprio il giullare del re di Francia Filippo VI ad annunciare il disastro navale subìto dalla flotta francese. Un ruolo, quello del buffone, sempre sul filo del rasoio, tanto che, per dare brutte notizie o mettere in ridicolo il sovrano, era costretto addirittura a fingersi pazzo. «Il giullare aveva una carica ufficiale nelle corti: era nutrito, alloggiato, vestito e pagato dal signore per prestare i suoi servizi», spiega Faral. «Nei documenti dell’epoca non è precisato qual era il ruolo del buffone, ma possiamo ipotizzare che il suo compito fosse tenere compagnia al signore, farlo ridere e, soprattutto, dargli consigli, anche su decisioni importanti. Fingendosi pazzo, era il solo che poteva dire quello che pensava davvero. La corte, infatti, pullulava di cortigiani disposti anche a mentire e adulare pur di piacere al principe in carica. Grazie alla sua schiettezza, al contrario, il giullare godeva della fiducia del signore, perché i giudizi che dava erano sinceri».

I buffoni erano soprattutto artisti a 360 gradi: attori, musicisti, giocolieri, acrobati e persino cantastorie e saltimbanchi. Di solito si attribuisce loro un’origine medievale, ma figure simili esistevano già nell’antica Roma. Si chiamavano mimi ed erano pagati per intrattenere il pubblico nei circhi, nelle strade o nelle case dei ricchi. Il loro repertorio prevedeva canzoni, danze, acrobazie, travestimenti e persino numeri con animali feroci. «Di solito erano schiavi, romani o etruschi, che vivevano nella miseria. Il loro lavoro era denigrato: il solo modo di salvare la dignità era esibirsi con una maschera, per nascondere il volto», racconta Edmond Faral.

Nel Medioevo il termine mimo scomparve, rimpiazzato da quello di giullare (dal latino joculatore, “colui che gioca”). Proprio come i mimi, i giullari conducevano un’esistenza sregolata da artisti di strada, vivendo di espedienti. Canzonette volgari e acrobazie non mancavano, ma qualcuno era capace anche di recitare brani tratti dalle vite dei santi o dai poemi epici cavallereschi. Tra loro c’erano anche donne, le giullaresse che, per arrotondare, univano la prostituzione all’attività artistica.

Questi intrattenitori “sopra le righe”, che nel Medioevo divennero uno status symbol nelle corti (più se ne potevano esibire e più si era considerati potenti), davano però fastidio alla Chiesa che si sentiva minacciata da questa inusitata irreverenza verso l’autorità.

Codice miniato dei proverbi medievali. Il giullare non crede se non riceve, XV sec. Bibliothèque Nationale de France.

Per la chiesa l’animo umano restava decisamente corruttibile, e questo rischio aumentava esponenzialmente in presenza di tali arti demoniache.  La figura del giullare veniva anche considerata come temibile e concreto legame con quelle che erano le tradizioni pagane, al punto che l’iconografia, abitualmente, ritraeva questi eccentrici intrattenitori in posizione capovolta, a testa in giù, al fine di far arrivare un messaggio secondo il quale questi personaggi rappresentassero un pericolo di sovversione dell’ordine prestabilito delle cose. Quello che non andava giù alla Chiesa era che i giullari si travestissero, si truccassero e usassero il corpo per fare le loro performance. Agli inizi del XIII secolo il teologo inglese Thomas Chobham(2) condannò l’intera categoria senza usare mezze misure: certi buffoni che fanno contorsioni e distorcono i loro corpi con dei salti spudorati e dei gesti impudichi, o che si denudano in modo sfacciato, o che portano delle maschere ripugnanti, tutti sono da condannare”.

 

La Chiesa trovò da ridire persino sugli strumenti musicali a fiato che usavano negli spettacoli: flauti e cornamuse, infatti, deformavano il viso in strane espressioni, bollate come demoniache. Malgrado le gravi condanne, la figura del giullare era comunque destinata a diffondersi sempre di più, sia nel ruolo di puro intrattenitore di piazza che di corte, sia come vero e proprio mediatore tra il mondo ecclesiastico e la cultura popolare. Infatti, i giullari non erano impegnati soltanto nella diffusione capillare di tutto ciò che era la  tradizione epica, ma anche di altri insospettabili contenuti. Con il tempo difatti, la chiesa non fu più in grado di astenersi dall’ammettere che questi bizzarri buffoni avessero una innegabile presa sul popolo attraverso i loro racconti. Questa presa di coscienza, dunque, portò gli ordini religiosi alla decisione di utilizzare questa nuova forma di arte comunicativa per incaricare proprio i giullari della diffusione della parola di Dio. Così, mentre nel XII secolo nasceva l’ordine dei mendicanti che si univano ai giullari nelle piazze, imitandone le capacità recitative, San Francesco si dichiarava giullare di Dio. L’evoluzione dell’arte giullaresca non era ancora finita, però. Essi infatti si perfezionarono ancora di più, e questo li portò ad essere chiamati ad esibirsi nelle corti, dove venivano assunti in pianta stabile e pagati per la loro arte e il loro mestiere: nasceva così la figura del menestrello. Quando però uno di loro esagerava, magari facendo del sarcasmo sul clero stesso, veniva messo in riga dalle istituzioni ecclesiastiche.

Giullare a corte, miniatura.

Anche il potere civile non aveva in simpatia questi artisti perché la difficoltà di controllarne i movimenti faceva loro una categoria sociale poco sorvegliabile e quindi pericolosa. Alcuni statuti cittadini prevedevano pene pecuniarie e corporali: a Chivasso (To), all’inizio del Trecento, chiunque si ritenesse offeso da un giullare poteva picchiarlo senza incorrere in alcuna sanzione. Mentre a Moncalieri, sempre in Piemonte, potevano essere percossi liberamente, a meno che non potessero

La Festa dei Pazzi (La Fete des Fous).

vantare la proprietà di un cavallo o un vitello, simbolo di ricchezza e quindi di rispettabilità.

Nonostante venissero attaccati da più fronti i giullari erano molto apprezzati dal popolo. Grandi protagonisti di celebrazioni “pagane”, come la Festa dei Folli, una specie di carnevale in cui per qualche giorno si potevano prendere in giro liberamente i potenti. In realtà sovvertire temporaneamente i ruoli era espediente che permetteva al popolo di sfogarsi qualche giorno all’anno, per poi tornare docili alla normalità. Questa cerimonia che aveva luogo a fine dicembre nelle grandi città della Francia, in origine si svolgeva nelle chiese ed era aperta solo al basso clero, ossia diaconi e ragazzi del coro, che si travestivano e mettevano in scena sfilate blasfeme con tanto di elezione di un papa dei Folli. La Chiesa si oppose, ma invano: all’inizio del Duecento la festa si trasferì alla luce del sole, per le strade.

Anche se agli occhi del clero erano dei ribelli, in realtà, forse anche inconsapevolmente, questi artisti girovaghi svolsero un ruolo importante nella diffusione della cultura. «Nel Medioevo la trasmissione della cultura era orale. In un’epoca in cui i giornali non esistevano, spostandosi da un luogo all’altro i giullari diffondevano oralmente le notizie, le tradizioni popolari e il patrimonio letterario della comunità», spiega ancora Faral . «Erano intermediari tra la cultura di corte e quella popolare, dato che si muovevano tra castelli e piazze. Quando si esibivano davanti al popolo, mettevano in scena gli stessi canti che avevano sentito da altri nelle corti dei principi».

Il Contrasto di Cielo d’Alcamo.

Gli aristocratici francesi si resero conto del potenziale dei giullari già nel Duecento, quando iniziarono ad assumere a corte gli artisti più istruiti: nel sud della Francia si chiamavano trovatori, autori di storie che venivano poi recitate o cantate davanti al pubblico. Figure simili si trovano anche nel panorama italiano. Uno dei più noti fu Cielo d’Alcamo, vissuto nel XIII secolo, che divenne uno dei più grandi poeti popolari della scuola siciliana.

Con la sua Rosa fresca aulentissima, Cielo d’Alcamo diede vita al genere della poesia cortese in lingua volgare, raccontando la storia d’amore tra un nobile e un’umile pastorella, alternando con abilità espressioni auliche, altisonanti e un linguaggio umile e sfacciato.

Ben presto i professionisti della parola presero le distanze dai “cugini” giullari meno colti. Gli artisti di strada, però sopravvissero. Dal trecento, alcuni divennero menestrelli, cioè cantanti e musicisti che giravano di corte in corte. Altri, soprattutto nani o deformi, furono assunti dai principi e signori come buffoni. Altri ancora continuarono a vivere per strada, portando avanti una tradizione popolare ormai millenaria.

 

Giacomo Ceruti “Tre mendicanti” (1736).

“La corte dei miracoli” di Victor Hugo. Nel romanzo Notre-Dame de Paris lo scrittore francese Victor Hugo (1802-1885), esponente del Romanticismo, descrisse la Parigi di fine Quattrocento come la immaginava lui. Così, accanto ad artisti di strada e ballerine, rappresentò anche una “corte dei miracoli”, che in realtà apparve in Francia soltanto più tardi, a partire dal Seicento. La corte in questione non era altro che l’insieme dei quartieri poveri delle grandi città francesi in cui vivevano mendicanti che facevano finta di essere malati o invalidi per suscitare pietà ed estorcere denaro ai passanti. Di giorno chiedevano l’elemosina per strada fingendosi storpi o ciechi, ma di sera, appena rientrati nei loro tuguri, come per miracolo (da qui l’espressione) guarivano. Questi quartieri degradati furono gradualmente smantellati a partire dal 1667 su espresso ordine del Re Sole, Luigi XIV.

 

NOTE

(1) Edmond Faral (Médéa, 18 marzo 1882 – 8 febbraio 1958) è stato un filologo francese. Studioso di letteratura romanza e letteratura latina medievale. È autore di numerosi studi di importanza decisiva e tuttora imprescindibili per la storia delle tradizioni letterarie europee; si ricordano in particolare il lavoro su Les Arts poétiques du XII et du XIIIe siècle. Recherches et documents sur la technique littéraire du Moyen Age (Paris, 1924), le Recherches sur les sources latines des contes et romans courtios du Moyen Age (Paris, 1913), il volume su Les Jongleurs en France au Moyen Age (Paris, 1910) e lo studio su La Chanson de Roland. Etude et analyse (Paris, 1934). Rilevante il contributo di Faral alla discussione sulle origini della pastorella.

(2) Thomas Chobham (1160-1233 e il 1236), era un teologo inglese. Studiò a Parigi nel 1180, probabilmente sotto Pietro il Cantore. È noto soprattutto per il suo influente lavoro sulla penitenza Summa Confessorum, un trattato sulla penitenza, scritto all’indomani del Concilio Lateranense del 1215. Si occupa della questione del commercio, del profitto e dell’usura. Egli osserva che il clero (sacerdoti e monaci) non dovrebbe assolutamente impegnarsi nel commercio e ritiene che i laici potrebbero impegnarsi nel commercio e realizzare profitti, purché ci fosse una “utile” trasformazione delle materie prime (come indicato in Pietro della lista dei “mestieri utili” di Chanter).

Fonte: Wikipedia.

 

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