Quando finisce la notte e con l’inizio dell’alba la mente si snebbia, si svuota, riprende coscienza e ricorda. E tutto sembra così impossibile, irreale, come visto in un film.

 

 

racconto

di

Pier Francesca Moscardini

 

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Si alzò di scatto dal letto. La radiosveglia segnava le 2.40. Con un movimento nervoso cominciò a grattarsi la schiena, insistendo con le unghie sulle scapole e poi giù fino alla fascia lombare. Raccolse istintivamente il cuscino caduto a terra e si portò le mani alle tempie, sfregandole con forza. Nella testa un ronzio continuo e nessun pensiero. Capì che era impossibile mettersi a dormire in quello stato. Si trascinò fuori dalla camera chiudendosi la porta alle spalle e si avviò verso la cucina. 

Nonostante fosse inverno, Giorgio indossava una t-shirt nera e un paio di pantaloni leggeri di cotone. Dentro casa faceva sempre caldo, i riscaldamenti a pavimento diffondevano aria tiepida a tutte le ore. Era sudato, con la maglietta che gli si appiccicava sulla pelle. Qua e là lungo le pareti, alcuni punti luce definivano l’ambiente. La loro funzione, gli aveva spiegato Sara, era quella di rendere la notte e i corridoi meno spaventosi per i bambini.

Camminava a piedi scalzi sul parquet cercando di fare piano e di non svegliare nessuno. Ogni tanto appoggiava una mano al muro per sorreggersi e mantenere l’equilibrio. Passò davanti alla stanza di Dora e notò che la porta era socchiusa. Si fermò un istante per sbirciarla da quello spiraglio: era distesa sul letto a pancia in su, con una gamba a penzoloni fuori dalle coperte e la testa piena di impegni e programmi per l’indomani: la scuola, la danza, i lavoretti con il pongo e la tempera, le prove al pianoforte, i cartoni animati in tv, il bagno dopo cena. 

Ritornò nel corridoio, avanzando prudente, circospetto, come un ladro che non vuole farsi sorprendere. Scese le scale cercando di non far rumore, ma il legno scricchiolava a ogni passo. Insieme alla sua famiglia viveva in un robusto prefabbricato in stile nordico moderno e confortevole che però aveva un enorme difetto: cigolava. Bastava poggiare un piede a terra e cric, le tavole emettevano il loro lamento. Aveva provato più volte a escogitare un sistema per eliminare il problema, applicando cere e lubrificanti sul pavimento, o ricoprendolo di tappeti e porzioni di moquette, ma non c’era rimedio. Giorgio era un professionista instancabile e con grandi responsabilità, impegnato in frequenti viaggi all’estero, ma amava dedicarsi anche alle faccende domestiche. La domenica e durante i periodi di vacanza indossava i pantaloni di tela sporchi di vernice, la maglietta scucita e gli scarponi con il carrarmato e si trasformava in idraulico, imbianchino, falegname o giardiniere. Aveva muscoli e cervello, manualità e infinita pazienza. Rimetteva a posto le numerose falle create dal tempo, sostituiva guarnizioni, imbiancava muri, chiudeva infiltrazioni. Non si limitava a correggere difetti e a risolvere falle, era bravo a ritoccare e rinnovare il look della casa. Ogni tre anni, per esempio, ridipingeva le pareti del salone con una tonalità diversa e modificava la distribuzione di mobili e quadri. Sara lo incoraggiava e cercava di coinvolgere anche i bambini in quelle attività di riprogettazione casalinga: Dora suggeriva colorazioni accese, Leonardo dava una mano a spostare lampade e altri piccoli oggetti. 

Arrivato in cucina, Giorgio notò che la tavola era già apparecchiata per la colazione. Come sempre, la moglie aveva preparato ogni cosa: due tazze capovolte, un bicchierino per il caffè, due cucchiai, un cucchiaino, zucchero, tre scatole di cereali, un pacco di müesli, due confezioni di biscotti. A tutto ciò si sarebbe aggiunto, l’indomani, il latte fresco, il barattolo di marmellata, il miele, il pane da tostare, il biberon di Leo. Gli vennero in mente quelle pubblicità in televisione in cui il risveglio mattutino sembra una festa, un momento di allegria e spensieratezza tra un cappuccino e una fetta di torta. La mamma sorridente che versa il succo d’arancia nel bicchiere della figlia pronta ad andare a scuola, il piccolo di casa che mangia con gusto la sua merendina al cioccolato, il papà che beve il caffè con il giornale sottobraccio e nel frattempo dà un bacio alla moglie. 

Si avvicinò al lavello e fece scorrere un po’ di acqua fresca. Piccole gocce di sudore gli scendevano sulla fronte e si sentiva i muscoli delle braccia indolenziti. Raccolse l’acqua direttamente con la mano, piegandosi in avanti per bere.

   «Papà!» la voce vispa di Dora lo fece sobbalzare. Era ferma sull’uscio della porta con una spalla appoggiata allo stipite e un dito arrotolato fra i capelli: «Ti ho sentito che scendevi le scale». Il solito scricchiolio… pensò Giorgio. Si avvicinò alla figlia che aveva la maglietta del pigiama stropicciata e una riga che le correva lungo la guancia, segno di un cuscino premuto troppo forte:

   «È tardi, domani devi andare a scuola, torna in camera tua».

   «Anche tu ti devi alzare presto», ribatté lei. Poi gli rivolse un sorriso complice: «Posso mangiare un biscottino?». Sapeva che poteva chiedere qualsiasi cosa al papà.

   «Ok, prendine quanti ne vuoi, ma poi fila a letto», fece lui, bisbigliando. Dora allungò la mano nella scatola e se la riempì di pan di stelle. Ne riuscì ad afferrare cinque in un colpo solo. Soddisfatta, cominciò a sgranocchiare il primo: «Però non dirlo a mamma». 

Non era consentito concedersi spuntini notturni e voleva assicurarsi che mantenesse il segreto. 

   «Dai, ne mangio un paio anch’io, così stai tranquilla che non faccio la spia», le disse sorridendo. 

Si fidavano l’uno dell’altra. Tra il padre e la figlia di sette anni c’era una complicità naturale, istintiva, una sintonia che non richiedeva accordi o sotterfugi. Giorgio si chiedeva se sarebbe stato così anche in futuro, quando lei avrebbe cominciato a passarsi il rossetto sulle labbra e a indossare reggiseni imbottiti. Si sarebbe ancora rivolta a lui senza imbarazzi? Avrebbe voluto la sua approvazione? O forse, come era più probabile, avrebbe fatto a modo suo, sviluppando un carattere forte e risoluto come quello della madre? Già la loro somiglianza fisica era impressionante: capelli scuri, occhi grandi color nocciola, carnagione olivastra, gambe e braccia snelle. Era certo che sarebbe diventata una donna bella e determinata come Sara. Ma quel pensiero, anziché inorgoglirlo, lo preoccupava. Gli lasciava addosso un senso di disagio.

Fuori dalle finestre la notte era silenziosa. La campagna scura sembrava inghiottire la loro abitazione in legno, il lago artificiale in cui nuotavano i pesci, la stalla con i tre cavalli, la casetta delle galline. Giorgio e Dora masticavano frettolosamente cercando di trattenere il chiasso delle bocche colme di burro e cacao. 

   «Non ho più sonno», confessò la piccola. «Chissà se anche Eili è ancora sveglia…», proseguì curiosa.

   «Be’, lei non deve andare a scuola», le ricordò Giorgio. 

Dora si lasciò scappare una risatina, poi ritornò d’un colpo seria:

   «Papà, ma come fa a dormire in piedi?».

L’orologio di terracotta a forma di tazza appeso alla parete segnava le tre e venti e Giorgio non aveva voglia di intraprendere una conversazione sui cavalli a quell’ora. Era il caso di tagliare corto e non offrire altri spunti alla figlia:

   «Ti ho già spiegato che fa parte della sua natura, non c’è un motivo particolare, è così e basta. Noi dormiamo sdraiati, i cavalli dormono in piedi».

La bambina si accontentò di quella risposta sbrigativa e continuò a mangiare concentrata, stando attenta a non far cadere le briciole a terra. Quando terminò l’ultimo biscotto, salì in piedi su una sedia per raggiungere l’altezza del padre e gli stampò un bacio sulla guancia. Poi gli mise le mani appiccicose intorno al collo e cominciò a fargli il solletico.

   «Ehi, basta giocare!», disse lui con un tono serio. 

   «Papà, ma sei tutto sudato!», fece lei con una smorfia. Era eccitata e divertita, non sembrava intenzionata a tornare a letto. 

   «Va bene, ora ti porto su io», la sollevò con dolcezza e la prese in braccio come uno sposo fa con la sua sposa la prima notte di nozze. Dora non si ribellò. Si affidò al papà, stringendolo a sé e riempiendosi le narici del suo odore familiare. Quando arrivarono in camera, la fece distendere sul letto a due piazze e l’aiutò a rimboccarsi le coperte: 

   «Buona notte, briciola», le disse con un sussurro all’orecchio. 

   «Notte», e si voltò su un lato. Subito dopo Dora si tirò su di botto: «Papà!»

   «Che c’è ancora?»

   «Dovrei lavarmi i denti… se no mamma domani se ne accorge».

Giorgio si sentì stringere alla gola. Poi le sussurrò:

   «Amore, non se ne accorgerà. Ora dormi». La bambina alzò le sopracciglia dubbiosa, ma infine poggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.

La sua stanza era gialla e ordinata. Sulle pareti c’erano appesi i suoi disegni preferiti: Eili con la criniera al vento, un prato pieno di fiori rossi, Sara e Giorgio che la tenevano per mano, un cielo stellato. I giocattoli, bambole, peluche, il Nintendo e i suoi gioielli da principessa erano allineati sugli scaffali sopra il letto e sulla scrivania. Nell’armadio a muro erano riposte file di vestiti, borsette, collanine, cinture, cappelli, costumi, occhiali da sole. Era una camera fresca, pulita, profumata grazie alla madre, che odiava il caos e gli spazi angusti. Diceva che, vivendo in campagna, potevano concedersi il lusso di stare larghi e di avere ognuno una propria stanza. L’importante era che tutti collaborassero per tenerla in ordine e sistemata, compresi i bambini. Prima di andare a letto, avevano il compito di mettere a posto giocattoli, libri, pennarelli e quaderni, di ripiegare i vestiti nei cassetti o di riporli nel cesto dei panni sporchi. Senza fare storie. Dora e Leo obbedivano perché non avevano altra scelta. Avevano provato qualche volta a protestare, «rimetto a posto domani!», o a piagnucolare, «uffa, non mi va, ti prego!», ma dall’altra parte avevano trovato un muro. Sara non vacillava nemmeno di fronte alle finte crisi isteriche inscenate da Dora. C’erano state occasioni in cui l’aveva sfidata, urlandole in faccia che era stanca e che non era giusto che la costringesse a fare la cameriera. Per tutta risposta, Sara l’aveva trascinata di peso in camera sua e l’aveva chiusa a chiave lì dentro: «Signorina ti ho detto di non gridare. Se non ti calmi, resti in camera tua tutto il giorno!». 

Separate da una porta, una appesa alla maniglia piangendo disperata, l’altra in piedi, con le braccia incrociate e la voce dura, portavano avanti la loro battaglia. Erano capaci di starsene così per decine di minuti. Ma alla fine, quella che cedeva per prima, era Dora. Presto o tardi veniva il momento in cui, sfinita e senza più lacrime, mollava la presa della maniglia, si afflosciava a terra e chiedeva scusa. E solo dopo il pentimento, Sara girava la chiave, la liberava e l’abbracciava forte, riempiendola di baci e carezze consolatorie. 

Giorgio non sopportava quelle liti, i pianti insistenti, la rigidità della moglie, il metodo educativo militaresco che aveva imposto. Ma non si intrometteva, lasciava che le sue donne portassero avanti quella recita augurandosi che fosse il più breve possibile. Lui stesso, quando c’era aria di bufera in casa e la moglie era lì lì sul punto di esplodere, preferiva addossarsi le colpe piuttosto che contraddirla. Discutere seriamente con lei significava prepararsi a giorni di silenzi musi lunghi e sguardi di ghiaccio.

Giorgio uscì dalla camera della figlia e andò dritto in bagno. Aveva bisogno di raccogliere le idee. Aprì il cassettone sotto il lavabo e tirò fuori il pacchetto di Marlboro infilato sotto il set di asciugamani color glicine. Era ancora chiuso, stava lì da settimane ad aspettare che Sara lo scartasse per estrarre la sua sigaretta di rito. Quella che si concedeva solo per il gusto di farlo, quando aveva bisogno di rilassarsi, magari dopo un bagno caldo. Era il suo unico vizio, una sigaretta al mese, fumata da sola, con l’asciugamano arrotolato fra i capelli umidi, buttando il fumo fuori dalla finestra. Se la teneva fra le dita a lungo e intanto osservava dalla finestra l’orizzonte al di là del suo naso, oltre il prato tagliato rado, oltre i fili per stendere il bucato, oltre la recinzione di legno e le macchine parcheggiate. Fumare era per lei un piacere calcolato, che si concedeva con misura e razionalità, dopo aver compiuto i suoi doveri domestici, familiari e sociali: la spesa, le pulizie, la gestione dei figli, lo sport, le letture, le feste, gli articoli da scrivere di tanto in tanto. 

Giorgio aveva chiuso con il fumo quando era nato Leonardo.

   «Smetterò all’ospedale, il giorno che conoscerò nostro figlio», aveva promesso alla moglie al terzo mese di gravidanza. E Sara aveva tirato un sospiro di sollievo. Era sempre stato un consumatore esagerato, sin dai tempi dell’università. Entrambi avevano frequentato il Corso di Scienze Biologiche presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali di Pisa e Sara ricordava i pomeriggi trascorsi insieme a studiare in camera sua mentre nubi di fumo le scorrevano sopra la testa. Lo aiutavano a trovare la concentrazione, diceva Giorgio, che con una mano sfogliava le pagine del libro e con l’altra si portava alla bocca l’ennesima sigaretta. All’epoca lei era molto più tollerante, passava sopra al puzzo di nicotina che le si annidava nei capelli e nei golfini di lana pur di stare in compagnia di quel ragazzo brillante, sensibile e gentile, che le sembrava così diverso dai suoi coetanei, più maturo, più affidabile, più intraprendente. Si erano laureati con il massimo dei voti ed avevano aspirato a una carriera ambiziosa: lui nella ricerca, lei nel giornalismo medico-scientifico. Ma dopo il matrimonio e i figli, Sara aveva rallentato, dedicandosi a sporadiche collaborazioni da freelance, portate avanti tra una poppata e una lasagna preparata con le sue mani, mentre Giorgio aveva preso il volo. Era diventato il ricercatore di punta di una nota casa farmaceutica internazionale e un abile comunicatore, pronto a presentare le sue scoperte in tutto il mondo. I suoi continui viaggi, i turni massacranti in azienda, i periodi di studio intenso gli portavano soldi e riconoscimenti ma gli rubavano il tempo. E sua moglie glielo faceva pesare.

   «Un’altra volta ci lasci soli per il weekend?», «Stasera ti aspetto per cena?», «Cerca di rientrare in tempo per dare la buona notte a Dora e a Leo». Come se lui lo facesse apposta a trattenersi fuori fino a tardi. La verità era che adorava stare coi figli. Quando rimetteva piede in casa, correva da loro. Era un papà giocherellone, uno di quelli che si accovacciano per terra a piedi scalzi e fanno il verso del trenino con i piccoli a cavalcioni sulla schiena. Uno di quelli affettuosi e attivi, che dicono sì alla lotta coi cuscini, al nascondino e alle passeggiate a cavallo. Uno di quelli generosi, che non ritorna da un viaggio di lavoro senza aver trascorso almeno un pomeriggio a comprare regali per tutti, regali sensati, utili, desiderati, introvabili nel loro paesino in campagna o addirittura in Italia.

Giorgio si accese la sua prima sigaretta da tre anni a quella parte e si sedette a fumare sul bordo della vasca, senza preoccuparsi di mandare il fumo fuori dalla finestra. Aspirava con avidità e si guardava intorno. Il tappetino lindo color castagna, gli asciugamani beige piegati in maniera precisa sopra il radiatore a parete, i due ampi lavandini squadrati sospesi al muro, la boccetta di profumo e le saponette lilla disposte sullo scaffale, il cassettone con le maniglie lucide senza ditate. Nulla che fosse fuori posto, nemmeno nel cesso, pensò. Si alzò nervosamente e andò verso lo specchio. Sotto la luce a led, la sua faccia faceva paura. Gli occhi erano due minuscole fessure semiaperte sottolineate da occhiaie profonde, le labbra screpolate erano tagliate agli angoli della bocca, sulle guance gli si erano formate delle chiazze rosse. 

Finita la sigaretta, buttò il mozzicone nella tavoletta e tirò lo sciacquone. Uscì dal bagno e invece di tornare in camera sua, rifece le scale e scese al piano terra. Ancora una volta il legno gli scricchiolò sotto i piedi. Passò oltre la cucina e si infilò nello studio di Sara. La libreria era imbottita di volumi di medicina, ricettari e romanzi femminili. Nell’angolo accanto alla finestra c’era la postazione da lavoro della moglie, la scrivania con il Mac, il cordless, la stampante e il fax. Si sedette e accese il computer. Dopo qualche secondo sul monitor comparve una foto scattata l’estate prima in giardino: c’era tutta la famiglia intorno al tavolo: Sara sorridente con il cappello di paglia che teneva in braccio Leo, Giorgio che stringeva la mano di Dora che aveva una pettinatura buffa con due code ai lati della testa e delle mollettine colorate. Avevano organizzato un barbecue con alcuni amici e sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi erano sparsi gli avanzi del pranzo: fette di pane bruscato, bottiglie di coca cola e di vino, salsicce, un cesto di frutta. 

Sul desktop Giorgio notò tre cartelle e il cestino vuoto. Cliccò dentro l’icona “Testi” e scorse velocemente i file contenuti. Erano traduzioni, appunti di lavoro, articoli medici a cui Sara aveva lavorato nel corso degli anni. Ognuno era archiviato in base alla data di invio al committente. Con il mouse uscì da “Testi” ed entrò in “Materiali vari”. Qui erano raccolte tante cartelline di ogni genere, “Foto”, “Scansioni”, “Indirizzi”, “Canzoni”, “Curricula”, “Siti interessanti”, “Viaggi” ecc. Giorgio curiosò qua e là senza sapere cosa cercare di preciso. Era preso dalla frenesia di scoprire qualcosa. Non aveva mai ficcato il naso negli affari della moglie, non era uno di quei mariti gelosi che controllano le email o i messaggi al cellulare. Ma stavolta era diverso, era convinto di poter trovare uno spunto, una prova imbarazzante, una verità scomoda per alleggerirsi la coscienza. Gli occhi gli bruciavano mentre schizzava qua e là tra i documenti e le immagini. C’erano centinaia di foto: il matrimonio, la nascita dei figli, i genitori di Sara, la laurea, i compleanni, le feste di Natale, le vacanze al mare, le gite sulla neve. E la maggior parte erano state scattate a casa loro, nel salone luminoso col divano bianco a forma di elle o nel giardino. Sara aveva la mania di organizzare incontri e party di tutti i tipi: faceva l’elenco delle persone da chiamare, preparava personalmente gli inviti scrivendo messaggi personalizzati su cartoncini e buste glitterate, pensava al menu che cucinava lei stessa e ai vestiti da indossare per l’occasione, spostava poltrone e sedie per far spazio agli ospiti, gonfiava palloncini e applicava festoni colorati alle pareti, comprava regalini da lasciare in dono ai bambini che avevano partecipato alla festa, spediva cartoline di ringraziamento a tutti coloro che avevano preso parte all’evento. Era molto metodica, puntuale e fantasiosa, una perfetta padrona di casa. Sapeva stare in compagnia, parlare amabilmente del più e del meno, raccontare aneddoti divertenti o affrontare conversazioni impegnative, comportandosi sempre in maniera appropriata. 

Giorgio continuò a passare in rassegna i file soffermandosi appena su ciascuno di essi. Non c’era niente che lo colpisse in maniera particolare. Controllò i brevi resoconti delle vacanze, le annotazioni su spettacoli e film da non perdere, gli ingredienti per ricette messicane, indiane, giapponesi, gli elenchi degli acquisti on line. Sul monitor, l’orologio segnava le quattro e mezza. Con un doppio click aprì la terza cartellina sul desktop, “Cose da fare”, e anche qui trovò una serie di documenti ordinati per data. Ne aprì qualcuno a caso e comparvero svariate liste: la spesa per il pranzo di Pasqua, le cose da mettere nella borsa di Dora il giorno del saggio di danza, le esercitazioni al pianoforte, i tipi di giochi adatti all’età dei bambini, testi di canzoni da lei inventate, il calendario dei viaggi di lavoro di Giorgio. Erano documenti che Sara aggiornava di volta in volta, aggiungendo voci e dettagli. Giorgio si chiese come facesse a trovare il tempo per catalogare la sua vita in quella maniera. Poi visualizzò il file con la data del suo compleanno, che sarebbe stato due settimane più avanti. Ecco quello che lesse:

Giorgio compie 42 anni Idea: Organizzare un weekend a sorpresa senza bambini in un posto significativo. Possibili destinazioni: 

1) Pisa, la città del nostro primo incontro

2) Venezia, nello stesso hotel in cui abbiamo concepito Dora

3) Matera, per andare a trovare la vecchia nonna di Giorgio che non vede da 10 anni

4) Rimini, per spassarsela in discoteca come facevamo quando eravamo giovani
5) Parigi, la prima tappa del nostro viaggio di nozze

Cose da fare: 

1) convincere Giorgio a prendersi due giorni liberi dal lavoro

2) avvertire la baby sitter e chiederle di trasferirsi da noi per il weekend
3) comprare almeno 3 regali diversi e organizzare una caccia al tesoro per far sì che Giorgio li trovi da solo

4) andare dal parrucchiere e dall’estetista

5) comprare due completi intimi per l’occasione

6) preparare una torta per Giorgio

7) scrivere una canzone apposta per lui e cantargliela quando non se l’aspetta
8) imparare le tecniche per fargli un fantastico massaggio alla schiena 

9) ringraziarlo per tutto quello che fa per me e i bambini

10) chiedergli scusa per tutte le volte che sono fredda e insopportabile

11) dirgli e dimostrargli che lo amo tantissimo

La lista continuava, c’erano altri punti. Ma Giorgio si interruppe. Era irrigidito e si sentiva pungere gli occhi e le guance dalle lacrime. Chiuse il documento e si piegò in avanti, spingendo la fronte sulla tastiera, poi cominciò a singhiozzare. Un pianto abbondante gli lavò la faccia e le guance arrossate. Prese a battersi sulla tempia stringendo il pugno della mano destra. Si colpiva con forza e pensava a Dora e a Leonardo, a Sara, a quello che sarebbe successo la mattina seguente, a quello che avrebbe fatto e detto. Era caduto in una sorta di trance, piangeva, tremava. 

D’un tratto, dovevano essere passati dieci minuti, percepì un suono in lontananza. Non capiva se era reale o se lo stava immaginando, gli pareva il verso acuto di un uccello. Tirò su la testa a fatica e strizzò gli occhi di fronte al monitor andato in stand by. Provò a concentrarsi su quel fischio mentre si asciugava il viso con le mani e gli ci volle qualche istante per rendersi conto che si trattava di un pianto. Il pianto ininterrotto di un bambino. Il pianto di Leo. Schizzò in piedi e uscì in fretta dallo studio, percorse l’ingresso, salì le scale due scalini alla volta, arrivò di corsa nel corridoio sbattendo col piede sulla credenza e giunse finalmente nella camera del figlio. Leonardo si stava sgolando, era sdraiato con la schiena a terra e si agitava disperato nel buio. Il suo ciuccio era ruzzolato vicino alla porta. Doveva essere caduto dopo aver cercato di scavalcare il lettino. Giorgio gli andò incontro, lo prese in braccio e con la mano controllò che non si fosse ferito. Non c’erano tracce di sangue, ma il bimbo continuava a urlare terrorizzato. Più Giorgio cercava di tranquillizzarlo con carezze e abbracci, più Leo si lamentava. Si avvicinò alla lampada a forma di Winnie the Pooh sul comodino e accese la luce. Sul corpo del figlio non c’erano ematomi né graffi. Provò a cantargli una ninna nanna e a fargli bere dell’acqua, ma il bambino sembrava sofferente e sputò via il biberon.

   «Forse si è fatto la cacca addosso», suggerì Dora che, svegliata dal frastuono del fratello, aveva raggiunto il padre in camera.

   «Questa notte non riesci proprio a dormire, eh? Ora gli cambio il pannolino e vediamo se hai ragione, anche se non mi sembra». Mise il figlio sul fasciatoio e iniziò a sfilargli la tutina. Ma quando cercò di sollevargli il braccio sinistro per far passare la manica, Leo cacciò un urlo straziante e Giorgio si accorse che il gomito del bambino aveva qualcosa di strano. L’osso si era slogato. Ecco perché piangeva così.

   «Cazzo! E adesso che faccio?», sbottò. Era già successo altre volte, Sara glielo aveva raccontato, ma lui non sapeva come rimetterlo a posto. Sua moglie sì, il pediatra le aveva spiegato qual era la manovra da fare.

   «Papiii…», a quel punto anche Dora era sul punto di piangere. Lo aveva sentito imprecare e si era spaventata. La voce le si strozzò e si trasformò presto in un mugolio. Si mise a frignare come il fratello.

   «Dai amore, non fare così, aiuta il tuo papà», ma la bambina gridava via via più forte. Giorgio sollevò in braccio il figlio facendo attenzione a non toccargli il gomito e prese per mano Dora. Poi scesero giù in salone e, alle cinque del mattino, telefonò al pediatra. Il cellulare era acceso e squillava. Dopo alcuni istanti il medico rispose.

   «Pronto, dottor Rosmini, mi scusi per l’orario ma è un’emergenza. Sono il signor Biagi. Mio figlio è caduto dal letto e si è provocato una lussazione del gomito… Piange disperato e non so come fare… lo sente anche lei» … «Sì lo so, ma mia moglie si sente poco bene, è in camera sua con la febbre, non mi può aiutare» … «Per favore, me lo può spiegare al telefono?» … «No, il pronto soccorso è troppo lontano, il piccolo sta male» … «Ok, sì, sì, ho capito» … «Va bene, ci provo, aspetti in linea». Giorgio ripeté esattamente quello che gli aveva appena riferito il dottore: afferrò con la mano destra il polso di Leo tenendo ben fermo il gomito con la mano sinistra. Poi tirò l’avambraccio con la mano destra e, al contempo, lo ruotò verso l’esterno. Infine, piegò con decisione l’avambraccio fino alla spalla, mantenendo la posizione per un minuto. Durante la manovra, Dora aveva smesso di piangere e aveva trattenuto il fiato. Leonardo continuava a lamentarsi. Giorgio riprese la cornetta e si rivolse ancora al pediatra: «Ho fatto come mi ha detto, ma piange ancora» … «sì, ok, controllo», si avvicinò al bambino e l’osservò con attenzione. Non aveva più il braccio pendente sul fianco, come prima, adesso lo muoveva lentamente. E anche il pianto si stava spegnendo, a poco a poco. «Dottore, credo che stia bene. Grazie, grazie tante, mi scusi ancora per il disturbo… Buona notte… Sì, gliela saluto… Grazie». Quando riagganciò il telefono, Leonardo si era ripreso, stava camminando verso il divano e sorrideva. La sorella lo seguiva a carponi, giocando a fare la bebè, e gli lanciava baci con la mano. 

Giorgio si sentì sollevato. Poi si rivolse alla figlia:

   «Forza, andiamo a sciacquarci il viso e torniamo tutti a letto».

   «Ma mamma ieri sera stava bene, perché hai detto al dottore che ha la febbre?».

   «Non è niente di grave, domani starà meglio»

   «E perché non si è svegliata? Perché è rimasta a letto? Non ha sentito Leo?», insisté.

  «Te l’ho detto, perché ha un po’ di febbre ed è debole».

   «Ma io la voglio andare a salutare».

   «Dora, non ti ci mettere anche tu adesso. Mamma ha bisogno di riposare. Andiamo a dormire una volta per tutte». Così dicendo prese in braccio sia lei che Leonardo e li portò nelle loro camere. Li mise a letto uno alla volta, rassicurandoli con parole dolci e restando accanto a loro finché non si addormentarono.

Erano le 6.30 quando ritornò in camera sua. L’alba aveva fatto capolino e dalle tende filtrava la prima luce del giorno. Si avvicinò al letto, si sedette a fianco della moglie e la osservò a lungo, in silenzio. La sua eleganza era semplice e naturale, la pelle liscia e dorata come l’ambra, le unghie tagliate corte e senza smalto, la camicia da notte bianca con lo scollo a V, il filo di perline intorno al polso che Dora aveva composto per lei. Era incredibile, adesso le sembrava perfetta. In quel momento chiuse gli occhi e ripensò alla lite furibonda di qualche ora prima. Lei che insisteva perché lui si tenesse libero per quel fine settimana, lui che cercava di spiegarle il motivo per cui non poteva; lei che gli chiedeva di rinunciare al lavoro almeno per il suo compleanno, lui che cominciava a innervosirsi; lei che si era subito offesa e aveva messo il solito broncio, lui che, assalito dalla rabbia, aveva afferrato il cuscino e gliel’aveva spinto sul viso, così forte da non farla parlare, e non farla respirare. 

Aveva lottato, aveva tentato di liberarsi. Aveva scalciato, tirato schiaffi e pugni, scaraventato a terra il telecomando e il libro che teneva appoggiato sul comodino. Ma stavolta era stato Giorgio a non mollare. Aveva aspettato fino all’ultimo, e poi aveva aspettato ancora.

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