Quando il successo di massa diventa un capo d’accusa culturale

«Non è colpa di Checco Zalone se ha troppo successo»

Checco Zalone, la democrazia dei gusti e l’errore di confondere i piani

di Marcello Veneziani

I numeri parlano da soli: Buen camino incassa in poche settimane quanto un’intera stagione del cinema italiano. Un risultato che lascia interdetti, indigna alcuni, imbarazza altri e spinge molti a reagire con un riflesso moralistico: disprezzare ciò che piace alle masse o, al contrario, appropriarsene come riscatto populista contro le élite culturali. Ma l’alternativa è mal posta. Checco Zalone non “vendica” il cinema di evasione contro quello d’autore, né rappresenta una presunta cultura di destra in versione pop. Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro campionato, con regole diverse. Non fa arte cinematografica, non pretende di farla, e non va giudicato con categorie che non gli appartengono.
Il problema non è il suo successo, ma l’incapacità di una parte del mondo culturale di accettare la stratificazione naturale dei gusti e dei linguaggi. La società di massa non annulla le differenze: le moltiplica. Come un tempo convivevano rotocalchi popolari ed elzeviri colti, oggi convivono intrattenimento di massa e cinema d’autore. Confondere i piani significa non capire né l’uno né l’altro. E soprattutto fraintendere la democrazia, che non è livellamento, ma pluralità. (N.R.)


Da non crederci, quella cifra straordinaria raccolta in tre settimane dal film di Checco Zalone, Buen camino. Qualcosa come 68 milioni di euro, quanto non riesce a fare quasi un’intera stagione cinematografica italiana. Un fenomeno di queste proporzioni non può essere ignorato, va affrontato: tentiamo la fenomenologia di Checco Zalone. C’è chi si indigna, c’è chi perfino si schifa, c’è chi giocando di rimessa cerca di vantare il populismo ridente di Checco Zalone e appropriarsene, mentre lui straccia al botteghino ogni record e umilia il cinema restante. Ma l’alternativa è mal posta: Checco Zalone non vendica il cinema di pura evasione dal cinema d’autore, intelligente e un po’ palloso agli occhi del grasso grosso pubblico. Semplicemente gioca un’altra partita, in un altro girone e va giudicato con altre categorie.

Non fa arte del cinema, non esprime, come taluno sottintende, una specie di “cultura di destra” in versione pop, contrapposta al cinema impegnato o addirittura intellettuale, che ormai di rado è nostrano. Del resto, la democrazia è quella roba lì, lo tengano a mente sia gli elitisti che i populisti o sovranisti. Nonostante la democrazia e la società di massa, il mondo però è stratificato in vari livelli, pur fluidi e comunicanti, e non bisogna confondere i piani e i generi. Un tempo, ad esempio, c’erano i rotocalchi popolari e c’erano le grandi firme e i grandi elzeviristi; oggi mutano i media ma non finisce la diversità di piani e di gusti.

C’è chi legge i libri Harmony e chi i libri Adelphi. Tuttora ci sono sempre più rari scrittori, ricercatori e pensatori e ci sono poi i confezionatori di best seller, divulgatori di successo, onnipresenti nei media e in tv, che svolgono una funzione a loro modo utile alle masse; ma non sovrapponeteli agli scrittori, agli studiosi, ai pensatori, non li sostituiscono, sono un’altra categoria e svolgono un’altra funzione. Categoria benemerita rispetto all’ignoranza di massa perché avvicinano ai libri gente aliena, ma non si possono sostituire alla cultura e alle idee né si possono considerare alla stessa stregua. Il loro è il regno della quantità e non va confuso col regno della qualità. Un tempo c’era d’Annunzio e poi c’era Guido da Verona, detto il d’Annunzio delle sartine; c’era il romanzo popolare, il feuilletton, in cui talvolta si annidava pure, per ragioni alimentari, anche un Fedor Dostoevskij, ma era l’eccezione; e poi c’erano i grandi autori, i maestri, i classici.

E c’è ancora da distinguere tra gli autori di best seller che hanno successo ma poi non lasciano traccia in alcun campo e ci sono gli autori di long seller, destinati cioè a durare nel tempo. Non tutti gli autori di best seller diventano Giovannino Guareschi, che pur nella semplicità del suo lessico e della sua letteratura popolare, esprimeva da vero scrittore un mondo di sentimenti, di affetti, di passioni e umanità, unito a una vis comica accessibile ai più. Così succede al cinema, nessuno può confondere Bergman, Kurosawa o Visconti con i Vanzina o con Fantozzi, ognuno fa (bene) il suo mestiere.

E anche nel comico c’erano Ciccio e Franco e c’era Alberto Sordi; su un altro piano c’era Paolo Villaggio che pur strappando risate pop con scene comiche elementari, descriveva uno scenario sociale, la subumanità degli impiegati sottoposti e maltrattati dai loro direttori disumani. C’era Alvaro Vitali col suo Pierino e c’era Walter Chiari coi suoi monologhi, una comicità ricca di verve e di mimica ma anche intelligente. Checco Zalone diverte e al contrario dei suoi critici stupidamente intelligenti, lui è intelligentemente stupido, non fa il comico-guru al servizio della Solita Causa, la sua comicità nasce dallo stridente contrasto tra arcaismo e attualità. È una comicità double-face che prende due fasce di pubblico perché percorre contromano due mondi diversi e li prende in giro a vicenda: i seguaci del woke godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi rozzi d’una volta e la crassa idiozia degli arretrati; e i politicamente scorretti godono a vedere derisi i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio verace, senza veli e senza precauzioni progressiste.

Così ognuno ride alle spalle dell’altro. Ma Checco non parteggia né per gli uni né per gli altri, si tiene astutamente al di fuori e al di qua e non stabilisce la superiorità degli uni o degli altri. La sua satira sui pregiudizi opposti, su padani e terroni, negri e cafoni, familisti e gay, ricconi e “ricchioni”, drogati e credenti, donne e maschilisti, regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare uno di oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al sud, in provincia e pure al cinema; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo ma stridente anacronismo, ma è comicità bipartisan. Sulla stessa linea è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta; diverte perché è irriverente agli occhi d’oggi, è finto ingenuo, studiatamente naïve, con trivialità premeditata, come la stupidità. In più c’è il sapore di etno-comicità pugliese doc.

Suscita l’effetto comico di battute dette al bar, magari accompagnate da una volgare grattata al “pacco”. Del resto la scelta del nome d’arte è già un programma: Cozzalone sta per bifolco, rozzo, magari pure un po’ stupido. Il suo vero nome e cognome, Luca Medici, non avrebbe avuto la stessa resa comica e “pugliastra”. Checco Zalone non è Totò, non è una leggenda, se non per gli incassi, davvero favolosi; è un comico divertente che non vuol convincere e fustigare nessuno né pensa di fondare un movimento politico o darci una lezione morale. Anzi stavolta nel suo ultimo film si spinge a lanciare un lieve messaggio sul piano affettivo nel sopraggiunto legame tra un padre e una figlia sul cammino verso Santiago di Compostela.

Parte da un dissacrante approccio per giungere a una piccola conversione di vita, nel segno di un ritrovato amore filiale e paterno. Ho visto il film di Checco Zalone, dopo anni di assenza dalle sale, e l’ho trovato carino, moderatamente divertente e anche un po’ tenero. Il successo mostruoso che riscuote non mi indigna e non mi esalta, e non mi spinge a rivedere il giudizio che ne ho dato. Il discorso, semmai, si sposta da lui al popolo reale e al suo target di spettatori. Il campione medio dell’auditel è di un basso che non vi dico, ma se il paese è quello, non possiamo sostituirlo con un altro immaginario, come vorrebbero gli snob. Non è colpa di Checco Zalone se la gente comune non va a vedere Lars von Trier.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 16 gennaio 2026

 

Lettura critica – Redazione di Inchiostronero

La redazione di Inchiostronero legge Buen camino non come un semplice fenomeno comico, ma come un sintomo culturale preciso. Il successo travolgente del film non nasce da un abbassamento del gusto, come vorrebbe una certa critica sbrigativa, bensì dalla sua capacità di intercettare un sentimento diffuso: la fine delle scorciatoie, delle rendite morali ed economiche, delle illusioni di protezione permanente.

Il “cammino” evocato dal titolo è soprattutto interiore e sociale. Il personaggio zaloniano non è più il furbo vincente, ma l’uomo comune costretto a fare i conti con un mondo che non garantisce più nulla. In questo senso, la comicità diventa una forma di pedagogia rovesciata: non consola, non assolve, ma accompagna lo spettatore in un processo di ridimensionamento.

Il film non è cinema d’autore, né pretende di esserlo. Ma proprio per questo va giudicato con categorie diverse. Non rappresenta una rivincita populista contro la cultura “alta”, né una cultura di destra mascherata da intrattenimento. È, piuttosto, una narrazione di massa che prende atto della stratificazione dei gusti e dei linguaggi in una società democratica.

Secondo Inchiostronero, l’errore non sta nel successo di Checco Zalone, ma nello sguardo di chi pretende di misurare tutto con lo stesso metro. Confondere i piani significa non capire né il cinema popolare né quello d’autore. Buen camino non dice tutto, non ambisce a farlo, ma dice qualcosa di vero. Ed è questo, oggi, il motivo più serio del suo successo.

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