Il figlio satanico non è fatto di carne ma di pensiero

NON PLUS ULTRA

Deus sive Machina

«Ha mangiato la moscia … non vede e non sente, è come morta». Guy è preoccupato che la moglie Rosemary sia ancora cosciente. Minnie, vecchia strega, lo rassicura: la mousse al cioccolato (la ‘moscia’) conteneva una droga potente. Ma Rosemary l’ha mangiata solo in parte e ora, mentre la preparano al rito, ha una percezione di quel che succede a mezzo tra il sogno e la veglia. Il vecchio stregone le dipinge simboli rossi sul petto, persone sconosciute e completamente nude bisbigliano intorno a lei formule ipnotiche. Le legano i piedi perché non possa muoversi, una donna le rivolge parole cariche di premura quasi materna. Infine, un essere mezzo umano mezzo rettile, le si avvicina e la cinge in un mostruoso amplesso. Rosemary ne vede gli occhi da serpente, ha un sussulto. Le calano un drappo nero sugli occhi.

Il film di Polanski(1) è del ’68, ma è possibile ricavare, per via metaforica, alcune analogie tra questo stupro diabolico e la realtà attuale. Oggi la ‘moscia’ dell’informazione ha indotto uno stato catalettico nell’intera umanità; una congrega di satanisti la circonda, cercando di propiziare con formule oscure il concepimento di un essere antimessianico. Dopo che è stata drogata, legata, ridotta all’impotenza, anche in lei viene inoculato il seme del Male.

Non dobbiamo però cedere alla facile tentazione di vedere somiglianze col diavolo-rettile in qualche noto personaggio della politica, della finanza o del mondo capitalistico. Questi sono solo la sua servitù, i suoi maggiordomi. Sotto di loro vi sono altri servi e poi altri ancora, in una scala gerarchica basata su gradi variabili di cattività. E quelli che sono in cima, i più ricchi, i più potenti, sono i più asserviti, perché più prossimi a un Padrone che emana da sé la pura essenza della schiavitù.

Il figlio satanico non è fatto di carne ma di pensiero. La sua forma visibile è il regime totalitario e liberticida che cresce rapidamente sotto i nostri occhi. Nessuno ancora gli ha dato un nome. In futuro gli storici probabilmente diranno: “la dittatura globale che sconvolse il  XXI secolo” o qualcosa del genere. È una frattura traumatica con la tradizione, è colpo di stato, eversione politica e culturale. Anche se ostenta una continuità con i principi della defunta democrazia occidentale, incarna di fatto interessi puramente privati e capitalistici. Il suo orientamento decisionale non dipende infatti da Parlamenti ma da Consigli di amministrazione. Non ha natura nazionalistica ma mondialista. Si potrebbe dunque dire che dove ha fallito l’internazionalismo proletario ha trionfato un transnazionalismo bancario e industriale.

Superando i sogni più arditi dei dittatori novecenteschi, questo regime è riuscito non solo a subornare il 99% dell’informazione ma a radunare un esercito di cortigiani leccapiedi reclutandoli nel mondo della scienza, della cultura, dello spettacolo. Ha assorbito in un Pensiero Unico ogni pluralismo intellettuale. Ha creato un compatto consenso popolare basato sullo stato mediopatico delle masse. Attraverso una metodica falsificazione della realtà ha sostituito il mondo reale con un mondo immaginale, riuscendo a spacciare i suoi interventi di macelleria sociale per iniziative necessarie e benefiche. Non tollera la libertà e, come strumento di contenzione, le oppone una paura indotta mediante allarmismi d’ogni genere. Per la sua struttura multifobica potremmo chiamarlo ‘fobismo’.

È un regime che, a differenza di quelli passati, non esalta valori positivi, forti, audaci, ma pone un’enfasi retorica sul timore e sulla prudenza, quella “ricca e ripugnante vecchia zitella corteggiata dall’Impotenza” come direbbe Blake. Non accende passioni calde nei cittadini ma, attraverso continue ‘emergenze’, li stringe in una fredda morsa di ansietà. La fobia elevata da categoria psichiatrica a categoria legislativa, sorta di panico controllato e modulato dai media, è infatti ciò che permette al regime di giustificare i suoi soprusi adducendo ragioni di protezione sociale. Proprio attraverso questo ‘sicurismo’ maniacale, pretesa di “mettere in sicurezza” tutto e tutti, tutelare presunte ‘fragilità’, scongiurare pericoli sempre nuovi, esercita il suo carattere illiberale.

È infatti il regime stesso a dimostrarci – con dati ‘scientifici’ – come noi tutti siamo ogni giorno più vulnerabili, esposti a vari rischi, e come dunque sia suo preciso dovere controllarci, sorvegliarci e limitarci nelle nostre rischiose libertà. La Legge, la Costituzione, non bastano più. Occorrono sempre nuovi decreti, sempre più repressivi, per proteggerci dalle minacce annunciate che incombono su di noi. “È per il vostro bene” potrebbe essere il suo motto.

Chi, legato a concezioni positiviste, non volesse prendere alla lettera il ‘satanismo’ di tale regime, può interpretare tale definizione come figura allegorica di un processo degenerativo della società. Ovvero di un’entropia culturale che la conduce verso la dissoluzione dei suoi ordini etici, estetici, religiosi, antropologici. È una patologia maligna, una sorta di neoplasia sociale cui alcuni assegnano radice metafisica e altri, più laicamente, riconducono a cause macroeconomiche e finanziarie. A mio avviso, il principio informatore, il leitmotiv di questa dittatura, è la sua visione transumanista, ovvero il sogno di andare oltre l’uomo, di travalicarne i limiti naturali. Come in un vangelo capovolto, in cui non è più Dio che si fa uomo ma l’uomo che si fa Dio.

Pulsioni transumaniste di tal genere le troviamo del resto già nei secoli scorsi, immerse in un brodo di coltura illuminista. Loro presupposto è una fede cieca nel progresso tecnico-scientifico come unico strumento efficace per creare un mondo migliore e un’umanità più felice. Licenziato il Dio biblico, ci si rivolge alla Dea Ragione, che rivela all’uomo i segreti della natura, e alla Dea Tecnica, che gli offre i mezzi per dominarla.

A corroborare questa idea contribuisce una visione evoluzionista secondo cui l’uomo non solo procede da forme inferiori verso forme superiori in un inarrestabile plus ultra, ma può andare oltre ogni colonna d’Ercole posta dalla natura stessa. La specie umana deve dunque compiere un salto evolutivo che, superando l’uomo stesso, dia origine al transumano. Sarebbe legittimo ipotizzare anche il rischio di una caduta o regressione, un’involuzione dei caratteri umani. Ciò nonostante, la mutazione prevista ha caratteri ottimisticamente ed esclusivamente progressisti.

È dunque una fede irrazionale nella razionalità. La questione che da sempre travaglia la teologia, ovvero il rapporto tra fede e ragione, viene spostata su un piano scientifico. L’uomo non è più messo di fronte a un Mistero, a una Rivelazione in cui deve credere per poterne cogliere il senso o che deve capire per poterci credere. Deve invece aver fede nel Progresso e nella sua promessa di salvezza. La ragione diventa così fede in sé stessa, struttura auto-referenziale che assorbe entrambi i termini della questione.

La razionalità è talmente compiaciuta dei suoi risultati pratici che dà loro valore escatologico. In realtà, in modo irrazionale e indimostrabile, l’homo technologicus s’è convinto d’aver raggiunto un punto cruciale del suo percorso evolutivo. Pensa di trovarsi nelle condizioni di non dover più dipendere da mutazioni lente e casuali della sua struttura genetica. Crede di poter afferrare le redini dell’evoluzione e imprimerle una brusca e positiva accelerazione verso il neo-uomo, l’oltre-uomo.

Da una parte i Padroni, parassiti di proporzioni gigantesche che contano di trarre dal transumanismo favolosi profitti. Dall’altra i Servi, massa gregaria e sottomessa costretta a subire gli effetti della rivoluzione tecno-antropologica senza averne alcun beneficio, anzi, degenerando verso condizioni subumane.

In questo, la scienza sembra inseguire la fantascienza – nel cui ambito da tempo vengono descritti modelli di transumanismo – senza tuttavia condividerne il carattere pessimista, talvolta profeticamente funesto e apocalittico. Si indulge in una mitologia progressista che proietta nel futuro rosee utopie ipertecnologiche, incuranti delle reali aspirazioni e necessità dell’essere umano. L’uomo non si realizza più nella bellezza o nell’amore ma nella possibilità di interfacciarsi a sofisticate protesi artificiali.

Teatro elisabettiano

Osservando la storia attraverso l’arte, la filosofia, la letteratura, dall’antichità ai nostri giorni, è per altro difficile pensare vi sia stata un’evoluzione della specie. Negli ultimi decenni notiamo anzi un rapido impoverimento delle nostre capacità espressive, linguistiche e simboliche. I nostri pensieri tendono a rozze semplificazioni, l’attenzione, la comprensione, la memoria, sembrano soffrire di una progressiva atrofia. Se paragono lo spettatore medio del teatro elisabettiano, uomo del popolo in grado di comprendere un fraseggiare ricco e articolato, al medio utente televisivo di oggi o alle forme di comunicazione sul Web, devo constatare non un aumento ma una desolante perdita di facoltà intellettuali.

E se ci volgiamo all’etica, è altrettanto difficile trovar motivi d’ottimismo. Il XX secolo è stato il più barbaro fra quelli conosciuti e il XXI mostra già i segni di un ulteriore degrado morale. Forse ha ragione chi ritiene che la negazione di Dio produce la negazione dell’uomo. Quindi, il progresso è limitato all’ambito tecnico-scientifico: macchine sempre più potenti e veloci, dispositivi elettronici, nanotecnologie, Internet ecc. È infatti su questo piano che si fonda il miraggio transumano. L’uomo conta di superare sé stesso diventando non più ma meno umano, assimilandosi a una macchina, implementando nella propria natura forme di intelligenza artificiale, di robotica, di cibernetica che ne aumentino le facoltà di calcolo o la proteggano dal decadimento biologico.

 

la negazione di Dio produce la negazione dell’uomo

Curiosamente, il transumanista nega all’evoluzione una volontà teleologica e intelligente, ma crede di poterla amministrare secondo i disegni della sua volontà finalistica e razionale. Questo paradosso non lo turba, né lo scoraggia dal pianificare razionalmente nuovi programmi evoluzionistici, basati sulla selezione eugenetica, la competizione, il depopolamento ecc. Quello che lo ispira è una rozza concezione dell’uomo, ridotto a meccanismo di circuiti neurologici, di terminazioni nervose, di strutture locomotorie ecc., entità programmabile e trasformabile mediante l’interazione con altri meccanismi creati dall’uomo stesso. Così, se un tempo l’uomo realizzava la sua potenzialità ontologica unendosi al Logos o al Brahman, oggi lo fa fondendosi con una macchina o con una Grande Rete.

In effetti, una forma di transumanismo è già implicita nelle tradizioni mistico-religiose. Nelle visioni elleniste, platonizzanti o neoplatoniche, nelle filosofie orientali, nella stessa prospettiva cristiana, si fa riferimento a un processo di deificazione dell’uomo, purificazione degli elementi percettivi, morali e cognitivi, che lo porta a trascendere le forme decadute del suo essere, trasformando la sua natura mortale in immortale, sollevandolo dalla precarietà dolorosa dell’esistenza. Il transumanismo religioso elevava l’uomo carnale a uomo spirituale, quello attuale lo riduce a uomo-automa. Si vuol trascendere il dato naturale attraverso il dato meccanico. È la macchina a rappresentare il Sovrannaturale.

E se nell’ascesi classica la natura era sottoposta alla Grazia, nel transumanismo moderno è soggetta alla volontà di un’élite che controlla la ricerca scientifica e la produzione tecnologica. L’altra parte di umanità dovrà mutare anche senza volerlo e senza sapere in quale direzione viene condotta, guidata da un ignoto Potere. Tuttavia, dovrà desiderarlo ardentemente e percepirlo come una sua libera scelta. La gente deve sentire tutti i limiti e le debolezze dell’umanismo, sognare di emanciparsi dalla sua umanità imperfetta. Una propaganda massiccia e persuasiva la stimola perciò a vedere nel transumanismo il Bene ultimo, cui ogni altro valore – in primis la libertà personale – va subordinato.

È presumibile quindi che la specie umana si divida in due sottospecie o caste. Da una parte i Padroni, parassiti di proporzioni gigantesche che contano di trarre dal transumanismo favolosi profitti. Dall’altra i Servi, massa gregaria e sottomessa costretta a subire gli effetti della rivoluzione tecno-antropologica senza averne alcun beneficio, anzi, degenerando verso condizioni subumane. I primi cercheranno, attraverso l’innesto di componenti tecnologiche nel loro corpo, di ampliare capacità fisiche e psichiche, di godere di piaceri prima sconosciuti, di prolungare la loro vita. I Servi – sempre più poveri e meno liberi – diventeranno invece terminali bio-tecnologici le cui strutture naturali saranno ibridate con dispositivi artificiali al solo scopo d’esser controllati, sfruttati, dominati.

Per svegliarci da tale incubo serve una rivolta delle coscienze. Un intervento esterno potrebbe scioglierci dai lacci esteriori di questa tirannia, e certo anche di questo abbiamo bisogno. Ma ancor più essenziale è ritrovare autonomia e verità interiori. Non dobbiamo liberarci solo dalle catene di microchip, nanotecnologie o sieri magici, ma da quelle più sottili dell’inerzia e del conformismo. Come un vecchio albero disse a uno giovane, “gli uomini ci abbattono a colpi d’ascia, ma i manici di quelle asce son fatti col nostro legno”. Così, la barbarie transumanista usa contro di noi la nostra acquiescenza, il nostro consenso.

E Rosemary? Alla fine, superato lo sconcerto, prende tra le braccia il figlio del demonio e lo culla. Spero che l’umanità, più lucidamente, prenda il piccolo Messia Transumano e lo uccida. Per dirla biblicamente: «Beato chi prenderà quel figlio maledetto e lo sfracellerà contro la roccia». Solo allora l’uomo potrà ritrovare in sé la vera trascendenza, ossia quel non plus ultra che è eternamente in lui.

Livio Cadè

 

 

Fonte: Ereticamente del 31 Ottobre 2021

Note:

(1) Rosemary’s Baby  è un film del 1968 diretto da Roman Polański e interpretato da Mia Farrow e John Cassavetes, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin. I novelli sposi Rosemary e Guy Woodhouse si trasferiscono nell’appartamento di un vecchio edificio di New York che, secondo il loro amico Hutch, ha una famigerata storia fatta di omicidi, suicidi e riti satanici. Qui Rosemary fa la conoscenza di Terry, una ex ragazza sbandata che è stata accolta in casa dagli anziani vicini Minnie e Roman Castevet e che pochi giorni dopo muore lanciandosi da una finestra. Sebbene Rosemary cerchi di evitare i due invadenti vicini, questi sembrano conquistare Guy, ambizioso attore all’inizio della carriera che comincia a trascorrere le sue serate con loro. Quando un attore rivale perde misteriosamente la vista, Guy ottiene la sua parte in uno spettacolo di Broadway e per celebrare la sua fortuna propone a Rosemary di avere un bambino.

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