Mi scrive una ragazza di nome Gaia e mi rimprovera di tacere davanti al pericolo mortale che corre l’umanità e il suo pianeta…

NON SI VIVE DI SOLO CLIMA

Mi scrive una ragazza di nome Gaia e mi rimprovera di tacere davanti al pericolo mortale che corre l’umanità e il suo pianeta: rischia di scomparire e voi parlate d’altro. C’è l’inquinamento e il riscaldamento globale, il clima cambia e voi qui a far finta di niente. Gaia usa il voi non per un residuo arcaico e rispettoso del lessico meridionale ma perché è convinta che noi anziani siamo un blocco unico. D’altra parte anche noi seniores consideriamo i ragazzi come se fossero un collettivo univoco, e non lo sono.

Ma la questione sollevata non è semplicemente tra “noi” e “loro”, perché riguarda nientemeno che la Terra, l’Umanità e il loro futuro. Dicono: stiamo andando verso la catastrofe, verso l’estinzione e continuate con le chiacchiere. Il rimprovero sottinteso è che voi anziani la vostra vita l’avete fatta e non vi frega niente del futuro; invece loro, i ragazzi, non vogliono finire con la fine del mondo. Il riferimento è naturalmente Greta Thunberg, e il suo atto d’accusa ai potenti della terra e a tutti gli insensibili. Sul clima si è fiondato pure Bill Gates con un libro manifesto. E il governo Draghi ha elevato un monumento in forma di ministero alla transizione ecologica.

Hai ragione Gaia, stiamo sottovalutando i rischi: per cecità, fatuo ottimismo, egoismo del presente, per non fermare la macchina in corsa… Anzi, per darti manforte, ho letto un libro che sostiene le tue ragioni. È di Carla BenedettiLa letteratura ci salverà dall’estinzione (L.C.) (Einaudi) e argomenta in chiave umanistica quello che tu dici in modo diretto.

Vorrei però dire qualcosa a te, a lei e a Greta. I pericoli che corre l’umanità non derivano tutti dal clima e dall’ambiente. C’è il gigantesco pericolo della sovrappopolazione, con una crescita dell’umanità a livelli mai raggiunti; aggravata dall’espansione illimitata dei consumi. Pensa solo ai miliardi di smartphone, pc e le onde elettromagnetiche che saturano l’atmosfera; che danni producono, non ancora calcolati? Chi potrà fermare il boom demografico e il relativo iperconsumo del pianeta? Se una fetta d’umanità brucia troppe risorse e inquina troppo, una più vasta parte d’umanità rende invivibile il pianeta perché lo riempie fino al collasso.

Tra i pericoli del futuro, oltre la bomba atomica in agguato come un vulcano minaccioso, ci sono i contagi: l’esperienza devastante del covid è un segnale d’allarme per le pandemie future. E restano sullo sfondo i pericoli di collisioni astrali che già provocarono l’estinzione di altri mondi, specie, epoche: corpi celesti che si schiantano sulla terra, solo per dirne una. E le catastrofi bibliche, i diluvi universali… Insomma i pericoli futuri sono tanti, non si risolvono nel clima e nell’ambiente e solo in parte dipendono dall’uomo e dai governi. Perciò mi pare ossessiva l’insistenza sull’antropocene, come se fosse la chiave della vita e della salvezza. E non si può ridurre la condizione umana a quella di “terrestri”, senza riferirci a ulteriori ed essenziali identità.

Antropocene

Ma come affrontare la situazione, con quale mentalità e visione? Siete davvero convinti che la nostra unica o principale preoccupazione debba essere quella di ribellarsi “ai morti di domani”; e si debbano dimenticare il passato, l’eterno, la religione, il pensiero e preoccuparsi solo dei posteri, che saranno come noi mortali di passaggio? La storia non serve, la fede non vale, per voi l’unica mobilitazione valida è per l’ambiente e per i futuri terrestri.

Di tutti i pericoli dovremmo preoccuparci solo di uno: ma questo non è riduzionismo? E non si riduce così la vita a mera sopravvivenza? Perché poi tutta questa attenzione per “i diritti dei non ancora nati” si arresta o si distrae davanti al diritto di abortire e di cancellare una vita futura nel nome della vita presente e dei diritti dei viventi? Si può chiedere una svolta radicale sull’ambiente senza mettere in discussione il sistema tecno-capitalistico e il primato del profitto a ogni costo che ne sono il motore e il movente? Pensate davvero che la più grande tragedia umana sia che con la fine del mondo nessuno ci ricorderà e porterà il lutto, come scrive la Benedetti? E se invece fosse atroce ma più consolante il contrario, pensare che almeno non lasceremo lutti, dolori e rimpianti?

Se i pericoli sono così vari ed estesi, e dipendono solo in parte dagli uomini, non è più sensato fare, si, la propria parte, ma poi abbandonarsi al destino, con amor fati, anziché affannarsi e angosciarsi a salvare – senza riuscirci – un futuro che sarà comunque e come sempre, fugace? In fondo l’unica consolazione davanti agli scenari catastrofici delineati è che nella peggiore delle ipotesi accadrà quel che comunque sarebbe accaduto e che sappiamo da sempre che succederà: prima o poi moriremo tutti. La saggezza di Omero e dei classici prevale su quella di Greta e dei suoi seguaci…

Certo, è bello il pensiero di Hannah Arendt che l’uomo non è un essere per la morte, come diceva il suo maestro Heidegger, ma è un essere per la nascita, per l’inizio. Ma si può abbracciare il bene supremo della nascita nell’epoca in cui in occidente è inviolabile il diritto all’aborto e nel sud del pianeta l’eccesso di nascite senza freni porta miseria, fame e morte?

Insomma, si, facciamo tutti la nostra parte, ciascuno secondo il suo grado di possibilità, e chiediamo pure ai potenti della terra una concreta attenzione a questi temi; ma siamo realisti, coi piedi per terra, l’esito non dipende solo da noi umani. La condizione umana, nel suo “transito terrestre”, è comunque la mortalità. In terra non si salva nessuno. Gaia, non prendertela con noi anziani se sarete pure voi mortali, e così i vostri figli.(1)

 

 

 

 

Fonte: MV, Panorama n.11 (2021)

(1) Fonte del blog.

Da un’intervista a Umberto Galimberti del 20 settembre 2013

Cos’è per lei la morte?

La morte; noi cristiani facciamo fatica a concepirla per la semplice ragione che non abbiamo interiorizzato il modello greco: che l’uomo è mortale. In Grecia avevano due parole per dire uomo, avevano la parola aner e la parola anthropos, non le usavano mai, all’epoca di Omero usavano la parola brotos, che vuol dire: colui che è destinato a morire; all’epoca di Platone thnetos: il mortale. I greci la morte la prendono sul serio, i cristiani invece non ci credono alla morte perché pensano che dopo questa vita ce ne sia un’altra, per cui da qui derivano le figure della speranza, della consolazione, che si traducono poi in: “sopporto tutti i dolori della vita tanto poi ce n’è un’altra” e quindi l’accettazione incondizionata della sofferenza. Se noi entriamo nelle chiese e guardiamo l’iconografia che caratterizzano i vari altari, vediamo solo scene di dolore, di sofferenza, di crocifissioni, di cuori infranti. Io faccio riferimento alla cultura cristiana e alla cultura greca perché sono le due radici dell’occidente, ma sono tra di loro così radicalmente antitetiche.

Cos’è per me la morte? Io sono greco (sorride).

Libri Citati

 

  • La letteratura ci salverà dall’estinzione
  • Carla Benedetti
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Vele
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 16 febbraio 2021
  • Pagine: 136 p., Brossura
  • EAN: 9788806248277.  Acquista € 11,40

 

Descrizione

«L’umanità rischia di scomparire. È la sfida più grande nella storia della nostra specie. Bisogna cambiare i modi di pensare che hanno provocato il danno. La letteratura, sorgente antica e sempre viva d’invenzione, può stimolare questa metamorfosi.» «Un libro colmo di importanti intuizioni sui dilemmi dell’arte e della letteratura in un’era di crisi planetaria» – Amitav Ghosh «Carla Benedetti racconta gli acrobati del tempo, letterati e poeti capaci di visione, capaci di tessere narrazioni positive e di farci immaginare come recuperare l’ecosistema» –

Per stimolare un radicale cambiamento di rotta di fronte ai rischi dell’Antropocene basterebbe mettersi nei panni di chi vivrà dopo di noi. Farsi cioè «acrobati del tempo» – afferma Carla Benedetti, citando Günther Anders. Ma non è così semplice. C’è resistenza a guardare lontano nel futuro. L’empatia scatta per i viventi di oggi, non per quelli che devono ancora nascere. Occorre una metamorfosi. E cosa c’è di piú potente della parola per mutare il nostro modo di ragionare e di sentire? Le opere del presente e del passato, da Omero a Amitav Ghosh, formano un campo di forze capace di liberare energie che portano in un’altra direzione. Dove l’economia, il diritto e la politica continuano a fallire, forse la letteratura e la filosofia potranno salvarci dall’estinzione

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