Diretto, crudo, disturbante. Eppure ogni pagina chiede la successiva, fino alla fine. Un romanzo forte, narrato con un linguaggio altrettanto forte, che turba ed emoziona

Diretto, crudo, disturbante. Eppure ogni pagina chiede la successiva, fino alla fine. E alla fine la storia resta per ciò cui essa dà voce: l’ambivalenza dell’animo umano, le sue più intime contraddizioni, il suo essere amore e disamore (verso sé, verso l’altro), bianco e pure nero.

   «Quando è stato? Tre ore fa, forse anche meno. Tre ore fa ero un uomo uguale a tutti gli altri. Com’è subdolo il dolore, come corre».

Non ti muovere è il racconto di un amore profondo e malato; di un amore – quello per i figli – che a volte mette in panchina e costringe a invertire le parti: i figli diventano custodi dei propri genitori; è il racconto di uno spaccato di vita in cui l’agiatezza fa perdere di vista ciò che è veramente importante: vivere la semplicità, gli attimi.

Un romanzo forte, narrato con un linguaggio altrettanto forte dall’autrice, che turba ed emoziona.

La Mazzantini ha una scrittura profonda con la quale riesce a creare scene di una vividezza straordinaria. È facile immaginare la paura e l’ansia di Timoteo seduto inerme nella sua casacca verde di chirurgo; la povertà e la remissività di Italia che non tenta neanche di affrancarsi dal suo miserevole destino; la sicurezza economica e l’agiatezza sociale di Elsa, moglie e madre sicura nel suo mondo di facciata. Una scrittura che prima di farsi leggere si fa vedere.

Non ti muove è, a mio parere, tante cose e sono sicuro che chiunque leggerà questo romanzo troverà un motivo per innamorarsene.

La trama del romanzo

Premio Strega 2002.

Una giornata di pioggia e di uccelli che sporcano le strade, una ragazza di quindici anni che scivola e cade dal motorino. Una corsa in ambulanza verso l’ospedale. Lo stesso dove il padre lavora come chirurgo. E lui che racconta l’accerchiamento terribile e minuzioso del destino. Il padre in attesa, immobile nella sua casacca verde, in un salotto attiguo alla sala operatoria. E in questa attesa, gelata dal terrore di un evento estremo, quest’uomo, che da anni sembra essersi accomodato nella sua quieta esistenza di stimato professionista, di tiepido marito di una brillante giornalista, di padre distratto di un’adolescente come tante, è di colpo messo a nudo, scorticato, costretto a raccontarsi una verità straniata e violenta. Parla a sua figlia Angela, parla a se stesso. Rivela un segreto doloroso, che sembrava sbiadito dal tempo, e che invece torna vivido, lancinante di luoghi, di odori, di oscuri richiami. Con precisione chirurgica Timoteo rivela ora alla figlia gli scompensi della sua vita, del suo cuore, in un viaggio all’indietro nelle stazioni interiori di una passione amorosa che lo ha trascinato lontano dalla propria identità borghese, verso un altro se stesso disarmato e osceno.

Margaret Mazzantini è riuscita a penetrare nei meandri di una coscienza maschile, è stata in grado di capire i meccanismi di violenza e di autocommiserazione che un uomo può mettere in campo per difendersi da una verità scomoda, ha saputo anche interpretare, con grande sensibilità, la sconvolgente caduta di difese, l’uscita dall’ipocrisia, la nuova consapevolezza che, da un trauma, un individuo può conquistare. E, senza operare giudizi, se non quelli che lo stesso protagonista dà di sé, emerge una pietà infinita per tutti coloro che vivono e amano, che si dibattono tra menzogna e verità, che non possono sfuggire ai momenti cruciali, discriminanti, della vita. Davanti a ogni perdita, davanti a ogni amore che finisce, c’è la possibilità di rassegnarsi e di continuare: questo non vale però, così almeno ci fa capire la scrittrice, se in gioco è la vita di un figlio.

 

Come inizia

A Sergio

 

Non hai rispettato lo stop. Sei passata in volata con la tua giacca di finto lupo, gli auricolari del walkman pressati nelle orecchie. Aveva appena piovuto, e presto sarebbe tornato a piovere. Oltre le ultime fronde dei platani, oltre le antenne, gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi in un altro volo. In basso, i passanti avevano il giornale o anche solo le mani sulla testa per proteggersi dalla grandine di sterco che pioveva dal cielo e s’accumulava sull’asfalto insieme alle foglie bagnate cadute dagli alberi, spargendo in giro un odore dolciastro e opprimente che tutti avevano fretta di lasciarsi alle spalle.

   Sei arrivata dal fondo del viale, in volata verso l’incrocio. Ce l’avevi quasi fatta, e quello della macchina ce l’aveva quasi fatta a schivarti. Ma c’era fango per terra, guano oleoso di storni in raduno. Le ruote della macchina hanno slittato dentro quella crosta sdrucciolevole, poco, ma quel poco è bastato a sfiorare il tuo scooter. Sei andata su verso gli uccelli e sei tornata giù dentro la loro merda, e insieme a te è tornato il tuo zaino con gli adesivi. Due dei tuoi quaderni sono finiti al limite del marciapiede in una pozzanghera d’acqua nera. Il casco è rimbalzato sulla strada come una testa vuota, non l’avevi agganciato. I passi di qualcuno ti hanno subito raggiunta. Avevi gli occhi aperti, la bocca sporca, senza più incisivi. L’asfalto ti era entrato nella pelle, punteggiandoti le guance come la barba di un uomo. La musica si era interrotta, gli auricolari del walkman erano scivolati dentro i tuoi capelli. L’uomo della macchina ha lasciato lo sportello spalancato ed è venuto verso di te, ha guardato la tua fronte aperta e si è portato le mani in tasca per cercare il cellulare, lo ha trovato, ma gli è caduto dalle mani. Un ragazzo lo ha raccolto, è stato lui a chiamare i primi soccorsi. Intanto il traffico s’era fermato. C’era quella macchina di traverso sulle rotaie e il tram non poteva passare. L’autista è sceso, sono scesi in molti, e hanno camminato verso di te. Gente che non avevi mai visto ti ha sfiorato con lo sguardo. Un piccolo gemito ti è uscito dalle labbra insieme a un bozzolo di schiuma rosata, mentre te ne andavi dalla vita vigile. C’era traffico, l’ambulanza ha tardato. Tu non avevi più fretta. Eri ferma dentro la tua giacca di pelo come un uccello senza vento.

   Poi hanno scavalcato il traffico con le sirene spiegate. Le macchine si sono strette contro il guardrail, hanno sconfinato oltre il marciapiede sul lungo fiume, mentre la bottiglia della fisiologica ballava sulla tua testa, e una mano lasciava e stringeva il pallone azzurro del va e vieni per pomparti il respiro nei polmoni. Al pronto soccorso la rianimatrice che ti ha preso in consegna ti ha spinto un dito tra mandibola e osso ioide, in un punto del dolore. Il tuo corpo ha reagito troppo lievemente. Ha preso delle garze e ti ha pulito il sangue che scendeva dalla fronte. Ti ha guardato le pupille, erano immobili e dissimili. Il respiro era bradipnoico. Ti hanno infilato in bocca una cannula di Guedel, per riposizionarti la lingua che era scivolata all’indietro, poi hanno inserito il sondino dell’aspirazione. Hanno tirato su sangue, catrame, muco, e un dente. Ti hanno attaccato la clip del saturimetro al dito per misurare l’ossigenazione del sangue, la percentuale di ossiemoglobina era troppo bassa: ottantacinque per cento. Allora ti hanno intubata. La lama del laringoscopio ti è scivolata in bocca con la sua luce algida. È entrato un infermiere spingendo la colonna del monitoraggio cardiaco, ha infilato la spina ma la macchina non è partita. Le ha dato un colpo, un piccolo colpo di lato, e il monitor s’è acceso. Ti hanno alzato la maglietta, ti hanno premuto sul petto le ventose degli elettrodi. Hai aspettato un po’ perché la sala TAC non era libera, poi ti hanno infilato nel tunnel di irradiazione. Il trauma era nella zona temporale. Oltre il vetro, la rianimatrice ha chiesto al radiologo di fare nuove sezioni, più ravvicinate. Hanno visto la profondità e l’estensione dell’ematoma fuori dal parenchima cerebrale. L’ematoma da contraccolpo, se c’era, non era ancora visibile. Ma non ti hanno mandato in vena il mezzo di contrasto, temevano complicazioni renali. Hanno subito chiamato il terzo piano perché preparassero la sala operatoria. La rianimatrice ha chiesto: «Chi c’è di turno in neurochirurgia?».

   Così, hanno cominciato a prepararti. Un’infermiera ti ha spogliata lentamente, tagliando i vestiti con le forbici. Non sapevano come fare per avvertire i tuoi familiari. Speravano di trovarti un documento addosso, ma non ne avevi. C’era il tuo zaino, lì hanno preso il tuo diario. La rianimatrice ha letto il nome, poi il cognome. È rimasta sul cognome e solo dopo un po’ è tornata sul nome. Una folata di caldo le ha arroventato il viso, ha avuto bisogno di respirare e ha faticato a farlo, come se un boccone sgarbato le strozzasse il cammino dell’aria. Allora ha scordato il suo ruolo cruento, ti ha guardato il viso come una donna qualunque. Ha frugato i tuoi lineamenti tumefatti, nella speranza di allontanare lo sgomento di quel pensiero. Ma tu mi somigli, e Ada non ha potuto non accorgersene. L’infermiera ti stava rasando la testa, i tuoi capelli cadevano sul pavimento. Ada ha mosso un braccio verso quella caduta di ciocche castane. «Piano, fai piano» ha sussurrato. Ha camminato verso la rianimazione, verso il neurochirurgo di guardia.

   «La ragazza, quella che hanno appena portato…»

   «Sei senza mascherina, usciamo.»

   Hanno lasciato quel luogo asettico dove i parenti non sono ammessi, dove i malati giacciono nudi accanto al soffio del loro respiro artificiale e insieme sono tornati nella stanza dove l’infermiera ti stava preparando. Il neurochirurgo ha guardato nel monitor il tracciato dell’elettrocardiogramma e della pressione sanguigna. «È ipotesa» ha detto, «avete escluso lesioni toraciche o addominali?» Poi ti ha guardata, di sfuggita. Ti ha spalancato le palpebre con un moto rapido delle dita.

   «Allora?» ha detto Ada.

   «Sono pronti in sala operatoria?» ha chiesto lui all’infermiera.

   «Stanno preparando.»

   Ada ha insistito: «Non ti sembra che gli somigli?».Il neurochirurgo s’è voltato e ha sollevato il radiogramma della TAC verso la luce che entrava dalla finestra: «L’ematoma è esteso tra cervello e dura madre…».

   Ada ha stretto le mani l’una dentro l’altra, ha alzato il tono della voce: «Gli somiglia, vero?».

   «… Potrebbe essere anche intradurale.»

   Fuori pioveva. Ada ha attraversato il tratto di impiantito esterno che separa il pronto soccorso dal padiglione di medicina generale, le braccia conserte strette nella casacca a mezza manica, i passi silenziosi dentro gli zoccoli di gomma verde. Non ha preso l’ascensore per salire in chirurgia, è salita a piedi. Aveva bisogno di muoversi, di fare qualcosa. La conosco da venticinque anni. Prima di sposarmi, per un breve periodo, le ho fatto una corte troppo in bilico tra il gioco e la sincerità. Ha spalancato la porta. Nel salotto dei medici c’era un infermiere che stava portando via le tazze del caffè. Ha preso dai contenitori una cuffia e una mascherina, se li è infilati in fretta, poi è entrata.

   Devo averla vista dopo un po’, quando ho mosso lo sguardo verso la ferrista per passarle le klemmer. Ho pensato che era strano vederla lì, lei è fissa in rianimazione e ci incontriamo di rado, il più delle volte al bar nel sottosuolo. Ma non le ho prestato particolare attenzione, non le ho nemmeno fatto un cenno di saluto con la testa, ho sganciato un’altra klemmer e l’ho passata. Ada ha aspettato che le mie mani non fossero sul campo operatorio. «Professore, deve venire» ha sussurrato. La ferrista stava scartando l’ago lanceolato dal suo involucro sterile, ho sentito il rumore della carta plastificata che si strappava mentre giravo lo sguardo dentro quello di Ada. Mi era vicinissima, e non me n’ero accorto. Ho trovato due occhi di donna nudi, senza trucco, vibranti dentro un luccichio. Prima di passare in rianimazione è stata una delle migliori anestesiste dell’ospedale, ha soffiato il protossido d’azoto dentro molti miei pazienti. L’ho vista immota di emozioni anche nei momenti più gravi e l’ho sempre stimata per questo, perché so quanta fatica le è costata sotterrare se stessa dentro la sua casacca verde.

   «Dopo» ho detto.

   «No, è urgente, professore, la prego.»

   Il tono della sua voce era alterato da una strana autorità. Credo di non aver pensato a nulla, ma le mie mani si sono fatte pesanti. La ferrista mi porgeva il portaghi. Non ho mai lasciato un intervento prima di ultimarlo. Ho stretto la mano e mi sono accorto che l’impulso era arrivato in ritardo. Mi apprestavo a ricucire la fascia muscolare dell’addome. Ho fatto un passo indietro per staccarmi dal paziente e ho urtato contro qualcuno alle mie spalle. «Finisci tu» ho detto al mio assistente. La ferrista gli ha passato il portaghi. Ho sentito il rumore del ferro che sbatteva sulla mano inguantata, un suono sordo che è risalito nelle mie orecchie amplificato. Tutti i presenti hanno sfiorato Ada con lo sguardo.

   La porta della sala operatoria si è richiusa silenziosa e profonda alle nostre spalle. Eravamo fermi l’uno davanti all’altra nella sala della preanestesia.

   «Allora?»

   Il petto di Ada era in affanno sotto la casacca, le braccia scoperte, chiazzate di freddo.

   «C’è una ragazza giù da noi, professore, con un trauma cranico…» Senza quasi accorgermene, con un gesto automatico mi ero sfilato i guanti.

   «Mi dica.»

   «Ho trovato il diario… c’era il suo cognome, professore.»

   Ho alzato una mano, le ho strappato la mascherina dal viso. Non c’era più concitazione nella sua voce, il coraggio era finito. C’era una richiesta di aiuto calma e sfiatata:

   «Come si chiama sua figlia?»

   Credo di essermi piegato su di lei per guardarla meglio, per cercare nel fondo dei suoi occhi un nome che non fosse il tuo.

   «Angela» ho soffiato dentro quegli occhi, e li ho visti dilagare.

   Ho corso giù per le scale, ho corso sotto la pioggia dell’esterno, ho corso mentre un’ambulanza che arrivava sparata inchiodava a due passi dalle mie gambe, ho corso dentro i battenti della porta a vetri dell’astanteria, ho corso attraverso la sala degli infermieri, ho corso nella stanza dove qualcuno con un arto fratturato gridava, ho corso nella stanza accanto, vuota e in disordine. Mi sono fermato. C’erano i tuoi capelli per terra. I tuoi capelli castani e ondulati raccolti in un mucchietto insieme a qualche garza insanguinata.

   In un attimo sono polvere che cammina. Mi trascino dentro il reparto di rianimazione, lungo il corridoio, fino alla parete di vetro. Sei lì, rasata, intubata, cerotti chiari intorno alla faccia gonfia e annerita. Sei tu. Oltrepasso il vetro e ti sono accanto. Sono un padre qualunque, un povero padre sfondato dal dolore, senza saliva in bocca, sudato e freddo tra i capelli. È qualcosa che non può andare giù, resta in stallo in un vago limbo di stupor. Sono in bambola, in embolia di dolore. Chiudo gli occhi e rifiuto quel dolore. Tu non sei lì, sei a scuola. Riaprendo gli occhi non ti troverò. Troverò un’altra, non importa chi, una a caso nel mondo. Ma non te, Angela. Spalanco gli occhi e sei proprio tu, una a caso nel mondo.

   C’è una scatola per terra con scritto sopra rifiuti pericolosi, prendo l’uomo e lo butto lì dentro. Devo farlo, è il mio dovere, l’unica cosa che mi resta. Devo guardarti come se tu non mi appartenessi. Un elettrodo ti lambisce malamente un capezzolo, lo stacco e lo posiziono con maggiore decenza. Guardo il monitor: cinquantaquattro battiti. Adesso meno: cinquantadue. Ti sollevo le palpebre, le pupille sono anisocoriche, quella destra è completamente dilatata, la lesione endocranica è in quell’emisfero. Bisogna operarti immediatamente, per far respirare il cervello, quella massa spostata dall’ematoma che ora preme contro la scatola cranica, dura, inestensibile, soffocando i centri che innervano tutto il corpo, privandoti ogni istante che passa di qualcosa di te stessa. Mi volto verso Ada:

   «Le avete fatto il cortisone?»

   «Sì, professore, anche un gastroprotettore.»

   «Ci sono altre lesioni?»

   «Una sospetta rottura di milza.»

   «Emoglobina?»

   «Dodici.»

   «Chi c’è in neurochirurgia?»

   «Io, ci sono io. Ciao, Timoteo.»

   Alfredo mi mette una mano sulla spalla, ha il camice sbottonato, i capelli e la faccia bagnati.

   «Mi ha telefonato Ada, ero appena andato via.»

   Alfredo è il migliore della sua divisione, eppure non gode di grande considerazione da parte di nessuno, è incerto nei modi, spesso scostante, senza meriti visibili; opera all’ombra del primario, si spompa mentre quello lo sta a guardare. Gli ho dato dei consigli tanti anni fa, ma lui non mi è stato a sentire, il suo carattere non è all’altezza del suo talento. È separato dalla moglie e so che ha un figlio adolescente, più o meno della tua età. Non era di guardia, avrebbe potuto sottrarsi, a nessun chirurgo fa piacere operare il parente di un collega. Invece si è buttato su un taxi, si è fatto lasciare in mezzo al traffico, per far prima ha scavalcato a piedi le macchine sotto la pioggia. Non so se io avrei fatto lo stesso.

   «È pronto, di sopra?» dice Alfredo.

   «Sì» risponde l’infermiera.

   «Saliamo subito.»

   Ada si avvicina a te, ti stacca dal respiratore automatico e ti riattacca al pallone di Ambu per trasportarti. Poi ti mettono in viaggio. Vedo un tuo braccio che cade oltre la barella mentre ti caricano sull’ascensore, Ada si abbassa per raccoglierlo.

   Resto con Alfredo, ci sediamo nella stanza vicino alla rianimazione. Alfredo accende la luce del diafanoscopio, posa la tua TAC lì sopra e la guarda da molto vicino. Si ferma in un punto, stringe la fronte tra i sopraccigli, sforza lo sguardo. So cosa vuol dire cercare una traccia che ti corra in aiuto dentro la nebulosa di una radiografia.

   «Vedi» dice, «l’ematoma principale è questo, appena sopra la dura madre, lo raggiungo facilmente… Bisogna vedere quanto sta soffrendo il cervello, questo non lo posso prevedere. Poi c’è un punto qui, più interno, non lo so, forse è un versamento da contraccolpo…»

   Ci guardiamo dentro quella luce livida che proietta alle nostre spalle il tuo cervello. Sappiamo di non poterci mentire.

   «Potrebbero esserci complicanze ischemiche già in corso» sussurro.

   «Devo aprire, così capiamo.»

   «Ha quindici anni.»

   «Meglio, il cuore è forte.»

   «Lei non è forte… è piccola.»

   Mi piego sulle ginocchia e ora piango, senza ritegno, premendomi le mani sulla faccia bagnata:

   «Morirà, vero? Lo sappiamo tutti e due, ha la testa allagata.»

   «Non sappiamo un cazzo, Timoteo.»

   È sceso in ginocchio da me, mi prende per le braccia e mi scuote forte, e intanto scuote se stesso:

   «Ora apriamo e vediamo. Aspiro l’ematoma, do fiato al cervello e vediamo che succede.»

   Si tira su.

   «Stai dentro con me, sì?»

   Mi passo l’avambraccio sotto il naso e sugli occhi prima di rialzarmi. Sulla peluria mi resta una scia luccicante di muco.

   «No, non mi ricordo nulla del cervello, non ti servirei a niente…»

   Alfredo mi fissa con quel suo sguardo imperterrito, sa che sto mentendo.

   In ascensore non parliamo più, guardiamo in alto i numeri luminosi dei piani che scompaiono. Ci separiamo senza parole, senza nemmeno toccarci. Faccio pochi passi e mi siedo nel salotto dei medici. Alfredo si sta preparando. Inseguo col pensiero i suoi gesti, quel rituale che conosco così bene. Le braccia scivolano fino ai gomiti nel grande lavabo di acciaio, le mani scartano la spugna disinfettata, ho l’odore dell’ammonio nel naso… L’infermiera gli passa le pezze laparatomiche per asciugarsi, la ferrista gli lega il camice. C’è un silenzio insolito qui intorno, un silenzio di gente ammutolita. Un infermiere che conosco bene passa davanti alla porta che è aperta, incrocio il suo sguardo: uno sguardo che subito precipita a terra, sui passi di gomma. Ora c’è Ada sulla porta. Ada che non si è mai sposata, che ha una casa a piano terra con un giardino dove cascano i panni dei condomini.

   «Stiamo iniziando, è sicuro che non vuole venire?»

   «Sì.»

   «Ha bisogno di qualcosa?»

   «No.»

   Annuisce, tenta di sorridere.

   «Senta, Ada» la fermo.

   Torna a voltarsi: «Professore?».

   «Se dovesse succedere, faccia uscire tutti, e prima di venirmi a chiamare, le tolga il respiratore dalla bocca, gli aghi, stacchi tutto, ricopra la parte… Insomma restituitemela dignitosamente.»

   Adesso Alfredo ha oltrepassato la zona filtro ed è entrato in sala operatoria con le braccia alzate, l’assistente gli va incontro per infilargli i guanti. Tu sei sotto la scialitica. A me resta il compito più atroce: avvertire tua madre. È partita per Londra questa mattina, lo sai, doveva intervistare qualcuno, un ministro, credo, era molto eccitata. Il taxi con lei dentro ti ha preceduto di poco sotto il portone. Vi ho sentite discutere in bagno. Sabato sei rientrata un po’ troppo tardi, a mezzanotte e un quarto, quei quindici minuti di ritardo sull’orario convenuto l’hanno irritata molto, su certe cose non è affatto indulgente, non sopporta gli strappi, le sembrano un vero e proprio attentato alla sua calma. È una madre gentile, nonostante queste rigidità, che certo la tutelano, ma, credimi, la opprimono anche. Lo so che non fai nulla di illecito, ti incontri con i tuoi amici davanti alla scuola sbarrata. Restate a parlare nel buio, nel gelo, stretti alle maniche dei pullover che vi allungate sulle mani, sotto le scritte, sotto quel grande graffito. Ti ho sempre lasciata fare, mi fido di te, mi fido anche dei tuoi errori. Ti conosco per quella che sei a casa e nei rari momenti che stiamo insieme, ma non so cosa sei con gli altri. So che hai un bel cuore, e lo sperdi tutto nel solco di grandiose amicizie. Brava, è uno scintillio che vale la pena di vivere. Ma tua madre non la pensa così, pensa che studi poco, che sprechi energie, e che non raggiungerai per tempo le tappe dei tuoi studi.

   Qualche volta tu e i tuoi amici attraversate a piedi l’isolato e vi interrate in quel pub all’angolo, quel budello fumoso sotto il livello della strada. Ho infilato gli occhi una volta, dall’alto, dentro una di quelle finestre basse sul marciapiede, vi ho visti ridere, abbracciarvi, schiacciare le cicche nei posacenere. Ero un cinquantacinquenne elegante e solo a spasso nella notte e voi eravate lì in basso oltre quelle finestrelle con le grate dove i cani si fermano a odorare, eravate così giovani, così serrati. Siete bellissimi, Angela, volevo dirtelo. Bellissimi. Vi ho spiati, vergognandomi quasi, con la stessa curiosità con cui un vecchio guarderebbe un bambino che scarta un dono. Sì, vi ho visti scartare la vita, là sotto, in quel pub denso di fumo.

   Ho parlato ora con la mia segretaria. È riuscita a preavvertire l’aeroporto di Heathrow. Andranno a prendere Elsa al finger e la porteranno in un salotto privato per spiegarle la situazione. È terribile saperla lassù in cielo, con il pacco dei giornali sulle ginocchia, ignara di tutto. Ci crede salvi qui sotto, figlia mia, e vorrei che il suo volo non finisse mai, che continuasse all’infinito attraverso i cieli del mondo. Magari sta guardando una nuvola, una di quelle nuvole che scoprono appena il sole, una striscia scintillante che entra attraverso il piccolo vetro per illuminare il suo viso. Starà leggendo l’articolo di un collega, lo commenterà con piccoli aggiustamenti della bocca. Conosco così bene la sua gestualità involontaria, è come se ogni emozione avesse sul viso un microscopico rivelatore. L’ho avuta tante volte accanto a me in aereo. Conosco le pieghe del suo collo, quella piccola borsa che la pelle fa sotto il mento quando abbassa la testa per leggere, conosco la stanchezza dei suoi occhi, quando si toglie gli occhiali e chiude le palpebre appoggiando la testa all’indietro sullo schienale. Ora l’hostess le starà porgendo il vassoio della colazione, lei lo rifiuterà in perfetto inglese e chiederà: «Just a black coffee» e aspetterà che l’odore di quel cibo preconfezionato si allontani da lei. Tua madre è sempre in terra, anche quando è in cielo. Ora avrà la fronte spostata verso l’oblò, forse ha tirato la tendina rigida sul vetro: sarà la sua mezz’ora di riposo. Starà pensando a tutti i giri che deve fare, sicuramente anche oggi vorrà riuscire ad andare in centro per comperare qualcosa. L’ultima volta ti ha portato quel poncho bellissimo, ti ricordi? Ma no, forse è ancora arrabbiata con te… Cosa penserà quando l’hostess di terra le verrà incontro? Come franeranno le sue gambe? Con che faccia guarderà il mondo internazionale della gente che va e viene? Con quale sgomento? Diventerà vecchia, sai, Angela, diventerà vecchissima. Ti ama così tanto. È una donna affrancata, evoluta, così adatta alla socialità, ha imparato tutto, ma non conosce il dolore, crede di conoscerlo, ma non sa. È lassù in cielo e ancora non sa cos’è questo quaggiù. È l’atrocità fissa nel petto, dove il petto non c’è più. C’è un buco che risucchia tutto a una velocità frenetica, come un vortice, risucchia cassetti, abiti, fotografie, assorbenti, pennarelli, compact disc, odori, compleanni, tate, braccioli da mare, pannolini. Tutto via. Dovrà fare un bel raschiamento in quell’aeroporto. Resterà la piazza deserta della sua vita, una borsa vuota appesa alla spalla. Forse correrà verso la vetrata da dove si vedono partire gli aerei, sbatterà contro quella parete di cielo come una bestia scaraventata da un’alluvione.

   La mia segretaria ha parlato con un dirigente dell’aeroporto, le ha assicurato che useranno la massima cautela, faranno di tutto per non allarmarla troppo. È tutto organizzato, prenderà il primo volo per tornare indietro, c’è un British che parte immediatamente dopo il suo arrivo. È tutto organizzato, la faranno sedere in un angolo tranquillo, le porteranno un tè, le porgeranno la cornetta del telefono. Ho il cellulare acceso nella tasca, ho già controllato, c’è una buona ricezione, quattro tacche, è importante. Mentirò, cercherò di non dirle che sei gravissima, naturalmente non mi crederà. Crederà che sei morta. Ma farò di tutto per essere convincente. Porti un anello al pollice, non me n’ero accorto. Ada ha faticato a sfilartelo, ora lo tengo in tasca, cerco di infilarci il mio, di pollice, ma non ce la faccio, ora provo con il medio, quello forse entra. Ma tu non morire, Angela, non morire prima che tua madre sia atterrata. Non lasciare che la tua anima attraversi le nuvole che lei sta guardando serena. Non tagliare la rotta del suo aereo, resta, figlia nostra. Non ti muovere.

   Ho freddo, sono ancora in pigiama da lavoro, forse dovrei cambiarmi, le mie cose sono nell’armadietto di metallo con il mio nome. Ho appeso la giacca sopra la camicia con cura, ho lasciato il portafogli e le chiavi della macchina nello scomparto superiore, e ho chiuso il lucchetto. Quando è stato? Tre ore fa, forse anche meno. Tre ore fa ero un uomo uguale a tutti gli altri. Com’è subdolo il dolore, come corre. È come se un acido stesse svolgendo il suo mestiere corrosivo in profondità. Ho le braccia posate sulle gambe. Oltre la tenda a listelli, vedo una porzione del padiglione di oncologia. Non ho mai soggiornato in questa stanza, ci sono entrato solo di passaggio. Sono seduto su un divano in similpelle, davanti a me ci sono un tavolo basso e due sedie vuote. Il pavimento è verde, ma nella sua malta ha grani scuri, che nei miei occhi si muovono isterici, come virus al microscopio. Perché ora mi sembra di averla attesa questa tragedia.

   Un corridoio, due porte, il coma ci separano. Mi chiedo se è possibile sconfinare oltre il carcere di questa distanza, provare a immaginarla tutoria come un confessionale, e sui grani danzanti di questo pavimento chiederti udienza, figlia mia.

   Sono un chirurgo, un uomo che ha imparato a dividere, a separare la parte sana da quella malata, ho salvato molte vite, ma non la mia, Angela.

   Da quindici anni abitiamo la stessa casa. Conosci il mio odore, il mio passo, il modo con cui tocco le cose, la mia voce priva di squilibri, conosci i lati morbidi del mio carattere e quelli ostili, talmente irritanti da diventare indifendibili. Non so che idea ti sei fatta di me, ma posso immaginarla. L’idea di un padre responsabile, non privo di un suo sardonico senso dell’umorismo, ma troppo appartato. Sei legata da un sentimento saldo a tua madre, iroso a volte, ma vivo. Io sono stato un completo da uomo, appeso a lato della vostra relazione. Più che la mia persona, di me hanno raccontato le mie assenze, i miei libri, il mio impermeabile all’ingresso. È un racconto che io non conosco, scritto da voi con gli indizi che vi ho lasciati. Come tua madre, anche tu hai preferito sentire la mia mancanza, perché avermi forse ti costava fatica. Tante volte uscendo al mattino ho avuto la sensazione che foste voi due insieme, la vostra energia, a spingermi verso la porta di casa per liberarvi del mio ingombro. Amo la naturalezza della vostra unione, la guardo con un sorriso, voi, in qualche misura, mi avete protetto da me stesso. Io non mi sono mai sentito “naturale”, mi sono impegnato per esserlo, tentativi striduli, perché impegnarsi per essere naturali è già una sconfitta. Così ho accettato il modello che mi avete ritagliato nella carta velina dei vostri bisogni. Sono rimasto un ospite fisso in casa mia. Non mi sono indignato nemmeno quando in mia assenza, durante le giornate di pioggia, la cameriera ha spostato lo stenditoio con i vostri panni accanto al calorifero nel mio studio. Mi sono abituato a queste umide intrusioni senza ribellarmi. Sono rimasto sulla mia poltrona senza poter allungare troppo le gambe, ho posato il libro sulle ginocchia e mi sono fermato a guardare la vostra biancheria. Ho trovato in quei panni umidi una compagnia che forse superava quella delle vostre persone, perché in quelle trame sottili e candide io catturavo il profumo fraterno della nostalgia, di voi, certo, ma soprattutto di me stesso, della mia latitanza. Lo so, Angela, per troppi anni i miei baci, i miei abbracci sono stati goffi, stentati. Ogni volta che ti ho stretta, ho sentito il tuo corpo scosso da un fremito d’impazienza, se non addirittura di disagio. Non ti ci ritrovavi, ecco tutto. Ti è bastato sapere che c’ero, guardarmi in lontananza, come un viaggiatore appeso al finestrino di un altro treno, scialbato da un vetro. Sei una ragazza sensibile e solare, ma di colpo il tuo umore cambia, diventi rabbiosa, cieca. Ho sempre avuto il sospetto che questa ira misteriosa, dalla quale riaffiori sconcertata e un po’ triste, ti sia cresciuta dentro per causa mia.

   Angela, a ridosso della tua schiena incolpevole c’è una sedia vuota. Dentro di me c’è una sedia vuota. Io la guardo, guardo la spalliera, le gambe, e aspetto, e mi sembra di ascoltare qualcosa. È il rumore della speranza. Lo conosco, l’ho udito affannarsi nel fondo dei corpi e affiorare negli occhi delle miriadi di pazienti che ho avuto davanti, l’ho sentito fermarsi in stallo tra le mura della sala operatoria, ogni volta che ho mosso le mie mani per decidere il corso di una vita. So esattamente di cosa m’illudo. Nei grani di questo pavimento che ora si muovono lenti come fuliggine, come ombre morenti, m’illudo che quella sedia vuota si riempia anche per un solo lampo di una donna, non del suo corpo, no, ma della sua pietà. Vedo due scarpe décolletées color vino, due gambe senza calze, una fronte troppo alta. E lei è già davanti a me per ricordarmi che sono un untore, un uomo che segna senza cautela la fronte di chi ama. Tu non la conosci, è passata nella mia vita quando ancora non c’eri, è passata ma ha lasciato un’impronta fossile. Voglio raggiungerti, Angela, in quel limbo di tubi dove ti sei coricata, dove il craniotomo scassinerà la tua testa, per raccontarti di questa donna.

La incontrai in un bar. Uno di quei bar di periferia con il caffè cattivo, come l’odore che arrivava dalla porta del cesso socchiusa alle spalle di un vecchio calciobalilla con i giocatori decapitati dalla furia degli avventori. Si soffocava dal caldo. Come ogni venerdì, raggiungevo tua madre nella casa al mare che affittavamo sul litorale a sud della città. La mia auto si era spenta senza sussultare, come un cerino, sulla statale deserta costeggiata da un prato arso e sudicio e da qualche capannone industriale. Avevo camminato sotto il sole per raggiungere gli unici palazzi che si vedevano in lontananza in quella frangia estrema di periferia. Erano i primi di luglio di sedici anni fa.

   Entrai nel bar sudato e di pessimo umore. Ordinai un caffè e un bicchiere d’acqua e chiesi di un meccanico. Lei era curva, armeggiava con il braccio dentro al frigorifero. «Intero non c’è?» furono le prime parole che le sentii dire, rivolta al ragazzo dietro al banco, un ragazzo con il volto butterato e un piccolo grembiule ingrigito stretto intorno alla vita. «Boh» rispose lui, mentre mi serviva l’acqua, premurandosi pure di infilare sotto il bicchiere un gocciolante piattino di peltro. «Fa niente» disse lei, e posò sul bancone, a pochi millimetri da me, una confezione di latte scremato. Le sue dita si infilarono in un borsellino da bambina, di plastica a fiori con la chiusura a scatto, tirò fuori i soldi e li spinse accanto al latte. «Il meccanico c’è» disse, raccogliendo gli spiccioli del resto, «ma chissà se è aperto.» Mi voltai al suono di quella voce sfiatata come lo gnaulio di un gatto. Fu la prima volta che i nostri occhi s’incontrarono. Non era bella e nemmeno troppo giovane. I capelli decolorati malamente incorniciavano un viso magro ma robusto di ossa, al centro del quale brillavano due occhi rattristati dal trucco troppo marcato. Lasciò il latte sul bancone e si diresse verso il juke-box. Quel locale buio in tanto sole con quel puzzo acre di fogna ingorgata si riempì delle note stucchevoli di un complesso inglese molto in voga in quegli anni. Rimase in piedi, quasi aggrappata al juke-box, chiuse gli occhi e cominciò a oscillare lentamente la testa. Rimase così, una sagoma tremolante nell’ombra in fondo al bar. Il barista scivolò fuori dal bancone e si affacciò sulla porta per indicarmi la strada. Feci il giro dell’isolato senza riuscire a trovare l’officina. Per strada non c’era nessuno. In alto, su un terrazzino, un vecchio scrollava una tovaglia. Tornai nel bar, ancora più sudato.

   «Mi sono perso.»

   Presi dal contenitore qualche tovagliolo di carta e mi asciugai la fronte.

   Il juke-box era spento, lei era ancora lì. Tramortita su una sedia, guardava davanti a sé masticando una gomma americana. Si alzò, raccolse il suo cartone di latte dal bancone e salutò il ragazzo. Sulla soglia si fermò.

   «Io passo lì davanti, se vuole…»

   Mi misi dietro ai suoi passi sotto il sole cocente. Indossava una maglietta viola e una gonna corta verde ramarro, ai piedi un paio di sandali di fettucce variopinte a tacco alto, sopra ai quali le sue gambe magre si affannavano sgraziate. Il latte lo aveva infilato in una borsa patchwork dalla tracolla lunghissima che le arrivava quasi al ginocchio. Non badava a me, camminava veloce senza mai voltarsi, strascinando i piedi sull’asfalto dissestato, troppo attaccata ai muri, fino a sfiorarli.

 

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L’autrice

Margaret Mazzantini è nata a Dublino, in Irlanda. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega, premio Grinzane Cavour), Venuto al mondo (premio Campiello), Nessuno si salva da solo, Mare al mattino e Splendore. Vive a Roma con la sua famiglia.

 

 

 

 

 

  • Non ti muovere
  • Margaret Mazzantini
  • Editore: Mondadori
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • Anno edizione: 2001
  • In commercio dal: 23 ottobre 2001
  • Pagine: 295 p.
  • EAN: 9788804489474  Acquista € 5,00

 

 

 

 

 

Da questo libro è stato tratto il film “Non ti muovere” film del 2004 diretto da Sergio Castellitto. Gli interpreti, oltre allo stesso Castellitto, da Penélope Cruz e Claudia Gerini. Il film uscì nelle sale italiane il 12 marzo 2004. Venne presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2004.

 

 

 

 

 

Riccardo Alberto Quattrini

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