C’è infatti un filo che collega la distruzione di Palmira al più recente oltraggio alla memoria e al lascito di Dostoevskij e di van Gogh

NOTE SULLA DISTRUZIONE


Peculiarità di tutti i fenomeni extra-ordinari, feroci, disturbanti, è la loro capacità di produrre, nell’immediato, una scarica emotiva quasi sempre molto intensa, quanto breve e insignificante. Per questo, nell’indignazione – che rimane leggibile sempre e solo come mera espressione dell’effimero – accade di tutto, tranne che una seria e approfondita presa di coscienza sulla complessità di un dato fenomeno. Questo, che non è un dettaglio secondario, trae sistematicamente in inganno il cittadino comune, costringendolo a focalizzare la propria attenzione sempre sul particolare, sul gesto esperito in un luogo e in un tempo ben preciso: ma mai sull’insieme.

Nel recente caso delle due giovani inglesi, ad esempio, il primo aspetto a non essere stato pienamente colto è la non casualità del caso. Quello che infatti ai molti è sembrato un gesto deleterio, folle, isolato non è, in verità, che la perentoria manifestazione di una oramai sempre più evidente pulsione di morte tutta occidentale.
Perciò noi, a meno che non implicitamente complici, o non inconsciamente posseduti da tale pulsione, non possiamo più esimerci dal vedere, attraverso una lettura più attenta, benché apparentemente radicale dei fatti, tutto il groviglio di azioni e di intenzioni, più o meno recenti, messe in atto per distruggere ogni traccia, ogni scoria, ogni frammento del nostro passato e della nostra più profonda eredità storica, culturale e biologica.

Palmira, un sito archeologico ostaggio di guerra

C’è infatti un filo che collega la distruzione di Palmira al più recente oltraggio alla memoria e al lascito di Dostoevskij e di van Gogh. Le innumerevoli statue abbattute e vandalizzate senza pietà a Eschilo censurato alla Sorbona. Gli alberi in fiamme, alla proibizione della lingua che usiamo per chiamare le cose e ricordarci della loro origine. L’avvento del cyborg all’atomica, eccetera, eccetera.

Black lives matter, cosa raccontano le storie delle statue abbattute nel mondo

Ed è singolare che questo conduca quasi sempre a un Occidente responsabile di aver creato le condizioni ora politiche ora economiche, per cui agenti della distruzione ora soldati ora studenti, proliferassero, attorno alla giugulare della Storia, come una cancrena posseduta da un impulso di morte di cui oramai se ne riconoscono chiaramente i segni, oltre che l’impronta del mandante.

Marcel Duchamp. (1917 ORINATOIO) Opera originale fotografata da Alfred Stieglitz

Ma è al di là del fenomeno extra-ordinario, eclatante, effimero, che tale impulso mostra la sua essenza più vera. Quando l’occhio irretito dall’inutile si fa silenzio e l’atto vandalico perpetuo assedia tutta la bellezza e la storia delle nostre città, mutando in norma. In segno dei tempi. O in gesto che diventa opera, nichilismo museale, come insegna tutta la storia dell’arte contemporanea. Quale lezione ci è pervenuta, altrimenti, da artisti come Duchamp e Warhol – di cui le due ragazze inglesi immortalate nell’atto ne portano gli immediati rimandi – se non l’assedio, l’oltraggio come gesto che suggella l’orinatoio sulla testa di Delacroix ed equipara la zuppa di pomodoro a un Caravaggio?

Giancarlo Cutrona

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18/10/2022

 

 

 

 

 

 

 

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