Geopolitica del conflitto senza regole

«Nuovo round»
Washington rilancia lo scontro con Teheran mentre accuse reciproche, interessi politici e propaganda alimentano una nuova escalation.
di Enrico Tomaselli
Quando una strategia non produce i risultati sperati, il rischio è che il confronto abbandoni definitivamente le regole condivise. Enrico Tomaselli interpreta il nuovo attacco statunitense all’Iran come il tentativo di ribaltare una partita che Washington ritiene ormai compromessa, intrecciando dinamiche geopolitiche, interessi strategici e fattori di politica interna. Sullo sfondo emerge il ruolo di Donald Trump, le difficoltà della sua leadership e un contesto internazionale sempre più segnato da tensioni, accuse reciproche e crescente instabilità. (N.R.)
Quando stai perdendo la partita, nonostante tu non abbia smesso un istante di barare, cosa fai? Fai saltare il tavolo. Questo è il senso ultimo della decisione statunitense di attaccare nuovamente l’Iran, accusandolo di aver violato il MoU, (tipico accordo tra due) quando sono proprio loro ad averne violato praticamente tutti i punti possibili. Poi, come sempre, pesa anche la frustrazione personale di Trump. Le celebrazioni per i 250 anni della dichiarazione d’Indipendenza sono state un mezzo flop, gli è completamente mancata l’opportunità di presentarsi come una sorta di nuovo George Washington, e per di più i funerali di Khamenei hanno oscurato del tutto la visibilità internazionale dell’evento. La vetrina dei Mondiali di Calcio ha messo in mostra la faccia peggiore dell’America, che per di più è già stata eliminata dalla competizione, nonostante i trucchetti di Trump. E anche il viaggio ad Ankara, al vertice NATO, è stato per lui solo fonte di fastidio, costretto a vedere i leaderini europei che lui disprezza dal profondo, ed a sentirne le squallide adulazioni.
Il problema è che la coazione a ripetere non è una strategia.
Da un certo punto di vista, gli USA sono come un pugile un po’ suonato: grande forza, un destro micidiale, una vera macchina spara cazzotti. Solo che non sanno più perché stanno facendo a pugni. Ovviamente, in termini più generali, sanno cosa vogliono. Quello su cui si perdono è il passaggio intermedio, cosa fare per ottenerlo. E quindi quando non sai bene cosa fare, e ovviamente le cose non vanno come vorresti, ricorri all’unica cosa in cui ti senti sicuro: menare cazzotti.
Ma è una strada già percorsa, e gli Stati Uniti dovrebbero aver capito che non porta da nessuna parte. Peggio, se avessero guardato alle celebrazioni dei funerali della Guida, in Iran e in Iraq, e ne avessero compreso tutte le implicazioni, avrebbero capito che adesso la strada si fa più stretta. Riprendere la strada della guerra, cosa che farà felice Netanyahu, significa andare nuovamente a sbattere contro lo stesso muro: la volontà e la capacità di resistenza dell’Iran, la sua capacità di risposta militare, e soprattutto il suo controllo assoluto dello Stretto di Hormuz, che è come una lama premuta contro la giugulare energetica del mondo. È bastato l’attacco statunitense e lo sproloquio di Trump, per far schizzare nuovamente i prezzi del petrolio. Che invece non avevano quasi reagito quando l’Iran ha dissuaso tre petroliere che cercavano di varcare lo Stretto al di fuori delle rotte consentite.
Nel frattempo, le riserve strategiche di petrolio degli USA hanno avuto una piccola boccata d’ossigeno, ma tra un paio di settimane al massimo la situazione tornerà quella che ha portato Trump ad accettare un Memorandum capestro. E questo è un gioco che non puoi protrarre a lungo. Prima o poi, qualcuno si farà male sul serio. Ed è qui che si vede la differenza tra una leadership lungimirante ed un narcisista patologico.
La sola cosa sensata sarebbe ritirarsi, lasciare che la situazione decanti, e poi con calma ricucire i rapporti sfilacciati con tutti gli alleati della regione, anche rimettendoli davvero in riga quando si fanno troppo riottosi – vedi a Tel Aviv…
Ma Trump appena sente un tintinnio ricomincia a menar pugni…

Fonte: Giubbe rosse