Il sentimento che divide mascherato da virtù civile

«Odiare fa male a tutti»
Quando l’odio diventa legittimo solo se ha il timbro giusto
di Marcello Veneziani
Nel dibattito pubblico contemporaneo l’odio non è scomparso: ha semplicemente cambiato abito. Lezioni sull’odio di Michela Murgia, testo postumo e programmatico, rivendica apertamente ciò che spesso viene negato o dissimulato: l’odio come motore morale, come postura consapevole, persino come virtù. Riprendendo l’eco gramsciana di Odio gli indifferenti, la Murgia teorizza un odio “maturo”, disciplinato dall’intelligenza e quindi legittimo. Ma qui si apre la frattura: ciò che in altri sarebbe condannato come istigazione o risentimento, diventa lodevole se espresso da una certa area culturale e ideologica. Veneziani smonta questa asimmetria morale, mostrando come l’odio, anche quando si proclama ragionato, finisca per intossicare chi lo coltiva e il clima collettivo che lo accoglie. Perché l’odio, comunque lo si giustifichi, non libera: consuma, irrigidisce e, alla fine, fa male a tutti. (N.R.)
Un libro che è un’istigazione all’odio ragionato diventa lodevole se a scriverlo è una femminista, antifa, di sinistra. Ho tra le mani le lezioni sull’odio (1) di Michela Murgia, appena uscito da Einaudi. È un testo postumo della scrittrice sarda che spiega come e quando esplicitare l’odio. La suggestione che ispira il volumetto è uno scritto famoso del suo corregionale Antonio Gramsci, dal titolo famoso: Odio gli indifferenti,(2) uscito qualche anno fa. La Murgia ha il merito di esplicitare il sottofondo di odio che si nasconde sotto la glassa del buonismo. Dopo aver descritto tre tipi di odio, la Murgia si sofferma a difenderne in particolare uno: “È il rapporto consapevolmente maturo con l’odio, tipico di quelle rare persone che attribuiscono all’odio uno statuto di normalità e lo riconoscono in sé stesse”. Poi ammette di passare i due terzi del suo tempo a camuffare l’odio che prova: “Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo — che è l’odio, appunto”. Ma non riusciva a camuffare il suo odio, la Murgia, si avvertiva in lei questo risentimento insopprimibile. E conclude: “l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù”. A lei si è accodato, naturalmente, Roberto Saviano.
Curiosamente, qualche anno avevo fa scritto un breve trattato di odiologia in cui classificavo anch’io l’odio in tre specie. L’odio è il ri-sentimento che sorge nei confronti di chi riteniamo di ostacolo alla vita nostra o altrui, o all’umanità. Ma come l’amore si distingue tra eros, agape e philia, così converrà distinguere tra odio, avversione ed esecrazione. L’odio ci coinvolge personalmente, l’avversione ci tocca indirettamente, l’esecrazione è una ripugnanza per qualcosa di oggettivo. La forma più blanda di odio è l’antipatia, odio senza danni ricevuti ma per idiosincrasia. L’odio degrada chi odiamo: non lo vediamo come soggetto, con la sua storia, la sua vita, le sue ragioni, le sue pulsioni, i suoi sentimenti, ma solo come oggetto che ci offende. Chi odia riduce una persona, un gruppo, una categoria solo a un aspetto, a un momento, a un evento, disconosce il contesto e la sua umanità complessiva e integrale. Lo riduce a un gesto, una parola, un momento detestabile. L’odio abita in una casa con quattro pareti: il rancore, ossia il risentimento per un torto subito, di solito congiunto al desiderio di vendicarsi; la paura, cioè il timore che possa farci del male; l’invidia, l’acredine verso chi ha possibilità a noi negate; il disprezzo, la repulsione verso chi avvertiamo come inferiore, ripugnante, contaminante. Se l’invidia denota un complesso d’inferiorità, il disprezzo sorge dal senso di superiorità. Il rancore è la velenosa memoria di un male subito, la paura è la minaccia di un male futuro.
L’odio ha i suoi imprenditori che istigano all’odio, speculando sulla paura, il rancore, il disprezzo e l’invidia. Di imprenditori dell’odio siamo attorniati, da più versanti, a destra come a sinistra: agli imprenditori della paura dello straniero migrante, spacciatore, violento o terrorista si oppongono gli imprenditori della paura dello xenofobo, del razzista, del nazi. Ambedue soffiano sulla paura e sull’odio e vi speculano. Di odio è pieno il mondo, non solo social; di indifferenza ancor di più. Idem per l’odio politico, ma anche qui prevale sull’odio l’indifferenza che si fa astensionismo, non voto, disaffezione.
L’insocievole socievolezza di Kant traduce invece l’odio in risorsa. L’odio per il nemico a volte ha una funzione positiva. Lo sottolinea Carl Schmitt, e prima di lui Hobbes e Machiavelli: l’odio del nemico genera coesione politica. Una comunità si costruisce in opposizione all’hostis o all’invasore, per odio o per paura, dice Hobbes. L’atto di fondazione di una città esige un capro espiatorio, un nemico sacrificale (Girard). La storia umana, da Caino a Romolo, nasce dall’odio fratricida. Parafrasando Voltaire, se non esistesse un nemico bisognerebbe inventarlo; chi trova un nemico trova un tesoro. Ma l’odio va incanalato nelle regole civili della conflittualità politica, sociale, economica, mutandolo da cancro in motore. Gli impulsi distruttivi mutano in emulativi e competitivi.
L’odio può essere lievito per la letteratura; a partire dall’Odi et amo di Catullo. A volte l’odio non abita agli antipodi dell’amore ma accanto, a un passo, un soffio. Un’altra possibilità è deviare l’odio dalle persone alle convinzioni professate e distinguere come fece Giovanni XXIII tra l’errore e gli erranti: condannare l’errore ma salvare gli erranti. Qui entriamo in ambiti religiosi che sconfinano nel perdono. A volte l’odio è omeopatico e riflesso: si odia perché si è odiati, o si ritiene di esserlo, per paranoia o fondati motivi.
Ma odiare fa male, in primo luogo a chi odia; poi a chi è odiato, infine alla società e ai rapporti umani. Meglio mutarlo in critica o dissenso, o sublimarlo in opere creative. Odiare genera male, e un male non elimina mai un altro male, semmai lo raddoppia. E alimenta la spirale vendicativa. Ditelo ai seguaci della Murgia e a quanti si nutrono di odio e si costruiscono alibi giustificativi.

Consigli di Lettura
Una riflessione radicale, icastica e originalissima, concepita da una delle menti più luminose e illuminanti che la cultura italiana abbia conosciuto.
L’odio è uno dei pochi tabù che non si riescono a infrangere, più del sesso o della morte. Eppure tutti lo proviamo: «Io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi», scherza Michela Murgia in questo libro irriverente, nato da una serie di lezioni pubbliche tenute qualche anno fa. La sua tesi è che l’odio possa essere una virtù, dipende da come lo pratichiamo. Per esempio, con Odio gli indifferenti Antonio Gramsci ha mostrato che, se riconosciuto e disciplinato, questo sentimento non è per forza distruttivo. Passando dalle maledizioni sarde ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di san Paolo, Murgia smonta i nostri pregiudizi e rivendica il diritto di odiare – specialmente i prevaricatori, i prepotenti, tutti coloro che non credono nella responsabilità collettiva del bene. E compie così il miracolo di parlare ancora del nostro tempo, che dall’odio distruttivo è inquinato; sembra rivolgersi proprio a noi che continuiamo ad abitarlo, con la consueta ironia e la lucidità profetica di una voce che nulla potrà mai spegnere.
«Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto. Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna».
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