Quando la civiltà diventa una parola di propaganda

«Ogni volta che sento qualcuno che mi cerca di spiegare come noi saremmo la civiltà e l’Iran la barbarie mi viene da piangere»
Tra narrazioni occidentali e realtà complesse, il confine tra civiltà e barbarie si fa sempre più fragile
di Andrea Zhok
C’è una frase che ritorna, quasi come un riflesso automatico: noi saremmo la civiltà, altri — l’Iran in questo caso — la barbarie. Eppure, di fronte alla normalizzazione dell’omicidio politico e alla sua crescente accettazione nel discorso pubblico, questa distinzione appare sempre meno solida, sempre più retorica. Il testo prende avvio da un fatto drammatico — la morte di Ali Larijani — per interrogare non solo la dinamica geopolitica, ma soprattutto il linguaggio con cui la raccontiamo. Il confronto tra figure pubbliche, tra percorsi culturali e biografie, diventa qui uno strumento provocatorio per smascherare una narrazione semplificata: quella che oppone un Occidente razionale e colto a un Oriente arretrato e violento. La realtà, invece, si mostra più contraddittoria. Larijani emerge come intellettuale oltre che uomo di potere, con una formazione filosofica profonda e un dialogo diretto con il pensiero occidentale, da Kant alla filosofia analitica. Il testo non difende né assolve, ma mette in discussione. Interroga il lettore su un punto essenziale: chi decide oggi cosa è civiltà e cosa è barbarie? E soprattutto, con quale legittimità? In un tempo in cui la violenza politica si normalizza e il giudizio morale si piega alla convenienza, la distinzione rischia di trasformarsi in uno strumento ideologico più che in un criterio autentico. Più che una denuncia, è un invito a guardare oltre le categorie facili, a riconoscere la complessità e a sospendere — almeno per un momento — la rassicurante illusione di appartenere automaticamente al lato “giusto” della storia. (N.R.)
La coalizione Epstein ha assassinato il Segretario della Sicurezza Nazionale Iraniana Ali Larijani. Oramai niente di strano. Ci stiamo abituando alla normalizzazione dell’omicidio politico.
Comunque se guardo qualche foto di Larijani e le metto accanto ad una foto del suo equivalente americano Hegseth, non posso impedirmi di pensare che la fisiognomica sia una scienza ingiustamente trascurata.
Peraltro, in termini di curriculum, Ali Larijani aveva una laurea in informatica e matematica presso l’Università di Tecnologia Aryamehr, un master e un dottorato di ricerca in filosofia occidentale presso l’Università di Teheran. Ha pubblicato libri su Immanuel Kant (e tradotto Kant in farsi), su Saul Kripke e David Lewis. Larijani era membro della facoltà della Scuola di Letteratura e Scienze Umanistiche dell’Università di Teheran.
Pete Hegseth ha finito a calci una triennale (BA) in scienze politiche a Princeton, grazie alla sua partecipazione al team di basket. La madre di Hegseth disse di lui nel 2018 che era un maltrattatore di donne, che le umiliava, mentiva e le tradiva. E’ stato accusato di molestie sessuali, poi ottenendo il ritiro della denuncia con un obolo di 50.000 dollari alla vittima. A parte ciò vi invito ad ascoltare un po’ delle sue esternazioni in rete.
Che volete che vi dica, ogni volta che sento qualcuno che mi cerca di spiegare come noi saremmo la civiltà e l’Iran la barbarie mi viene da piangere.
I civilizzatori della coalizione Epstein mi sembrano gli Uruk-Hai di Saruman che si lamentano degli esseri umani, perché la carne umana non ha un buon sapore.

Fonte: Andrea Zhok
Nota della Redazione
Il concetto di “barbarie” appartiene da sempre al vocabolario dell’Occidente, ma raramente è stato neutrale. Nato per distinguere il mondo greco da ciò che ne era fuori, si è trasformato nel tempo in uno strumento di classificazione morale, spesso utilizzato per legittimare superiorità, espansioni e giudizi unilaterali.
Oggi, in un contesto globale attraversato da conflitti, crisi e narrazioni contrapposte, il rischio è che quella parola continui a funzionare più come etichetta ideologica che come categoria analitica. L’Occidente, che ha prodotto alcuni dei più alti esempi di pensiero, diritto e libertà, è anche lo stesso spazio storico che ha conosciuto guerre, colonialismo e forme sofisticate di violenza.
La tensione tra cultura e barbarie non è dunque una linea che separa “noi” dagli “altri”, ma una frattura interna alla stessa civiltà occidentale. Ignorarla significa semplificare; riconoscerla, invece, permette di restituire complessità a un dibattito troppo spesso ridotto a slogan.
Forse la domanda più onesta non è dove stia la barbarie, ma quando e come essa riemerge anche dentro le culture che si definiscono civili.