Uno dei migliori e più controversi romanzi della letteratura canadese, vincitore del Governor General’s Literary Award.

«Un romanzo insolito e meraviglioso» – Margaret Atwood

Stufa di sentirsi la spettatrice della sua vita, l’introversa Lou accetta l’incarico che il Direttore le propone: andare in un’isola del Grande Nord canadese per catalogare una biblioteca donata all’Istituto dalla famiglia Carey. Conosciuta…

Orso di Marian Engel (La nuova Frontiera)  è una storia d’amore molto particolare. Mi sono abbandonata alla lettura senza chiedermi dove mi avrebbe portata. La lettura è breve tanto quanto è intensa e bisogna lasciare i pregiudizi fuori dalla porta per immergersi.

La nostra protagonista si chiama Lou ed è una bibliotecaria particolarmente diligente. Tranquilla e introversa accetta un incarico fuori dagli schemi. Dovrà recarsi su un’isola del Grande Nord canadese per catalogare alcuni libri donati alla famiglia Carey.

Lou ha bisogno di cambiare aria, di dare una scossa alla sua tranquilla vita:

Ho la strana sensazione” scrisse su una cartolina per il Direttore, “di essere rinata.” La mattina dopo, allontanandosi dall’isola in macchina, sentì il cuore che sobbalzava alla vista delle brulle rocce dei monti di Algoma. Dove sono stata? Si chiese. In una vita che adesso assomiglia alla sua assenza?

Era da un po’ che le cose andavano male. Non avrebbe potuto menzionare un problema in particolare, piuttosto era come se la vita in generale le serbasse rancore. Come se tutto si ostinasse a ingrigire. Per quanto all’inizio le piacesse indulgere nell’erudita reclusione del proprio lavoro, in quella protezione dalla volgarità del mondo, dopo cinque anni le sembrava di essere invecchiata a dismisura, si sentiva decrepita come le carte ingiallite che le facevano compagnia per giorni. Quando, molto di rado, sollevava gli occhi dal passato e indagava il presente, lo vedeva sfumare davanti a sé, diventare inafferrabile, un miraggio. Ne aveva parlato col Direttore, che aveva liquidato il suo stato mentale come uno dei rischi del mestiere, eppure Lou non riusciva ad accettare di vivere così l’unica vita che le era stata offerta. 

E così comincia un’avventura che Lou non scorderà mai. Il panorama lussureggiante, il silenzio, il fiume… quella casa dalla pianta ottagonale che viene inondata dalla luce… se avessi potuto descrivere il paradiso io, l’avrei descritto come Engel ha descritto quella casa.

Consigliato per chi ha voglia di una storia fuori dagli schemi. Il romanzo è una storia d’amore ma dietro c’è molto di più.

La trama del romanzo.

La strada correva verso nord. Lei la seguì. Nel punto più in alto c’era una specie di Rubicone. Lo attraversò e iniziò a sentirsi libera. Sempre più a nord, accelerò verso i monti, piacevolmente stordita.

Stufa di sentirsi la spettatrice della sua vita, l’introversa Lou accetta l’incarico che il Direttore le propone: andare in un’isola del Grande Nord canadese per catalogare una biblioteca donata all’Istituto dalla famiglia Carey. Conosciuta per il suo proverbiale senso del dovere, Lou è certa di terminare il lavoro prima dell’estate. Immersa in un ambiente selvaggio, lontana dal panorama urbano che le è familiare, non appena mette piede sull’isola fa una scoperta a cui non è preparata: dietro alla casa, in un capanno, vive un orso. Con il passare dei giorni, complice la solitudine, tra lei e l’orso nasce una strana relazione, intima, inquietante e ambigua. Nonostante lo scandalo che seguì alla sua pubblicazione, «Orso» ha vinto il Governor General’s Literary Award ed è considerato uno dei migliori – e più controversi – romanzi della letteratura canadese. Pubblicato nel 1975 e celebrato da Robertson Davies, Margaret Atwood e Alice Munro «Orso» è un romanzo delicato e trasgressivo, un’autentica parabola del ritorno alla natura.

Come inizia. 

 

  A John Rich,

che conosce il pensiero degli animali

1

D’inverno viveva come una talpa, sepolta in ufficio a ravanare tra mappe e manoscritti. Abitava vicino al lavoro e si fermava a fare spesa nel tragitto tra casa e l’Istituto, camminando dentro quel cunicolo di gelo, a passi svelti da un rifugio all’altro, senza perder tempo. Detestava l’aria fredda sulla pelle.

   Il seminterrato dell’Istituto dove lavorava era vicino alle tubature, protetto da schiere di libri, armadietti per le schedature e vecchissime fotografie seppiate di gente improbabile con tanto di cornice: il generale Booth insieme alla nonna di chissà chi, la città, una vista aerea della Francia datata 1915, schiere di atleti e soldati; tutte cianfrusaglie che la gente le portava confidando nel fatto che lei non le avrebbe buttate: conservarle era il suo lavoro.

   “Non buttarla” dicevano. “Prova a portarla all’Istituto Storico. Magari se la prendono. Magari questo tizio è più importante di quanto immaginiamo, pure se era uno che ci dava giù con l’alcol.” E così, grazie a tanta generosità, lei aveva rimediato un cartoncino di Natale spedito dalla trincea con sopra un tiralacci in bachelite, una poesia in pergamena dedicata al comune di Chingacousy abbellita da una corona di capelli, una fotografia firmata del fondatore di un’azienda di sementi, ormai assorbita dalla concorrenza. Tutte queste cose inutili servivano a ricordarle che tanto tempo prima era esistito anche il mondo esterno, e che il presente non si riduceva solo a un passato fatto di carte ingiallite, inchiostro sbiadito e mappe che si sbriciolavano una volta aperte.

   Eppure, appena cambiava il tempo e il sole s’insinuava dalle finestre del suo scantinato – raggi densi di polvere primaverile e vecchi posaceneri di latta che sapevano di nicotina invernale e contemplazione – i difetti di quel suo universo così pedante si palesavano persino ai suoi occhi. Il fatto è che sebbene amasse quelle vecchie cianfrusaglie – già amate e consumate da altri, oggetti carichi di passato – quando si guardava le braccia pallide come una lumaca, i polpastrelli macchiati di inchiostro stravecchio, la bacheca agghindata di fogliacci spiegazzati e senza più valore, quando si rendeva conto che gli occhi non riuscivano più a mettere a fuoco alla luce del sole, provava sempre un senso di vergogna, giacché l’idea di edonismo che un tempo aveva impresso sull’anima era piuttosto diversa, e questa differenza la faceva star male.

   Quell’anno, tuttavia, sarebbe riuscita a scampare al vergognoso momento della verità. La talpa non sarebbe stata costretta ad ammettere di essersi creduta un’antilope. Il Direttore la trovò in mezzo a scartoffie e mappe arrotolate e lì, impalato con aria solenne sotto una sequela di ritratti di famiglia donati all’Istituto con il pretesto che sarebbe stato irriverente appenderli in bagno come andava un tempo, le annunciò che il patrimonio dei Cary era stato finalmente destinato all’Istituto.

   La guardò, lei guardò lui: era successo per davvero. Una volta tanto, invece di certificati di frequenza scolastica, vecchi documenti di immigrazione, buste piene di fotografie amatoriali di contadini e lettere d’amore sgualcite, avevano ricevuto in dono qualcosa di valore.

   «Prepara i bagagli, Lou» disse «e vai lì a dare un’occhiata. Il cambiamento ti farà bene.»

   Quattro anni prima avevano ricevuto una lettera da uno studio di avvocati di Ottawa, in cui si dichiarava che gli ultimi lasciti del patrimonio del Colonello Jocelyn Cary, compresa l’Isola di Cary, una proprietà nota come Pennarth, e il contenuto di tutti i suoi edifici, erano stati devoluti all’Istituto. I legali avevano anche aggiunto che Pennarth comprendeva una vasta biblioteca con materiale relativo ai primi insediamenti della zona.

   Lou e il Direttore spulciarono i documenti per trovare dei riferimenti ai Cary e fecero fare delle ricerche all’Archivio Provinciale. Riesumarono un documento scritto arcaicamente a mano da Miss Bliss, la predecessora di Lou, in cui si menzionava la visita di un tale Colonnello Jocelyn Cary, nel 1944, durante la era stato offerto questo lascito. Il Direttore al tempo si trovava all’estero; l’Istituto non se la passava bene. Non ci si era premurati d dare un seguito a quell’offerta, e quando Lou terminò la formazione e cominciò a lavorare all’Istituto, Miss Bliss si era da tempo data all’alcol infarcendo i documenti di suggerimenti assurdi.

   «Bene» disse con cautela il Direttore «meglio non farci troppe illusioni, è una cosa mai successa prima.»

   Ovviamente i parenti fecero causa. Avevano scoperto che l’Isola di Cary non era più quell’avamposto sperduto in mezzo a un fiumiciattolo desolato, ma grazie a macchine, motoscafi, vacanze, motoslitte e soldi si era trasformato in una bella proprietà.

   Mentre il Direttore si rivolgeva per l’assistenza legale alla Provincia (che aveva progressivamente acquisito l’Istituto), Lou si scapicollava tra libri e archivi nella speranza di dissotterrare un qualcosa di minimamente interessante per le sue ricerche. Aveva scoperto che la tradizione canadese, nel suo complesso, era piuttosto perbenista. Se c’era un solo indizio che un antenato avesse fatto qualcosa di diverso rispetto a una vita di mero lavoro e preghiera, veniva puntualmente occultato. Le famiglie non ci mettevano nulla così a riconquistare la propria rispettabilità, benché fosse un insulto alla storia, come si lamentavano spesso il Direttore e Lou. Se uno dei Cary aveva potuto disporre di tutto quel denaro e di tutta quell’energia per costruirsi una casa nel profondo Nord e riempirla di libri, doveva essere un tizio piuttosto strambo. Spettava a lei scoprire quanto strambo, e al tempo stesso pregare una qualsiasi divinità, musa o ministro vigilasse sugli affari dell’Istituto, per riuscire a mettere insieme un po’ di cose e restituire almeno un negativo sfocato della storia di quella regione. Il Colonnello Cary aveva incluso nel lascito anche un riassunto delle conquiste ottenute dai suoi predecessori. Uno di questi, un vecchio Colonnello, nato nell’anno dello scoppio della Rivoluzione Francese da una buona famiglia, pur senza titoli, del Dorset, era stato mandato a far il soldato in età giovanissima e aveva combattuto in Portogallo e Sicilia durante le guerre napoleoniche. A vent’anni, aveva sposato Miss Arnold, figlia di un ufficiale dell’esercito di stanza a Messina. Si era formato nei ranghi dell’artiglieria, aveva dato svariati figli alla moglie, si era distinto in molte campagne militari lungo la valle del Po ed era tornato in Inghilterra con prole a seguito, a guerra finita, senza un lavoro. Erano tutte informazioni verificate da riferimenti nei registri delle proprietà terriere, nomine, raccomandazioni ed encomi militari.

   Durante la leva, annotava la discendente, il Colonnello aveva cominciato a carezzare l’idea di vivere su un’isola. La leggenda di famiglia vuole che in una torrida estate, mentre stazionava a Malta, il Colonnello avesse aperto un atlante del Nuovo Mondo, e puntato uno spillo a occhi chiusi sull’Isola di Cary.

   Lou se lo immaginò seduto su un gabinetto militare portatile a gemere per una dissenteria estiva, smanioso di acqua fresca. Non c’era bisogno dello spillo. Dopo la ricerca vana di un lavoro in Inghilterra, aveva venduto le proprietà e si era trasferito con la famiglia a Toronto, al tempo York, nel 1826.Bene. Era tutto registrato. Cary. Colonnello John William. Shuter Street, numero 22. Uomo.

   Soltanto nel 1834 era riuscito a ottenere il permesso (“In riferimento alla vostra richiesta…”) per insediarsi sull’Isola di Cary, con la promessa che ci avrebbe costruito una segheria e che avrebbe messo a disposizione un battello per il trasporto di merci nella regione.

   “Mia nonna” scriveva la discendente, “si rifiutò però di spingersi in quei luoghi selvaggi e di affrontare le avversità del Nord. Aveva un temperamento – se non proprio un’indole – meridionale. Il Colonnello fu costretto a lasciarla a York insieme alle figlie e ai figli più piccoli. Lui proseguì verso nord con il secondogenito, Rupert (credo che il primogenito, Thomas Bedford Cary, fosse troppo cagionevole, visto che fu sepolto nel cimitero Necropolis nel 1841) e trascorse sull’isola il resto della sua vita, senza grandi lussi.”

  Erano scarsi i riferimenti ufficiali a Cary. Risultavano agli atti la richiesta di insediamento sull’isola e successivamente l’acquisizione vera e propria, resa possibile grazie alla vendita del grado militare. Secondo gli elenchi municipali, Mrs Henrietta Cary continuò a vivere in maniera rispettabile a York anche dopo che fu ribattezzata Toronto.

   Il Colonnello fu nominato Magistrato del Distretto nordico nel 1836 e ricevette gli onori del funerale militare a Sault Ste Marie nel 1896, all’età di novant’anni.

   Erano proprio gli anni trascorsi sull’Isola di Cary che andavano indagati e poiché l’Istituto aveva vinto la causa, lei era stata incaricata di ispezionare la proprietà durante l’estate. Si trattava soltanto – questo era il consiglio degli avvocati e dei curatori – di attendere un tempo più clemente così da godersi la permanenza a Pennarth, dove non c’era mai stato il riscaldamento centralizzato.

2

   Il quindici maggio Lou caricò l’auto di faldoni pieni di documenti, carta, schede, quaderni e una macchina da scrivere. Aveva riesumato la sua vecchia attrezzatura da campeggio: il logoro giaccone impermeabile, gli scarponi da montagna, un sacco a pelo di quando era giovane. Il Direttore le strinse la mano per salutarla, poi si allontanò da quell’odore di naftalina.

   «L’uomo che devi incontrare è Homer Campbell. Esci allo svincolo di Fisher’s Fall sull’autostrada 17 e prosegui sulla strada provinciale 6 fino a un paesino chiamato Brady. Gira a sinistra all’incrocio e segui il fiume fino a quando arrivi al molo di Campbell. Homer ti rimedierà una barca e ti porterà sull’isola. Ci ho parlato ieri, dice che ti ha allacciato anche una nuova bombola di propano e che ti ha fatto pulire casa.»

   La strada correva verso nord. Lei la seguì. Nel punto più in alto c’era una specie di Rubicone. Lo attraversò e iniziò a sentirsi libera. Sempre più a nord, accelerò verso i monti, piacevolmente stordita.

   L’inventario della casa e degli edifici annessi stilato dai legali lasciava intendere che non avrebbe avuto bisogno di un grosso equipaggiamento. Non si trattava di una baita di legno. Era una casa con sei stanze, una delle quali trasformata in una biblioteca. C’erano molti sofà, molti tavoli e molte sedie. Se li immaginava lì belli comodi mentre stilavano la lista. Pensò che si sarebbe trovata a proprio agio.

   Il panorama era ebbro e lussureggiante. Nell’attraversare la baia, tremava sul ponte del traghetto che collegava le varie isole, come tanti punti di un unico arco calcareo. I gabbiani volteggiavano e in lontananza si vedeva il bagliore di una sirena da nebbia. Passò vicino a un’isola in cui avrebbe desiderato vivere da sempre, e poi vicino a una più piccola, che gli indiani credevano infestata, dove era stata portata da bambina. Si ricordò di quando era approdata lì scendendo dalla nave, e poi di quei sentieri scuri, ricoperti di edera, alta quanto lei. I suoi genitori erano alla ricerca di genziana blu ed erba del parnassio. Mentre loro cercavano, lei era rimasta incantata dallo scheletro della più grande libellula al mondo, intrappolata in una ragnatela sulla finestra di una casupola, completamente risucchiata.

   Piccoli isolotti fluttuavano innocentemente sulle onde, sballottolati tra le boe.

   Non c’erano molti passeggeri a bordo in quel periodo dell’anno: qualche cacciatore, una coppia di indiani con una giacca da sci magenta, una coppia più anziana, intenta alla lettura, in cima alla scala. Una famiglia di lingua francese che sfoggiava una tenuta sportiva nuova dai colori pastello. L’idea che l’abbigliamento da escursione dovesse essere sporco, infeltrito e vecchio di almeno quarant’anni sembrava un concetto fuori moda per tutti tranne che per lei. Le tornò in mente un conoscente che aveva affermato come fosse impossibile ormai trovare una donna che odorasse soltanto di sé stessa. Era quasi il tramonto quando attraccarono. Aveva la forte sensazione di essere già stata in quel posto. Ricordi di una spiaggia, di un lago argentato, e poi qualcosa di triste. Sì, qualcosa che era accaduto quando lei era molto giovane, una perdita. Le sembrò assurdo non essere più ritornata lì, in quei luoghi.

Continua a leggere… 

 

L’autrice.

Marian Engel (1933-1985) è una delle scrittrici più rappresentative della letteratura canadese della seconda metà del Novecento. Dopo gli studi passa un lungo periodo della sua vita in Francia e negli Stati Uniti. Tornata a Toronto, esordisce nel 1968 con il romanzo No clouds of glory. Nel 1982 è stata insignita dell’Ordine del Canada.

 

 

 

 

  • Orso
  • Marian Engel
  • Traduttore: Veronica Raimo
  • Editore: La Nuova Frontiera
  • Collana: Il basilisco
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 126 p., Brossura

Acquista € 12,39

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