Religione e potere: la costruzione di un cristianesimo pacificato

PALESTINA, I ROMANI AVEVANO GIÀ CAPITO TUTTO
Dal Messia ribelle al Salvatore pacifico: la mano di Roma sulla nascita del cristianesimo
Redazione Inchiostronero
Nel cuore della Palestina del I secolo, mentre il giudaismo messianico attende un liberatore politico capace di restaurare la grandezza di Israele, Roma gioca un’altra partita: quella del controllo culturale e religioso. Questo saggio indaga come la dinastia flavia, insediatasi dopo la guerra giudaica e la distruzione del Tempio, abbia avuto sia il movente sia i mezzi per orientare la nascente religione cristiana verso una visione pacifista e compatibile con l’ideologia imperiale. Attraverso una rilettura storica e filologica dei testi evangelici, si dimostra che i Vangeli non furono scritti da testimoni diretti subito dopo la morte di Gesù, ma redatti tra il 70 e il 100 d.C., proprio nell’ambiente romano che gravitava attorno agli imperatori Vespasiano e Tito. Intellettuali ebrei ellenizzati, come Giuseppe Flavio o Paolo di Tarso, avevano accesso tanto alle fonti bibliche quanto alla cultura imperiale, e contribuirono a plasmare un’immagine di Gesù meno sovversiva, più mistica, più conciliabile con l’ordine romano. Il saggio si interroga anche su come la costruzione di una figura di Gesù pacificatore e spirituale si sia opposta al sionismo messianico arcaico, e come tutto ciò risuoni ancora oggi nei richiami alla “Grande Israele” dell’attuale politica israeliana. Dai miracoli ripresi dai profeti del passato, come Eliseo, fino ai riferimenti simbolici al destino imperiale, ogni elemento evangelico sembra studiato per creare un ponte tra la tradizione ebraica e la nuova teologia imperiale. Una riflessione profonda sull’uso politico della religione e sulla sorprendente modernità della strategia romana. (Nota Redazionale)
È domenica e non ci sono notizie sostanzialmente nuove in questo terribile finis Europae, così darò sfogo al mio vizio per la storia e tenterò di presentare per grandi e sommarie linee una tesi che certamente

sorprenderà molti, ancorché basata sui dati di fatto e su indizi precisi, pure se essa è certamente di estrema minoranza nella storiografia. La sostanza, completamente lontana dall’idea tradizionale del cristianesimo, è che esso sia in realtà nato effettivamente all’interno del potere romano per sconfiggere il militarismo ebraico che anche allora operava e portare così stabilità in Medio Oriente. Questo disegno va attribuito alla dinastia dei Flavi che governarono per dieci anni l’impero dal 69 al 79 dopo Cristo e che comincia con Vespasiano, comandante delle legioni d’Oriente per finire con Domiziano: in mezzo c’è Tito noto perché nei suoi due anni di regno ci fu l’eruzione che distrusse Pompei e perché condusse a termine la prima guerra giudaica quando le truppe romane entrarono a Gerusalemme e distrussero il secondo tempio.

Naturalmente tutto questo non contesta la figura storica di Gesù e la sua predicazione, ma mette l’accento sul tentativo di rendere la sua predicazione più pacifista e filo romana rispetto al giudaismo messianico che considerava Gesù il nuovo Messia – giunto per rendere grande Israele – e si ricollegava così all’ortodossia. Come non pensare alla Grande Israele di Netanyahu? Solitamente si pensa che i Vangeli, base del credo cristiano, siano stati scritti subito dopo la morte di Gesù e da testimoni diretti della sua predicazione, ma in realtà essi furono redatti assai dopo a cominciare dal ’70 dopo Cristo per quanto riguarda Marco; dal ’70 all’80, Matteo; dall’ ’80 al ’90, Luca e infine dal ’90 al ‘100 Giovanni. Insomma, la loro compilazione comincia a Roma proprio nell’epoca dei Flavi. Questi imperatori avevano tutto l’interesse a creare un cristianesimo antimilitarista per far propendere in questo senso la nascente religione che tuttavia era allora diffusa quasi esclusivamente nel mondo ebraico, verso una visione più pacifica e possibilmente filo imperiale.

La capacità e la volontà di influire in questo senso c’era tutta. Questi imperatori la cui dinastia era di origine reatina, si era circondato di intellettuali di origine ebraica: la stessa amante di Tito, Berenice, era ebrea e così pure il comandante delle truppe romane durante la guerra giudaica, Tiberio Alessandro, era un ebreo di Alessandria d’Egitto, dunque ellenizzato come del resto Paolo di Tarso. Addirittura, il sacerdote e storico ebreo Giuseppe Flavio divenne in realtà un membro adottivo della famiglia Flavia. Tutto questo ambiente era economicamente dipendente da Roma e dunque avverso al messianesimo militare imperante a Gerusalemme, quale forma arcaica di sionismo, ma era anche perfettamente in grado di ricollegare i testi evangelici alla Bibbia e di imitarne lo stile, rievocandone anche narrazioni e miti. Questo era importante per dare l’impressione che gli eventi della vita dei profeti ebrei precedenti fossero modelli per gli eventi della vita di Gesù. Per esempio – è solo uno fra decine possibili – il miracolo dei pani e dei pesci è una riproposizione della medesima moltiplicazione del cibo del profeta Eliseo. Tali collegamenti avevano lo scopo di convincere il lettore che Gesù fosse divinamente connesso ai profeti ebrei precedenti, rendendolo per questo accettabile agli occhi sia degli ortodossi che dei seguaci messianici. Però non solo questo: Gesù venne anche collegato in qualche modo al destino di Roma e dei suoi imperatori. Quando egli dice, in Marco, che il tempio sarà raso al suolo durante la visita del Figlio dell’Uomo, di certo non poteva riferirsi a se stesso, ma a chi aveva effettivamente distrutto il tempio, ossia Tito.
Insomma, secondo questa ipotesi i Vangeli furono una grande operazione intellettuale destinata a creare un periodo di maggiore stabilità nella regione ed evitare che essa venisse assoggetta dai Parti. Chi erano? Grosso modo quelli che oggi chiamiamo iraniani. Per l’impero pacificare la regione era una necessità, visto che l’area assorbiva un’importante frazione della potenza militare romana. Vi erano perennemente di stanza le due legioni chiamate Parthica, prima e terza, la X Fratensis proprio in Giudea, la VI Ferrata, la V Macedonica, la IV Martia e la III Cyrenaica, oltre ovviamente alle truppe locali. E questo in un momento in cui era necessario rafforzare la linea Reno – Danubio. Che poi l’operazione sia andata molto oltre lo scopo per la quale era stata ideata è uno di quegli eventi con cui la storia si prende gioco di noi. Successivamente i Vangeli si emanciparono dall’ambiente e dalla cultura ebraica e vennero attratti nell’orbita aristotelico – platonica e probabilmente sia il fatto che l’Antico Testamento di cui si disponeva era la traduzione in greco, sia la presenza a Roma della scuola di Plotino attorno ai primi decenni del 200 dopo Cristo, possono avere avuto un profondo influsso su questa mutazione. Del resto nel cristianesimo primitivo, per così dire, tutte le istituzioni facevano riferimento a quelle romane, tanto che ancora adesso il vicario di Cristo si chiama Pontefice, da Pontifex maximus ossia chi presiedeva una casta sacerdotale dell’antichissima Roma il cui compito era quello di conservare le tradizioni giuridico – religiose della città.
Naturalmente si tratta di un’idea che non può essere dimostrata in via diretta, anche se è più che plausibile, ma bisogna dire che se ha avuto uno straordinario destino, non è servita poi a molto per lo specifico compito cui era destinata. Anzi sono proprio quei cristiani, ormai completamente fasulli, che aiutano e soffiano sul fuoco.
