Geopolitica del disordine e crisi dell’Occidente

«Per affrontare il caos, ripartiamo dalla geopolitica»
Nel caos globale svaniscono certezze, alleanze stabili e ogni illusione di governo mondiale condiviso.
di Marcello Veneziani
In un mondo attraversato da guerre, rivalità strategiche e istituzioni internazionali sempre più deboli, la geopolitica torna a essere la chiave indispensabile per comprendere il presente. Prendendo spunto dal saggio di Marcello Veneziani, questo contributo riflette sull’assenza di un autentico ordine mondiale e sull’emergere di un disordine che sembra governare i rapporti tra le potenze. Oltre gli schemi della politica quotidiana e delle tradizionali contrapposizioni ideologiche, il caos internazionale impone nuove categorie di analisi e invita a ripensare il ruolo degli Stati, delle alleanze e dell’Occidente in un equilibrio globale sempre più instabile. (N.R.)
Alla fine chi comanda il mondo? Il disordine. Non c’è un ordine mondiale, né vecchio né nuovo, non c’è un impero sovrastante, universale, non c’è una società delle nazioni, un luogo neutrale super partes, riconosciuto da tutti, che sia arbitro, paciere e garante in caso di gravi situazioni di crisi. Non c’è nulla che somigli a un equilibrio tra potenze o un patto che metta in salvo il pianeta su alcuni rischi che riguardano tutti.
L’impero del disordine s’intitola il fascicolo di Rinascita, l’antica testata comunista, fondata da Palmiro Togliatti nel 1944, che fu la punta di diamante del disegno di egemonia culturale del Pci, diretta poi da eminenti esponenti del Partito e poi chiusa da anni, che rinasce ora, fedele al nome ma non al vecchio Pci, con Goffredo Bettini. Rinascita chiama a raccolta autori e politici per capire il caos globale e come muoversi. È una sfilata di nomi che appartengono alla sinistra, fino al “progressista” Giuseppe Conte, ma con due intrusi, Pietrangelo Buttafuoco ed io, invitato a scrivere un saggio sul tema.
Quel che mi preme sottolineare è che se la politichetta piccola, furba e ipocrita inscena ogni giorno il teatrino della destra e della sinistra, in guerra tra governo e opposizione, qui lo scenario cambia e le consonanze prevalgono sulle dissonanze. Siamo giunti a un grado di caos che non si può più fingere che esistano due blocchi, due o più idee contrapposte, con lo spartiacque del bene e del male.
Per spirito di sintesi riprendo il saggio d’apertura di Bettini, considerato una mente politica, se non il regista, nel retrobottega della sinistra, della sua strategia e delle sue alleanze. Bettini sostiene le seguenti tesi che riassumo: il disordine mondiale, nato dal crollo dell’ordine bipolare e poi dal rigetto dell’impero americano di larga parte del mondo, ha perso il pilastro europeo, che non è in grado di suscitare un suo patriottismo e si perde nell’assurda guerra contro la Russia. Nel disordine servirebbe la politica ma sembra sparita. Non c’è politica senza forza, ammette Bettini, ma la forza senza politica è “volontà di potenza che tracima nell’istinto di morte”. La politica è sempre ordinatrice, mentre la tirannia è la forma estrema dell’anarchia; la tecnica è il contrario della politica.
Premesse generali, o generiche direte voi, sulle quali concordo. E su cui converge in queste pagine Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Entrambi sostengono, ed io concordo, che l’Occidente non può pensarsi come universale, a sua volta è diviso in almeno tre occidenti discordi; e poi non è l’unica civiltà al mondo. L’Europa, osserva nel suo saggio Roberto Esposito, non può limitarsi a difendere i diritti universali o i diritti in generale; deve esprimere una differenza, una posizione geopolitica, restando indipendente dai due grandi imperi, americano e cinese, propensa al multipolarismo, incentrata nel suo ruolo mediterraneo e in grado di riaprire il dialogo con la Russia… Anche qui devo ripetermi: concordo e non lo dico col senno di poi, perché nel saggio pubblicato su Rinascita, sostengo in altri modi una visione geopolitica analoga.
So che se scavassimo su altri versanti troveremmo motivi di divergenza: sui flussi migratori, sul ruolo significativo delle identità e comunità nazionali, sull’importanza delle tradizioni religiose e civili, sul senso del sacro e del mito, sui diritti civili, sull’idea stessa di comunità, e sulla dialettica tra coesione e differenza. Ma è significativo notare che quando si ragiona e non si pensa ai voti, ai sondaggi, ai vantaggi immediati, al teatrino; insomma quando si va oltre il circo della politica, ci si rende conto che siamo sulla stessa barca e cerchiamo soluzioni analoghe.
Potremmo dire che basta ragionare, avere buon senso e si arriva a conclusioni affini… ma non è solo per questo. Se applichi il realismo intelligente della geopolitica non puoi arrivare a conclusioni diverse; cogli le affinità e le differenze, le possibili alleanze, le provvisorie convergenze, il punto d’equilibrio, traendolo dalla reale situazione dei paesi, mettendosi nei panni di ciascun soggetto, cercando di bilanciare forza e consenso, potenza e saggezza, efficacia e lungimiranza.
Però se spingi fino in fondo la visione geopolitica ti rendi conto che salta l’irenismo, l’internazionalismo umanitario, nel nome di un mondo senza frontiere; la visione geopolitica è fondata sull’importanza degli spazi vitali, delle differenze geoculturali, dei territori, dei confini, delle appartenenze, della prossimità e della distanza e delle affinità che sorgono quando sei vicino o quando sei remoto. In quella chiave devi considerare da un verso le eredità che ti provengono dalle nazioni e dai contesti locali e dall’altro verso il criterio naturale e realistico della preferenza per ragioni di prossimità: è innegabile che io mi sento e sono più legato, per valori e interessi, a chi mi è più vicino; i miei famigliari, i miei corregionali, i miei connazionali, i miei compatrioti europei e mediterranei… Questo è il realismo che difetta a chi si ferma allo scenario di partenza e non porta fino in fondo la prospettiva geopolitica, sposando alla fine l’utopia del mondo migliore. Le differenze ci sono, le culture ci sono, le civiltà ci sono non c’è solo l’umanità, il mondo senza confini. Ci sono più civiltà da rispettare, ne convengo, ma a partire dalla propria. E su un altro piano, che riguarda la direzione e la motivazione della nostra vita, conta il significato del sacro, del pensiero, della religione, dei costumi, delle passioni ideali, della memoria storica, dei legami naturali ed elettivi. Quel che riassumo nell’espressione tradizione. E ancor più hanno importanza nel presente per compensare la spinta alla globalizzazione tecno-economica e al primato dell’universo artificiale prodotto dalla tecnologia. Questo è il punto di differenza che ancora ci divide.
Finita l’analisi delle idee passiamo ai pettegolezzi. Di fronte a questo fascicolo che contiene contributi “ibridi” come il mio, ci sono quelli che gridano al tradimento, da ambo i versanti; ci sono i maliziosi “di sinistra” che dicono: i cosiddetti “intellettuali di destra” devono migrare a sinistra per trovare finestre culturali ed esprimere le loro idee, perché a destra non ci sono o vengono censurati dai funzionari politici governativi. E ci sono i “maliziosi di destra” che dicono: ma la sinistra è messa male se ricorre agli “intellettuali di destra”, fino a ieri considerati inesistenti oppure ossimori viventi… Non appartenendo né ai maliziosi né ai manichei, io invece sono confortato da questi dialoghi e da queste consonanze, reputo positivo l’uso critico dell’intelligenza al di là degli schieramenti e delle appartenenze (sempre più vuote di significato, e diventate qualcosa tra le tifoserie sportive, i riflessi automatici, i comparizi amicali, anche un po’ mafiosi, i consorzi d’interesse o i comitati d’affari e di carriera). Quelle categorie superstiti di destra e sinistra sono false, pretestuose, tardive, servono solo come alibi per chi ne trae profitto, politico e non solo. Ma se vuoi vedere in faccia la realtà devi liberartene e non preoccuparti se concordi o discordi con gli “amici” o i “nemici”. Viviamo nel caos e non possiamo fingere di mettere in ordine la casa; cerchiamo piuttosto il modo migliore per aprirci al mondo e mettere in salvo noi, i nostri principi e il mondo reale dai deliri distruttivi del disordine globale.

todomodo
19 Luglio 2026 a 15:01
È il capitalismo che comanda il mondo e il disordine è una forma pratica per gestire il potere da migliaia di anni.
Quello che proprio non riesco a capire è la sua difesa della «tradizione». Non è comunque questa tradizione che ci ha condotti in questo disordine?
Se invece la decadenza nasce dal poco rispetto alla «tradizione» non le sembra che sarebbe utile spiegare quando, in che momento della storia umana, questi valori che strutturano la «tradizione» sono stati realmente rispettati e perché e a partire di che inizia la decadenza?
Riccardo Alberto Quattrini
19 Luglio 2026 a 16:20
Grazie per il suo commento.
La questione che pone è centrale e credo meriti una distinzione. La “tradizione”, almeno nel senso in cui la intende Veneziani, non coincide con l’insieme delle vicende storiche dell’Occidente né con tutte le scelte compiute dalle società che si sono richiamate ad essa. Una tradizione è anzitutto un patrimonio di principi, valori e categorie attraverso cui una civiltà interpreta se stessa. Che tali principi siano stati spesso traditi dalla storia è un dato difficilmente contestabile.
Anche l’affermazione secondo cui il capitalismo sarebbe il principale fattore di disordine rappresenta una chiave di lettura possibile, ma non l’unica. Il Novecento ha mostrato come anche sistemi dichiaratamente anticapitalisti abbiano prodotto conflitti, imperialismi e forme di dominio.
Forse la domanda decisiva non è se la tradizione abbia sempre funzionato, ma se una civiltà possa conservare coesione e capacità di orientarsi quando perde del tutto il legame con le proprie radici. È proprio questo interrogativo che l’articolo, riprendendo Veneziani, invita a discutere.
todomodo
20 Luglio 2026 a 12:57
Il capitalismo è un sistema di produzione fondato sulla proprietà privata, sul lavoro salariato, sulla produzione di valori d’uso, su una produzione sociale e un’appropriazione individuale delle merci.
Quali sarebbero i sistemi produttivi che non hanno rispettato questi principi. o per lei basta dichiararsi anticapitalista per esserlo?
E è veramente strano scrivere che è necessario seguire, rispettare la tradizione, dire che è l’unica nostra salvezza e poi non saperla definire.
Lei parla di tradizione come patrimonio di principi ma cosa succede se questi principi non corrispondono più a quello che noi conosciamo della realtà?
Per esempio che senso ha continuare a parlare di «verità» se la realtà ci dice che questa «verità» dipende dalla posizione dell’osservatore e quindi sempre da una osservazione parziale e limitata?
Quattrocento anni fa Galileo ha avuto questa intuizione e in nome della tradizione e dei suoi principi quasi lo bruciano vivo.
Per qualche centinaia di migliaia di anni la sessualità umana è stata il fondamento della riproduzione della nostra specie ma da circa 50 anni il rapporto sessuale ha perso questa esclusività.
Quindi per la realtà umana è venuto meno la finalità, la necessità della relazione sessuale ma per i difensori della tradizione quello che veramente conta è un principio che non considera più la realtà ma fondato su una realtà che non esiste più.