La gente ama festeggiare e godere delle vittorie. La verità è sempre immensamente diversa dalla propaganda dei vincitori della guerra

PERCHÉ IL MURO DI BERLINO

Una pagina poco nota della Storia

(parte seconda)

Il cielo sopra Berlino è un film del 1987 diretto da Wim Wenders che disse che gli angeli vivono nelle poesie di Rilke. Bruno Ganz è Damiel

La bomba atomica sovietica 

Era il 24 luglio 1945 quando Harry Truman comunicò laconicamente a Stalin che gli Stati Uniti avevano appena sperimentato con successo una nuova “arma rivoluzionaria di straordinaria potenza”. Lo fece con studiata non chalance, quasi di sfuggita, ma ben consapevole che ciò che era accaduto, solo tre giorni prima, nel poligono di Alamogordo, avrebbe modificato il corso della storia mondiale. Conosceva Stalin da pochi giorni – l’incontro si stava svolgendo, come abbiamo già scritto, a Potsdam alla periferia di Berlino – ed era certo bene informato sulla forza e sull’astuzia del suo interlocutore. Secondo alcune fonti la rivelazione fu concordata con Churchill, anche per studiare le reazioni di Stalin. Entrambi volevano verificare se il leader sovietico era a conoscenza di qualche cosa, o ne sospettava l’esistenza.

Ciò che volle comunicare al suo interlocutore era un concetto semplice e duro: “da oggi noi siamo in vantaggio”. Da quel momento il dialogo sarà corrispondente a un rapporto di forze completamente diverso da quello di Jalta. Si inaugurava la “diplomazia atomica”

Quando la seduta fu tolta, rispondendo a Vjačeslav Molotov, che aveva subito notato:

   «vogliono alzare il prezzo», esclamò: «Lo alzino pure […] Bisogna parlare oggi stesso con Kurčatov e dirgli di accelerare il nostro lavoro» (13)

Non è escluso che, in quel momento, Stalin sapesse più di quello che Molotov poteva immaginare. Infatti il 16 luglio, otto giorni prima del colloquio con Truman, Klaus Fuchs  – il fisico comunista tedesco che era uno dei cervelli chiave del “Progetto Manhattan” – aveva potuto assistere all’esplosione di Alamogordo e il 19 luglio aveva inviato a Mosca un rapporto approfondito di 33 pagine con la descrizione dettagliata dell’ordigno nucleare, insieme alla descrizione dalla costruzione della bomba e degli effetti che aveva potuto osservare di persona. Quello che Stalin non poteva sapere era che dopo soli 13 giorni avrebbe potuto osservare direttamente l’immenso distacco che separava la Russia dagli Stati Uniti. Il 6 e il 9 agosto due cittadine giapponesi, Hiroshima e Nagasaki sarebbero state cancellate in pochi secondi. Lo stato della ricerca atomica sovietica era, in quel momento, lontano mille miglia dalla soluzione del problema che si parava all’improvviso di fronte a Stalin.

Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Perdite civili: 90 000 – 166 000 vittime a Hiroshima. 60 000 – 80 000 vittime a Nagasaki. Sono seguite altre vittime ammalatesi negli anni per varie patologie tumorali.

Dagli archivi sovietici, recentemente aperti, emerge che la questione atomica venne portata sul tavolo della dirigenza del Partito, cioè di Stalin, nell’autunno del 1941. Fu Lavrentij Berija, che dirigeva allora l’NKVD, cioè il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, a scoprire che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti erano in corso ricerche avanzate nell’uso militare dell’atomo. Al ritorno dalla Conferenza di Potsdam, Stalin prese le decisioni necessarie per affrontare la “corsa contro il tempo” che doveva ripristinare, a tutti i costi, un qualche equilibrio. La bomba atomica aveva ridisegnato la mappa del potere mondiale e di questo erano tutti consapevoli, a Washington, a Londra, a Mosca. L’Unione Sovietica aveva appena vinto la Seconda guerra mondiale e si trovava con la prospettiva dell’annientamento. Questi furono i contorni politici, strategici, psicologici in cui prese avvio “l’Operazione Borodino”. Fu Stalin a denominarla in questo modo. La Battaglia di Borodino (7 settembre 1812) era stata lo scontro decisivo per la sconfitta della Campagna di Russia di Napoleone Bonaparte. Come raccontò magistralmente, in Guerra e Pace, Lev Tolstoj, finì sostanzialmente in un pareggio. Ma le perdite subite dall’esercito francese, le difficoltà logistiche, l’immensità dello spazio in cui Napoleone era rimasto sperduto, il successivo incendio della conquistata Mosca, l’impossibilità di raggiungere l’armata guidata dal generale Kutuzov, costrinsero il condottiero francese a battere in una rovinosa ritirata.

Battaglia di Borodino (o della Moscova) 7 settembre 1812 Louis-François Lejeune  W/p.d.

Stalin probabilmente volle raffigurare se stesso e la Russia con un nome augurante vittoria. E ne costruì le premesse. I mattoni che vennero posati in quella occasione furono tutti essenziali, cruciali per determinare l’esito. Il principale fu Lavrentij Berija. A lui furono assegnati letteralmente tutti i poteri. E Lavrentij Berija non deluse le aspettative di Stalin.

L’Operazione Borodino fu la realizzazione di un programma inimmaginabile che portò al risultato in soli quattro anni (14), al quale parteciparono decine di migliaia di persone: scienziati, ingegneri, operai, prigionieri di guerra tedeschi o comunque stranieri, reclusi comuni russi e di altre nazionalità dell’Unione Sovietica, forzati politici tirati fuori dai lager. Masse di uomini e donne colmi di entusiasmo insieme a persone comuni, né consapevoli né convinte, molte delle quali ostili. La grandissima parte di loro partecipò senza conoscere lo scopo del suo lavoro. Un gruppo ristretto di scienziati e politici consapevoli del problema e della missione. Un gruppo ancora più ristretto, il cui numero esatto non è mai stato reso noto fino ai giorni nostri, di informatori di alto e altissimo livello scientifico. Molti dei quali nemmeno russi né sovietici, ma antifascisti per convinzione, o addirittura comunisti, militanti dalla parte dell’Unione Sovietica, che agirono per convinzioni ideali e, per esse non furono nemmeno retribuiti e rischiarono la vita e la libertà personale (Klaus Fuchs, tedesco, fu uno di loro, probabilmente il più importante in assoluto).

Molti anni più tardi, quando l’Unione Sovietica cessò di esistere, il fisico e accademico Jurij Kharitonov ammise che la prima arma atomica sovietica fu assemblata in base al disegno della bomba atomica americana ottenuto da Klaus Fuchs. E, quando Stalin conferì le massime onorificenze sovietiche ai protagonisti di quell’epopea, disse:

   «se avessimo ritardato di un anno, un anno e mezzo, probabilmente avremmo dovuto subire su di noi un tale colpo” (15)

Alle 7.00 del mattino del 29 agosto 1949, un bagliore accecante illumina il sito di massima segretezza di Semipalatinsk, nell’odierno Kazakistan. Un boato, il blackout, poi il silenzio. Il fungo atomico che si alza sul poligono nucleare decreta il successo dell’Operazione Borodino: la detonazione della bomba RDS-1 chiamata dai Sovietici Pervaja molnija “primo raggio. I russi erano così entrati a far parte del “club atomico”, anche loro possono esercitare la deterrenza nucleare sul mondo.

Fotografia di copia dell’ordigno atomico RDS-1 la prima bomba atomica sovietica, era del tipo a implosione, come la bomba statunitense “Fat Man”, anche in apparenza; gli “occhi” anteriori sono micce radar.

Distruzione dell’accordo di Potsdam

Fu come conseguenza di questa rapida, seppure progressiva, revisione collettiva delle loro strategie che le potenze occidentali occupanti posero termine alla politica di “occupazione repressiva” della Germania e trasformarono il Paese sconfitto in un importante decisivo alleato contro il comunismo. Cioè contro la Russia. Le conferenze di Parigi, Mosca e Londra, che si tennero tra il 1946 e la fine del 1947, ebbero tutte e tre, come minimo comune denominatore, la scelta degli occidentali di uscire unilateralmente dagli accordi di Berlino-Potsdam.  Che, avevano previsto, in un futuro più o meno lungo, ma concordato, la formazione di una Germania unita e democratica. Cosa la Russia intendesse per “Germania democratica” è questione difficile da dipanare. In ogni caso si può dire che, in quello stadio, nessuna idea concreta circa le modalità con cui procedere a una qualche normalizzazione politica fu mai portata ai tavoli negoziali. Ma gli accordi, di Jalta e di Potsdam avrebbero comunque consentito il mantenimento di un dialogo tra Unione Sovietica e Occidente nel suo complesso. Invece i calcoli di Truman e Churchill prevedevano non il dialogo ma la rottura. A questo punto il problema venne completamente rovesciato. La divisione della Germania doveva appunto trasformare la parte tedesca rimasta sotto il controllo occidentale in un alleato dell’Occidente; doveva usare il potenziale industriale-militare tedesco per trascinare lo sviluppo economico dell’intera Europa e metterla totalmente sotto l’ombrello economico e finanziario statunitense. Il tutto rimandando ad altri tempi la riconquista della parte restante della Germania, quella destinata a rimanere sotto il controllo sovietico.

Per capire in che modo venne attuato il rovesciamento dei fini sarà utile tornare indietro di poco più di un anno, al primo piano organico della divisione della Germania. Esso fu formulato nella seconda Conferenza di Québec (12-16 settembre 1944). Si trattò di un incontro esclusivamente anglo-americano, ultra segreto – nome in codice Oktagon – al quale presero parte Winston Churchill, Franklin Roosevelt, insieme ai rispettivi capi di Stato Maggiore Generale. L’Unione Sovietica non fu né invitata né formalmente informata, sebbene sia poco probabile che fosse del tutto ignara dell’evento. Mosca era comunque ben consapevole del fatto che la coalizione anti hitleriana stava, per così dire, cambiando pelle di mese in mese, in corrispondenza dello sviluppo delle posizioni sui campi di battaglia.

L’esercito sovietico aveva rovesciato completamente la situazione militare dopo la tremenda epopea di Stalingrado, durata dal 17 luglio 1942 fino al 2 febbraio 1943. Le divisioni sovietiche dilagavano verso i confini tedeschi occupando chilometri e chilometri di territorio europeo. Lo sbarco anglo-americano in Normandia, avvenuto il 6 giugno 1944, disegnava una situazione nuova, che prometteva di incrementare le “azioni politiche” degli occidentali nella gestione della vittoria finale contro il nazismo. Mosca aveva a lungo insistito perché l’intervento americano sul suolo europeo venisse anticipato. Era vitale per l’Unione Sovietica che l’esercito tedesco fosse costretto a combattere su due fronti e che almeno una parte delle divisioni della Wehrmacht fossero spostate su un fronte occidentale. È un fatto, comunque, che il ritardo dello sbarco di Dunkerque servì anche a consentire alle armate naziste di rimanere più a lungo sui fronti che le opponevano all’avanzata sovietica.

I due incontri di Québec servirono, in quel contesto, a correggere l’evoluzione dei rapporti di forza, sul terreno, tra gli anglo-americani e i sovietici. I temi discussi in quelle due occasioni furono diversi, mondiali e non europei, ma per quanto riguardava il futuro della Germania, ruotarono intorno alle linee del Piano Morgenthau. Cioè la spartizione della Germani sconfitta.

La Germania avrebbe dovuto essere divisa in tre zone: Germania del Nord, Germania del Sud, mentre nella parte occidentale si prevedeva una non meglio precisata “zona internazionale”. L’assegnazione alle rispettive potenze vincitrici non era stata ancora definitiva, almeno per quanto concerne le intenzioni di Churchill e Roosevelt. I quali, comunque, avevano idee molto diverse tra di loro. La Slesia sarebbe passata interamente alla Polonia, e questo rimase un punto fermo anche in seguito. La Prussia orientale veniva assegnata alla Russia. La Saar, area-chiave per la ricchezza dei giacimenti di carbone e sede di impianti industriali decisivi per ogni progetto futuro, veniva assegnata alla Francia (che Roosevelt e Churchill già progettavano di inserire nel novero dei vincitori, per aumentare il peso specifico della coalizione occidentale)

Jalta sarebbe stata convocata solo 5 mesi dopo, senza i francesi. Il 12 aprile muore Roosevelt. Berlino cadrà in mano sovietica il 2 maggio. La Conferenza di Berlino-Potsdam si concluse il 2 agosto. La mappa delle posizioni sul terreno cessa di essere un’ipotesi e diventa il dato di fatto. Il 6 e 9 agosto l’America di Truman bombarda Hiroshima e Nagasaki. La rottura si manifesta in quel lasso di tempo. Fu chiaro, tra i leader occidentali, che i rapporti militari di forze sul terreno non avrebbero consentito la conquista occidentale di tutta la Germania. USA, Gran Bretagna e Francia decisero allora di unificare le tre zone di occupazione che detenevano, contrapponendole a quella, decisamente più estesa, sotto il controllo russo. È noto che Winston Churchill accarezzò l’idea di scatenare subito una nuova guerra contro l’Unione Sovietica, per regolare i conti immediatamente. Truman non accolse il suggerimento. L’opinione pubblica americana era contraria: dato non decisivo ma importante. Ma il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, quattro giorni dopo la conclusione della Conferenza di Potsdam, misurò quale fosse lo stato delle relazioni tra i vincitori. La vittoria contro il Giappone era già assicurata. Quel mostruoso massacro di civili fu, sostanzialmente, un messaggio al mondo intero e, in modo particolare, all’Unione Sovietica. Annunciava a tutti chi era divenuto ormai il Padrone della scena, e disegnava nello stesso tempo, i gradi di libertà che l’America era disposta a concedere a Mosca, in quel momento l’unico avversario degno di questo nome. La Cina era ancora in marcia per arrivare alla vittoria di Mao Tse-Tung. La proclamazione della Repubblica Popolare Cinese sarebbe avvenuta tre anni dopo e nessuno ancora si preoccupava dell’Impero di Mezzo.

Il Piano Morgenthau venne ufficialmente abbandonato il 6 settembre del 1946 con il discorso del segretario di Stato americano. James F. Byrnes, che assunse una forma di una Nuova dichiarazione a proposito della politica sulla Germania”. Seguì, come abbiamo già visto, un interregno burrascoso e contraddittorio di oltre un anno fino al luglio 1947 in cui gli Stati Uniti passarono dalla direttiva JCS 1067 alla direttiva JCS 1779. Quest’ultima sanciva nettamente la fine “dell’occupazione repressiva” della Germania Occidentale e l’inizio di una sostanziale cooperazione tra occupanti e occupato. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia dichiararono che:

   «un’ordinata e prospera Europa ha bisogno dei contributi economici di una stabile e produttiva Germania».

Il piano Marshall

Homo videns. La riflessione di Giovanni Sartori sui nuovi media

Il piano Marshall fu un grande piano economico per distribuire la ricchezza e gli investimenti ai paesi europei, ma una parte importante del piano Marshall fu dedicato, fin da allora al controllo delle menti. Loro comprarono tutti i professori universitari di Francia e Italia, loro istruirono tutti i gruppi dirigenti, costruirono tutti i gruppi militari a sua volta “intelligenti”; quindi, una struttura di comando dalla quale noi non ci siamo più liberati perché l’intero sistema della comunicazione fu nelle loro mani. Nacque la neolingua. Una neolingua non più basata sulla parola ma sulle immagini, più capaci a colpire e manipolare le menti. Si pensi a Hollywood una potenza propagandistica inimmaginabile. Giovanni Sartori scrisse un interessantissimo libro che si intitolava L’homo videns. Egli spiegò che l’uomo che vede non è uguale all’uomo che legge è tutta un’altra cosa, è una mutazione antropologica; quindi, loro ci hanno mutato antropologicamente e noi non ce ne siamo accorti. Ciò dimostra che vedere con gli occhi è molto più importante che parlare usando la lingua. L’immagine contiene una enorme quantità di significati gran parte dei quali non sono decifrabili, questo lo hanno scoperto loro, con la loro conoscenza dei meccanismi umani. Fin da subito, alla fine della guerra loro hanno applicato in modo massiccio questa questione, bisognava costruire una possente sistema di produzione delle immagini.

Due anni dopo l’approvazione del Piano la Germania già mostrava i segni di una impetuosa rinascita economica e il resto dell’Europa cominciava a beneficiare di quei risultati.

Ma la descrizione più realistica di ciò che esso significava fu data dal suo stesso creatore, il generale George Marshall, da poco nominato segretario di Stato da Henry Truman, nel discorso dell’Università di Harvard, Cambridge, Massachusetts. Nelle sette pagine dattiloscritte, che lesse sulla scalinata della Memorial Church, c’erano le idee che Truman avrebbe poi espresso al momento della sua firma:

   «Il Piano Marshall […] non è un’opera filantropica […]. Esso è basato sul nostro modo di vedere le esigenze di sicurezza degli americani […]. Questa è l’unica via pacifica ora aperta per noi, per rispondere alla sfida comunista, corrispondente al nostro modo di vivere, e alla nostra sicurezza».

Nel 1951 la Germania Occidentale sestuplicò la produzione industriale rispetto allo stato di devastazione del 1946. L’Occidente dimostrava ai popoli la sua superiorità economica. I partiti comunisti, rinati nel frattempo in tutti i Paesi europei, si trovarono dovunque indeboliti e confusi. Il modello sovietico, arcigno e lontano, invisibile dietro la Cortina di Ferro, era difficilmente difendibile. I finanziamenti che Mosca era in grado di dare, per sostenerli, erano briciole rispetto alle grandi torte di dollari che gli stati Uniti potevano sfornare a sostegno dei partiti filo americani, che formarono tutti i governi europei occidentali. Avvenne la stessa cosa dappertutto. Il consenso verso le idee socialiste si ridusse sensibilmente. Tutti i più importanti organi di stampa, le radio e le televisioni, divennero oggetto di acquisto da parte dei grandi centri industriali e dei servizi segreti americani. Valga per tutti l’esempio italiano. Il 18 aprile del 1948 il Partito Comunista Italiano – che pure aveva compiuto, con la svolta togliattiana di Salerno, una conversione radicale verso la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto, cancellando l’idea della dittatura del proletariato – perse le elezioni e poco dopo fu escluso dal Governo.

La politica di smantellamento delle industrie tedesche finì nel 1951 e nel 1952 la RFT aderì alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). L’occupazione militare della Germania Occidentale terminò ufficialmente nel 1955. George Marshall fu insignito del premio Nobel per la Pace nel 1953. Al di qua della Cortina di Ferro l’egemonia americana fu assicurata con ogni mezzo.

La propaganda hollywoodiana fornì lo spunto per un’analisi distorta di ciò che rappresentava in quel momento l’Unione Sovietica. Di qui gli americani buoni di là i Russi cattivi. In termini storici essa si trasformò in un’immensa macchina di dominio che incominciò allora a Berlino molti anni dopo la fine della guerra quando il Muro era già stato eretto. Era il 26 giugno 1963 e il presidente americano John Kennedy dall’alto di un’impalcatura di ferro nei pressi della Porta di Brandeburgo, dalla quale poteva gettare uno sguardo “dall’altra parte” pronunciò la famosa frase: «Ich bin Berliner». Il significato era che con i Russi non si poteva avere nulla a che fare, loro erano i nemici della libertà del progresso, noi che stiamo di qui, sono la libertà, il progresso

L’oceanica folla venuta ad assistere al discorso di Kennedy. 26 giugno 1963

Bretton Woods

Anche uno dei principali motivi che avevano condotto alla Seconda guerra mondiale fu specificamente occidentale: la gravissima crisi del 1929-1930. L’Unione Sovietica, a causa del suo modello economico “alternativo” al capitalismo e delle sue ricchezze in materie prime energetiche, ne rimase all’esterno. Fu una crisi mondiale che, per la prima volta, prendeva le mosse dagli Stati Uniti, dimostrando così che essi erano già il centro del sistema economico planetario. Il controllo del mercato dei cambi aveva finito per minare alla radice il sistema dei pagamenti internazionali. La competitività dei cambi consentiva di sostituire la competitività reale dei processi produttivi. Svalutando, chi poteva, faceva crescere le proprie esportazioni, riducendo in tal modo il deficit della bilancia dei pagamenti. Il risultato, di regola produceva un aumento dei redditi dei Paesi più avventurosi nel breve periodo, ma nel medio periodo e lungo periodo il successo si trasformava in disastro. L’inflazione riduceva la domanda di beni, questa produceva a sua volta l’aumento della disoccupazione. Il commercio mondiale si contraeva. Il decennio degli anni Trenta, cominciato con il crollo della borsa statunitense del 1929, aveva costretto gran parte del mondo a fronteggiare quella che fu definita la “Grande depressione”. Molto si è detto e scritto, nei decenni successivi, lodando la politica economica e sociale del New Deal, cioè la saggezza e l’audacia di Franklin Delano Roosevelt. Ma la grandezza indubbia di quel presidente americano non sarebbe stata sufficiente. Tutti sanno, oggi – o dovrebbero saperlo – che l’elemento decisivo che permise di uscire dalla “Grande depressione” fu la tragedia della Seconda guerra mondiale. Una tale valutazione è particolarmente importante oggi, quando una gran parte del mondo occidentale si trova in una situazione analoga.

La Seconda guerra mondiale non era ancora terminata quando le trattative per definire una nuova politica monetaria internazionale si aprirono, il primo luglio 1944. Per 22 giorni, tra aspre dispute, 730 delegati di 44 nazioni affrontarono i nodi che la “Grande depressione” aveva portato allo scoperto, senza poterli risolvere. Nel Mount Washington Hotel c’erano praticamente tutti i Paesi del mondo occidentale, ma era evidente che i protagonisti che avrebbero deciso come regolare le relazioni commerciali e finanziarie del mondo post-bellico sarebbero stati meno delle dita di una mano.

A Bretton Woods non c’era l’Unione Sovietica. La partita era tra un Impero che usciva di scena e un altro Impero che vi entrava: entrambi capitalistici. La guerra aveva messo in moto risorse economiche immense. Lo Stato americano aveva preso le redini dei processi e aveva moltiplicato gli investimenti. Certo indebitandosi a tutto spiano, ma facendo uscire il Paese dalla paura. La recessione stava lasciando spazio all’ottimismo. Nuove fabbriche si erano aperte, l’occupazione cresceva con il benessere e questo spingeva in alto i consumi. La guerra stava finendo. L’Europa era un mucchio di macerie. L’America che non aveva subito nessun disastro in casa propria, voleva mantenere e accrescere il suo benessere. I Paesi europei avevano bisogno di tutto:

   – si trattava di rimettere in moto la produzione industriale

   – di ricostruire le infrastrutture distrutte

   – di avere cibo, vestiti, medicine

   – di produrre mezzi di trasporto ferroviario, stradale, navale

   – di costruire ospedali e scuole distrutte.

L’America aveva tutti i suoi mezzi di produzione non solo intatti, ma in condizioni che sarebbero state presto iper-produttive. I bisogni europei erano la risposta simmetrica, perfetta, alla ricchezza americana. E l’America aveva anche finanze traboccanti. La guerra l’aveva innalzata a principale creditore. L’oro degli Stati europei era stato portato là dove non correva rischi e là sarebbe rimasto in gran parte per due motivi collimanti: perché serviva a garantire il credito e perché nessuno avrebbe potuto avere una protezione migliore di quella offerta da un dollaro trionfante che diventò la moneta unica per tutto il commercio mondiale. Il sistema venne definito assieme all’impegno degli Stati Uniti di ancorare il dollaro all’oro con una rata di scambio fissa pari a 35 dollari per oncia.

Ma nessuno regala niente per niente. Chi aveva il bastone del comando prese la decisione: gli investimenti americani sarebbero stati convogliati verso la Germania e il Giappone in forma di capitali, investimenti diretti, aiuti, assistenza, formazione dei quadri. I due nemici della Seconda guerra mondiale divennero i due bastioni di una lunga prospettiva di sviluppo senza crisi degli Stati Uniti. Alla lunga sia Germania che Giappone sarebbero divenuti concorrenti, ma nell’immediato erano in una condizione di totale subalternità.

Rivalutazione del marco tedesco

Dopo la conferenza di Potsdam violando gli accordi che all’articolo 14 dicevano: «durante il periodo dell’occupazione la Germania sarà trattata come un’entità economica unica», le tre potenze occidentali crearono nelle loro zone organi separati di gestione dell’economia locale.

Nel dicembre del 1948 vennero indette elezioni separate nei settori occidentali e fu creato un municipio di Berlino Ovest. Il colpo mortale alle intese precedenti fu quello del giugno 1948, con l’introduzione del “marco occidentale”. Da quel momento, in seguito alla decisione unilaterale degli alleati, nelle banche e negli uffici di cambio di Berlino Ovest un marco occidentale veniva dato in cambio di 4,7 marchi orientali, mentre un marco orientale veniva venduto per 0,22 marchi occidentali. In quel momento i movimenti degli abitanti di Berlino Est e Ovest erano in quel momento del tutto liberi. Non meno di cinquantamila persone dell’Est andavano regolarmente a lavorare all’Ovest. E venivano quindi pagate quattro volte di più, per lo stesso lavoro, dei cittadini dell’Est (16)

Ma i prezzi degli affitti, della luce, del gas, dei trasporti erano all’Est quattro volte minori, come pure i prezzi dei generi alimentari e di consumo. Come risultato la gente dell’Ovest si riversava nella zona dell’Est comprando con enorme vantaggio. Le autorità dell’Est non erano in condizione di equilibrare la situazione. L’approvvigionamento quotidiano dei generi alimentari se ne andava in un attimo all’Ovest. Presto le zone occidentali furono invase da beni di consumo provenienti dagli Stati Uniti, molto più abbondanti, variegati, attraenti, a prezzi inaccessibili per i cittadini dell’Est, il cui retroterra era la Russia povera e semidistrutta.

Enormi furono i danni economici subiti, prima dall’URSS direttamente e poi dalla Repubblica Democratica Tedesca, che fu creata non prima ma dopo la Repubblica Federale Tedesca (prima nacque la RFT, il 23 maggio 1949, e poi la RDT, il 7 ottobre 1949). Lo squilibrio della ricchezza fu decisivo, ma non bastava. Ci fu un accaparramento delle merci nei negozi di Berlino Est da parte di compratori occidentali; ci fu l’organizzazione sistematica delle “fughe” dall’Est verso l’Ovest aiutate dai servizi segreti.

Una fuga si è calcolato dall’Est all’Ovest di due milioni e mezzo di persone. Quello che non è mai stato detto che questo ha messo in ginocchio tutta l’economia russa. Cosa avrebbe potuto fare Stalin, cosa avrebbe potuto contrapporre a differenza degli Stati Uniti che invece erano stracolmi di dollari perché tutta l’Europa occidentale era debitrice verso l’America. Quindi non restava che tirare su il muro. Se non l’avessero fatto avrebbero perso tutta la popolazione e non perché la gente voleva scappare dal comunismo; una parte lo voleva, ma l’altra parte per niente semplicemente viveva in condizioni terribili e questa è una delle verità che non sono mai state dette. La denazificazione della Germania come abbiamo visto non ci fu. Così il capitalismo è diventato il vincitore della Seconda guerra mondiale. Lo scopo era questo di far capire a tutti che il vero vincitore della guerra era l’Occidente cioè l’America. Mentre la Russia che aveva subito i più grandi e gravissimi danni e perdite e che aveva invertito lo svolgersi dei fronti di guerra con la vittoria schiacciante ottenuta a Stalingrado si trovava nei panni del Paese perdente

Il braccio di ferro tra Est e Ovest diventò sempre più duro. Ma la successione degli eventi fino a quel momento – che fu indubbiamente di svolta da parte sovietica – dimostra che a Mosca non avevano voluto e non avrebbero voluto, giungere allo scontro. L’iniziativa della rottura è sempre stata nelle mani degli occidentali. Stalin in persona ancora nel lontano 1942, a guerra appena cominciata, mentre era in corso l’offensiva hitleriana, aveva pubblicato e fatto leggere dalla radio sovietica un ordine del giorno per certi aspetti stupefacente,

   «Gli insegnamenti della storia [suonava il comunicato che fu udito da milioni di soldati e cittadini sovietici] indicano che gli Hitler vengono e vanno, ma il popolo tedesco, lo Stato tedesco, rimangono»

E, alla fine della guerra, tre anni dopo, il 9 maggio 1945, sette giorni dopo la caduta di Berlino, tornò sul tema con questo discorso:

   «l’Unione Sovietica festeggia la vittoria senza proporsi di dividere o distruggere la Germania».

I negoziatori sovietici indicarono a più riprese le due varianti che avrebbero potuto essere percorse senza rotture. La prima fu quella della creazione di un “comitato pantedesco”, cioè formato da delegati delle due Germanie (che nel frattempo erano, come abbiamo visto, sorte per iniziativa occidentale) che avrebbe dovuto rappresentare “tutta la Germania” al negoziato di pace.

La seconda variante proposta da Mosca fu che le potenze vincitrici si accordassero per firmare un trattato di pace con i due Stati tedeschi esistenti. Anche di fronte l’impossibilità di percorrere tutte e due le varianti, l’URSSS dichiarava che la libertà di accesso a Berlino Ovest sarebbe stata rispettata sebbene tutte le strade fossero sotto il controllo della Repubblica Democratica Tedesca. Ma la volontà di un accordo che nel 1954 l’Unione Sovietica aveva avviato nell’allacciare rapporti diplomatici con la RFT, svanirono nel 1957 quando il Governo della Germania Occidentale guidato Konrad Adenauer, dichiara che interromperà ogni relazione diplomatica con qualunque Paese che, in qualunque modo, avrà riconosciuto la Repubblica Democratica Tedesca.

IL MURO

   Un bravo chirurgo di fronte ad una emorragia cerca disperatamente di delimitarla

La presa di Berlino da parte delle truppe sovietiche maggio 1945

Sarà utile ricordare che Berlino fu interamente occupata dalle truppe sovietiche nei primi giorni del maggio 1945. Le prime truppe degli alleati occidentali giunsero soltanto un mese dopo. E Stalin rispettò le decisioni prese il 12 dicembre 1944, a guerra ancora in corso, dalla Commissione consultiva Tripartitica (USA, URSS, Gran Bretagna), secondo cui la Germania occupata sarebbe stata divisa in quattro zone. Quegli accordi prevedevano che Berlino avrebbe avuto un’amministrazione comune delle potenze alleate (la Francia fu aggiunta successivamente)

Abbiamo già esaminato molti sviluppi che precedettero e seguirono la firma degli accordi di Potsdam. Ora cerchiamo di vedere quali furono i loro riflessi sulla condizione di Berlino e dei suoi abitanti. In parallelo con la graduale rottura degli accordi di Potsdam, gli occidentali cominciarono passo dopo passo a “interpretare” quegli accordi secondo i loro criteri, spesso senza nemmeno consultare il “quarto occupante”, cioè l’Unione Sovietica. Occupante scomodo, non solo perché molto forte sul campo ma perché portatore di un altro modello economico e sociale.

Come abbiamo già ricordato, l’intesa comune era stata quella di denazificare e democratizzare la Germania. Ma, per esempio, quando le prime assemblee cittadine di Berlino – promosse da tedeschi antinazisti – posero agli alleati la questione della confisca dei beni ai criminali nazisti e chiesero il passaggio delle industrie alla proprietà collettiva, i comandi occidentali posero il veto. Inammissibile, per americani, inglesi l’idea stessa di misure di carattere socialista nella Germania occupata. I russi fecero quello che ritenevano utile nella loro zona, stanando i nazisti. Mentre un corpo di polizia separato venne istituito dagli occupanti anglo-americani. Di fatto il comando inter-alleato smise di funzionare.

Sebbene l’articolo 14 degli accordi di Potsdam dicesse che «durante il periodo dell’occupazione la Germania sarà trattata come un’entità economica unica», le tre potenze occidentali crearono nelle loro zone organi separati di gestione dell’economia locale. Nel dicembre del 1948 vennero indette elezioni separate nei settori occidentali e fu creato un municipio di Berlino Ovest. Il colpo mortale alle intese precedenti fu quello del giugno 1948, con l’introduzione del “marco occidentale” come abbiamo ampiamente spiegato nel capitolo precedente.

La via del dialogo, come abbiamo potuto vedere, era stata lastricata da troppi fatti compiuti, la cui responsabilità risale precipuamente all’Occidente. Il 5 agosto 1961 si riunirono i segretari dei partiti comunisti dell’Est che, consultati, diedero l’assenso al Partito Comunista della DDR(17) perché decidesse di chiudere il confine con Berlino Ovest e con tutta la repubblica Federale Tedesca. La decisione entrò in vigore il 13 agosto. Quella mattina presto sul confine di Berlino Ovest polizia e operai dell’Est cominciarono a sostituire i fili spinati; l’acciottolato delle strade che attraversavano il confine fu sconvolto dai bulldozer; squadre di poliziotti, di genieri, di distaccamenti militari, interruppero tutte le linee dei trasporti che passavano da un settore all’altro. Vi furono punti dove la demarcazione assegnava le case di un lato della strada a Berlino Est e il marciapiede di quello stesso lato a Berlino Ovest. Fu il caso della Bernauer Strasse che, per questo, come emblema per una situazione assurda, divenne famosa in tutto il mondo. Così le finestre di intere facciate furono murate, e i portoni su quel lato furono chiusi “per sempre”. Migliaia di persone di Berlino Est furono costrette a cambiare abitazione.

La costruzione del muro durò una decina di giorni. I tedeschi, seppure dell’Est, si rivelarono “tedeschi”: agirono con strabiliante rapidità e coordinazione. Simultaneamente vennero interrotte tutte le comunicazioni: si chiuse la metropolitana, cessarono le linee di autobus e tram di superficie. La città cambiò forma. Decine di migliaia di persone dovettero cambiare lavoro, decine di migliaia di persone dovettero dire addio ai loro parenti, ai loro amori, alle loro abitudini. Le guardie di confine ebbero l’ordine tassativo di usare le armi per impedire ogni attraversamento. Per i cittadini di Berlino Ovest che avrebbero comunque dovuto svolgere funzioni insostituibili a Est, e per gli stranieri, rimasero aperti sette transiti sorvegliati e un varco ferroviario. Per i cittadini dell’Est ogni varco venne chiuso.

Così il Muro aprì – tagliando in due il mondo occidentale, o una grande parte di esse. La Guerra fredda divenne, da quel momento, una realtà incombente su tutti, da una parte e dall’altra del grande Muro metaforico che di fatto divideva, dappertutto nel mondo, due “sistemi”. Quel Muro è durato 28 anni. Adesso non c’è più, la Germania è una e adesso domina l’Europa. In un altro modo, ma domina. I due “sistemi” non esistono più. Almeno non più come li si pensava allora. Il mondo non è più bipolare. Il nemico dell’Occidente non è più soltanto “uno”, cioè la Russia. Che, a sua volta, è diventata capitalista dopo essere stata sconfitta nella sua fisionomia socialista. Ma non per questo è diventata amica. Cresce da quarant’anni la Cina, guidata da un immenso – e strano – Partito Comunista. Irrefrenabile, potente, in gran parte incomprensibile e misteriosa. L’Impero vincente della Guerra fredda è in declino. I suoi vassalli nella confusione. Noi ne siamo sudditi.

Più di 28 anni sono oramai trascorsi tra crolli ideologici e germinazioni di mercati nuovi, guerre nel Vecchio Continente e proclami dal Nuovo Mondo.

Riccardo Alberto Quattrini

 

NOTE

  • (1) M. Blum, From the Morgenthau Diares, Years of War 1941-1945, Houghton Mifflin Company, 1967, p.227
  • (2) Office of Strategic Services-Official Dispach Ref. No 250, Franklin D. Roosevelt Presidential Library Museum, Marist College.
  • (3) H Morgenthau Jr, Germany is Our Problem, Harper & Brother, 1945
  • (4) “La Cia: così usammo i criminali nazisti per la Guerra fredda. Svelati i dossier americani sugli accordi segreti con le Ss. per la resa tedesca nel Nord Italia”, E Caretto, «Corriere della sera» archivio storico, 28 aprile 2001, p. 31. “Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici”, M. Gaggi, «Corriere della sera», Storia, 28 ottobre 2014.
  • (5) La fonte da cui sono tratte queste note è la Raccolta di documenti, tomo IV, della Conferenza di Crimea contenuta nell’edizione L’Unione Sovietica nelle Conferenze Internazionali del periodo della Grande Guerra Patriottica, 1941-1945. Edizioni di Letteratura Politica, 1979
  • (6) «Wall Sreet Journal», 30 ottobre 1946.
  • (7) Grossman, Vita e Destino, Jaca Book, 1984 Milano.
  • (8) George Kennan fu incaricato speciale degli Stati Uniti a Mosca negli anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale.
  • (9) J. Hobsbawm, Il secolo breve, BUR, 2004 Milano p. 276.
  • (10) Tagore, L’anima dell’Occidente. Un giudizio, Castelvecchi, 2013 Roma pp. 38-39.
  • (11) Toynbee, Il Mondo e l’Occidente, Sellerio, 1992 Palermo, pp. 11-12.
  • (12) P. Huntington, Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 2005 Milano.
  • (13) Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, vol. II, L’Unità Roma p. 286.
  • (14) Quando, dopo Hiroshima e Nagasaki, in Occidente si valutò la possibilità che l’URSS riuscisse a raggiungere la “parità” atomica, la valutazione più frequente fu che Mosca non avrebbe raggiunto l’obiettivo prima del 1955-1960.
  • (15) Ivestija, 8 dicembre 1992
  • (16) Molte delle fonti citate sono contenute in un opuscolo del Partito Comunista Italiano: Trattare subito per Berlino e il disarmo riconoscimento della RDT. Nessun impegno militare per l’Italia. (IX-1961)
  • (17) Sed, Partito Socialista Unificato di Germania

 

Parte Prima

«PERCHÉ IL MURO DI BERLINO (parte prima)»

Bibliografia

Chi ha costruito il muro di Berlino? Dalla guerra fredda alla nascita della bomba atomica sovietica, i segreti della nostra storia più recente. Giulietto Chiesa. Uno Editori. 2019. 160 pagine

Il muro di Berlino 1961-1989 Roberto Giardina. DIARKOS 8 ottobre 2019. 336 pagine.

Anime prigioniere. Cronache dal muro di Berlino. Ezio Mauro Feltrinelli 2019. 203 pagine.

Il muro. Berlino e gli altri. Piero S. Graglia. People 2019. 120 pagine

 

Uno speciale ringraziamento va a Giulietto Chiesa che mi concesse una intervista dove gli annunciai che volevo pubblicare questa nuova e inedita storia sul Muro che avevo appreso da lui. Che ora pubblico per gentile concessione dell’Editore Uno Editori e dal libro  “Chi ha costruito il muro di Berlino?”

 

 

 

 

 

 

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