Letteratura, filosofia e il tempo dell’attesa

«Perché la letteratura racconta sempre qualcuno che attende»

Fenomenologia dell’attesa tra Omero, Buzzati, Beckett, Kafka e l’escatologia cristiana.

Redazione Inchiostronero

Nota redazionale

L’attesa è comunemente percepita come un tempo vuoto, una pausa tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora accadere. La modernità, con la sua ricerca della velocità e dell’immediatezza, ha contribuito a rafforzare questa convinzione, trasformando ogni intervallo in qualcosa da ridurre o eliminare. Eppure, osservando alcune delle opere più significative della letteratura occidentale, emerge una realtà sorprendente: i loro protagonisti vivono soprattutto nel tempo dell’attesa. È lì che maturano le decisioni, si consolidano le speranze, prendono forma le paure e si rivela il significato stesso dell’esistenza.

Da Omero a Dino Buzzati, da Franz Kafka a Samuel Beckett, fino alla prospettiva dell’escatologia cristiana, questo saggio non propone una semplice rassegna di autori o di opere, ma un percorso interpretativo volto a individuare una struttura comune che attraversa epoche, linguaggi e visioni del mondo profondamente differenti. L’ipotesi è che la letteratura non racconti soltanto gli eventi, ma soprattutto il tempo che li precede: quello spazio sospeso in cui il desiderio non si è ancora compiuto, il destino rimane aperto e il futuro continua a interrogare il presente.

L’attesa, dunque, non appare come una parentesi dell’esistenza, ma come una delle esperienze fondamentali attraverso cui l’uomo costruisce il senso del proprio vivere. In questa prospettiva, la narrazione e l’escatologia, pur appartenendo ad ambiti differenti, condividono una medesima tensione verso il «non ancora», facendo dell’attesa non un vuoto da colmare, ma il luogo in cui prendono forma le domande più profonde sull’uomo, sul tempo e sulla storia.

Solitudine sulla riva al tramonto

L’attesa non è una pausa: è il cuore del racconto

Perché i grandi scrittori raccontano quasi sempre qualcuno che aspetta? È una domanda che raramente ci poniamo, eppure basta osservare le opere fondamentali della letteratura occidentale per accorgersi di una sorprendente costante. Prima ancora che accada qualcosa, c’è quasi sempre un tempo sospeso. Un viaggio deve ancora concludersi, una promessa deve ancora compiersi, una persona deve ancora tornare, una risposta tarda ad arrivare. La storia, in altre parole, non nasce dall’evento, ma dal suo rinvio.

Siamo abituati a considerare l’attesa come un intervallo, una parentesi tra un prima e un dopo. La vita vera, pensiamo, cominci quando finalmente succede qualcosa. La letteratura suggerisce invece l’esatto contrario. È proprio nel tempo dell’attesa che i personaggi si rivelano, che il desiderio prende forma, che il destino inizia a manifestarsi. Gli avvenimenti, spesso, rappresentano soltanto l’esito di una tensione che si è costruita molto prima.

Questa intuizione trova un sorprendente fondamento già nella riflessione di Aristotele. Nella Poetica egli afferma che «l’intreccio è il principio e quasi l’anima della tragedia». (1) È un’affermazione apparentemente tecnica, ma di straordinaria profondità. L’intreccio non è una semplice successione di fatti: è l’ordine attraverso il quale gli eventi acquistano significato. Ogni racconto vive infatti di una distanza tra ciò che è e ciò che ancora non è. Se quella distanza venisse meno, se tutto fosse immediatamente compiuto, la narrazione cesserebbe di esistere.

L’intreccio, dunque, vive della tensione. E la tensione nasce dall’attesa.

Non è un caso che il lettore continui a voltare pagina non perché conosca già ciò che accadrà, ma perché desidera scoprirlo. In questo senso, anche chi legge entra nello stesso movimento dei personaggi. Attende con loro. Condivide le loro speranze, le loro paure, le loro illusioni. Ogni romanzo costruisce una comunità invisibile di persone che aspettano: i protagonisti all’interno della storia e il lettore al di fuori di essa.

L’attesa, allora, non appartiene soltanto ai personaggi. È il principio stesso della narrazione. Ogni racconto nasce da una mancanza, da una promessa incompiuta, da un equilibrio spezzato che chiede di essere ricomposto. Senza questa distanza non esisterebbero né conflitto né sviluppo, né sorpresa né scioglimento. Rimarrebbe soltanto una successione di fatti privi di direzione.

Forse, più che raccontare gli avvenimenti, la letteratura racconta il tempo che li rende possibili. È in quello spazio sospeso, dove il presente non basta ancora e il futuro non è ancora arrivato, che prende forma una delle esperienze più universali dell’uomo: attendere.

(1) Aristotele, Poetica, trad. di Manara Valgimigli, Laterza, Bari-Roma, varie edizioni, cap. 6 («l’intreccio è il principio e quasi l’anima della tragedia»).

Omero: l’attesa che tiene unito il mondo

Se chiedessimo quale sia il tema dell’Odissea, la risposta più immediata sarebbe probabilmente il viaggio. Il poema di Omero è infatti ricordato come il racconto del lungo ritorno di Ulisse da Troia a Itaca, attraverso tempeste, mostri, dèi ostili e approdi ingannevoli. Eppure, osservandolo da una prospettiva diversa, emerge un dato quasi paradossale: l’Odissea non racconta soltanto il viaggio di un uomo. Racconta, con altrettanta intensità, l’attesa di chi è rimasto.

Mentre Ulisse attraversa il Mediterraneo, Penelope attraversa il tempo.

È un viaggio meno spettacolare, ma forse ancora più difficile. Non ci sono Ciclopi da affrontare né Sirene da cui difendersi. Il suo nemico è l’incertezza. Ogni giorno potrebbe essere quello del ritorno del marito, oppure quello in cui ogni speranza dovrà essere definitivamente abbandonata. Per vent’anni Itaca vive sospesa tra due possibilità inconciliabili: Ulisse è vivo oppure è morto. Nessuno può saperlo con certezza.

L’intero regno sembra condividere questa sospensione. Il palazzo è occupato dai Proci, che divorano le ricchezze del sovrano assente e premono perché Penelope scelga un nuovo marito. Telemaco cresce senza il padre e cerca, a sua volta, notizie che non arrivano. Ogni personaggio vive dentro una mancanza che nessuna decisione riesce a colmare.

In questo scenario Penelope non rappresenta soltanto la fedeltà coniugale, come spesso la tradizione ha sottolineato. Rappresenta la resistenza dell’attesa. La celebre tela che tesse di giorno e disfa di notte non è soltanto un espediente per rinviare le nozze. È la trasformazione del tempo in gesto. Ogni filo intrecciato e poi sciolto diventa un modo per impedire che il presente si chiuda prima del ritorno di Ulisse. Penelope non si limita ad aspettare: costruisce l’attesa, la difende, le dà una forma quotidiana.

Omero descrive questa condizione con parole di grande intensità, ricordando che Penelope «sempre piangendo consumava le notti e i giorni».(¹) Non è il pianto di chi si arrende, ma di chi continua a vivere senza possedere alcuna certezza. La sua è una fedeltà che non nasce dalla sicurezza, bensì dal dubbio.

Da questo punto di vista, l’Odissea insegna qualcosa che attraverserà tutta la letteratura occidentale. L’attesa non è l’opposto dell’azione. È essa stessa un’azione, quando implica perseveranza, memoria e speranza. Senza Penelope, il viaggio di Ulisse perderebbe il suo significato più profondo. Il ritorno esiste perché qualcuno lo ha atteso. L’eroe può attraversare il mare, ma è l’attesa silenziosa di Itaca a tenere unito il mondo del poema.

(1) Odissea, libro XIX (traduzioni italiane con formulazioni leggermente diverse). La citazione è comunemente resa come: «Sempre piangendo consumava le notti e i giorni», riferita al lungo dolore e all’attesa di Penelope.

Quando attendere diventa un destino

Con Omero l’attesa custodisce la speranza del ritorno. Con il Novecento, invece, qualcosa cambia profondamente. L’attesa non è più soltanto il tempo che precede un evento: diventa una condizione esistenziale. Non accompagna la vita, ma finisce per coincidere con essa. È questa la sorprendente affinità che unisce Dino Buzzati e Franz Kafka, due scrittori diversissimi per stile e visione del mondo, ma accomunati dall’aver trasformato l’attesa nel destino dei loro protagonisti.

Nel Deserto dei Tartari, Giovanni Drogo arriva alla Fortezza Bastiani convinto di fermarsi soltanto per pochi mesi. Lontano dalla città, in un luogo apparentemente inutile, attende il nemico che, secondo la tradizione, un giorno dovrebbe comparire all’orizzonte. Quell’attesa, inizialmente provvisoria, diventa però l’asse intorno al quale ruota tutta la sua esistenza. Ogni alba sembra poter essere quella decisiva. Ogni segnale alimenta la speranza che finalmente accada qualcosa. «Forse oggi accadrà.»(¹) È una frase semplice, quasi quotidiana, e proprio per questo rivela il meccanismo psicologico che imprigiona Drogo: il futuro promette continuamente un significato che il presente non riesce mai a offrire.

Kafka affronta lo stesso tema da una prospettiva diversa. Nel celebre apologo Davanti alla Legge, inserito nel Processo, un uomo giunge davanti a una porta aperta che conduce alla Legge. Un guardiano gli impedisce di entrare, senza negarglielo definitivamente. «Davanti alla Legge c’è un guardiano.» (²) Da quel momento tutta la vita dell’uomo si consuma nell’attesa di un permesso che non arriverà mai. Nessuno gli ordina di restare, eppure egli rimane. Nessuno lo incatena, ma è incapace di andarsene. La sua esistenza si restringe progressivamente fino a coincidere con quella soglia mai oltrepassata.

Le due attese sembrano opposte. Buzzati racconta un evento che potrebbe realmente verificarsi; Kafka costruisce una situazione volutamente enigmatica, nella quale il significato stesso dell’attesa sfugge al protagonista. Eppure la struttura è identica. In entrambi i casi l’uomo affida il senso della propria vita a qualcosa che deve ancora arrivare. Il presente perde consistenza, sacrificato a un futuro continuamente rinviato.

È forse questo uno dei rischi più profondi dell’attesa: quando cessa di essere una tensione vitale e diventa un’identità. L’uomo non vive più mentre aspetta; vive soltanto in funzione di ciò che aspetta. Buzzati e Kafka mostrano così il volto più inquietante dell’attesa: quello in cui la speranza non apre più il futuro, ma finisce per consumare il presente. Da questo momento, nella letteratura del Novecento, attendere non significa semplicemente sperare. Significa interrogarsi sul senso stesso dell’esistenza.

(1) Il deserto dei Tartari, la formulazione richiama il pensiero ricorrente del protagonista Giovanni Drogo, costantemente proiettato verso l’attesa dell’evento decisivo. La frase è riportata in traduzioni ed edizioni con lievi varianti.

(2) Il processo, apologo Davanti alla Legge. L’incipit recita: «Davanti alla Legge c’è un guardiano…», una delle immagini più celebri della narrativa kafkiana sull’attesa e sul rinvio.

Beckett: l’attesa senza oggetto

Se Buzzati e Kafka avevano mostrato come l’attesa potesse assorbire un’intera esistenza, Samuel Beckett compie un passo ancora più radicale. Con Aspettando Godot l’attesa perde perfino il suo oggetto. Non sappiamo chi sia davvero Godot, perché debba arrivare, né quale cambiamento potrebbe portare. Forse è un uomo. Forse un simbolo. Forse una promessa. O forse non è nulla di tutto questo. La sua identità rimane volutamente indeterminata, perché ciò che interessa a Beckett non è il personaggio atteso, ma la condizione di chi continua ad aspettarlo.

Vladimir ed Estragon trascorrono le loro giornate ai margini di una strada di campagna, accanto a un albero spoglio. Parlano, discutono, ricordano, dimenticano, litigano e si riconciliano. Ogni loro gesto sembra servire a riempire un tempo che, altrimenti, apparirebbe insopportabilmente vuoto. Tutto ruota attorno a una promessa: Godot arriverà. Ma ogni sera un ragazzo annuncia che non verrà quel giorno.

«Non viene? — No, oggi no.» (1) È una risposta che si ripete quasi identica, trasformando il rinvio in una struttura destinata a non concludersi mai.

Qui l’attesa non prepara più un evento, come accadeva nell’Odissea, né un possibile compimento, come nel Deserto dei Tartari. L’attesa diventa il contenuto stesso della vita. I protagonisti non attendono per vivere; vivono perché attendono. Se Godot arrivasse davvero, l’opera finirebbe. Il suo mancato arrivo non rappresenta dunque un fallimento della narrazione, ma la sua condizione di esistenza.

È difficile immaginare una rappresentazione più efficace dell’uomo contemporaneo. Venute meno molte delle grandi certezze religiose, politiche e filosofiche che avevano orientato i secoli precedenti, il Novecento scopre un individuo sospeso, incapace di rinunciare alla speranza ma altrettanto incapace di darle un contenuto definitivo. L’attesa sopravvive anche quando non è più chiaro che cosa si stia aspettando.

Beckett non offre risposte, e probabilmente non desidera offrirne. Il suo teatro non è costruito per spiegare il mondo, ma per mostrarne l’enigma. L’attesa, privata di ogni garanzia, diventa la metafora di una condizione universale. L’uomo continua a rivolgersi verso il futuro anche quando il futuro tace. Continua a sperare, pur non sapendo più in che cosa sperare.

È questo il punto estremo della fenomenologia dell’attesa. Dopo Penelope, che attende un volto conosciuto, dopo Drogo, che aspetta un nemico, e dopo l’uomo di Kafka, che aspetta una risposta, Beckett presenta un’umanità che attende senza poter più nominare l’oggetto della propria attesa. Rimane soltanto il tempo, e dentro quel tempo la domanda che accompagna ogni esistenza: arriverà mai ciò che stiamo aspettando?

(1) Aspettando Godot. Dialogo ricorrente tra Vladimir, Estragon e il ragazzo messaggero. Nelle diverse traduzioni italiane la formulazione presenta lievi varianti, ma conserva il medesimo significato: Godot non arriverà quel giorno e l’attesa viene nuovamente rinviata.

L’escatologia cristiana: quando ad attendere è la storia

Finora l’attesa ha avuto il volto di una persona. Penelope attende Ulisse, Drogo il nemico, l’uomo di Kafka una risposta, Vladimir ed Estragon un misterioso Godot. Con l’escatologia cristiana, però, la prospettiva cambia radicalmente. Non è più il singolo a vivere nell’attesa: è l’intera storia dell’umanità.

La Bibbia è attraversata da questa tensione fin dalle sue prime pagine. Nell’Antico Testamento il popolo d’Israele vive nell’attesa di una promessa che si rinnova di generazione in generazione: una terra, un’alleanza definitiva, la venuta del Messia. La promessa non appartiene soltanto al futuro; diventa il principio che orienta il presente. Israele non vive semplicemente il tempo cronologico, ma un tempo abitato dall’attesa. La sua identità si costruisce attorno a un «non ancora» che mantiene aperta la storia.

Con il Nuovo Testamento questa attesa non scompare. Cambia volto. La venuta di Cristo realizza la promessa messianica, ma non conclude la storia. Al contrario, inaugura una nuova attesa: quella della Parusia, il ritorno glorioso di Cristo alla fine dei tempi. È un passaggio decisivo, spesso frainteso. I primi cristiani non attendono che Cristo porti finalmente amore o giustizia, perché il suo annuncio è già iniziato con la predicazione, la morte e la risurrezione. Essi attendono il compimento definitivo della storia, quando il Regno di Dio si manifesterà pienamente e ogni cosa troverà il proprio significato (1).

Per questo gli ultimi versetti dell’Apocalisse assumono un valore simbolico straordinario. Alla promessa del Risorto: «Sì, vengo presto», risponde la comunità cristiana: «Amen. Vieni, Signore Gesù.» (2) Non è l’invocazione di chi fugge dal mondo, ma di chi guarda al tempo presente come a una realtà ancora incompiuta. Nello stesso orizzonte si colloca l’antichissima invocazione aramaica Maranathà«Vieni, Signore!» — conservata da Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (3). Una sola parola, rimasta nella lingua delle prime comunità cristiane, testimonia quanto l’attesa fosse percepita come il cuore stesso della loro esperienza.

A questo punto diventa evidente il filo che unisce letteratura ed escatologia. Naturalmente non dicono la stessa cosa, né perseguono il medesimo fine. La prima costruisce racconti, la seconda esprime una speranza religiosa. Tuttavia condividono una medesima struttura temporale. Entrambe vivono di una distanza tra ciò che è e ciò che deve ancora compiersi. Entrambe si alimentano di un «non ancora» che impedisce al presente di chiudersi su se stesso.

Forse è proprio questa la ragione per cui l’attesa attraversa tanto profondamente la cultura occidentale. Non rappresenta semplicemente un intervallo tra due eventi. È il modo attraverso cui l’uomo interpreta il proprio posto nel tempo. Che attenda il ritorno di un eroe, una risposta, un senso o il compimento della storia, egli continua a vivere proiettato verso qualcosa che non possiede ancora. È in quella tensione, insieme fragile e ostinata, che prende forma una delle esperienze più profonde della condizione umana.

(1) Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 668-682; cfr. anche Nuovo Testamento, sul tema della Parusia come compimento della storia della salvezza.

(2) Apocalisse 22,20: «Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto”. Amen. Vieni, Signore Gesù!».

(3) Prima lettera ai Corinzi 16,22. Maranathà è un’espressione aramaica tradizionalmente tradotta «Vieni, Signore!» oppure «Il Signore viene», a seconda dell’interpretazione filologica.

Senza attesa non esiste narrazione

Giunti a questo punto, appare evidente che Omero, Buzzati, Kafka, Beckett e la tradizione escatologica cristiana non sono stati chiamati in causa per essere confrontati tra loro. Appartengono a epoche, linguaggi e visioni del mondo profondamente diversi. Ciò che li accomuna non è il contenuto delle loro opere, ma una medesima struttura dell’esperienza umana. Tutti raccontano un uomo posto tra un presente che non gli basta e un futuro che non possiede ancora.

È proprio questo spazio intermedio che la letteratura ha imparato ad abitare.

Ogni narrazione nasce da una mancanza. Se Ulisse fosse già a Itaca, l’Odissea non avrebbe ragione di esistere. Se il nemico comparisse subito all’orizzonte della Fortezza Bastiani, il romanzo di Buzzati perderebbe la sua tensione. Se Godot arrivasse puntualmente all’appuntamento, il dramma di Beckett si chiuderebbe dopo poche pagine. Perfino il racconto biblico perderebbe il proprio slancio se la promessa fosse immediatamente compiuta. L’attesa non è dunque un episodio della narrazione: ne costituisce la condizione di possibilità.

Questo vale anche per il lettore. Aprendo un libro, egli accetta inconsapevolmente di entrare nel tempo dell’attesa. Ogni pagina rinvia alla successiva, ogni domanda prepara una risposta, ogni enigma promette uno scioglimento. La lettura stessa è una forma di attesa. Leggere significa avanzare verso qualcosa che ancora non si conosce, mossi dalla fiducia che il racconto saprà ricomporre ciò che inizialmente appariva frammentario.

Forse questa è una delle ragioni per cui i grandi classici continuano a parlarci. Essi non raccontano soltanto vicende lontane nel tempo, ma mettono in scena una struttura permanente dell’esistenza. L’uomo è l’unico essere capace di immaginare il futuro, di orientare il presente verso ciò che ancora non esiste, di attribuire senso alla distanza che separa il desiderio dal suo compimento. In questo senso, la letteratura non inventa l’attesa: la riconosce come una dimensione costitutiva della condizione umana.

Non è casuale che la cultura contemporanea guardi con crescente insofferenza al tempo dell’attesa. La tecnica tende a ridurre ogni intervallo, ad accelerare ogni processo, a trasformare il desiderio in soddisfazione immediata. Tutto deve essere disponibile, istantaneo, sincronizzato con le nostre aspettative. Eppure proprio i grandi racconti della tradizione sembrano suggerire il contrario. Eliminare l’attesa significa impoverire il tempo, perché è nell’intervallo tra il presente e ciò che ancora manca che maturano la speranza, la scelta, la fedeltà e perfino la comprensione di noi stessi.

Forse, allora, la domanda iniziale può finalmente trovare una risposta. Perché la letteratura racconta quasi sempre qualcuno che aspetta? Perché l’uomo stesso è un essere che attende. Non vive soltanto nel presente, ma nella tensione continua verso ciò che desidera, immagina o spera. È questa distanza a generare il racconto, a dare forma all’intreccio di cui parlava Aristotele (1) e a trasformare il semplice trascorrere del tempo in un’esperienza ricca di significato.

La grande letteratura, in fondo, non racconta soprattutto ciò che accade. Racconta ciò che accade all’uomo mentre aspetta.

(1) Aristotele, Poetica, 1450a 38-39. «L’intreccio è il principio e quasi l’anima della tragedia», citazione già richiamata nel primo capitolo e qui ripresa come chiave interpretativa dell’intero saggio.

Conclusione

Al termine di questo percorso, una constatazione appare difficilmente contestabile. La grande letteratura non si limita a raccontare imprese, viaggi, guerre o ritorni. Racconta soprattutto il tempo che precede quegli eventi, il lungo spazio in cui il destino non si è ancora compiuto e l’uomo continua a interrogarsi sul proprio futuro.

Per questo non ricordiamo Penelope soltanto perché Ulisse è tornato a Itaca. Ricordiamo la sua fedeltà capace di attraversare vent’anni di incertezza. Non ricordiamo Giovanni Drogo perché il nemico, infine, compare all’orizzonte. Lo ricordiamo perché ha consumato la propria esistenza nell’attesa di un momento che avrebbe dovuto darle significato. Non ricordiamo Vladimir ed Estragon perché Godot si sia presentato. Li ricordiamo perché Beckett ha trasformato l’attesa stessa nella condizione dell’uomo contemporaneo.

Ogni epoca ha attribuito all’attesa un volto diverso. Per Omero essa è il tempo della fedeltà. Per Buzzati è il rischio di rimandare la vita. Per Kafka è l’enigma di una risposta continuamente rinviata. Per Beckett è la vertigine di un futuro che non riesce più nemmeno a nominare ciò che promette. Per l’escatologia cristiana è la speranza che la storia non sia un cammino privo di meta, ma orientato verso un compimento definitivo.

Sono esperienze profondamente diverse. Eppure condividono una medesima struttura: tutte collocano l’uomo tra ciò che è e ciò che ancora non è.

Forse è proprio qui che nasce la narrazione. Non nel momento in cui tutto è già accaduto, ma quando qualcosa manca ancora. È quella distanza a generare il desiderio, la tensione, il conflitto e la speranza. Senza attesa non esisterebbero l’intreccio di cui parlava Aristotele, il viaggio di Ulisse, la fortezza di Drogo, il sentiero di Beckett o l’invocazione delle prime comunità cristiane.

La letteratura, in fondo, non racconta semplicemente ciò che accade.

Racconta ciò che accade all’uomo mentre aspetta.

Ed è forse questa la sua verità più profonda. Ogni volta che apriamo un grande libro riconosciamo, sotto nomi e vicende diverse, la stessa esperienza che accompagna ciascuno di noi: vivere in un presente incompleto, continuando a volgere lo sguardo verso quel «non ancora» nel quale riponiamo il significato del nostro cammino.

L’attesa del tempo tra i secoli
La Redazione

 

 

 

Bibliografia essenziale

  • Aristotele, Poetica, a cura di Manara Valgimigli, Laterza, Bari-Roma.
  • Omero, Odissea, trad. di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino.
  • Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano.
  • Samuel Beckett, Aspettando Godot, Einaudi, Torino.
  • Franz Kafka, Il processo, trad. di Primo Levi, Einaudi, Torino.
  • La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana (CEI), edizione 2008.
  • Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana.

 

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