Heddi Goodrich, americana che vive in Nuova Zelanda, innamorata del nostro Sud, pubblica un romanzo con una protagonista che si chiama Eddi, quasi come Heddi. Lontano dal Rione del degrado di Elena Ferrante e dalla Gomorra di Roberto Saviano, è una storia d’amore e radici ambientata nei Quartieri Spagnoli. Scritta in inglese, riscritta da zero in italiano, l’ha ritradotta in inglese per il mercato anglosassone.

  

La trama del romanzo.

Questo romanzo, scritto in un italiano letterario di rara bellezza, tanto più sorprendente considerando che l’autrice è di madrelingua inglese, è una doppia storia d’amore: per una città e per un giovane uomo.

Ci sono Heddi Goodrich e Eddi. Le loro storie si sovrappongono, ma non sono la stessa persona. Heddi ha 47 anni, scrittrice al suo esordio editoriale, risiede a Auckland, Nuova Zelanda, con il marito e i figli. Eddi è un’universitaria americana che vive nei Quartieri Spagnoli di Napoli. È lei la protagonista del romanzo che Heddi Goodrich, nata a Washington nel 1971, ha scritto direttamente in un italiano padroneggiato con grande consapevolezza. C’è soltanto quella H che gli italiani non pronunciano a fare da filtro tra l’autrice e la protagonista di Perduti nei Quartieri Spagnoli.

Heddi è una ragazza americana a Napoli, ma non una delle tante. Studentessa di glottologia all’Istituto Universitario Orientale, non è venuta per un rapido giro nel folclore, ma per un’immersione che la porta ad avere della città, della lingua, del dialetto una conoscenza profonda, impressionante, che nasce dall’empatia, da un bisogno di radicamento e dall’entusiasmo della giovinezza.

Con una colorata tribù di studenti fuorisede e fuoricorso Heddi vive ai Quartieri Spagnoli, dove la vita nelle case antiche costa poco, si abita su piani pericolanti che sembrano calpestarsi l’un l’altro, in fuga dalla folla e dai vicoli inestricabili, costruzioni affastellate che sbucano aprendosi sul cielo e sul vulcano, in balconi e terrazzi dove è bello affacciarsi a rabbrividire, fumare e discutere.

Pietro è studente di geologia, figlio di una famiglia contadina della provincia di Avellino, gente avvinta alla terra da un legame ostinato, arcaico. A Napoli, benché il suo paese sia distante solo cento chilometri, Pietro è straniero tanto quanto Heddi.

Il coinvolgimento sentimentale non vela però lo sguardo della narratrice, che considera con sguardo affettuoso ma lucido la personalità di Pietro, al tempo stesso sognatore e velleitario, diviso tra l’emancipazione rappresentata dall’amore per una ragazza così lontana dal suo mondo e il richiamo agli obblighi ancestrali della terra. Anche il ritratto della madre di lui apparentemente fragile e depressa, in realtà custode feroce dell’ordine familiare, è di spietata esattezza.

L’amore che intride queste pagine è quindi istintivo e intellettuale, complicato e semplice. È amore per le parole che compongono una vera e propria lingua del cuore, accarezzata, piegata e scolpita con una sensibilità sempre vigile. È il romanzo di quando la vita è una continua scoperta, esplorazione dell’identità altrui e ricerca della propria, di quando la scrittura incarna un atteggiamento verso il mondo pronto ad aprirsi a ogni esperienza, a godere ogni gioia, a esporsi a ogni ferita.

Un caso letterario (in larga parte, la storia autobiografica di un grande amore) arrivato sul tavolo del direttore editoriale di Giunti, Antonio Franchini, napoletano, scrittore, scopritore di talenti, che ha entusiasmato la Buchmesse di Francoforte dove è stato venduto in molti Paesi.

Come inizia.

Da: tectonic@tin.it

A: heddi@yahoo.com

Inviato il: 22 novembre

Lo so che preferisci sapermi morto. Sono quasi vivo. Non mi aspetto risposta e non ti scriverò più. Ma sono quasi quattro anni che provo a scriverti qualcosa. Dovrei scriverti una lettera di almeno cento pagine per tentare di spiegare. Non ci riuscirei mai. Non ti darò spiegazioni neanche questa volta.

Sono un incapace, mi sono fidato sempre del mio istinto, che è falso, traditore, coglione. Ma qualche anno fa ho fatto l’errore più grande della mia vita, irrecuperabile, inspiegabile, inimmaginabile. Mi sono illuso per un po’ di tempo (a volte ancora mi succede) di aver fatto ciò che la mia testa, il mio istinto, comandava… forse era la cosa giusta da fare ma mi ha rovinato la vita. Volevo comunicarti solo questo. Perché meriti di sapere che la mia vita non vale mezza lira. Meriti di sapere che ogni volta che sono a tavola con le posate in mano, per un attimo ho la tentazione di bucarmi un occhio con un coltello.

Spero con tutte le mie forze che questo possa estorcerti un piccolo sorriso di soddisfazione, così come spero che il tempo passato insieme per te significhi solo un brutto, terribile ricordo e non la tua croce. Desidero solo che la mia vita passi velocemente, reincarnarmi in qualcuno o qualcosa di migliore del mio attuale io, e magari incontrarti in un aeroporto a Stoccolma o Buenos Aires.

Non perdonarmi, non rispondere, non intristirti. Sii felicissima, fai dei bambini, scrivi dei libri, registra delle cassette, fai tante foto… è ciò che amo pensare di te tutto il tempo. E di quando in quando, se puoi e se vuoi, ricordati di me.

p.

1.

«Heddi.»

   Sentii il suono del mio nome come non lo sentivo da anni, come il nome di una specie esotica. Pronunciato con tono interrogativo ma perfezionato, come se fosse stato recitato più e più volte – con tanto di respiro sottile e vocali corte – fino a scivolargli di bocca con una disinvoltura stupefacente. Nessun altro suono in tutti i Quartieri Spagnoli, né l’urlo micidiale di una donna tradita né una raffica di pallottole in un raptus di vendetta, mi avrebbe fatto allontanare dal caldo brusio del camino in una notte così gelida.

   Davanti a me c’era un ragazzo, un uomo, con la bocca stretta come se avesse detto la sua e ora toccasse a me. Aveva la camicia infilata nei jeans, le maniche rimboccate fino al gomito e un utilissimo taschino, proprio sopra il cuore, teso dallo sforzo di contenere un pacchetto di sigarette. Niente a che vedere con gli altri ospiti, che tentavano di cancellare, con piercing e rasta e pallore malsano, un’infanzia serena fatta di gnocchi di patate e gite al mare. Nonostante l’ora, il loro dolce odore – di patchouli e hashish e vestiti di seconda mano – aleggiava ancora nella cucina, dissolvendosi in quello della birra sgasata e del risotto allo zafferano. No, lui chiaramente non apparteneva alla nostra tribù di linguisti dell’Orientale. Eppure se ne stava là, come l’acqua cheta di un lago profondo.

   «Tieni, l’ho fatta per te» disse, estraendo una cosa dalla tasca del pantalone. Aveva senza dubbio una cadenza meridionale, se non proprio napoletana. La mano gli tremò, un leggerissimo agitare delle acque, nel darmi una cassetta in una custodia decorata a mano. Per Heddi, c’era scritto, proprio così, a cominciare dalla Hmaiuscola fino a uno schizzo d’inchiostro, il puntino sopra quella i che quasi non ricordavo più di avere.

   Ne fui destabilizzata. Era proprio lo spelling del mio nome che ne deragliava la pronuncia, perché allora era facile portarlo al suo estremo letterale, con la melodrammaticamente allungata e la doverosamente rinforzata dalla geminazione consonantica, che al Sud si prendeva tanto a cuore. Era del tutto perdonabile che la venisse trascurata: a Napoli l’aspirazione era riservata esclusivamente al riso. «Come Eddie Murphy?» mi dicevano, e io annuivo e basta. Non mi dispiaceva poi così tanto. Heddi era prima, Eddie era adesso.

   «Musica?» gli chiesi, e lui fece di sì col capo, con evidente disagio e con la mano stretta a pugno intorno a una bottiglia di birra vuota.

   Avevo la schiena riscaldata dalla danza tremolante delle fiamme e dalle risate ignare degli amici che chiamavo affettuosamente «i ragazzi.» Il fatto che facevo parte anch’io di quel clan, e che in qualsiasi momento potevo tornare da loro, mi regalava un’innegabile sensazione di privilegio e di sicurezza, di cui però ora percepii una certa ingiustizia.

   Al piano di sotto la porta d’ingresso vibrò con un tonfo secco, probabilmente l’ultimo degli ospiti che barcollava via. Il tipo del regalo sobbalzò, a rendersi conto che la festa che prima gli turbinava intorno non c’era più. Cercò di dissimulare l’imbarazzo ma io lo avvertii ugualmente. Fu come un pizzicotto, un piccolissimo dolore accompagnato dal rimpianto di essere rimasta, ancora una volta, l’unica sobria.

   «Sarà tardi» disse.

   «Credo di sì, ma in tutta la casa c’è un solo orologio.»

   Bruscamente spostò il peso da una gamba all’altra, e senza volerlo rispecchiai la sua asimmetria inclinando la testa da un lato. Almeno così riuscivo a vedere meglio il suo volto, nascosto ogni volta che cercava consolazione nelle sue scarpe – di quelle comode, pratiche – da una criniera scura. Non l’avevo mai visto prima, ci avrei messo la mano sul fuoco, perché se ci fossimo mai fissati negli occhi non avrei dimenticato quello sguardo, di uno deciso a pazientare.

   «Va be’.» Posò la bottiglia di birra sul bancone come se avesse paura di spaccare il vetro, anche se la cucina invitava al caos con le sue bottiglie rovesciate, padelle unte, e tazze macchiate di vino come vecchi denti.

   «Scusa, com’è che ti chiamavi?»

   «Pietro.» Aveva un nome tradizionale e un po’ duro, e alzò le sopracciglia come per scusarsi.

   «Grazie per la cassetta…» dissi, ma il suo nome mi morì in gola. «Allora te ne stai andando?»

   «Eh sì. Mi devo alzare presto. Torno al mio paese per un paio di settimane. Cioè alla terra dei miei, in provincia di Avellino. Ci vado ogni Pasqua. Be’, non solo Pasqua, ma sai com’è…»

   Non sapevo com’era, ma annuii lo stesso, grata per quella filza di frasi. Nutrivo ancora la speranza che negli ultimi secondi prima della sua partenza (e probabilmente non l’avrei mai più rivisto) avrei risolto il mistero di come fosse riuscito a prendere una tale confidenza col mio nome e di come mai si fosse disturbato a farmi un regalo.

   «Ciao allora.»

   «Ciao, buon divertimento sulla terra. Voglio dire, buona permanenza. Là, in campagna.»

   Volevo solo che se ne andasse ora, lui che era stato testimone di quel mio errore semantico. Era esasperante il modo in cui l’italiano, il mio travestimento preferito, mi si scuciva un poco in momenti come questi, quando venivo colta di sorpresa.

   Un saluto collettivo e se ne andò. Ripresi il mio posto intorno al camino, infilando la cassetta nella tasca della mia minigonna vintage scamosciata. Le fiamme erano ardite, palpeggiando senza pudore roba che una volta era stata la gamba di una sedia rispettabile o la testiera di un letto singolo. Nel giro di pochi secondi il calore spazzò via qualunque traccia di disagio che mi si potesse leggere in faccia.

   «Come si chiamava quel tipo?» chiese Luca accanto a me, buttando un mozzicone nel fuoco e facendo scorrere dalla bocca un bianco nastro di fumo.

   «Pietro, credo» dissi, assaggiando finalmente la solidità di quel nome.

   «Ho capito. È un amico di Davide.»

   «Davide chi?»

   «Quello bassino con i capelli ricci» intervenne Sonia, l’altra ragazza nella nostra comitiva più stretta.

   Ah sì, Davide. Luca a volte suonava nella sua band. Davide, Pietro, che differenza faceva? Il fatto era che non ci voleva nessun altro nel clan. Stavamo bene così.

   Io stavo bene. Ipnotizzati dalle fiamme, lasciammo scivolare la notte in un limbo senza ore, senza luna. Parlammo di induismo, dell’alfabeto fenicio, di Mani Pulite. Ogni tanto un tozzo di legno collassava sopra le braci, scatenando una vistosa esibizione di scintille e alcuni sospiri di stupore per quel piccolo momento di dramma. Quando il fuoco diede segni di sonnolenza, Luca si mise a rovistare fra il legno di recupero, accanto al quale c’era una chitarra acustica. Vi si allungò la mano pelosa di Tonino.

   «Mica ci butti pure quella» disse Angelo, un altro dei ragazzi.

   «No, Tonino, ti prego!» fece Sonia.

   «La festa è finita, bambini» annunciò lui con marcato accento pugliese, appoggiando la chitarra su un ginocchio. «Porca troia, ci vuole la ninna nanna per farvelo capire?»

   Questa era la parte che mi piaceva di più. Le volgaritàdi Tonino che attizzavano l’intimità, e i suoi occhiali tondi che si accendevano come anelli d’oro alla luce del fuoco mentre suonava una canzone con vaga somiglianza ad Attenti al lupo. Strimpellava con tozze mani villose, le mani di un nano da giardino che aveva preso vita. E peloso lo era dappertutto. Una volta mi aveva chiesto di depilargli la schiena per dare il colpo di grazia alle piattole, l’unica prova inconfutabile che fosse davvero riuscito a portare a letto una ragazza, spagnola secondo lui. Sotto sotto, tosato come un agnello di primavera, Tonino possedeva lineamenti quasi delicati che lo facevano somigliare, da certe angolazioni, a mio fratello.

   Cantò con voce urlata, quasi strozzata: «C’è una professoressa piccola così… con due coglioni grandi per bocciare… E c’è uno studente piccolo così… che dovrebbe mettersi a studiare… E ha un cervello grandissimo così… con dentro pippe mentali da realizzare…».

   «Minchia, sarà un successone» disse Angelo. «Dai retta a me, lascia perdere gli studi e metti insieme un gruppo punk.»

   «Perché no, e chiedo pure alla prof di sanscrito se vuole fare la batterista, così riempie di botte qualcos’altro oltre a me.»

   Luca suggerì: «Suonaci invece una di quelle vecchie canzoni napoletane».

   Tonino gli passò la chitarra. «Io non sono un partenopeo di merda» disse, ma era un apprezzamento.

   «Napoletano lo sono solo a metà.»

   «La metà di sotto, naturalmente» fece Angelo.

   Luca cullò lo strumento, il volto ora nascosto dai capelli lunghi fino alle spalle, e concesse ai ragazzi un sorriso sbilenco, eppure lo sguardo l’aveva su di me. Quel mezzo sorriso era in sé un complimento, perché Luca era selettivo tanto con i sorrisi quanto con le parole, come se avesse già trascorso l’ultima incarnazione a riconoscere tutta l’ironia nel mondo e in questa vita avesse raggiunto lo zen. Nonostante anche lui fosse tecnicamente uno dei ragazzi, l’avevo sempre considerato diverso dagli altri due. Era semplicemente Luca Falcone.

   «Questa è per te.»

   Già dalle prime note avevo capito. Tu vuo’ fa’ l’americanodi Carosone, ecco che cosa suonava Luca. Mi sentii smascherata, l’americana in incognito, e infatti Luca era rivolto verso di me, in attesa.

   Non mi andava, ma dalla seconda strofa presi a cantare. Lo feci perché mi ero accorta che gli altri davvero non sapevano le parole, e che il silenzio era mio da colmare. Forse lo feci anche per Luca. Per fargli vedere che, se non altro, riuscivo a fingere un impeccabile accento napoletano, ancora più viscerale del suo. Per cercare di strappargli un sorriso. Proprio per lui ne feci una recita comica, gesticolando come un pescivendolo e trasformata d’incanto nella padrona di un vascio, un basso a pianterreno di un solo vano macchiato di umido. Ero lei nell’uscio di casa, ero la mamma sorella fidanzata in attesa, con gli occhi stretti e la cazziatona o la risata pronte. E quando sarebbe tornato quello sfaticato che si credeva chi sa quale pesce grosso, con la lingua sciolta dal whisky e soda e i fianchi dal rocchenroll, l’avrei pigliato forse a schiaffi forse a carezze, e poi glielo avrei detto chiaro e tondo in faccia, davanti a tutto il rione, Tu sii napulitan, e se solo si fosse azzardato a scusarsi con un patetico ailoviùsarei andata in bestia. Parole dialettali e pseudoamericane che non avrei mai saputo scrivere, che senza musica non avrei neanche osato pronunciare. Erano sguaiate e vere e frizzavano di quella satira che i napoletani erano così abili nel rivolgere verso se stessi sin dalla decadenza della loro città. Furono le parole stesse a dettarmi, a far di me il loro personaggio, e per uno scorcio di tempo non ero più un’americana, bensì una vasciaiola che sgamava proprio in quell’americanità nient’altro che una messinscena.

   Gli altri battevano il ritmo con un piede e si univano per il ritornello. Alla fine Luca rastrellò le corde. «Non mi ricordo come finisce.»

   Mi abbandonai sullo schienale, sudata e inebriata. Dentro di me c’era sempre un mimo di strada, o magari un giocatore d’azzardo, pronto a risvegliarsi. Approfittai del pigro scoppiettio del fuoco per balzare in piedi.

   «Ci servono pezzi di legno più grossi. Vado di sopra.»

   «Vengo con te, Eddie» disse Sonia. «Una boccata d’aria ci vorrebbe proprio.»

   Senza soluzione di continuità, la musica slittò in una canzone dei Pearl Jam. Ai ragazzi veniva più naturale l’inglese che il napoletano, ma lo cantavano in maniera approssimativa, biascicando i dittonghi e spappolando i gruppi consonantici. Io e Sonia salimmo per la scala a chiocciola situata accanto al camino. Lo spazio era così stretto che lei, che era alta, dovette abbassarsi, facendo vibrare i gradini metallici sotto gli anfibi e per poco non sfiorandoli con i lunghissimi capelli neri. Sbucammo sul tetto.

   «Madonna, che freddo» dissi, parole che furono nuvolette nella notte.

   «Sto congelando.» Sonia incrociò le braccia per riscaldarsi, aggiungendo in quell’accento sardo che era limpido come l’aria: «Allora conosci Pietro».

   «Pietro? Quello di stasera?»

   «Sì sì, Pietro.»

   Il nome le era scivolato dalla punta della lingua con una straordinaria leggerezza. Per un attimo mi venne la folle idea che io e lei stessimo parlando di due persone completamente diverse.

   «Secondo te, com’è?»

   «Veramente non lo conosco.» Mi rannicchiai per frugare tra la legna, uno scaffale smembrato e accatastato al parapetto. «Perché lo vuoi sapere?»

   «Non lo dire ai ragazzi.» Sonia si inginocchiò sul tetto spugnoso, il volto nudo come una luna piena, e capii che non era una boccata d’aria ma una confessione. In quella posizione sembrava notevolmente meno slanciata, e giovane come lo era in realtà, essendo soltanto al secondo anno dell’Orientale. Sussurrava come se le stelle avessero potuto sentirci. «Ci siamo scambiati in tutto dieci parole. Ma ha qualcosa di speciale, non so…»

   «Boh, sembra simpatico.» Istintivamente mi palpai la tasca, la cassetta una sfacciata sporgenza.

   «Mi piace sul serio. La prossima volta che lo vedo mi faccio avanti.»

   «Fai bene. Non hai niente da perdere.»

   Sonia aveva l’abitudine di mordersi il labbro inferiore quando era ansiosa. Espirò forte come se si preparasse a fare uno sprint.

   «Fatti coraggio, Sonia. Sei bella, intelligente. Questo Pietro sarebbe uno scemo a non darti una possibilità.»

   Adoravo il sorriso di Sonia, un dolce ghirigoro. Ma mi scoprii pentita, quasi offesa, di aver usato quel termine legato a quell’estraneo di nome Pietro. Scemo. Sonia si offrì di aiutarmi, prendendo in mano un’asse di legno, eppure rabbrividiva.

   «Hai freddo» le dissi. «Questi portali giù e poi faccio io qua.»

   «Ok.»

   Non appena sola, abbandonai la legna a terra e mi appoggiai al parapetto, l’unica barriera a impedire una caduta libera di sette piani. «Tonight…» mi ritrovai a dire sottovoce nella mia madrelingua, senza idea di come completare la frase.

   Mi arrivò un venticello gelido, saturo di pesce e sale e nafta. Era il profumo del golfo. Sotto di me la città sfavillava fin giù al mare, le catenine gialle dei lampioni interrotte qua e là da perle di luce, cucine non ancora spente. Napoli non dormiva mai, non veramente. Anche nel cuore della notte lampadine al neon illuminavano, con una luce economica e antiestetica, famigliari svegli a schiaffeggiare il tavolo di cucina in chissà quale lite, battuta o confessione. E come una falena ero attratta da quelle luci bianche. Se solo potessi, pensai, svolazzerei fin da loro per infilarmi attraverso la finestra. Resterei lì senza far alcun rumore, mimetizzata con la carta da parati, cercando di ricucire le loro frasi spezzettate in una narrativa che abbia un senso.

   Ci fu un fischio di sirena. Chissà da quale nave proveniva: nel nero pece del golfo le navi container erano invisibili se non per le luci unisci-i-puntini. Era una di quelle rare notti limpide, e senza la luna non si vedeva nemmeno il vulcano. L’unico indizio della sua presenza erano le case illuminate che ne sbozzavano la sagoma fin dove osavano. Era mezzo secolo che il Vesuvio non diceva una parola, ma lo fissavo attraverso la tenda scura della notte cercando di immaginarlo vivo, nella sua versione sputafuoco, come in tanti quadri a olio dell’Ottocento. Lo fissavo così intensamente che quasi quasi credevo di poterlo riportare in vita con la sola volontà dello sguardo.

   Avevo le mani di marmo ormai, eppure non avevo finito di bere gli odori di Napoli, di mangiarla con gli occhi. Tutto invano. La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza.

   Vir’ Napule e po’ muor’, si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità. Poi raccolsi la legna e mi girai verso le scale.

Da: heddi@yahoo.com

A: tectonic@tin.it

Inviato il: 30 novembre

Pietro,

Non so cosa dirti. Sono quattro lunghi anni che aspetto tue notizie. Il tempo attenua tutto, rende sopportabile anche l’attesa. O forse semplicemente non ricordavo più cosa stavo aspettando. Continuo a non capire perché hai fatto quello che hai fatto. A volte, di notte, guardo le stelle e cerco una spiegazione da loro. Assurdo, lo so, come se nelle costellazioni ci fosse scritta una storia – con un inizio, una trama, magari un lieto fine. Ma sinceramente non ci capisco niente. Non riesco nemmeno a riconoscere le più semplici costellazioni: il cielo qui mi sembra tutto confuso, al rovescio, sbagliato. Eppure mi piace guardare le stelle lo stesso. Ognuna, dopotutto, è la traccia di un corpo luminoso unico e perfetto che non esiste più. Un ricordo luminoso?

Mi sono sforzata di dimenticare tutto ciò che era legato a te – una specie di amnesia volontaria, che ha avuto un discreto successo. Aiuta certo non avere intorno luoghi, persone e oggetti che mi riaccendano i ricordi. Tranne la statuetta romana, che probabilmente non era un uomo dopotutto ma solo un piccolo dio. Ma non è una cosa che si possa regalare a un’altra persona, o buttare via. Forse sarebbe più giusto un giorno riconsegnarla alla terra…Tengo il mio gatto sdraiato sulle ginocchia, sta sfoderando gli artigli. È una femminuccia grigia che ho preso in un rifugio per animali, quindi in un certo senso le ho salvato la vita. Ma forse è più esatto dire che lei ha salvato la mia.

Sto bene. Ho trovato una mia dimensione, un lavoro che mi piace e amici nuovi che sanno di me e del mio passato solo quel tanto che gli voglio comunicare. È bello sentirti. È bello sentirti dire che ti dispiace. Oppure ti ho messo le parole in bocca?

h.

 L’autrice. 

Heddi Goodrich.

Heddi Goodrich è nata a Washington nel 1971. Arrivata a Napoli nel 1987 per uno scambio culturale, vi ha vissuto, tranne breve periodi, fino al 1998. Si è laureata in Lingue e letteratura straniere all’Istituto Universitario Orientale. Attualmente vive a Auckland, Nuova Zelanda. Il libro è già venduto in molti Paesi. Tra cui Stati Uniti, Spagna e Germania.

 

 

  • Perduti nei quartieri spagnoli
  • Heddi Goodrich
  • Editore: Giunti Editore
  • Collana: Scrittori Giunti
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 468 p., Rilegato
  • «Il latte della madre»

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