Vincitore del Costa Novel Award 2019. Un capolavoro di tenera e dolente maturità, per un’autrice oggi ventottenne che a ogni nuovo passo sbaraglia tutte le aspettative.

«Il romanzo che più di ogni altro ci dice cosa vuol dire essere giovani oggi» – The Guardian.

Marianne e Connell si parlano di tutto ma solo all’insaputa di tutti, si frugano i corpi e i sentimenti ma solo di nascosto, come i pianeti delle orbiti imprevedibili si girano intorno, fra moti armonici e strazianti collisioni. Cosa impedisce a due ragazzi dei nostri giorni disinvolti di stare insieme in libertà e leggerezza?

Dopo il successo di Parliamone tra amici, questa giovane scrittrice irlandese torna con il suo secondo libro, che ancora una volta mette al centro della trama i millennial, nati negli anni Ottanta e Novanta. Una generazione caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con la comunicazione, i media e le tecnologie digitali. Protagonista della storia è una coppia, Connell e Marianne. Hanno frequentato lo stesso liceo in una piccola città dell’Irlanda rurale, ma vengono da mondi diversi: lei è cresciuta in una famiglia facoltosa, lui è figlio di una domestica. Quando si ritrovano nella stessa università, il prestigioso Trinty College di Dublino, l’attrazione riemerge. Ma il loro amore andrà avanti per anni in modo clandestino, continueranno a prendersi e lasciarsi a causa delle insicurezze reciproche e della paura dei giudizi esterni.

 

La trama del romanzo.

 

Connell e Marianne frequentano la stessa scuola di Carricklea, un piccolo centro dell’Irlanda rurale appena fuori Sligo. A parte questo, non hanno niente in comune. Lei appartiene a una famiglia agiata e guasta che non le fa mancare nulla tranne i fondamenti dell’amore e del rispetto. Lui è il figlio di una donna pratica e premurosa che per mantenerlo fa la domestica in casa d’altri (quella della madre di Marianne). Nell’inventario di vantaggi e svantaggi, l’inferiorità economica di Connell è bilanciata sul piano sociale. Lui è il bel centravanti della squadra di calcio della scuola e fra i compagni è molto amato, mentre Marianne, che nella pausa pranzo legge da sola Proust davanti agli armadietti, è quella strana ed evitata da tutti. Se la loro fosse una battaglia, o anche solo una sequenza di scaramucce amorose, si potrebbe dire che le frecce al loro arco si equivalgono. Ma Connell e Marianne sono «come due pianticelle che condividono lo stesso pezzo di terra, crescendo l’una vicino all’altra, contorcendosi per farsi spazio, assumendo posizioni improbabili»: nella loro crescita, si appoggiano e si scavalcano, si fanno molto male ma anche molto bene, e la sofferenza che si procurano non è che boicottaggio di sé. Certo, la ferocia informa tutti i rapporti di potere che vigono fra i personaggi, nella piccola scuola di provincia come nel prestigioso Trinity College cui entrambi i ragazzi accedono, nelle dinamiche di genere come negli equilibri famigliari. Perfino in quelle dicotomie sommarie che tanto Connell quanto Marianne subiscono, e in cui essi stessi indulgono: quelle fra persone gentili e persone crudeli, fra brave persone e persone cattive, corrotte, sbagliate, fra persone strane e persone normali. In un modo o nell’altro entrambi aspirano alla normalità, Connell per un’innata benché riprovevole pulsione di conformità, Marianne forse per sfuggire a quella cruda e pervasiva sensibilità che tanto dolore le causa e che facilmente vira all’autodistruttività. C’è Jane Austen in queste pagine, la forza del suo dialogo, la violenza sotterranea delle sue relazioni, e l’omonimia di Marianne con l’eroina del suo romanzo piú celebre ne è un indizio. Per anni Marianne e Connell si ruotano intorno «come pattinatori di figura», rischiando la vita e salvandosela, chiedendosi, promettendosi, negandosi, dimostrandosi che quella che li lega è una storia d’amore. La conclusione è un capolavoro di tenera e dolente maturità, per un’autrice oggi ventottenne che a ogni nuovo passo sbaraglia tutte le aspettative.

 

Come inizia. 

 

  • È fra i segreti di quell’alterazione dell’equilibrio
  • mentale che va opportunamente sotto
  • il nome di conversione, che a molti il cielo e la terra
  • non riservino alcuna rivelazione fino a quando una certa
  • personalità non intervenga a esercitare
  • la sua peculiare influenza sulla loro,
  • riducendoli alla ricettività.
  • GEORGE ELIOT, Daniel Deronda

 

 

 

Gennaio 2011

 

   Connell suona il campanello e Marianne va ad aprire. Ha ancora addosso la divisa scolastica ma si è tolta il maglione, per cui è in gonna e camicetta, e senza scarpe, solo con i collant.

   Oh, ciao, dice lui.

   Entra.

   Si volta e si avvia per il corridoio. Lui la segue, chiudendosi la porta alle spalle. Scende i pochi gradini che portano in cucina, dove sua madre Lorraine si sta sfilando un paio di guanti di gomma. Marianne si siede sul piano di lavoro con un saltello e prende un barattolo aperto di crema di cioccolato nel quale ha lasciato un cucchiaino.

   Marianne mi stava dicendo che oggi vi hanno dato i risultati della simulazione d’esame, dice Lorraine.

   Ci hanno ridato quello d’inglese, dice lui. Li restituiscono separatamente. Vuoi che c’incamminiamo?

   Lorraine piega i guanti con cura e li ripone sotto il lavandino. Poi inizia a sciogliersi i capelli. A Connell sembra che potrebbe farlo in macchina.

   E ho sentito che sei andato benissimo, dice lei.

   Il migliore della classe, dice Marianne.

   Bene, dice Connell. Nemmeno Marianne è andata male. Ci sei?

   Lorraine smette di slacciarsi il grembiule.

   Non sapevo che avessimo fretta, dice.

   Lui si ficca le mani in tasca e reprime un sospiro irritato, ma lo reprime con una sonora inspirazione, per cui somiglia comunque a un sospiro.

   Devo solo fare un salto a svuotare l’asciugabiancheria, dice Lorraine. Poi andiamo. Ok?

  Lui non dice niente, si limita a chinare la testa mentre Lorraine lascia la stanza.

   Ne vuoi un po’? dice Marianne.

   Gli porge il barattolo di crema di cioccolato. Lui spinge le mani piú a fondo nelle tasche, quasi cercasse di infilarcisi per intero.

   No, grazie, dice.

   Hai avuto i risultati di francese, oggi?

   Ieri.

   Appoggia la schiena al frigorifero e la guarda leccare il cucchiaio. A scuola, lui e Marianne fanno finta di non conoscersi. Gli altri sanno che Marianne vive nella villa bianca con il vialetto e che la madre di Connell è una donna delle pulizie, ma nessuno è a conoscenza del nesso peculiare tra questi due dati di fatto.

   Ho preso A1, dice lui. Tu quanto hai preso di tedesco?

   A1, dice lei. Esagerato!

   Uscirai con seicento, vero?

   Lei alza le spalle. Tu probabilmente sì, dice.

   Be’, tu sei più intelligente di me.

   Non te la prendere. Sono più intelligente di chiunque altro.

   Marianne sfodera un sorriso smagliante. Per i compagni di scuola nutre un esplicito disprezzo. Non ha amici e passa la pausa pranzo da sola a leggere romanzi. Molti la odiano. Suo padre è morto quando aveva tredici anni e Connell ha sentito dire che adesso ha un disturbo mentale o una cosa cosí. È vero che a scuola è la piú intelligente di tutti. Essere lasciato da solo con lei come ora lo spaventa, ma al tempo stesso si ritrova a fantasticare su quello che potrebbe dire per fare colpo.

   In inglese non sei la migliore, fa notare.

   Lei si lecca i denti, incurante.

   Forse dovresti darmi ripetizioni, Connell, dice.

   Lui si sente avvampare le orecchie. Probabilmente l’ha detto per dire e non vuole essere allusiva, ma se invece è allusiva lo fa solo nell’intento di svilirlo per associazione, dal momento che lei è considerata oggetto di disgusto. Porta brutte scarpe piatte con la suola spessa e non si trucca. C’è chi dice che non si depila le gambe né nient’altro. Una volta Connell ha sentito che in refettorio si è rovesciataaddosso un gelato al cioccolato, è andata nel bagno delle ragazze e si è tolta la camicetta per lavarla nel lavandino. È un aneddoto diffuso, lo conoscono tutti. Se volesse, potrebbe fare scalpore salutando Connell a scuola. Ci vediamo oggi pomeriggio, potrebbe dire davanti a tutti. Ciò lo metterebbe indubbiamente in una posizione scomoda – il tipo di situazione che di solito sembra divertirla. Ma non l’ha mai fatto.

   Di cosa parlavi oggi con la Neary? dice Marianne.

   Oh. Niente. Non so. Degli esami.

   Marianne gira il cucchiaio nel barattolo.

   Non sarà che le piaci? dice.

   Connell la guarda muovere il cucchiaio. Si sente ancora le orecchie bollenti.

   Perché dici così? dice.

   Oddio, non avrai mica una storia con lei?

   Ovvio che no. Ti sembra divertente?

   Scusa, dice Marianne.

   Ha un’espressione concentrata, come se gli volesse vedere fin dentro la testa.

   Hai ragione, non è divertente, dice. Scusami.

   Lui annuisce, scorre lo sguardo sulla stanza, infila la punta della scarpa in un solco tra due mattonelle.

   A volte in effetti ho l’impressione che in mia presenza si comporti in modo un po’ strano, dice. Ma non andrei a raccontarlo agli altri o cose simili.

   Anche in classe, trovo che con te sia molto ammiccante.

   Trovi davvero?

   Marianne annuisce. Lui si massaggia il collo. La professoressa Neary insegna economia. A scuola il suo presunto debole per lei è sulla bocca di tutti. Alcuni dicono addirittura che ha provato a chiederle l’amicizia su Facebook, cosa che non ha fatto e mai farebbe. In realtà lui non fa né le dice alcunché, si limita a starsene zitto mentre lei fa o gli dice delle cose. A volte lo trattiene alla fine della lezione per parlare del suo orientamento futuro, ed è vero che una volta gli ha toccato il nodo della cravatta. Non può raccontare agli altri di questi comportamenti, perché penserebbero che lo fa per tirarsela. In classe è troppo imbarazzato e infastidito per concentrarsi sulla lezione, se ne sta lì a fissare il manuale finché i diagrammi iniziano a sfocarsi.

   La gente continua a insistere che sono attratto da lei o cose simili, dice. Ma in realtà non è vero, per niente. Voglio dire, non do l’impressione di darle corda quando lei si comporta così, no?

   Da quel che ho visto no.

   Si asciuga i palmi sulla camicia della divisa, soprappensiero. Sono tutti talmente sicuri della sua attrazione per la Neary che a volte inizia a dubitare dei propri istinti al riguardo. E se, in qualche modo a prescindere dalla propria percezione, la desiderasse davvero? Lui il desiderio non sa neanche bene che effetto faccia. Nella vita reale, ogni volta che ha fatto sesso l’ha trovato talmente stressante da risultare parecchio sgradevole, al punto che è arrivato a sospettare di avere qualche problema, di non essere capace d’intimità con una donna, di avere qualche menomazione a livello dello sviluppo. Dopo, rimane sdraiato a pensare: L’ho odiato tanto che mi sento male. O è semplicemente lui che funziona così? La nausea che prova quando la professoressa Neary si china sul suo banco è forse il modo in cui in lui si manifesta l’eccitazione sessuale? Come fare a saperlo?

   Se vuoi posso andare da Lyons per te, dice Marianne. Non dirò che me ne hai parlato, dirò solo che l’ho notato da me.

   Oddio, no. Assolutamente. Non parlarne con nessuno, ok?

   Ok, va bene.

   La guarda per accertarsi che faccia sul serio, poi annuisce.

   Non è colpa tua se si comporta così con te, dice Marianne. Tu non fai niente di sbagliato.

   Pacato, lui dice: Allora perché tutti pensano che mi piace?

   Forse perché arrossisci un sacco quando ti parla. Ma sai, tu arrossisci per qualsiasi cosa, è la tua carnagione.

   Lui fa una risatina triste. Grazie, dice.

   Be’, ma è cosí.

   Certo, lo so.

   Anzi, sei arrossito anche adesso, dice Marianne.

   Lui chiude gli occhi, preme la lingua contro il palato. Sente Marianne ridere.

   Perché devi sempre essere così dura con gli altri? dice.

   Non sono dura. Non mi importa se arrossisci, non lo dirò a nessuno.

   Non è perché non lo dirai in giro che puoi dire quello che ti pare.

   Va bene, dice lei. Scusa.

   Lui si volta a guardare il giardino oltre la finestra. A dire il vero più che un giardino è un «parco». Comprende un campo da tennis e una grande statua di pietra raffigurante una donna. Connell guarda il «parco» e avvicina la faccia al fresco respiro del vetro. Quando la gente racconta di Marianne che lava la camicetta nel lavandino lo fa come se fosse un semplice aneddoto divertente, ma Connell pensa che il vero intento sia un altro. A scuola Marianne non è mai stata con nessuno, nessuno l’ha mai vista nuda, non si sa nemmeno se le piacciano i ragazzi o le ragazze, non lo dice a nessuno. Gli altri non glielo perdonano, perciò Connell pensa che raccontino quella storia; è un modo di spiare qualcosa che non hanno il permesso di vedere.

   Non voglio litigare con te, dice lei.

   Non stiamo litigando.

   So che probabilmente mi odi, ma di fatto sei l’unica persona che mi rivolga la parola.

   Non ho mai detto che ti odio, dice lui.

   Questo cattura la sua attenzione e Marianne alza lo sguardo. Confuso, lui continua a non guardarla, ma con la coda dell’occhio vede che lei lo sta ancora osservando. Quando parla con Marianne ha una sensazione di riservatezza condivisa. Di sé potrebbe raccontarle tutto, perfino le cose più strane, e lei non andrebbe mai a spifferarlo, questo lo sa. Essere solo con lei è come aprire una porta e chiudersi alle spalle la vita normale. Non ha paura di lei, che in realtà è una persona piuttosto tranquilla, ma teme la sua vicinanza per via del modo sconcertante in cui si ritrova a comportarsi, per le cose che dice e che di norma non direbbe mai.

   Qualche settimana fa, mentre aspettava Lorraine nell’ingresso, Marianne ha sceso le scale in accappatoio. Era solo un banale accappatoio bianco, legato in modo normale. Aveva i capelli bagnati, e la pelle che luccicava come se si fosse appena messa la crema in faccia. Quando ha visto Connell, ha indugiato sulle scale e ha detto: Non sapevo che fossi qui, scusa. È apparsa forse un po’ turbata, ma niente di che. Poi se n’è tornata di sopra in camera sua. Lui è rimasto lí nell’ingresso ad aspettare. Sapeva che probabilmente si stava vestendo in camera sua, e i vestiti che avrebbe indossato quando fosse tornata di sotto sarebbero stati i vestiti che aveva scelto di mettersi dopo averlo visto nell’ingresso. Sta di fatto che Lorraine era pronta ad andare prima che Marianne fosse riapparsa, per cui non è mai riuscito a vedere che vestiti si era messa. Non che ci tenesse particolarmente. E va da sé che a scuola non l’ha raccontato a nessuno, di averla vista in accappatoio, né che aveva l’aria turbata; non erano fatti loro.

   Be’, tu mi piaci, dice Marianne.

   Per qualche secondo lui non dice niente e la riservatezza che condividono è ferrea, lo sollecita con una pressione quasi fisica sulla faccia e sul corpo. Poi Lorraine torna in cucina, annodandosi il foulard intorno al collo. Bussa leggermente alla porta sebbene sia già aperta.

   Pronti? dice.

   Sì, dice Connell.

   Grazie di tutto, Lorraine, dice Marianne. Alla prossima settimana.

   Connell sta già uscendo dalla cucina quando sua madre dice: Non si saluta più? Lui si volta per lanciare un’occhiata al di sopra della spalla ma si accorge che in realtà non riesce a guardare Marianne negli occhi, così si rivolge al pavimento. Allora ciao, dice. Non aspetta di sentire la risposta.

   In macchina sua madre si allaccia la cintura e scuote la testa. Potresti essere un po’ più carino con lei, dice. Non sta attraversando un periodo facile, a scuola.

   Lui inserisce le chiavi nel quadro, lancia un’occhiata nel retrovisore. Sono carino con lei, dice.

   In realtà è una persona molto sensibile, dice Lorraine.

   Possiamo parlare d’altro?

  Lorraine fa una smorfia. Lui ha lo sguardo fisso oltre il parabrezza e fa finta di non accorgersene.

 

Tre settimane dopo

(febbraio 2011)

 

   È seduta alla toilette e si guarda la faccia allo specchio. La sua faccia manca di nitidezza intorno alle guance e alla mascella. È una faccia che sembra un device elettronico, e gli occhi sono cursori lampeggianti. Oppure ricorda la luna riflessa in qualcosa, sghemba e tremolante. Esprime tutto contemporaneamente, il che equivale a non esprimere niente. Truccarsi per questa circostanza sarebbe imbarazzante, conclude. Senza smettere di guardarsi negli occhi, intinge il dito in un vasetto di balsamo trasparente e se lo stende sulle labbra.

   Di sotto, quando toglie il cappotto dal gancio, suo fratello Alan esce dal soggiorno.

   Dove vai? dice.

  Esco.

   Esci dove?

   Lei infila le braccia nelle maniche del cappotto e si sistema il colletto. Adesso comincia a sentirsi nervosa e più che insicurezza spera che il proprio silenzio comunichi insolenza.

   A fare due passi, dice.Alan si piazza davanti alla porta.

   Be’, so bene che non esci per vederti con gli amici, dice. Perché tu di amici non ne hai, giusto?

   No, non ne ho.

   Adesso sorride, un sorriso mite, sperando che questo gesto di sottomissione lo plachi e che si sposti dalla porta. Invece lui dice: Perché lo fai?

   Cosa? dice lei.

   Quello strano sorriso che stai facendo.

   Scimmiotta la sua faccia, contorta in un brutto ghigno, denti scoperti. Mentre ghigna, la furia e l’eccesso di quella caricatura lo fanno apparire arrabbiato.

   Sei contenta di non avere amici? dice.

   No.

   Sempre sorridendo, Marianne fa due piccoli passi indietro, poi si volta e si avvia verso la cucina, dove c’è una porta che dà sul giardino. Alan le va dietro. L’afferra per il braccio e la tira via dalla porta. Lei sente le mascelle irrigidirsi. Le dita di lui le schiacciano il braccio attraverso la giacca.

   Se vai a piangere dalla mamma per questo, dice Alan.

   No, dice Marianne, no. Adesso però esco a fare due passi. Grazie.

   Lui allenta la presa e lei scivola al di là della porta sul giardino, chiudendosela alle spalle. Fuori l’aria è molto fredda e comincia a battere i denti. Gira intorno alla casa, imbocca il vialetto ed esce sulla strada. Nel punto in cui Alan l’ha afferrata il braccio pulsa. Prende il telefono di tasca e scrive un messaggio, battendo più volte sul tasto sbagliato, cancellando e riscrivendo. Alla fine lo invia: Sto arrivando. Prima ancora di mettere via il telefono riceve una risposta: ottimo a tra poco.

  

  Alla fine dello scorso semestre, la squadra di calcio della scuola è arrivata in finale di un certo torneo e a tutti quelli del loro anno è toccato saltare le ultime tre lezioni per andare a vederla. Marianne non l’aveva mai vista giocare, prima. Lo sport non le interessava per niente e l’educazione fisica la metteva in ansia. Nell’autobus verso la partita si è limitata ad ascoltare musica in cuffia, nessuno le ha rivolto la parola. Oltre il finestrino: mucche nere, prati verdi, case bianche dai tetti di tegole marroni. I giocatori erano tutti insieme nei posti davanti, a bere acqua e darsi pacche sulle spalle per farsi coraggio. Marianne ha avuto la sensazione che la vita vera stesse accadendo da qualche parte molto lontano da lí, che stesse accadendo senza di lei, e non sapeva se avrebbe mai scoperto dove e se sarebbe mai riuscita a farne parte. Era una sensazione che a scuola aveva spesso, ma che non era accompagnata da immagini precise di come la vita vera potesse essere o dell’effetto che potesse fare. Sapeva solo che quando sarebbe iniziata, non avrebbe più avuto bisogno di immaginarla.

   Il tempo si è mantenuto asciutto per la partita. Li avevano portati lí perché facessero il tifo a bordo campo. Marianne era vicino alla porta, con Karen e qualche altra ragazza. Tutte tranne Marianne sembravano conoscere a memoria i cori della scuola, con dei testi che lei non aveva mai sentito prima. Alla fine del primo tempo erano ancora zero a zero, e la professoressa Keaney ha distribuito cartoni di succo e barrette energetiche. Nel secondo tempo, dopo il cambio campo, gli attaccanti della scuola giocavano vicino al punto in cui stava Marianne. Connell Waldron era un centravanti. Lo vedeva lí nella sua tenuta da calciatore, i pantaloncini immacolati, la maglia della scuola con il numero nove sulla schiena. Aveva un’ottima postura, più di tutti gli altri. La sua figura era come una lunga linea elegante tracciata col pennello. Quando la palla raggiungeva la loro metà campo tendeva a correre dappertutto, a tratti alzava una mano per poi tornarsene immobile. Guardarlo era un piacere, e Marianne non credeva che sapesse né che gli importasse dove fosse lei. Un giorno, doposcuola, poteva dirgli che l’aveva guardato giocare, e lui avrebbe riso e le avrebbe dato della strana.

   Al settantesimo minuto Aidan Kennedy ha portato la palla sulla sinistra del campo e l’ha passata a Connell, che ha tirato dall’angolo dell’area di rigore, sopra le teste dei difensori, insaccandola. Tutti hanno gridato, perfino Marianne, e Karen l’ha presa per la vita e stretta con il braccio. Stavano facendo il tifo insieme, avevano visto qualcosa di magico che dissolveva i consueti rapporti sociali tra loro. La professoressa Keany stava fischiando e pestando i piedi. Sul campo, Connell e Aidan si sono abbracciati come due fratelli ricongiunti. Connell era così bello. A Marianne è tornato in mente quanto avrebbe voluto vederlo fare sesso con qualcuno; non doveva per forza essere lei, poteva essere chiunque. Sarebbe stato fantastico anche solo guardarlo. Sapeva bene che erano questo tipo di pensieri a renderla diversa dagli altri studenti, e più strana.

   I compagni di Marianne hanno tutti l’aria di adorare la scuola e trovarlo normale. Vestirsi ogni giorno con la stessa divisa, conformarsi continuamente a regole arbitrarie, essere esaminati per carpire i segnali di cattiva condotta, tutto questo per loro è normale. Non vivono la scuola come un ambiente oppressivo. L’anno scorso Marianne si è scontrata con l’insegnante di storia, il professor Kerrigan, perché l’aveva sorpresa a guardare dalla finestra durante la lezione, e in classe nessuno ha preso le sue difese. Dover indossare un tailleur ogni mattina, spostarsi in branco all’interno di un enorme edificio per tutta la giornata e non avere nemmeno la libertà di muovere gli occhi come le pareva, perché anche i movimenti oculari cadevano sotto la giurisdizione delle regole scolastiche, allora le è parsa un’evidente follia. Se guardi dalla finestra sognando a occhi aperti non impari niente, ha detto il professor Kerrigan. Marianne, che a quel punto aveva perso le staffe, ha ribattuto: Non s’illuda, da lei non ho niente da imparare.

   Di recente Connell ha detto che quell’episodio se lo ricordava, e che all’epoca aveva trovato che fosse stata impietosa con il professorKerrigan – in realtà uno degli insegnanti più ragionevoli. Ma capisco cosa intendi quando dici che a scuola ti senti un po’ in prigione, ha aggiunto. Lo capisco bene. Avrebbe dovuto lasciarti guardare fuori dalla finestra, su questo siamo d’accordo. Non stavi facendo niente di male.

   Dopo la conversazione in cucina, quando gli aveva detto che le piaceva, Connell ha iniziato a venire a casa sua più spesso. Arrivava a prendere sua madre in anticipo e ciondolava in soggiorno senza dire granché, o se ne stava accanto al camino con le mani in tasca. Marianne non gli ha mai chiesto perché venisse. Parlavano un po’, o meglio, lei parlava e lui annuiva. Lui le ha detto che avrebbe dovuto provare a leggere il Manifesto del partito comunista, pensava che le sarebbe piaciuto, e si è offerto di scriverle il titolo perché non lo dimenticasse. So come s’intitola il Manifesto del partito comunista, ha detto lei. Lui ha alzato le spalle, ok. Dopo un attimo ha aggiunto, sorridendo: Stai cercando di fare la superiore, ma non l’hai manco letto. A quel punto lei non ha potuto fare a meno di ridere, e lui ha riso perché rideva lei. Quando ridevano non riuscivano a guardarsi, dovevano guardare negli angoli della stanza, o per terra.

   Connell sembrava capire l’effetto che le faceva la scuola; le ha detto che sentire le sue opinioni gli piaceva. Le senti già abbastanza in classe, ha detto lei. Lui ha risposto prosaicamente: In classe ti comporti in modo diverso, non sei veramente così. Sembrava convinto che Marianne avesse accesso a una serie di identità diverse, e che passasse dall’una all’altra senza alcuno sforzo. Questo l’ha sorpresa, perché in genere si sentiva costretta all’interno di un’unica personalità, che era sempre la stessa a prescindere da quello che faceva o diceva. In passato aveva cercato di essere diversa, una specie di esperimento, ma non aveva mai funzionato. Se con Connell lo era, la differenza non si realizzava dentro di lei, nella sua individualità, ma tra loro, nella dinamica. Capitava che lo facesse ridere, ma altre volte era taciturno, impenetrabile, e dopo che se ne andava leisi sentiva euforica, nervosa, piena di energia ed esausta al tempo stesso.

   La settimana scorsa stava cercando una copia di La prossima volta il fuocoda prestargli e lui l’ha seguita nello studio. È rimasto lì a ispezionare gli scaffali, con l’ultimo bottone della camicia aperto e la cravatta allentata. Marianne ha trovato il libro, gliel’ha passato e lui si è seduto alla finestra a guardare la quarta di copertina. Gli si è seduta accanto e gli ha chiesto se i suoi amici Eric e Rob sapevano che leggeva così tanto all’infuori della scuola.

   A loro questa roba non interesserebbe, ha detto lui.

   Vuoi dire che non gli interessa il mondo che hanno intorno.

   Connell ha fatto la faccia che fa sempre quando lei critica i suoi amici, un cipiglio inespressivo. Non nello stesso modo, ha detto. Hanno i loro interessi. Non credo che si metterebbero a leggere libri sul razzismo e cose simili.

   Certo, sono troppo impegnati a vantarsi di chi si stanno portando a letto, ha detto lei.

   Lui ha esitato un secondo, come se il commento gli avesse fatto rizzare le orecchie ma non sapesse bene cosa rispondere. Già, è un po’ vero, ha detto. Non lo giustifico, so che possono dare fastidio.

   Non ti irrita?

   Ha esitato di nuovo. In linea di massima no, ha detto. A volte esagerano un po’ e allora ovviamente mi dà fastidio. Ma sai com’è, sono pur sempre i miei amici. Per te è diverso.

   Lei l’ha guardato, ma stava studiando il dorso del libro.

   Perché diverso? ha chiesto.

   Lui ha alzato le spalle, piegando avanti e indietro la copertina. Lei si è sentita frustrata. Aveva la faccia e le mani bollenti. Lui continuava a guardare il libro anche se ormai la quarta aveva sicuramente finito di leggerla. Lei era in sintonia con la sua presenza fisica su scala microscopica, come se il banale movimento della sua respirazione fosse abbastanza potente da farla ammalare.

   Sai che l’altro giorno dicevi che ti piaccio, ha detto lui. Eravamo in cucina, stavamo parlando della scuola.

   Sì.

   Intendevi come amico, o cosa?

   Lei si è fissata le ginocchia. Aveva una gonna di velluto a coste e alla luce della finestra ha visto che era costellata di laniccio.

   No, non solo come amico, ha detto.

   Ah, ok. Mi chiedevo.

   Era lì, che annuiva tra sé.

   Sono un po’ confuso rispetto a quello che provo, ha aggiunto. Penso che a scuola sarebbe difficile, se succedesse qualcosa tra noi.

   Nessuno verrebbe a saperlo.

   Lui ha alzato gli occhi su di lei, diretto, con un’attenzione assoluta. Lei sapeva che la stava per baciare, e così ha fatto. Aveva labbra morbide. La sua lingua le si è infilata in bocca in modo quasi impercettibile. Un attimo dopo già si ritraeva. Come ricordando che aveva in mano il libro, ha ricominciato a guardarlo.

   Che bello, ha detto lei.

   Lui ha annuito, deglutito, dato un’altra occhiata al libro. Era cosí impacciato, come se perfino quell’accenno al bacio fosse stato sconveniente, che Marianne è scoppiata a ridere. Al che lui è sembrato agitarsi.

   Ok, ha detto. Adesso perché ridi?

   No, niente.

   Ti comporti come se non avessi mai baciato nessuno prima d’ora.

   Be’, è così, ha detto lei.

   Lui si è coperto la faccia con una mano. Lei ha riso di nuovo, non riusciva a fermarsi, e poi ha cominciato a ridere anche lui. Aveva le orecchie rossissime e scuoteva la testa. Dopo qualche secondo si è alzato, con il libro in mano.

   Non andare a raccontarlo a scuola, ok? ha detto.

   Come se a scuola parlassi con qualcuno.

   Lui è uscito dalla stanza. Lei è scivolata giù dalla sedia sul pavimento, con le gambe stese davanti a sé come una bambola di pezza. È rimasta lì con l’impressione che Connell avesse frequentato casa sua solo per metterla alla prova, e lei aveva superato la prova, e il bacio era un messaggio che diceva: L’hai superata. Ha ripensato a come aveva riso quando lei aveva ammesso di non avere mai baciato nessuno. In bocca a un altro quella risata avrebbe potuto essere crudele, ma con lui era diverso. Avevano riso insieme, di una situazione che si erano trovati a condividere, anche se esattamente Marianne non avrebbe saputo descriverla, né dire cos’avesse di divertente.

   La mattina dopo, prima dell’ora di tedesco, se ne stava seduta a osservare i compagni spingersi via dai caloriferi, strillando e sghignazzando. Quando è iniziata la lezione, hanno ascoltato in silenzio una cassetta audio in cui una donna tedesca parlava di una festa che si era persa. Es tut mir sehr leid. Quel pomeriggio ha iniziato a nevicare, grossi fiocchi grigi che sfarfallavano oltre le finestre e si scioglievano sulla ghiaia. Tutto appariva voluttuoso: l’odore stantio delle aule, il trillo metallico della campanella che risuonava tra una lezione e l’altra, gli alberi scuri e austeri che si stagliavano come spettri intorno al campo da basket. Il lento e ripetitivo lavoro di copiatura degli appunti con penne di colori diversi su fogli bianchi di carta a righe blu. A scuola, come al solito, Connell non le ha parlato, nemmeno l’ha guardata. Lei l’ha osservato dall’altro capo dell’aula mentre coniugava verbi, masticando l’estremità della penna; poi sorridere con gli amici a proposito di qualcosa, dalla parte opposta della mensa durante la pausa pranzo. Il loro segreto era un piacevole peso che si portava in corpo, e che premeva sulle ossa del bacino quando si muoveva.

   Non l’ha visto dopo scuola quel giorno, né il seguente. Il giovedì pomeriggio sua madre era nuovamente di servizio e lui è arrivato a prenderla in anticipo. Marianne ha dovuto andare ad aprire perché in casa non c’era nessun altro. Si era tolto la divisa e portava un paio di jeans neri e una felpa. Vedendolo, ha avuto l’impulso di scappare via e nascondere la faccia. Lorraine è in cucina, ha detto. Poi si è voltata, è salita in camera sua e ha chiuso la porta. Si è stesa sul letto a faccia in giú, respirando nel cuscino. E chi era poi questo Connell? Aveva la sensazione di conoscerlo intimamente, ma cosa giustificava questa sensazione? Solo perché una volta l’aveva baciata, senza spiegazioni, e poi le aveva ingiunto di non dirlo a nessuno? Dopo un paio di minuti ha sentito bussare e si è tirata su. Avanti, ha detto. Lui ha aperto la porta e, lanciandole uno sguardo indagatore come per stabilire se era il benvenuto, è entrato nella stanza e si è chiuso la porta alle spalle.

   Sei incazzata con me? ha chiesto.

   No. Perché dovrei?

   Ha alzato le spalle. Si è oziosamente avvicinato al letto e si è seduto. Lei sedeva a gambe incrociate, tenendosi le caviglie. Sono rimasti lì in silenzio per un attimo. Poi lui è salito sul letto con lei. Le ha toccato una gamba e lei si è lasciata andare sul cuscino. Gli ha chiesto spavalda se l’avrebbe baciata di nuovo. Lui ha detto: Secondo te? Una risposta che le è sembrata profondamente criptica e sofisticata. Fatto sta che lui ha iniziato a baciarla. Lei gli ha detto che era bello e lui non ha detto niente. Sentiva che avrebbe fatto qualsiasi cosa per piacergli, per fargli dire forte che gli piaceva. Le ha infilato la mano sotto la camicetta della divisa. Lei gli ha detto all’orecchio: E se ci svestissimo? Lui aveva la mano nel reggiseno. Assolutamente no, ha detto. Tutto ciò è molto stupido, Lorraine è qua sotto. Ha chiamato sua madre per nome, così. Marianne ha detto: Non ci viene mai, di sopra. Lui ha scosso la testa: No, meglio fermarsi. Si è tirato su e l’ha guardata.

   Per un attimo hai avuto la tentazione, ha detto lei.

   Non esattamente.

   Ti ho indotto in tentazione.

   Lui ha scrollato la testa, sorridente. Sei proprio strana, ha detto.

  

   Adesso lei è in piedi nella sua strada, dov’è posteggiata la sua macchina. Le ha mandato l’indirizzo per messaggio, è al 33: una casa a schiera con l’intonaco a ghiaietto, tendine a rete, giardinetto di cemento. Vede una luce accesa dietro la finestra del piano di sopra. È difficile credere che viva davvero lì, una casa in cui non ha mai messo piede e che non ha mai visto prima. Indossa un maglione nero, una gonna grigia, intimo nero dozzinale. Ha le gambe meticolosamente depilate, le ascelle lisce e imbiancate dal deodorante e le cola leggermente il naso. Suona il campanello e sente dei passi sulle scale. Lui apre la porta. Prima di farla entrare guarda oltre la sua spalla, per assicurarsi che nessuno l’abbia vista arrivare.

 

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L’autrice.

Sally Rooney.

Nata nel 1991 a Castlebar, dopo il college si è laureata in Letteratura americana all’università di Dublino. Il suo primo romanzo Parlane tra amici(Einaudi), è stato oggetto di una contesa asta ancor prima di essere finito. Quando è uscito nel, 2017 è diventato subito un caso editoriale. Con questo nuovo libro ha confermato il suo talento: il Time l’ha proclamato il migliore dell’anno. Vive a Dublino.

 

 

 

 

 

  • Persone normali
  • Sally Rooney
  • Traduttore: M. Balmelli
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Supercoralli
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 248 p., Rilegato

 

 

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