Pensiamo che la specie umana domini completamente il nostro pianeta, ma nella realtà vaste zone chiamate abissi oceanici ci sono quasi del tutto sconosciute. Incredibili creature, ancora oggi all’alba del secondo millennio, escono fuori dal buio delle profondità riuscendo, ancora una volta, a stupirci per l’incredibile varietà e l’ingegnosità della natura.

 

Nelle tenebre degli oceani

 

 

«Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te.”

(Edgar Allan Poe)

Pesci abissali: mostri o timidi innamorati? Cosa si nasconde nelle tenebre degli oceani? I pesci abissali sono rari da avvistare  e non si ritrovano mai in gruppo, ma per questi animali degli abissi trovare il partner è di fondamentale importanza. Ma nel buio delle profondità marine andare alla ricerca di compagnia è  veramente difficile. Allora entrano in funzione dei messaggi luminosi che oltre ad essere un’esca per le prede sono delle chiare ed inequivocabili dichiarazioni d’amore.

Le prime osservazioni dell’ambiente marino furono fatte nel IV secolo a.C. da Aristotele, che descrisse e catalogò nei suoi scritti “Historia animalium” e “De partibus animalium” ben 180 specie di animali marini, tra cui 24 specie di crostacei e policheti, 40 molluschi e 116 pesci. Sebbene le opere furono viste come dei lavori pionieristici nel campo della zoologia, nella sua premessa, Aristotele spiegò che il motivo delle sue ricerche era mirato a comprendere il cosa prima di stabilire il perché un certo animale viveva. Il metodo aristotelico era quindi quello di individuare le differenze tra gli individui animali più che inquadrarli in gruppi similari. In seguito, in epoca romana, Plinio il vecchio, un ammiraglio della flotta romana ed attento naturalista, nel Naturalis Historia (77 A.D.) descrisse i delfini con un metodo per quel tempo eccezionalmente moderno. “Essi crescono in fretta, e si ritiene che raggiungano la taglia massima all’età di 10 anni. Possono vivere fino a trenta anni, come è stato scoperto attraverso l’incisione di tacche sulla loro pinna caudale” in originale “Adolescunt celeriter, X annis putantur ad summam magnitudinem pervenire. Vivunt et tricenis, quod cognitum praecisa cauda in experimentum”. Al di là dell’informazione scientifica, l’importanza dello scritto di Plinio fu quella di descrivere un metodo di osservazione naturale; metodo che fu la base, anche nei secoli seguenti, per le prime catalogazioni e tassonomie scientifiche. 

In seguito, le grandi spedizioni marittime del XV e XVI secolo aumentarono la conoscenza geografica degli oceani e aggiunsero osservazioni sulla biologia incontrata. Basti pensare ai grandi navigatori come Magellano, Colombo e Caboto che riportarono nei loro diari osservazioni dettagliate della vita marina. Con la stampa incominciarono ad essere rappresentate forme animali, molto

Conrad Gessner.

spesso molto fantasiose e basate sui racconti dei marinai. Immagini di mostri mitologici e animali pescati in mari lontano divennero parti di atlanti e portolani. Conrad Gessner(1), nel quarto libro delle Historiae animalium, il Piscium & aquatilium animantium natura (1558), rappresentò animali marini, spesso con molta creatività, come potrete vedere nelle tavole seguenti.

Pensiamo che la specie umana domini completamente il nostro pianeta, ma nella realtà vaste zone chiamate abissi oceanici ci sono quasi del tutto sconosciute. Incredibili creature, ancora oggi all’alba del secondo millennio, escono fuori dal buio delle profondità riuscendo, ancora una volta, a stupirci per l’incredibile varietà e l’ingegnosità della natura.

Gli abissi marini sono uno degli ultimi territori inesplorati del nostro pianeta, nonostante ricoprano quasi il 70% del totale. Sembra incredibile, ma la tecnologia umana ci ha permesso di atterrare sulla luna, di far correre un robot sulla superficie di Marte, di spingere il satellite Voyager ai confini del nostro sistema solare e di “sbirciare” con i telescopi galassie lontane anni luce, ma rarissime sono state le esplorazioni dei fondali marini. Infatti tutt’oggi escono, non di rado, notizie di stravaganti creature marine mai viste prima o habitat di cui non conoscevamo l’esistenza. Una delle prime tappe della conquista degli abissi batte bandiera italiana, il batiscafo Trieste il 23 gennaio 1960 alle 13:06 riuscì, per la prima volta nella storia dell’uomo, a raggiungere il punto più profondo fin ora conosciuto, la famosa Fossa delle Marianne a 11521 metri di profondità, dove la pressione esercitata su un cm2 è di più di una tonnellata.  Anche noi, come il Trieste, daremo un’occhiata dentro l’abisso, sperando, per questa volta, che non sia lui ha guardare dentro di noi.

Le creature degli abissi

Edward Forbes.

Edward Forbes(2), luminare delle scienze del mare vissuto nel 1800 affermava che dopo i primi 100 metri la vita in mare cessava. L’abisso era visto come un deserto nero

William Beebe e il batiscafo bathysphere 1932.

dove cessavano anche le correnti e che le temperature precipitavano in modo cosi rapido da sbarrare la strada alla vita in mare. Ma a distanza di un secolo, nel 1930, William Beebe(3), un naturalista americano, riuscì a superare la barriera dei 900 metri di profondità con un batiscafo in acciaio, in un tratto di mare a poche miglia dalle isole Bermuda. Beebe racconta di guizzi di luce, sfavillii, bagliori e scintille che scoppiettavano come fuochi d’artificio. Si rese conto che gli artefici di quei giochi pirotecnici erano dei pesci degli abissi. Nella sua immersione non ebbe la possibilità di capire di che pesci abissali si trattasse. Trent’anni dopo lo fece Jacque Piccard(4) con la sua spedizione nella fossa delle Marianne a 11.521 metri, a bordo del batiscafo Trieste.

La mattina del 23 gennaio 1960, il Mare delle Filippine era agitato e ciò rese particolarmente difficile l’immersione del batiscafo Trieste, appartenente alla Marina degli Stati Uniti, negli abissi marini.

La discesa alla massima profondità mai raggiunta da un essere umano si rivelò, in realtà, un po’ noiosa”, dichiara Don Walsh, che – all’epoca

Il tenente Don Walsh e Jacques Piccard, nella cabina di pilotaggio del batiscafo Trieste.

tenente ventottenne della Marina – pilotò il Trieste insieme all’oceanografo svizzero Jacques Piccard nell’immersione di nove ore nel punto più profondo della Terra, una depressione di 10.916 metri denominata Challenger Deep, a circa 320 chilometri a sud ovest dell’isola di Guam, nella fossa delle Marianne. Benché la noia sia stata poi interrotta da “un momento di terrore allo stato puro”, aggiunge Walsh. Si trovavano a due terzi del percorso verso il fondale, quando un forte fragore scosse lo scafo del piccolo batiscafo ad autopropulsione. Walsh e Piccard si guardarono e si prepararono al peggio. Invece non accadde nulla. “Ci fu quel gran rumore una sola volta, come un’esplosione e poi più niente”, racconta Walsh. In seguito, scoprirono che un finestrino esterno in Plexiglas si era incrinato a causa della pressione, che secondo le rilevazioni era pari a una tonnellata per centimetro quadrato, quasi 1.000 volte il valore misurato in superficie. Il finestrino incrinato, tuttavia, “non era una minaccia per la nostra sopravvivenza, almeno non nell’immediato”, dice Walsh stringendo le spalle.

L’immersione del Trieste non fu soltanto un viaggio record. Grazie a quell’impresa, infatti, Piccard e Walsh aprirono una finestra scientifica sugli abissi oceanici, fino a quel momento generalmente ritenuti privi di forme di vita. Quando il batiscafo toccò il fondale, i due scienziati si munirono di lampade ai vapori di mercurio per perlustrare l’assoluta oscurità che li circondava. Lo spettacolo che si presentò ai loro occhi li lasciò senza fiato: “La scoperta di gran lunga più interessante fu il pesce piatto che scorgemmo scrutando dall’oblò il fondo dell’oceano”, riferì in seguito Piccard. “Rimanemmo strabiliati all’idea di aver trovato a quella profondità forme di vita marina superiore”. 

Da allora si comincio ad aggiungere alla interminabile lista di specie marine, tutti quegli animali che vivevano negli abissi e che non erano mai stati osservati dall’occhio umano. Strane, stranissime creature abissali che si sono adattate a vivere in un ambiente cosi particolare, in un ambiente freddo e buio, privo di ripari, vivendo sempre in cerca di qualcosa. Un bagliore o uno scintillio che possa essere una preda o un partner.

Pesci strani, abissali carnivori, spesso necrofagi  o caprofagi, che hanno assunto sembianze mostruose per vincere la corsa con l’evoluzione. Bocche grandi, armate di denti enormi e aguzzi, occhi grandi e strane appendici lungo tutto il corpo. Insomma dei piccoli draghi marini che nella storia hanno sicuramente ispirato storie mitologiche e leggende.  E poi quella luce, una luce che viene emessa come fa un lampeggiante che indica attenzione. Si, perché nelle profondità marine imbattersi in un predatore abissale non è facile, allora il predatore non puo’ farsi sfuggire l’occasione di un pasto. L’evoluzione li ha allenati a ciò. “Nelle acque nere e profonde degli abissi se trovi una preda non puoi certo fartela scappare

La luce di questi pesci abissali, è dovuta al fenomeno della Bioluminescenza(5). Sulla terra ferma sono soltanto le lucciole e altre poche specie ad averne il dono. In mare invece il fenomeno della

Pesce lanterna.

biolominescenza è molto comune. Per esempio il pesce lanterna, un pesce degli abissi della famiglia dei Myctophidae possiedono delle cellule speciali che riescono a produrre luce. Queste cellule prendono il nome di fotofori. Nei fotofori avviene una vera reazione chimica che da origine ai bagliori luminosi.

I bagliori emessi da questi pesci abissali sono  anche un ottimo strumento di comunicazione che i pesci abissali utilizzano come richiamo sessuale. Il 70 per cento di loro è, infatti, in grado di emettere bioluminescenza. Secondo uno dei più autorevoli esperti al mondo in questo campo, gli organismi marini fanno uso di almeno trenta distinti sistemi chimici per emanare luce, ma solo otto di questi sono stati interamente compresi. Molti pesci abissali la producono grazie ai fotofori, organi simili a ghiandole in cui alcune sostanze chimiche, le luciferine, reagiscono con l’ossigeno e con un enzima, la luciferasi, sprigionando un bagliore bluastro. Nella maggior parte dei pesci abissali le femmine rilasciano uova nell’ acqua che vengono fertilizzate dallo sperma dei maschi. Il problema è però evitare che l’operazione vada a vuoto. Come facciano a trovare il partner è ancora un mistero. Forse esistono strategie di riconoscimento, come la posizione dei fotofori o addirittura particolari frequenze di bioluminescenza. Per ovviare all’inconveniente, in alcune specie come Ceratias holbolli, Edriolychnus schmidti e Haplophryne mollis, il maschio di piccole dimensioni nuota libero fino a quando non incontra una femmina. Il canale alimentare del maschio si atrofizza e cadono tutti i denti. I canali alimentari e alcuni vasi sanguigni dei due individui entrano in collegamento e da quel momento sarà la femmina a nutrire il maschio. In poche parole diverrà una sua appendice, un parassita che ha una sola funzione: quella riproduttiva. Di tutte le forme, taglie e dimensioni sono spesso dei pesci brutti da vedere ma che hanno delle strategie sorprendenti.

Non tutti i pesci abissali sono delle “centrali elettriche”. Ci sono alcune creature degli abissi che per avere la luce si limitano ad ospitare dei batteri luminosi, che vivono in simbiosi con l’ospite e che producono la luce per il pesce. Comunque sia, che brillino di luce propria o che prendano la luce in prestito questi pesci posizionano le “lampadine” in posizioni strategiche in maniera tale che possano servire a più scopi. Ad esempio queste lampadine abissali hanno degli interruttori che utilizzano in caso vi sia un predatore in zona, rendendosi cosi invisibili.

Oggi gli scienziati continuano a studiare un ecosistema di notevole complessità, ubicato nelle profondità abissali del mare e costruito su centinaia di specie di foraminiferi – organismi unicellulari a guscio che costituiscono oltre la metà di tutta la materia vivente e che rappresentano il primo anello della catena alimentare oceanica. Nella fanghiglia del Challenger Deep, gli scienziati hanno individuato oltre 400 specie il cui DNA somiglia a quello delle primissime forme di vita comparse sulla Terra.

 

ALCUNE IMMAGINI DI PESCI ABISSALI.

 

 

10 Mostri marini inquietanti.

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NOTE

  • (1) Conrad Gessner, talora citato come Konrad Gessner (Zurigo, 26 marzo 1516 – Zurigo, 13 dicembre 1565), è stato un naturalista, teologo e bibliografo svizzero. Erudito, in possesso di una cultura poliedrica, coltivò lo studio di numerose scienze, dalla teologia alla filologia, dalla botanica e zoologia alla medicina. L’importanza della sua opera si segnala soprattutto per il primo tentativo di realizzare una bibliografia “universale” delle opere in greco, latino e ebraico allo scopo di raccogliere l’intero patrimonio librario in un’opera che ne rendesse testimonianza ai posteri. La sua Bibliotheca Universalis lo qualifica come il primo autore moderno di una bibliografia di ampio respiro.
  • (2) Edward Forbes (Douglas, 12 febbraio 1815 – Wardie, 18 novembre 1854) è stato un naturalista mannese. Forbes nacque a Douglas, nell’Isola di Man. Da bambino, quando non occupato a leggere, scrivere poesie o disegnare caricature, si occupava della raccolta di insetti, conchiglie, minerali, fossili, piante e altri oggetti di storia naturale. Dai 5 agli 11 anni, la sua fragile salute gli impedì di frequentare la scuola, ma nel 1828 si iscrisse all’Athole House Academy di Douglas. Nel giugno 1831 lasciò l’Isola di Man per trasferirsi a Londra, dove studiò disegno. In ottobre, tuttavia, cessò in lui l’idea del disegno come professione, e ritornò a casa; il mese seguente si iscrisse come studente di medicina all’Università di Edimburgo. Trascorse le sue vacanze del 1832, in un diligente lavoro sulla storia naturale dell’Isola di Man. Suo fratello David fu un noto mineralista.
  • (3) Charles William Beebe (New York, 29 luglio 1877 – Arima, 4 giugno 1962) è stato un ornitologo, entomologo, esploratore, scrittore e biologo marino statunitense. Viene ricordato per le numerose spedizioni che condusse per conto della New York Zoological Society, per le profonde immersioni con la Bathysphere e per la prolifica scrittura scientifica per un pubblico sia accademico che popolare. Beebe abbandonò gli studi prima di laurearsi per poter lavorare all’allora neonato New York Zoological Park, dove fu incaricato di accudire gli uccelli dello zoo. Si fece subito notare per il suo operato, prima per la capacità di riprodurre gli habitat dei vari uccelli, e poi per una serie di spedizioni di durata crescente fino a girare il mondo per documentare i vari fagiani. Queste spedizioni formarono la base per numerose opere sia popolari che accademiche, compreso il racconto della sua spedizione sui fagiani intitolato A Monograph of the Pheasants, pubblicato in quattro volumi dal 1918 al 1922. Come riconoscimento per le ricerche condotte durante le spedizioni, gli fu assegnata la laurea honoris causa dalla Tufts University e dalla Colgate University.
  • (4) Jacques Piccard (Bruxelles, 28 luglio 1922 – Ginevra, 1º novembre 2008) è stato un esploratore e ingegnere svizzero. Figlio del fisico Auguste Piccard, si laurea in economia all’università di Ginevra dove rimane come assistente. Dopo essersi trasferito a Trieste, dove lavora come economista, riceve un’offerta di collaborazione da un’industria locale per la realizzazione di un batiscafo (il Trieste) alla cui progettazione ha partecipato anche il padre. Nel 1957, la marina degli Stati Uniti acquista il batiscafo e assume Jacques Piccard come consulente scientifico.
  • (5) Bioluminescenza è un fenomeno per cui organismi viventi emettono luce attraverso particolari reazioni chimiche, nel corso delle quali l’energia chimica viene convertita in energia luminosa. La bioluminescenza è legata soprattutto agli organismi marini a volte tassonomicamente distanti tra loro (Ctenofori, Anellidi, Molluschi, Pesci, Dinoflagellati), ma riguarda anche animali terricoli, ad esempio insetti, come i coleotteri delle famiglie Lampyridae (lucciole) o Phengodidae (i cosiddetti “vermi luminosi”, in riferimento alle loro larve, come per esempio Phrixothrix hirtus) e funghi (Omphalotus olearius, Gerronema viridilucens, specie appartenenti al genere Mycena).

Fonte Wikipedia.

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