Il romanzo incompiuto di un potere invisibile

«Petrolio: il romanzo in cui Pasolini entra nel cuore oscuro del potere»
Un’opera frammentaria e inquieta che non racconta una storia, ma entra nella zona in cui economia, politica e verità si confondono
Redazione Inchiostronero
Petrolio, l’opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini, non è un semplice romanzo, ma una mappa del potere economico e politico nell’Italia del Novecento. Attraverso la figura ambigua di Carlo, dirigente legato al mondo energetico, Pasolini costruisce un sistema narrativo che allude ai grandi equilibri del petrolio, alle zone d’ombra dell’ENI e al sospetto che alcune morti – come quella di Enrico Mattei – non siano mai state del tutto chiarite. Più che offrire risposte, Petrolio inquieta: perché suggerisce che il potere, quello reale, non si mostra mai apertamente.
Petrolio, Pasolini e il potere che non si lascia vedere
Ci sono libri che raccontano una storia, e libri che invece mettono in crisi l’idea stessa di racconto. Petrolio appartiene a questa seconda specie. Non si lascia leggere come un romanzo tradizionale, non offre una trama lineare, non accompagna il lettore lungo un percorso rassicurante. Procede per strappi, per nuclei, per appunti. È un’opera incompiuta, certo, ma l’incompiutezza non è soltanto un accidente biografico: è anche una forma. Pasolini sembra dirci fin dall’inizio che, quando si entra davvero nel cuore del potere, il discorso non può più restare ordinato.
In questo senso Petrolio è una delle opere più sconcertanti del Novecento italiano, perché non descrive semplicemente un ambiente o un personaggio, ma prova a rappresentare una struttura invisibile. Non il potere ufficiale, quello delle dichiarazioni pubbliche, delle facciate, delle cerimonie. Piuttosto il potere reale, quello che agisce senza mostrarsi, che governa senza esporsi, che orienta la vita collettiva restando dietro il sipario.
Pasolini, del resto, aveva già formulato altrove una frase che sembra la chiave retrospettiva di tutto il libro:
«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.»
Non siamo dentro Petrolio, ma dentro il celebre articolo corsaro del 1974; eppure quella frase illumina perfettamente il romanzo. Perché Petrolio nasce proprio in questa zona ambigua e terribile: tra il sapere e il non poter dimostrare, tra l’intuizione del meccanismo e l’impossibilità di esibirne interamente la macchina.
In un’intervista concessa alla giornalista Luisella Re, pubblicata su Stampa Sera del 9 gennaio 1975, Pasolini parla del progetto a cui sta lavorando:
«Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie.»
Nella lettera ad Alberto Moravia che accompagna il manoscritto di Petrolio, Pasolini chiarisce il tipo di taglio narrativo che vuole dare al romanzo (metanarrativo e antinarrativo):
«È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia…»
Nel leggere, infatti, i frammenti di Petrolio si osserva che la lingua è ora raziocinante e precisa, spesso saggistica, ora lirica, a volte elementare, a volte estremamente elaborata. Nel progetto dell’autore l’opera avrebbe dovuto raggiungere ogni estremo della forma fino a quello illeggibile delle pagine in greco o giapponese.
Il protagonista, Carlo, non è solo un uomo. È una funzione narrativa, quasi un dispositivo. Intorno a lui si concentrano sdoppiamenti, slittamenti, metamorfosi. La sua identità non è mai compatta, e questa instabilità non è un semplice gioco letterario. Pasolini la usa per mostrare che il soggetto moderno, soprattutto quando entra nelle sfere alte del potere, non è più uno. È plurale, scisso, duplicato. Vive in una realtà che ha smesso di essere trasparente. Per questo, leggendo Petrolio, si ha spesso la sensazione che la realtà sia doppia: una visibile, esposta, nominale; l’altra sotterranea, efficace, decisiva.
E al centro di questa seconda realtà c’è il petrolio.
Il petrolio, nel libro, non è soltanto una materia prima, non è solo una fonte di ricchezza o una questione industriale. È il nome moderno della sovranità. È il punto in cui economia, geopolitica, Stato e interessi internazionali si intrecciano fino a diventare indistinguibili. In questa prospettiva, Petrolio non parla di una risorsa: parla della sostanza stessa del comando nel Novecento avanzato. Si potrebbe quasi riassumere il romanzo così: il potere contemporaneo non ha più il volto del sovrano, ma quello dell’energia.
E qui l’ombra di Enrico Mattei diventa inevitabile.
Le Sette Sorelle: un cartello globale
Per comprendere fino in fondo la portata della sfida di Enrico Mattei, è necessario fermarsi su ciò che egli aveva davanti: un sistema chiuso, compatto, profondamente radicato negli equilibri del dopoguerra. 
Le cosiddette Sette Sorelle non erano semplicemente grandi compagnie petrolifere. Erano, a tutti gli effetti, un ordine mondiale non scritto, una struttura di potere che regolava l’accesso all’energia come si regola l’accesso a un privilegio.
Negli anni Quaranta e Cinquanta, il petrolio non circolava in un libero mercato. Era amministrato. Prezzi, concessioni, quote di produzione, trasporti: tutto veniva deciso all’interno di un circuito ristretto di grandi società anglo-americane, strettamente intrecciate con gli interessi strategici dei rispettivi governi. Il petrolio non era solo una merce, ma una leva geopolitica. Garantiva stabilità agli alleati e dipendenza ai Paesi che non sedevano al tavolo delle decisioni.
Il meccanismo era tanto efficiente quanto iniquo. Le concessioni venivano stipulate per decenni, spesso in contesti coloniali o postcoloniali, e assicuravano alle compagnie il controllo totale dei giacimenti. Gli Stati produttori ricevevano royalties limitate e una quota dei profitti che, anche quando formalmente “paritaria”, lasciava loro ben poco potere reale. Le decisioni strategiche restavano altrove. In questo schema, la sovranità dei Paesi produttori era nominale.
Mattei osserva questo sistema con uno sguardo privo di illusioni. Capisce che le Sette Sorelle non difendono solo interessi economici, ma una gerarchia globale. Il loro potere non nasce dalla concorrenza, ma dall’accordo; non dal rischio, ma dalla stabilità garantita. E soprattutto, non tollera deviazioni. In un mondo che si regge sull’equilibrio dei cartelli, chi introduce un’alternativa non è un concorrente: è un sabotatore.
Da qui nasce l’intuizione decisiva. Mattei comprende che non serve sfidare apertamente il cartello sul suo terreno, perché lì è invincibile. Occorre invece aggirarlo, parlando con chi ne è escluso. Gli Stati produttori, fino a quel momento considerati comparse, diventano interlocutori centrali. È una mossa che ha un valore economico, ma soprattutto simbolico. Significa affermare, implicitamente, che l’ordine imposto non è inevitabile.
In questo senso, le Sette Sorelle rappresentano per Mattei non un nemico personale, ma un paradigma da rovesciare. Un sistema che si presenta come naturale, ma che naturale non è. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere la sua azione così destabilizzante. Perché quando un cartello globale viene messo in discussione, ciò che vacilla non è solo un mercato, ma l’idea stessa che il potere debba sempre concentrarsi nelle stesse mani.
Tratto da: «Enrico Mattei e l’energia come potere: l’uomo che sfidò il petrolio globale»
Pasolini non costruisce in Petrolio una biografia mascherata di Mattei, né imbastisce un’inchiesta esplicita sulla sua morte. Sarebbe riduttivo leggerlo così. Ma il libro fa qualcosa di più sottile e, per certi versi, più inquietante: ricostruisce il clima in cui una figura come Mattei diventa pensabile. Un clima in cui l’ENI non è soltanto una grande azienda nazionale, ma un crocevia strategico; in cui il petrolio non è un mercato, ma una guerra silenziosa; in cui certi equilibri non possono essere alterati senza conseguenze.
Mattei, in questa lettura, non appare come un personaggio in scena, ma come una presenza di sfondo. Non è il nome a contare, bensì il paradigma. L’uomo che ha osato muoversi dentro gli assetti internazionali del petrolio con una autonomia anomala per il suo tempo diventa il simbolo di ciò che Petrolio lascia affiorare continuamente: il fatto che il potere vero non coincida mai con le forme visibili della politica. È sempre altrove. E quell’altrove, nel Novecento italiano, passa anche attraverso il controllo dell’energia, delle alleanze, dei flussi economici.
Pasolini non accusa in modo diretto. Suggerisce, stratifica, apre fenditure. È qui che il romanzo diventa più forte. Se avesse scritto un pamphlet, avrebbe prodotto una tesi. Invece scrive un’opera narrativa spezzata e allucinata, e proprio per questo costruisce un campo di tensione molto più ampio. Il lettore non trova una sentenza, ma un’aria. Un sospetto strutturale. La sensazione che le verità decisive non si dicano mai interamente, che il linguaggio del potere sia fatto anche di omissioni, di buchi, di silenzi.
Per questo l’incompiutezza del libro conta così tanto. Non conta solo perché Pasolini muore prima di terminarlo. Conta perché Petrolio sembra fatto per restare aperto, come se la sua verità fosse inseparabile da una certa forma di mancanza. Il caso dell’“Appunto 21”, da sempre circondato da ipotesi e discussioni, ha alimentato interpretazioni di ogni genere. Ma, ancora prima delle ricostruzioni, il punto letterario è un altro: in Petrolio il non detto pesa quanto il detto. A tratti, pesa di più.
Uno degli elementi più discussi che hanno contribuito ad alimentare il carattere enigmatico di Petrolio riguarda anche la vicenda del cosiddetto capitolo scomparso,, la cui esistenza fu richiamata pubblicamente nel 2010 da Marcello Dell’Utri. Secondo quanto dichiarato in quella occasione, Pasolini avrebbe scritto un appunto contenente riferimenti più espliciti ai rapporti tra potere economico, sistema energetico e vertici dello Stato italiano. Il testo non è mai stato reso disponibile alla comunità degli studiosi e non esiste oggi alcuna verifica filologica della sua effettiva consistenza. Tuttavia il solo fatto che una simile ipotesi sia emersa nel dibattito pubblico conferma quanto Petrolio continui a essere percepito non soltanto come un’opera letteraria incompiuta, ma come un archivio potenziale di verità irrisolte sul rapporto tra energia e potere nella storia repubblicana.
Se davvero Pasolini aveva iniziato a nominare più direttamente quel nodo, allora l’assenza di quel testo non è solo un vuoto editoriale: diventa parte stessa del dispositivo narrativo con cui Petrolio rappresenta il rapporto tra energia e potere.
È in questo vuoto che il libro diventa perturbante. Pasolini non consegna al lettore una rivelazione definitiva. Consegna una mappa imperfetta. E una mappa, per sua natura, non è il territorio: indica linee, passaggi, nodi, possibilità di orientamento. Petrolio fa questo. Mostra che esiste un livello della realtà nel quale il potere economico, il desiderio, la corruzione, la trasformazione antropologica e la violenza non sono temi separati, ma parti dello stesso sistema.
Qui entra in gioco un altro Pasolini, quello di Scritti corsari
«Il nuovo potere non ha volto.»
«Il consumismo è un nuovo fascismo.» (Scritti corsari)
e di Lettere luterane,
«Il potere oggi non si limita a comandare: modella.»
(Lettere luterane)
che da anni andava insistendo su una metamorfosi profonda dell’Italia. Quando scrive che il nuovo potere ha cambiato gli italiani, che non domina soltanto dall’esterno ma trasforma dall’interno, Pasolini sta già preparando il terreno di Petrolio. Il romanzo diventa allora il laboratorio estremo di una intuizione più vasta: il potere moderno non si limita a comandare, produce forme di vita, plasma desideri, impone modelli, riscrive i corpi e i comportamenti. Non basta più osservare lo Stato o i partiti; bisogna guardare dove scorrono il denaro, l’energia, la tecnica, il consumo.
È qui che Petrolio si collega, senza dichiararlo apertamente, al grande trauma italiano della morte di Mattei. Non nel senso povero di una denuncia cifrata o di una tesi complottistica già confezionata, ma nel senso alto di una comprensione del contesto. Pasolini sembra aver capito che il petrolio non è un argomento settoriale. È un luogo simbolico e reale dove si misura la sovranità, dove si decide chi può trattare, chi può entrare, chi deve restare fuori. In questo senso la figura di Mattei aleggia su Petrolio come il segno di una possibilità spezzata: quella di un rapporto non subordinato con il potere energetico globale.
Per questo sarebbe sbagliato chiedere al romanzo una prova. Le prove appartengono alla magistratura, all’archivio, all’inchiesta documentaria. La letteratura lavora in un altro modo. Non dimostra: fa vedere. Non chiude: apre. Non certifica i fatti: mette in forma i rapporti. Petrolio non ci dice “ecco chi ha fatto cosa”. Ci dice qualcosa di più scomodo: guardate come è fatto il mondo in cui certe cose diventano possibili.
E allora la domanda cambia. Non è più: Pasolini sapeva esattamente tutto? Non è più: aveva scoperto il segreto ultimo? La domanda diventa un’altra: aveva compreso il meccanismo? Aveva visto abbastanza da capire che, sotto la superficie della democrazia e del dibattito pubblico, si muoveva una macchina molto più opaca, molto più materiale, molto più feroce?
È qui che Petrolio continua a inquietare. Perché non è un libro sul passato. O non soltanto. È un libro che parla di ogni epoca in cui il potere si ritrae dalla scena e agisce per reti, interessi, interdipendenze non dichiarate. E da questo punto di vista Pasolini non appare come un veggente nel senso banale del termine, ma come un autore che aveva intuito una verità fondamentale: il potere più forte è quello che non ha bisogno di nominarsi.
Per questo il romanzo resta aperto come una ferita. Non perché ci manchi un finale, ma perché ci lascia davanti a una evidenza difficile da sopportare: ciò che conta davvero, nella storia, spesso non coincide con ciò che viene ufficialmente raccontato. Il petrolio, l’ENI, Mattei, i rapporti internazionali, le élite economiche, i corpi, il sesso, la degradazione morale: in Petrolio tutto concorre a comporre una stessa scena. La scena di un Paese che sta perdendo la propria innocenza e, insieme, la capacità di nominare chiaramente il male.
Alla fine, forse, la grandezza di questo libro sta proprio qui. Petrolio non offre certezze, ma costringe a cambiare sguardo. E quando il lettore ha cambiato sguardo, quando ha imparato a diffidare della superficie, non può più leggere la realtà nello stesso modo di prima. È questo il lascito più inquietante di Pasolini: non una verità consegnata una volta per tutte, ma l’educazione a vedere dove normalmente non si guarda.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, Petrolio non si limita a essere letto. Continua a essere temuto.
Conclusione
Petrolio non denuncia in forma processuale, non indica colpevoli, non consegna prove. Fa qualcosa di più pericoloso: mostra la forma del potere. E una volta intravista quella forma, anche l’ombra di Mattei smette di apparire come un episodio isolato e comincia a somigliare a un segno dentro un sistema più vasto.

Un approfondimento video su Petrolio e sul nodo, ancora aperto, del rapporto tra energia, Stato e potere nell’Italia del Novecento, al centro di alcune delle letture più controverse dell’ultima opera di Pasolini.
Fonte: YouTube
Consigli di lettura



Grazie alla cura di Maria Careri e Walter Siti, questa nuova edizione di Petrolio si arricchisce di brani inediti, di documenti d’epoca e di originali ipotesi interpretative capaci di rinnovare il dibattito su un’opera che, a trent’anni dalla sua prima pubblicazione, non smette di affascinare e interrogare i lettori.
«Un’immensa opera metaforica.» – Nico Naldini
Definito negli anni un testo profetico sul potere, la cronaca di un percorso iniziatico o il romanzo-verità sulla morte di Enrico Mattei, Petrolio è il libro più celebre di Pier Paolo Pasolini. Attraverso la storia di Carlo, borghese disposto a tutto pur di far carriera, cresciuto in un ambiente cattolico di sinistra e poi complice di un delitto di destra, Pasolini conduce all’estremo il proprio sperimentalismo: puntini di sospensione al posto dell’esordio, sette diverse prefazioni, una rappresentazione dell’eros realistica e cruda, e un’estrema varietà di registri stilistici che vanno dal lirico al saggistico, dal giornalistico al visionario e all’allegorico. Come confida l’autore in una lettera ad Alberto Moravia, questo romanzo è «il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato»; rimasto incompiuto, è circondato da un alone di mistero che tuttora ne alimenta il mito. Grazie alla cura di Maria Careri e Walter Siti, questa nuova edizione di Petrolio si arricchisce di brani inediti, di documenti d’epoca e di originali ipotesi interpretative capaci di rinnovare il dibattito su un’opera che, a trent’anni dalla sua prima pubblicazione, non smette di affascinare e interrogare i lettori.
Nota dell’autore
Rileggere Petrolio oggi significa sottrarlo sia alla venerazione automatica sia alla riduzione complottistica. Il libro non vale perché “predice” tutto, né perché conterrebbe verità nascoste da decifrare come in un documento segreto. Vale piuttosto perché mette il lettore davanti a un fatto decisivo: il potere non coincide quasi mai con la sua rappresentazione pubblica.
Nel romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini il petrolio non è soltanto una materia prima né un semplice sfondo industriale. È il luogo in cui economia, Stato e relazioni internazionali smettono di essere ambiti separati e cominciano a sovrapporsi. In questa prospettiva, l’ombra dell’ENI e la figura di Enrico Mattei non rappresentano un enigma da risolvere, ma il segno di una frattura storica: il momento in cui il rapporto tra sovranità nazionale ed energia diventa uno dei nodi decisivi della storia repubblicana.
Le discussioni sull’“Appunto 21” mancante e sul capitolo annunciato nel 2010 da Marcello Dell’Utri appartengono a questo stesso campo di tensione. Non offrono prove e non permettono conclusioni definitive, ma contribuiscono a mostrare quanto Petrolio continui a essere percepito come un’opera situata in una zona di confine tra letteratura e storia, tra intuizione e documento. È proprio questa posizione intermedia a renderlo ancora oggi inquieto e attuale.
Letto insieme agli interventi raccolti negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, il romanzo appare meno come un testo enigmatico e più come il laboratorio narrativo di una riflessione coerente sul “nuovo potere”: un potere economico, tecnico e culturale capace di trasformare non soltanto le istituzioni, ma i comportamenti, i desideri e perfino il linguaggio.
In questo senso Petrolio non consegna al lettore una verità conclusiva. Gli consegna piuttosto uno sguardo. Ed è forse proprio in questo scarto — tra ciò che si vede e ciò che resta fuori scena — che l’opera di Pasolini continua a conservare la sua forza e la sua necessità.
Bibliografia essenziale
- Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi
- Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti
- Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Garzanti
- Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi
- Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti

