Si credeva un tempo che a causare la follia fosse una pietra che premeva sul cervello…

PIETRE NEL CERVELLO

Jan van Hemessen, Operazione pietra nel cervello. (1510) (Wikipedia)

 

Holbein il Giovane, Ritratto di Erasmo.

Si credeva un tempo che a causare la follia fosse una pietra che premeva sul cervello. Perciò si apriva chirurgicamente il cranio per trovarla e rimuoverla, quasi fosse un calcolo biliare. Ma nessuno trovò mai in quelle povere teste scoperchiate il sasso della pazzia. Col senno di poi ci è facile giudicare quei cerusici più dementi delle loro vittime inutilmente torturate. Già Erasmo diceva dei medici che “in questa professione quanto più uno è ignorante, avventato, leggero, tanto più è considerato”.

In realtà ogni uomo soffre di una qualche forma di pazzia. La nostra mente fa esperienza del mondo attraverso un’elaborazione psicotica, la nostra stessa ragione è un sistematico delirio. È ciò che, con un termine orientale, potremmo chiamare ‘Maya’. Viviamo e ci muoviamo in una sorta di film o sfera allucinatoria in cui proiettiamo tutte le nostre illusioni riguardo alla realtà, ai valori, agli scopi e ai significati dell’esistenza. Uscire da questa bolla psicotica e vedere la nuda realtà – quello che si dice illuminazione – è privilegio di rarissime nature mistiche.

All’interno di questa illusione universale si sviluppano psicosi particolari, individuali e collettive. Il più tipico esempio è il sogno notturno. Ma svegliandoci non facciamo che passare a una diversa psicosi, il sogno a occhi aperti. L’attaccamento a una certa immagine di sé, l’innamoramento, le utopie politiche, le credenze religiose o magiche sono altri comuni fenomeni psicotici. Ma lo sono anche le dottrine morali, le congetture scientifiche, le tesi evoluzionistiche così via. È poco sicuro, infine, che morendo porremo fine alle nostre fantasie. Forse le rimpiazzeremo con psicosi ultraterrene.

Pieter Brueghel il giovane, Operando sulla pietra della pazzia, 1564-1638)

Le psicosi possono essere luoghi appartati, in cui il soggetto si dedica a coltivare fantasmi solipsistici, oppure spazi comuni, dove condividere con altre convinzioni immaginarie. Premessa fondamentale della socialità è appunto creare una bolla psicotica collettiva, in cui le persone possano riconoscersi e interagire attraverso la partecipazione ad alcune generiche illusioni. Si formano così sette, movimenti politici, religioni, civiltà.

Le psicosi hanno una durata limitata nel tempo, soprattutto se si basano su prassi e ideologie contrarie alla natura dell’uomo. Abbiamo visto come la psicosi comunista sia velocemente tramontata, e come la stessa psicosi democratica sia prossima ad esaurirsi, consumando le sue ultime fatiscenti vestigia. Ma anche psicosi fortemente integrate nella coscienza collettiva non sono immuni all’usura dell’eterno fluire e dei cambiamenti ambientali.

Tra sesso e follia

Solo quando una psicosi svanisce diventiamo consapevoli della sua natura immaginaria. Questo ci induce a rifugiarci in una nuova creazione psicotica, per colmare il vuoto lasciato dalla precedente. Anche nei comportamenti sociali, è facile vedere come il declinare di storiche psicosi abbia causato il sorgerne di nuove, non di rado peggiori. Prendiamo ad esempio la perdita di interesse e di fiducia dell’uomo occidentale nella dottrina cristiana, nei suoi dogmi, nella sua etica sessuale. Questo affievolirsi di un complesso di credenze ha favorito il diffondersi di una pseudo-religione new-age, ovvero di una psicosi orientalista ancor più vaneggiante e astratta. In modo analogo, l’indebolimento delle tradizionali psicosi erotiche e familiari ha causato il proliferare di nuovi modelli di sessualità e di famiglia dai tratti sempre più allucinati e grotteschi.

Si potrebbe dunque pensare che non esista una psicologia umana ma solo una psicopatologia. In effetti, le psicosi presentano tutte una comune radice allucinatoria. Tuttavia, vi sono psicosi lievi o gravi, benigne o maligne, psicosi che danno alla vita un buon sapore e altre che la rendono amara, che favoriscono la felicità dell’individuo e della comunità o che la distruggono. Alcune si manifestano con sintomi leggeri, compatibili in fondo con una certa saggezza della vita o adattamento alla realtà, altre cancellano la dignità della persona, i suoi valori estetici e morali.

A tal riguardo, da più di un anno è in corso un allarmante fenomeno antropologico, ossia il nascere e il rapido svilupparsi di un’allucinazione collettiva. La sintomatologia di questa recente psicosi, (detta (Psicosi Pandemica) o PP ma anche, volgarmente, pandemenza) presenta un complesso di gravi disturbi fobici e paranoici. Tale quadro morboso sta assumendo un ruolo sempre più determinante nelle nostre vite, inglobando o prevaricando ogni precedente psicosi. Vi si mescolano confusamente trame apocalittiche e soteriologiche, manie di contaminazione e purificazione, e varie ossessioni trasferite da un piano mitico e religioso a uno laico e sanitario.

È prevedibile che questa vasta diffusione della psicosi pandemica porterà infine la gente a considerarla uno stato di normalità mentale e, per converso, a considerare psicotici coloro che non ne sono colpiti. Infatti, quando la sua follia confluisce in una struttura collettiva, lo psicotico si crede perfettamente sano, ossia ‘normale’, e non può concepire la necessità di curarsi. Tuttavia, finché sarà possibile, ritengo opportuno considerare la (Psicosi Pandemica) PP una psicosi maligna, un tumore psichico in espansione e dotato di terribili potenzialità distruttive.

Per illustrarne a grandi linee la struttura vorrei riferirmi al semplice schema nel quale si inquadra il modus operandi della medicina fin da tempi antichissimi: 1) c’è un male; 2) v’è una causa o insieme di cause del male; 3) v’è una terapia; 4) v’è la guarigione. Questa sintetica formula quadripartita può venir estesa a ogni condizione di sofferenza del corpo e della psiche, dell’individuo o della comunità. È una sorta di contenitore astratto nel quale possono trovar posto concrete problematiche patologiche e terapeutiche. Come è noto, il Buddha ne fece il fondamento della sua dottrina, detta delle “quattro nobili verità”. Non bisogna però lasciarsi ingannare dalla sua apparente semplicità.

Buddha ritratto nell’arte del Gandhāra con la caratteristica uṣṇīṣa posta in cima alla testa. (Wikipedia)

Anche nel caso in questione, cioè nella diagnosi, eziologia, terapia e guarigione della (Psicosi Pandemica) PP, si intrecciano fattori che ne rendono ardua la definizione. Innanzitutto, di che male si tratta? Come il nome lascia intendere, è una patologia che afferisce alla coscienza e alla sua percezione della realtà, determinando una sindrome psicotica. Il suo aspetto maligno consiste nel ridurre drammaticamente la consapevolezza e le libertà individuali, sia di natura esteriore che interiore. Tra le cause possiamo comprendere sia predisposizioni soggettive quali l’isterismo, la suggestionabilità, la soggezione intellettuale alle ‘autorità’ ecc., sia oggettivi influssi patogeni dell’ambiente: la falsificazione mediatica, le pressioni economiche, le connivenze politiche. Questi elementi, come pure i sintomi classici di questa psicosi – i deliri fobici, le mascherine, l’isolamento sociale ecc. – sono ben noti e un’ennesima disamina sarebbe pleonastica. Della terapia e dell’eventuale guarigione parleremo dopo.

Vorrei prima far notare come la stessa (Psicosi Pandemica) PP si organizzi secondo il menzionato schema in quattro punti, sfruttandone la struttura logico-formale. Questo le offre una coerenza concettuale con cui dissimula la propria natura patologica. È un fenomeno comune. Nuclei allucinatori si legano tra loro dando luogo a un sistema di pensiero apparentemente razionale e fondato. Lo vediamo in modo chiaro in certe credenze religiose o dottrine filosofiche, simili a ingegnosi castelli di carte la cui base d’appoggio è immaginaria. In modo analogo, il soggetto affetto da psicosi pandemica razionalizza e giustifica le sue fantasie allucinatorie calandole in uno schema logico. Si illude così di averle passate al vaglio di un esame di realtà obiettivo. Lo schema razionale che ne ricava si basa però su un intreccio di false relazioni tra la vita e il pensiero.

Partendo dal primo punto delle sue ‘quattro (nobili) verità’ – ossia: “quale è il problema?” – lo psicopandemico affermerà che “molte persone muoiono” o che “molte persone si ammalano e soffrono”. In questo modo garantisce al suo edificio psicotico fondamenta inattaccabili. Nessuno potrebbe infatti confutare una realtà tanto ovvia, che ricorda lo stesso incipit buddhista: “la vita è dolore”. Si può al massimo dubitare della possibilità di risolvere un simile problema.

Procedendo al secondo punto – “quale è la causa del problema?” – si avverte però uno scarto dalla percezione obiettiva della realtà. È questa prima deviazione a porre le basi della successiva elaborazione fantastica. Chi soffre di pandemia psicotica dirà infatti che la causa del problema enunciato al punto primo è un virus (non è essenziale esaminare qui le costellazioni psicotiche secondarie che ruotano intorno a questo nucleo centrale, riguardanti dubbie contaminazioni tra uomini e animali o altre supposizioni parascientifiche).

Il cuore di questo secondo punto è l’esistenza di un virus aerovago – con tutte le sue mutazioni e varianti – che infetta le persone facendole ammalare e morire. Da sottolineare che a questa paranoia del virus-assassino si associano varie sub-psicosi relative ad alcuni comportamenti umani ritenuti responsabili di favorire l’infezione. Insieme al virus, come suoi complici, finiscono sotto accusa nel processo psicotico quelli che non osservano misure profilattiche, quelli che criticano i dati ufficiali, quelli che rifiutano di vaccinarsi ecc. Si arriva a denunciare dei ragazzi perché giocano insieme. Per rendersi conto della gravità della psicosi basta vedere come delazioni tanto ignobili e laide possano passare per atti di civismo e di responsabilità.

È fondamentale, per comprendere la dinamica patologica di tali comportamenti, chiarire la falsa relazione stabilita tra i dati di realtà e il loro significato. Esaminate separatamente, le affermazioni dei punti uno e due possono sembrare indiscutibili. Nessuno nega che ogni giorno molte persone muoiano e molte di più si ammalino e soffrano. Si può anche ammettere – con qualche riserva, perché il problema appare lontano dall’avere una spiegazione convincente – che un’entità chiamata ‘virus’, o più specificamente ‘coronavirus’, abbia un certo ruolo o sia concausa nel provocare una sindrome influenzale, a volte lieve, a volte più grave, in rari casi con esiti addirittura mortali.

La psicosi non si colloca dunque in una delle due premesse o in entrambe ma nella loro arbitraria connessione. Il soggetto psicopandemico collega i primi due punti drammatizzando in modo allucinatorio la responsabilità del virus nel provocare morte e sofferenza. Ogni confutazione di tale idea legata a un approccio realistico – l’età media dei decessi, la mortalità generale, le patologie che realmente causano i decessi – non riesce in alcun modo a scalfire la dura pellicola che avvolge e protegge la fantasia psicotica, provocando anzi reazioni di aperta o latente ostilità.

Il terzo punto – “quale è la soluzione?” – riflette necessariamente la natura fittizia della relazione stabilita tra i due punti precedenti: se (1) morte e sofferenza affliggono il mondo e se (2) un virus ne è la causa principale, la logica soluzione (3) è prendere misure che ne impediscano la diffusione o che ne sconfiggano la virulenza  – mascherine, distanziamento sociale, chiusura di scuole e attività lavorative, pesanti limitazioni alla mobilità, vaccini.

Va notato come a questo livello la psicosi si stratifichi ulteriormente, creando una nuova falsa relazione tra il secondo e il terzo punto. È infatti poco probabile e per nulla provato che le misure prese come rimedio al male abbiano un reale effetto preventivo o terapeutico. È anzi palese – a un esame oggettivo e imparziale – che tali rimedi non funzionano o sono peggiori del male. La loro applicazione non ha migliorato affatto la situazione e ha anzi prodotto danni ben più gravi di quelli che avrebbe voluto evitare. Ma, giunta fin qui, la psicosi pandemica è ormai refrattaria a ogni analisi realistica.

Il quarto e ultimo punto – la guarigione – è quello che presenta gli aspetti più problematici. Infatti, non solo gli interventi proposti come soluzioni nel punto tre non mostrano una reale efficacia. A ciò si aggiunge un nuovo e formidabile delirio psicotico per cui soggetti sani, senza alcun sintomo, sono considerati malati (‘positivi’). Dato che è logicamente impossibile guarire un soggetto sano, la guarigione diventa paradossale ed è differita sine die. Persino i soggetti affetti da psicosi pandemica, dopo essersi illusi che i vaccini avrebbero magicamente eliminato il problema, cominciano a sospettare l’ingenuità e l’infondatezza di tale speranza. È chiaro che il vaccino non solo non può, ma non deve risolvere il problema, perché questo comporterebbe lo smantellamento di una struttura psicotica basata da un lato sulla minaccia costante e sulla paura, dall’altro su una salvezza sempre rimandata, da conservare come orizzonte irraggiungibile.

Non sarà dunque possibile alcuna guarigione ma solo, secondo i canoni della medicina moderna, una cronicizzazione. In altre parole, la società dovrà accettare di convivere con lo spettro di infezioni virali e contagi, in “timore e tremore”. Dovrà abituarsi a portare mascherine, a evitare contatti sociali, a non viaggiare, a lavorare ‘in remoto’. Con un movimento riflesso indosseremo la mascherina alzandoci dal letto, come ci allacciamo la cintura di sicurezza sedendoci in auto. Ci sembrerà normale sottoporci a controlli maniacali, a vaccinazioni ripetute, e subire ogni giorno l’oppressione di una dittatura sanitaria. Come monaci trappisti, faremo del virus il nostro memento mori, misterioso compagno quotidiano.

Questa costruzione psicotica potrebbe crollare nello stesso momento in cui vedessimo le false correlazioni tra realtà e pensiero su cui si fonda. Purtroppo tenerla in piedi è funzionale agli interessi di grandi imperi economico-finanziari; quindi tenderà indefinitamente alla propria auto-conservazione, organizzandosi in un sistema coerente e auto-validante. Si difenderà dall’irruzione del reale censurando ogni consapevolezza oggettiva che ne potrebbe minacciare i contenuti allucinatori. La società non potrà quindi trovare l’uscita dal labirinto della psicosi pandemica. Avrà anzi paura ad uscirne perché questo significherebbe la fine di quel film surreale con cui la sua coscienza ormai si identifica.

Ogni discussione su una possibile terapia o guarigione sembra dunque retorica. Dobbiamo però considerare il fatto che non ci troviamo di fronte a una psicosi elaborata dalla società nel suo insieme nel corso di una lunga evoluzione culturale, come nel caso di alcune strutture religiose o politiche. È una psicosi indotta artificialmente in tempi brevissimi, con uno shock improvviso, e a differenza di una fede religiosa o politica non ha avuto il tempo di mettere radici. Potrebbe quindi svanire con la stessa rapidità con cui è apparsa.

La Psicosi Pandemica presenta tuttavia caratteri inediti che ne rendono difficile l’interpretazione. Di lei sappiamo che è il pretesto per una radicale crisi economica e sociale, un disegno ispirato agli interessi o alle perverse ideologie di alcune cupole plutocratiche. Sappiamo che è stato realizzato applicando la scienza del condizionamento di massa e con metodi di corruzione sistemica. Non sappiamo però fin quando questa ragnatela, tessuta dai grandi ragni di una élite psicopatica, potrà sostenerne il peso. Ossia, fino a quando potrà tener imbozzolata la coscienza collettiva in una dimensione onirica e sonnambolica, subornando politici, scienziati e media.

Abbiamo detto che una psicosi, per durare a lungo, non deve contraddire le tendenze naturali dell’uomo. Questo è un punto critico. È certo infatti che le manifestazioni cliniche della psicopandemia sono in forte contrasto coi principi della libertà e dell’autodeterminazione degli individui e dei popoli. D’altro canto, è altrettanto sicuro che la maggioranza delle persone non ha un’inclinazione naturale verso la libertà o l’indipendenza. Al contrario, tende al servilismo e al conformismo. L’uomo medio gode nel sottomettersi passivamente alla ‘autorità’, nell’obbedire alle regole. Inoltre, anche se lo nega, è attratto dalle immagini che trasmettono paura e sofferenza, è dominato da oscure pulsioni masochistiche. La psicosi pandemica potrebbe quindi smantellare vecchie psicosi liberali senza trovare forti resistenze. Potrebbe durare a lungo proprio grazie alla sua capacità di soddisfare alcune propensioni involutive della personalità, sfruttando le nevrosi dell’uomo medio.

In teoria, dunque, la sceneggiatura psicotica della pandemia potrebbe venir reiterata e aggiornata all’infinito, come certi film di cui ogni anno si gira un sequel. Per ovviare alla stanchezza del pubblico o scongiurare il rischio di un risveglio, basterà immettere nel sistema agenti allucinogeni sempre più potenti. V’è il rischio che ciò provochi nella popolazione una paralisi e un coma forse irreversibile del senso di realtà. La gente perderà la connessione coi suoi centri psichici profondi, la capacità di riflettere autonomamente. Le sue azioni, i suoi pensieri e i suoi sentimenti diventeranno superficiali riflessi automatici, risposte meccaniche agli stimoli esterni.

Hieronymus Bosch, L’estrazione della pietra della follia (o La cura della follia), 1484 ca., Madrid, Museo del Prado.

A quel punto, dall’interno di un’immensa bolla psicotica, una moltitudine di pandementi mascherati e iper-vaccinati guarderà fuori, a quelli che non vi vogliono entrare, e li tratterà come pericolosi psicotici. Forse medici scrupolosi trapaneranno il cranio dei dissidenti, di quelli che non si uniformano, alla ricerca delle pietre che ne comprimono il cervello e li rendono refrattari alla psicosi di massa. Non troveranno alcun occultum lapidem. Solo qualche piccola escrescenza ossea, i bernoccoli dell’umanità, della libertà, del buon senso.

Livio Cadè

 

Fonte: Ereticamente dell’11 Aprile 2021

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