Da un manoscritto ritrovato in una scatola di biscotti, parte questo romanzo giocoso e singolare. E quando uno scrittore come Paolo Maurensig apre un baule misterioso, dalla polvere delle carte può uscire solo meraviglia

Paul Temple è un giovane scrittore americano in visita a Venezia. Riservato e ambizioso, è in cerca dell’ispirazione per una nuova opera. Venezia è una meraviglia per gli spiriti affamati di bellezza: la laguna, le botteghe degli antiquari, le vetrine con i liuti rinascimentali, le passeggiate nel mercato, tra oche infuriate e tinozze che brulicano di anguille. In uno dei salotti cosmopoliti e artistici della città Mr. Temple incontra Miss Annelien Bruins, occhi azzurri e una spolverata di efelidi sulle guance, pare la musa di un preraffaellita. La loro liaison amorosa si dispiega tra canali, dissertazioni sull’arte e persino una seduta spiritica. Ma Annelien ha un segreto, un mistero dal passato che rende lei infelice e il loro un amore impossibile.

Riguardo a questo racconto occorre fare un’importante premessa, emersa nel mio caso durante la lettura dell’introduzione: “Pimpernel” era in origine una novella di Henry James, ritrovata per caso da Paolo Maurensig il quale, giustamente, ha colto l’occasione per ricomporne le parti perdute e offrirle ai lettori. Quel che è strano è che questa cosa non sia tanto evidente né sbandierata da Einaudi perché, non me ne voglia Maurensig, ma il nome di Henry James e di un suo racconto ritrovato tirano molto di più, per quanto mi riguarda. Che il racconto fosse talmente rovinato – e dunque, pesantemente rimaneggiato – da non potergli assegnare il nome dell’autore statunitense? Molto probabile, ma l’occasione di specificarne l’origine era troppo ghiotta per non poter esser colta. Durante la lettura mi sono chiesto costantemente se stessi leggendo James o Maurensig, e ho trovato pace solo quando ho deciso che non aveva importanza e mi sono concentrato sul racconto in sé.

“Pimpernel” è un bel racconto, che si legge velocemente e con piacere. Si sente molto l’impronta ottocentesca, per fortuna, considerato che l’autore si prende spesso il tempo per fare discettazioni e riflessioni che possono coinvolgere il lettore, in questo caso perlopiù incentrate sulla Bellezza e sull’arte. Alcuni tratti sono piuttosto interessanti e vi spingeranno a soffermarvi un attimo per capire e anche per fare le dovute considerazioni.

“Pimpernel” ruota intorno a una storia d’amore (come suggerisce il sottotitolo), quasi un colpo di fulmine tra un giovane scrittore americano (probabilmente alter ego di Henry James) e una giovane donna, il tutto nella splendida cornice che è Venezia. Agli autori piace vincere facile. La ragazza, di nome Annelien, è un personaggio interessante: certo non la classica figura femminile poco sfaccettata che era molto diffusa nei romanzi di un paio di secoli fa. Questo dà un pò di spessore a una storia d’amore che in fondo non ha nulla di diverso da tante altre, almeno fino a quando il segreto di lei non viene fuori dando al tutto una sfumatura diversa e creando un collegamento anche con la vita privata di Henry James.

Alcune cose e situazioni presentateci nel racconto non hanno, a mio parere, un’evoluzione soddisfacente (ad esempio la storia con lo spretato Damiani, un po’ troncata) e molte cose che potevano essere approfondite restano invece col proprio potenziale inespresso. Un tema che mi è dispiaciuto non vedere approfondito, ad esempio, è quello del conflitto generato nello scrittore quando gli si pone davanti la scelta tra denaro e gloria, tra agiatezza e la necessità dello scrittore “vero” di trasmettere un messaggio, di lasciare un segno.

Nonostante tutto, “Pimpernel” è una lettura piacevole e che consiglio, soprattutto agli esperti di James, cosi che possano capire quanto di lui c’è in questa storia.

L’umana bellezza rispetto alla bellezza dell’arte era transitoria, mutevole, fallace. Bastava che sul bel nasino di una donna spuntasse un foruncolo perché la sua bellezza ne venisse compromessa. Che dire, poi, dell’inevitabile invecchiamento?”

La trama del romanzo 

Pimpernel è il nome di un fiore selvatico. E Pimpernel è la protagonista indomita e temeraria del romanzo di Paul Temple, un giovane scrittore americano in visita a Venezia, che assomiglia molto a Henry James. Amarsi a Venezia, si sa, è uno struggimento senza tempo. E quando Mr. Temple incontra Miss Annelien Bruins, dietro i suoi occhi palpitanti scorge subito l’ombra di un destino avverso. Ma la malia della città li spinge in un’avventurosa caccia al tesoro, per campielli e mercati rionali, tra oche infuriate e tinozze di anguille, sulle tracce di un dipinto che racchiuda in sé l’essenza della bellezza. Paul Temple è un giovane scrittore americano, riservato e ambizioso, in cerca dell’ispirazione per una nuova opera. E Venezia è una fonte inestinguibile per gli spiriti assetati di bellezza: le botteghe degli antiquari, la laguna, la luce magnificente, le vetrine con i liuti rinascimentali. In uno dei salotti cosmopoliti e artistici della città, Mr. Temple incontra Miss Annelien Bruins, occhi azzurri e una spolverata di efelidi sulle guance, pare la musa di un preraffaellita. Tra passeggiate per le calli, dissertazioni sull’arte e persino una seduta spiritica, i due innamorati si mettono alla ricerca di un dipinto misterioso che custodisca la bellezza in sé e accenda la fantasia dello scrittore. Ma la bellezza, necessaria quanto la luce del sole, può accecare per sempre. Paul Temple decide di correre il rischio, del resto ha lasciato la patria subito dopo aver pubblicato il suo ultimo romanzo, Pimpernel, temendo un insuccesso. Annelien però ha un segreto, che rende lei infelice e il loro un amore impossibile.

Come inizia

Pimpernel

 

A Constance, mia prima lettrice

H. J. Venezia, gennaio 1894

   Mentre da tutto il resto del mondo si levava l’incalzante strepito della modernità, Venezia era l’unica città avvolta ancora in un magico silenzio. Non vi era fracasso di ruote, né scalpitare di zoccoli. Semmai si udiva chiaramente lo sciabordare del remo mosso dal gondoliere che, incrociandone un altro, conversava a distanza, senza neppure dover alzare tanto la voce. Solo alla fine del secolo a infrangere quel silenzio cristallino fu un rumoroso marchingegno, emblema della nascente civiltà industriale: la prima macchina a vapore montata su una barca adibita al servizio pubblico cittadino, che i veneziani battezzarono subito, affettuosamente, col nome di vaporetto. Dopo il varo del primo vaporetto passarono alcuni anni prima che diventasse un mezzo pubblico («Gazzetta di Venezia»).

 

      Uno

  

   Tutte le volte che tornavo a Venezia non mancavo di andare al Lido, soprattutto con la bella stagione. Era quasi un atto formale di cortesia nei confronti della città dogale, come l’ammirazione che si esprime per il giardino ancor prima di varcare la soglia della casa che ci ospiterà.

   Benché il Lido non mostrasse nulla di particolarmente bello o degno di nota, questo orto salso dei veneziani esercitava su di me un fascino misterioso, risvegliando un sentimento di attesa, come se l’oggetto dei miei desideri piú segreti dovesse manifestarsi a ogni passo. Eppure era un luogo non dissimile da altri che avevo visitato nei miei viaggi: una sottile lingua di terraferma, ricoperta da ispida macchia mediterranea che si dilungava per alcune miglia, fino a bagnarsi con la sua punta estrema nelle acque aperte dell’Adriatico.

   Con il bel tempo, il Lido si popolava di gitanti che provenivano dalla città. Arrivavano la mattina presto – famiglie intere, con tanto di vettovaglie – e passeggiavano lungo i sentieri e i viottoli interni, tra vigne e frutteti. Qui la luce era tersa e limpida, costantemente lustrata dalla brezza marina. Già da metà maggio le popolane, raccogliendo le gonne ai fianchi, si azzardavano a entrare in acqua fino al ginocchio, mentre per le classi piú abbienti sorgevano qua e là i primi stabilimenti balneari, dove le signore, accampate all’ombra dei gazebo a strisce colorate, sfoggiavano castigati costumi da bagno.

   Ero appena arrivato da Firenze, e dopo aver pernottato alla mia solita pensione, la mattina seguente, mi ero imbarcato sul vaporetto diretto al Lido.

   Dal sottocoperta affollato mi ero spinto sul ponte di poppa, dove aveva preso posto una comitiva di americani che – a giudicare dal chiassoso entusiasmo – si trovavano in visita a Venezia per la prima volta. Com’era nella loro natura, in mezzo agli spruzzi, al frastuono dei motori e alla forte brezza che li investiva, erano riusciti a creare anche in quell’angusto spazio un’occasione per festeggiare: una bottiglia di champagne, ancora fluente, stava passando di mano in mano per l’ennesimo brindisi; altre, vuote, rotolavano ai loro piedi.

   In mezzo al gruppo riconobbi Mrs Elizabeth Ashton1, moglie di un alto funzionario della delegazione americana. A Venezia rappresentava un punto fermo per tutti i turisti d’Oltreoceano; era l’anfitrione della città, e c’era da stupirsi che di lei, nella guida Murray, non si facesse ancora menzione: non vi era, infatti, un solo americano che potesse vantarsi di aver soggiornato a Venezia senza frequentare la sua casa. Io stesso non facevo eccezione.

   Per quanto fosse piuttosto avanti negli anni, Mrs Ashton sembrava animata da freschezza ed entusiasmo giovanili. Il suo volto ossuto e rugoso, dal profilo prominente, era incorniciato da una chioma corvina bipartita da una candida ciocca che la faceva assomigliare a una gazza. E della gazza era anche il suo incedere a piccoli passi nervosi, volgendo la testa a scatti da una parte all’altra; un atteggiamento che si faceva piú evidente nei momenti in cui doveva badare ai propri ospiti, quando assumeva l’aria di un’istitutrice ansiosa di non perdere di vista gli allievi in sua custodia. Impegnata com’era in quel momento a soccorrere un tale che, soffrendo il mal di mare, si stava sporgendo dalla spalletta, non si era ancora accorta della mia persona, né io tentai di attirare la sua attenzione; anzi restai in disparte perché volevo sottrarmi alla tediosa trafila delle presentazioni.

   In ogni caso sapevo bene che quelle stesse persone le avrei probabilmente rincontrate presto, e forse era inevitabile che ciò avvenisse proprio a uno dei ricevimenti di Mrs Ashton, ai quali, se invitati, era davvero disdicevole mancare.

   Mentre osservavo con divertita indulgenza l’atteggiamento della comitiva – atteggiamento che tuttavia lasciava emergere quanto di piú detestabile distingue i miei compatrioti quando si ritrovano in gruppo all’estero –, mi sentii interpellare da una voce femminile che mi chiedeva quanto mancasse ancora all’arrivo. Non aveva piú di vent’anni, di carnagione chiara, già arrossata dal sole, gli occhi di un azzurro limpido e una mascherina di efelidi sulle guance, teneva stretto sotto il braccio un ombrellino di seta, proteggendosi dal vento con una sciarpa di tulle bianco, allacciata alla cupola di un ampio cappello di paglia che non voleva saperne di stare al suo posto.

   La rassicurai indicandole il porticciolo, che era già in vista. Lei sospirò guardando a quel tratto di mare che ancora ci divideva dalla terraferma.

   – Che bellezza, – disse, volgendo gli occhi verso di me, come per cercare conferma. – Anche voi a Venezia per la prima volta?

   Senza volerlo annuii, mentendole, quasi volessi partecipare al suo stesso entusiasmo. Mi preparavo a fare qualche commento di cortesia alla giovane donna, ma qualcuno del gruppo la stava già reclamando.

   – Devo andare, – disse.

   – Spero di rivedervi, Miss…

   – Bruins… Annelien Bruins.

   Non mi lasciò il tempo di presentarmi. Mentre si allontanava ebbi modo di ammirarne la figurina aggraziata, stretta in vita nel suo abito di mussola bianca.

   Il vaporetto, intanto, annunciava il proprio arrivo con assordanti colpi di sirena. Per quanto il punto d’attracco fosse ancora distante, l’imbarcazione aveva già iniziato la sua manovra di avvicinamento, lungo un arco tanto ampio da dare l’impressione di volersi allontanare dal molo.

   Ad aspettarci all’approdo c’era già la ressa dei venditori ambulanti che a ogni sbarco assediavano a gran voce i turisti, e mentre la comitiva di americani veniva circondata festosamente da torme di chiassosi monelli e imbonitori, me ne andai dal piccolo centro abitato per continuare a piedi lungo un percorso che conoscevo bene.

   Arrivai senza fretta fino all’antico cimitero degli ebrei e, lasciandomelo alle spalle, proseguii ancora oltre. La spiaggia era deserta, in lontananza vedevo solo dei cani che si rincorrevano azzuffandosi tra le dune di sabbia. Infine, per ripararmi dal sole a picco, trovai l’ombra di un pruneto e sedetti sulla colonna spezzata di un antico tempietto diroccato. Ah, se in quel momento ci fosse stato nei paraggi un pittore in grado di ritrarmi!

   L’eccitamento che provavo tutte le volte che tornavo in Italia toccava la sua punta massima a Venezia. Il solo pensiero che quei luoghi, quel mare, quel cielo si fossero specchiati negli occhi di Turner, di Ruskin, dello stesso Byron, mi faceva sentire in intima comunione con il mondo dell’arte. Luce, grazia e bellezza erano serviti in una coppa d’oro, e anche se a reggerla erano mani sudicie e maleodoranti, non esitavo ad accostarvi le labbra. Era una sensazione di indefinibile stordimento, qualcosa che assomigliava alla febbre, ma per la quale non vi era rimedio. Quanta dolorosa bellezza! Era già motivo di sofferenza per me il non poter esprimere appieno la gloriosa magnificenza della natura che colpiva i miei sensi con l’accecante scintillio della luce sull’acqua, o gli aromi portati dalla brezza che spirava dal mare; e che dire allora dello splendore di tutta quell’arte custodita nella città lagunare, in quel vasto podere dell’anima di cui nessuno aveva ancora delimitato i confini? Spesso mi capitava di riflettere sul rapporto che intercorre tra l’opera artistica e l’osservatore. Chi dispensa a chi?, mi chiedevo, è l’opera che dispensa luce all’osservatore, o è quest’ultimo che la illumina con la propria consapevolezza? Tutto ciò mi riportava alla mente l’antico quesito: esisterebbe l’universo in assenza di qualcuno in grado di percepirlo? Questa reciprocità era viva e mutevole come un dialogo continuo che, se interrotto, lasciava spazio a un incolmabile vuoto. Conoscevo bene quella sensazione: a volte, nel rileggere un mio scritto, l’avevo sentito privarsi improvvisamente del suo contenuto, tanto che uno sciame di mosche posatosi su un foglio bianco non avrebbe avuto maggior significato di quelle parole tracciate con l’inchiostro. E allora mi rendevo conto di quanto inadeguati siano i nostri strumenti linguistici per spiegare le profondità dell’arte: tutte quelle parole che mettiamo assieme con cura e grazia, come farebbe una massaia con i suoi ninnoli natalizi, pensando di spiegare con la bella forma il mistero della natività divina.

   Ad ogni buon conto, da quando avevo cominciato a pubblicare, portavo sempre con me un taccuino e il necessario per scrivere, ma lo facevo piú che altro per rassicurare me stesso, al pari di un convalescente che tenga in tasca un rimedio da usare all’occorrenza.

   Alcune voci provenienti di là dalle elevazioni di sabbia – piccole fortificazioni ad altezza d’uomo ammonticchiate nei punti piú esposti alla brezza marina – mi distrassero da queste riflessioni. Evidentemente la comitiva degli americani stava seguendo il mio stesso percorso. Avrei potuto anche proseguire, evitando di incontrarli, ma la speranza di poter rivedere la giovane che avevo conosciuto sul vaporetto mi trattenne. Restai dov’ero, e solo per darmi un contegno estrassi di tasca il mio taccuino, posandolo aperto sulle ginocchia.

   Eccoli arrivare di lì a poco, procedendo in fila indiana sullo stretto sentiero tracciato tra le dune. Sentii Mrs Ashton che stava dicendo come da quel punto, in autunno, si potesse assistere al formarsi delle tempeste a centinaia di miglia di distanza. Non appena mi vide ebbe un moto di sorpresa e sollevò un braccio in segno di saluto. Risposi agitando il cappello di paglia e, lasciato il mio comodo posto all’ombra, mossi qualche passo verso di lei.

   – Ah, il nostro amico! Sempre solitario, sempre in cerca di ispirazione.

   Al suo fianco camminava Miss Bruins. Essendo all’oscuro del nostro breve incontro durante la traversata, Mrs Ashton fece le dovute presentazioni. Io non dissi nulla, né la ragazza fece menzione del fatto, arrossendo, però, nel sentirsi complice del nostro piccolo peccato d’omissione.

   La comitiva, che si era frazionata lungo il percorso, si stava ricomponendo: da lontano giungeva un gruppetto che si era attardato tra le lapidi abbattute del cimitero ebraico, mentre il manipolo piú nutrito ci aveva già raggiunti. Benché non avessi rapporti di particolare con fidenza, e fossero passati due anni dall’ultima volta che l’avevo incontrata, Mrs Ashton mi presentò come amico di lunga data. Aggiunse inoltre che ero un giovane scrittore americano.

   – Il più promettente tra i letterati del momento, – ribadì, trasmutando il mio sangue in acqua. Non ero abituato ai complimenti così smaccati.

   Credevo di sapere quali fossero le sue mire: Mrs Ashton cercava di ingaggiarmi per darle man forte; da quando mi ero vantato di conoscere Venezia e i suoi preziosi tesori d’arte, rappresentavo la guida ideale per i suoi protetti. Infatti, approfittò subito per invitarmi alla matinée che si sarebbe svolta il giorno dopo a casa sua, con la presenza di una nota cantante. Naturalmente, dovetti accettare.

   Mentre gli ultimi della comitiva si erano fermati presso una piccola insenatura a osservare da vicino il guscio di una testuggine marina, avviluppato dalle alghe, e sospinto sulla spiaggia dalla risacca, quasi senza accorgermene mi avviai con Miss Bruins lungo la battigia.

   – Dunque, Mr. …

   – Temple. Paul Temple.

   – Dunque, Mr. Temple, mi avete mentito, non è la prima volta che venite a Venezia, – mi rimproverò lei bonaria.

   – È stata una piccola bugia, lo ammetto, ma non volevo sminuire il vostro entusiasmo.

   – Ma allora forse voi non vedete le cose alla mia stessa maniera. Forse ormai questi luoghi vi annoiano.

   – No, credetemi. Ogni volta che vengo a Venezia è come se fosse la prima.

   – Mr. Temple… – La sua espressione era visibilmente contrita.

   – Ditemi.

   – Mi dispiace di non aver mai letto nulla di vostro…

   – Non siete la sola, – replicai ridendo.

   Camminavamo fianco a fianco e ogni tanto, per quanto lei si sforzasse di tenere l’ombrellino di seta ben sollevato, le stecche di legno andavano a urtare la tesa della mia paglietta, e questo sembrava divertirla. La sua ilarità era contagiosa. Ridevo anch’io, senza sapere bene perché. Forse ai suoi occhi apparivo buffo, cosí preoccupato per le sorti del mio copricapo.

   Ad un certo punto del nostro cammino la ragazza si arrestò dovendo togliere la sabbia da una scarpa e, per reggersi in equilibrio, si afferrò al mio braccio, concedendomi di sfiorare il morbido contorno del suo seno. Mi sembrò di scorgere in quel contatto un significato profondo, come se alludesse a un legame che in passato c’era stato tra noi e che ne giustificava la confidenza: qualcosa che ci riportava ai giochi di un’infanzia trascorsa assieme, ma che avevamo ormai dimenticato da tempo2.

   Ora che la brezza marina si era placata, lei si liberò dalla sciarpa di tulle. I capelli, di un biondo dorato, le ricadevano a boccoli sulle spalle, e il sorriso era di un tal candore e grazia da stringermi il cuore. Minuscole gocce di sudore le imperlavano il naso e le guance.

   – Miss Bruins…

   – dissi.

  

   – Chiamatemi Annelien, vi prego.

   – Annelien, ditemi, da dove venite?

   Era di Boston, come avevo già avuto modo di intuire dalla sua inflessione cantilenante.

   – Anche la mia casa editrice è di Boston, – dissi. – La Roberts Brothers. La conoscete?

   – È una casa prestigiosa. Entrare nella rosa dei suoi autori non è da tutti.

   – No davvero. E voi di che cosa vi occupate?

   – Ho appena terminato gli studi interrotti dopo la morte improvvisa di mio padre.

   – Mi dispiace, non intendevo rattristarvi…

   Quasi volesse togliermi dall’imbarazzo, cominciò a frugare nella borsa di rafia che portava a tracolla; ne trasse infine un cartoccio bucherellato, che aprì con cautela.

   – Stavo quasi per dimenticare…

   Subito dopo, sul palmo delle mani unite a coppa, teneva uno scricciolo.

   – Vai, piccolino, vai… – Con un gesto deciso lo lanciò in aria e l’uccellino andò a posarsi sul ramo di una ginestra. Ancora incredulo di aver ritrovato la libertà, arruffò le penne picchiettandosi i fianchi con il becco, e poi spiccò il volo fino a scomparire.

   – L’ho acquistato al mercatino vicino al molo. Non sopportavo di vederlo rinchiuso in quella sua gabbietta. Ce n’erano anche altri, ma non potevo prenderli tutti. E poi questo mi sembrava particolarmente triste. Pensate che riuscirà a trovare la via di casa?

   – Sicuramente. Gli uccelli hanno un grande senso dell’orientamento.

   – E se non avesse piú una casa alla quale tornare?

   Volli rassicurarla: – Troverà certamente un luogo in cui vivere.

   – Voi dite…

   Subito dopo, però, cambiò di umore.

   – Posso chiamarvi Paul?

   Questo improvviso tentativo di accorciare le distanze non poteva che farmi piacere.

   – Senz’altro…

   – Dove siete alloggiato, Paul?

   – Alloggio in una pensione in Riva degli Schiavoni, da dove si gode di una splendida vista sulla Laguna.

   – Io, per il momento, sono all’albergo Baglioni. Ci resterò finché Mrs Ashton non mi avrà trovato una sistemazione. Distano molto i due alberghi?

   Le spiegai che era solo una breve passeggiata, e che si trovavano entrambi in prossimità di piazza San Marco.

   – Oh, piazza San Marco… Ho avuto modo di vederla di sfuggita al nostro arrivo. Prossimamente la visiteremo con calma. Ci sarete anche voi? Ho sentito che verrete al ricevimento di Mrs Ashton.

   – L’ho promesso.

   – Mio Dio, – esclamò a un tratto, sbirciando oltre la mia spalla, – Milady ci chiama –. Senza accorgercene, persi come eravamo l’uno nell’altra, ci stavamo allontanando dal gruppo.

   Riaccompagnai Annelien per riaffidarla a Mrs Ashton, la quale mi invitò a unirmi a loro, poiché avevano deciso di andare a visitare i bastioni, eretti un secolo prima come sistema difensivo. Per quanto fossi tentato di farlo, inventai la scusa che avevo un appuntamento. Al mio rifiuto, Annelien sembrò contrariata, e quella sua espressione da bambina imbronciata mi rivelò più di ogni altra cosa la sua giovane età.

   – Ci rivedremo domani, – disse, distogliendo volutamente gli occhi.

   – A domani, allora, – replicai.

   Restai dov’ero, guardando la comitiva che si allontanava, e proprio un attimo prima di sparire dietro una montagnola di sabbia, Annelien si voltò verso di me. Sventolai il cappello in segno di saluto, al quale però lei non rispose.

   Non appena se ne furono andati, mi pentii di non aver accettato l’invito a unirmi a loro. Ripensando ad Annelien, già la immaginavo circondata da corteggiatori. Nella comitiva ce n’erano almeno un paio che non si sarebbero lasciati scappare l’occasione. Ero di pessimo umore. Mai come in quel momento mi ero sentito di detestare questa mia ritrosia che mi portava a starmene in un angolo a osservare la vita piuttosto che a parteciparvi. Non di rado la mia riservatezza veniva scambiata per supponenza, procurandomi incomprensioni e antipatie.

   Proseguii con una penosa oppressione al petto. Camminai ancora a lungo fino ad arrivare a un promontorio da cui si scorgeva la punta estrema dell’istmo. Sedetti sulla sabbia, all’ombra di alcuni pini marittimi, in un angolo asciutto e riparato dal vento. Ben presto, però, anche questo luogo si popolò di villeggianti, e quando infine sentii arrivare da lontano un gruppo di suonatori ambulanti con tanto di grancassa, pensai bene di tornare sui miei passi.

   Pranzai in una piccola locanda gestita da pescatori che mi servirono del pesce alla brace accompagnato da un vinello bianco e acidulo, molto apprezzato dai moscerini. Seduto all’ombra di un rigoglioso pergolato di vite selvatica, passai parecchie ore nell’ozio più completo, a osservare la superficie corrusca del mare. Nella calma di quel luogo appartato, tornai ancora una volta alle riflessioni sulla bellezza e sull’umana incapacità di trattenerla. Essa mi sfiorava di tanto in tanto come l’ala di un angelo, per poi lasciarmi attonito e sconsolato. Che cos’era la bellezza nella sua essenza? Forse la mente umana non era ancora preparata ad accoglierla, o forse si apprestava a farlo per i tempi futuri. Essa era necessaria come la luce del sole, ma poteva anche nuocere a chi non avesse saputo proteggersi adeguatamente. E io, se l’avessi incontrata, sarei stato in grado di sopportarne la vista? Colta nella sua essenza, infatti, anche la bellezza poteva accecare, e quindi era tollerabile solo se riflessa nella natura o, come pensavo spesso, filtrata dalle opere d’arte.

   Raggiunsi l’imbarco appena in tempo per salire sull’ultimo vaporetto in partenza per Venezia. In mezzo alla calca dei viaggiatori in attesa incontrai la comitiva; il gruppo però si era sciolto, poiché alcuni, tra cui Miss Bruins, avevano deciso di rientrare per conto proprio; e quando in mezzo alla laguna il vaporetto superò alcune gondole, mi parve di scorgerla su una di quelle imbarcazioni, seduta al riparo del felze. Ma forse mi sbagliavo.

   Tornai alla pensione per cambiarmi d’abito e uscii a fare una passeggiata. La piazza a quell’ora era gremita. Passai sotto i portici delle Procuratie, percorrendone tutto il perimetro, poi sedetti all’aperto per bere una tazza di tè; accesi una sigaretta, ma non mi fermai a lungo: preso da una strana inquietudine, mi diressi all’attracco delle gondole e arrivai fino al Baglioni. Non era mia intenzione incontrarla, ma solo vederla; sarei rimasto distante, tra la folla, e l’avrei osservata senza farmi notare. Mi resi conto che all’improvviso mi stavo comportando come un adolescente. Era nel mio carattere essere soggetto a improvvisi innamoramenti che, per fortuna, venivano ridimensionati ben presto da un contesto diverso, o da una diversa disposizione d’animo. L’umana bellezza rispetto alla bellezza dell’arte era transitoria, mutevole, fallace. Bastava che sul bel nasino di una donna spuntasse un foruncolo perché la sua bellezza ne venisse compromessa. Che dire, poi, dell’inevitabile invecchiamento? Mentre tornavo alla pensione, senza averla vista, il vento di ponente si era afflosciato come una vela, e nell’intervallo di greve bonaccia che ne era seguito, l’afrore che si levava dai canali già minacciava di intaccare l’immagine che di lei conservavo nella memoria.

   Quella sera, mentre stavo cenando, mi fu recapitato un biglietto di Mrs Ashton.

   Carissimo Mr. Temple, è stata una sorpresa rivedervi a Venezia. Qualcosa mi dice che non siete qui solo di passaggio, ma che vi fermerete per qualche tempo. Nel vedervi cosí appartato e desideroso di solitudine ho avuto l’impressione che siate in procinto di regalarci una delle vostre meravigliose novelle. Ormai tra i miei amici si è sparsa la voce che verrete domani alla «matinée», e tutti sono ansiosi di conoscervi. Miss Bruins lo è oltremodo. Per tutto il giorno non ha fatto che chiedermi notizie sul vostro conto. Se gli impegni che avete ve lo consentiranno, vi pregherei di prestarle qualche attenzione. Solo voi, infatti, potete illustrarle la città e i suoi tesori artistici piú nascosti. Lei vi ammira sinceramente. Non spegnete il suo entusiasmo.

   È importante che la povera piccola si distragga e si riprenda dopo la tragedia che ha colpito la sua famiglia.

   Consideratevi un benefattore, un taumaturgo, e se vi farà leggere qualche suo verso, siate indulgente…

   Vi aspetto.

 E. A.

    Mi coricai tardi, ma stentai a prendere sonno. L’aria era soffocante e c’era da aspettarsi che durante la notte si levasse il micidiale vento di scirocco. Non potevo fare a meno di ripensare alle parole di Mrs Ashton. Era una fortuna insperata, che mi permetteva di frequentare Miss Bruins al di fuori della compagnia, mettendomi al riparo da possibili maldicenze. Restai sveglio, lucido come uno specchio, a pensare quale tragedia avesse potuto funestare la sua famiglia. Poi quello stesso specchio s’inclinò come una psiche verso una parete scura, e mi addormentai.

   1 La figura di Mrs Ashton è sicuramente ispirata ad Ariana Wormeley Curtis, di Boston, che assieme al marito teneva salotto nel loro palazzo sul Canal Grande, palazzo che avevano acquistato e restaurato prima che andasse completamente in rovina.

   2 Ecco affacciarsi alla memoria il volto dell’adorata cugina.

 

Continua a leggere…

 

L’autore

Paolo Maurensig scrittore italiano, approdato alla scrittura dopo aver fatto l’agente di commercio. Il successo letterario è arrivato nel 1993 con La variante di Lüneburg, che narra di una partita fra due maestri di scacchi, che si prolunga idealmente attraverso gli eventi storici dell’ultima guerra, con il colpo di scena finale che rivelerà la vera natura dei giocatori.

Il secondo romanzo, Canone inverso del 1996, è invece incentrato sulla musica, in una cornice mitteleuropea che è stata la base per la versione cinematografica diretta da Ricky Tognazzi. Con Teoria delle ombre (Adelphi, 2015) vince il Premio Bagutta 2016. Il diavolo nel cassetto (2018) è il primo romanzo pubblicato per Einaudi, seguito da Il gioco degli dèi (2019).

 

  • Pimpernel. Una storia d’amore
  • Paolo Maurensig
  • Editore: Einaudi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 384,82 KB
  • Pagine della versione a stampa: 189 p.
  • EAN: 9788858434574.    Acquista . € 7,99

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