«La mia razza non si è mai ribellata se non per predare: come i lupi con l’animale che non hanno ucciso.»

Arthur Rimbaud poeta francese 1854-1891

PIÙ RISPETTO PER I NEGRI

Ieri mi ha fermato un africano per vendermi qualcosa e mi ha detto “Fratello bianco”. Io gli ho risposto: “Ma come ti permetti?” Lui è rimasto allibito, pensando che ce l’avessi col fratello, invece ho proseguito: “a me bianco non me l’ha mai detto nessuno”, alludendo alla mia carnagione scura. Lui ha sorriso e mi ha detto: “Io però sono negro, tu sei solo scuro”. Negro. Detesto la retorica di dire nero anziché negro, sapendo che l’insulto è nell’aggettivo che può accompagnarlo o nel tono, non certo nella parola negro. E mi piace che sia stato lui a dirlo. Alla negritudine si dedicò con passione un grande negro, presidente della repubblica del Senegal e umanista, Leopold Senghor.

Ma si rendono conto, i retori dell’integrazione, che nero è sempre stata – salvo per i fascisti, i preti e la nobiltà nera – una connotazione negativa? Nera è la morte, il lutto e la sfortuna. Nero anzi noir è l’horror, nera è la cronaca dei delitti, nero è il lavoro sfruttato e l’evasione (ma il rosso in bilancio è peggio). Nero è il buio, nero è l’uomo cattivo dell’infanzia, nera è la giornata disastrosa. Nero è il tempo brutto, il gatto che porta male, il corvo funesto e l’abito dello iettatore. Nero è il futuro negativo, nera è la maglia della vergogna, nero è il volto dell’incazzatura, nera è la minaccia: ti faccio nero. Nera è l’anima del malvagio. Possibile che con questi precedenti si celebri come un progresso la promozione del negro a nero? Peggio di nero, è vero, c’è solo la definizione di uomo di colore, come se lui fosse un pagliaccio variopinto e noi degli esseri incolori. Più rispetto per i negri, i chiari e i chiaroscuri.

 

 

 

Donna nuda, donna scura
Vestita del tuo colore che è vita, della tua forma che è bellezza
Sono cresciuto alla tua ombra; la dolcezza delle tue mani bendava i miei occhi

È così che nel cuore dell’Estate e di Mezzogiorno,
Ti scopro, Terra promessa, dall’alto di un alto colle riarso
E la tua bellezza mi fulmina in pieno cuore, come il lampo di un’aquila […]

Léopold Sédar Senghor (Femme noire in Chants d’ombre, 1945. Trad. M. Pignatelli).

 

Fonte: MV, Cucù 2013

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