Le acque della baia si increspavano in onde tranquille, azzurro scuro. Molto più in là, sopra i monti, si levava una colonna di fumo biancastro, screziato di grigio e nero, che si allargava e si sfilacciava nel limpido cielo autunnale come la chioma di un pino. 24 ottobre 79 d.C.

PLINIO IL VECCHIO

INSEGUIRE LA CONOSCENZA A COSTO DELLA VITA

L’ultimo giorno di Pompei, dipinto di Karl Pavlovic Brjullov, del 1830-1833.

Soprattutto durante la dinastia Flavia, l’Impero romano aveva raggiunto grandi risultati dal punto di vista della Scienza e della Tecnica. Per questo motivo, in quel periodo nacquero diverse opere di

natura scientifica, in particolar modo trattati e le prime enciclopedie. Nonostante l’etimologia greca di questa parola ci faccia pensare che risalgano al periodo greco, in realtà le enciclopedie sono un’invenzione tutta dei romani. Uno degli autori di letteratura scientifica più importanti in tal senso era senz’altro Plinio il Vecchio.

Plinio il Vecchio

Plinio il Vecchio e la curiositas

Per comprendere il modo di pensare e di agire di Plinio il Vecchio non bisogna tanto parlare della sua vita, quanto riferirsi alla sua morte. Egli è infatti famoso per essere sfortunatamente morto a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Sono tanti altri i morti a causa di questa eruzione, tuttavia, secondo varie fonti, Plinio non morì perché si trovava lì per caso, ma poiché in quanto filosofo non poteva non assistere ad un simile fenomeno. Il nipote Plinio il Giovane – autore celebre per il suo Panegirico – spiega che lo zio è morto per aiutare chi aveva bisogno durante l’eruzione, ma anche poiché desiderava vedere e studiare da vicino quegli strani vapori che erano stati provocati dall’eruzione e di cui naturalmente nessuno poteva conoscere nulla – il Vesuvio vulcano non esisteva nemmeno, i pompeiani credevano vi fosse solamente una montagna.

Quegli stessi vapori che voleva studiare e conoscere, uccisero Plinio il Vecchio. La curiositas lo uccise. La mitologia è piena di casi in cui questa è foriera di un triste destino, così come la letteratura latina, ad esempio in Apuleio, ma in questo caso è una storia – che sia andata o meno così – simbolo reale di quella curiositas del filosofo osservatore.

Thomas Burke rappresenta un episodio narrato da Plinio nella sua lettera a Tacito (VI, 20): durante l’eruzione del Vesuvio Plinio sedeva accanto alla madre e, incurante di tutto, leggeva un volume di Tito Livio. Un amico dello zio rimproverò la madre «per la propria indolenza» e il figlio «per la spensieratezza».

Tra “scienza” e pathos

Certamente, fin da questo aneddoto, veritiero o meno, possiamo comprendere la natura assolutamente curiosa ed inarrestabile di questo grande autore che senza volerlo ci ha offerto un esempio di sete di conoscenza. Così lo definì Italo Calvino:

Potremmo distinguere un Plinio poeta e filosofo, con un suo sentimento dell’universo, un suo pathos della conoscenza e del mistero, e un Plinio nevrotico collezionista di dati, compilatore ossessivo, che sembra preoccupato solo di non sprecare nessuna annotazione del suo mastodontico schedario.

Storia naturale. Una pagina miniata dell’editio princeps. Plinio il Vecchio (77-78 d.C.) [Wikipedia p.d.]

(DA I. CALVINO, IL CIELO, L’UOMO, L’ELEFANTE)

Stiamo parlando, del resto, di colui che scrisse la Naturalis Historialungo trattato di carattere enciclopedico che risponde alla mastodontica ambizione di riunire in una sola opera tutte le materie conosciute e tutto il sapere umano. Ciò l’ha resa composita e ben poco tradotta a scuola, pertanto anche poco conosciuta. Dello stile di Plinio il Vecchio non si parla con la stessa grandiosità riferita ad altri autori – e per certi versi a ragion veduta – ma come diceva anche lui «non esiste libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare».

L’interesse di Plinio il Vecchio per i casus mirabiles ad esempio rivela quella curiosità irrefrenabile che lo spingeva anche a togliersi il sonno per avere il tempo di studiare. Con casus mirabiles intendiamo eventi meravigliosi nel senso di straordinari, assurdi, senza una spiegazione e senza fonti. Non dobbiamo quindi aspettarci un’enciclopedia perfetta e sempre scientifica, ma una che mira spesso a descrivere strane usanze dell’uomo, costruendo anche una sorta di antropologia che diventa culturale quando si dedica ad usi e costumi particolari. All’antropologia Plinio dedica grande spazio: con forte pessimismo tratta della condizione umana, che nella natura si ritrova spogliata di tutto letteralmente, poiché a differenza degli animali – a cui si sente eppure superiore – l’uomo non è nato con la pelle coperta.  

Già da questo esempio che può sembrare banale, ma che è rivelatore di quei limiti dell’uomo che Plinio il Vecchio descrive, l’autore ci fa comprendere fin dove ci possiamo spingere e qual è il nostro compito. Secondo il filosofo naturalista – non a caso – il nostro scopo è vivere in armonia con la natura, non cercare di sopraffarla, poiché ci dona tutto ma può anche riprenderselo.

L’eruzione del Vesuvio 79 d.C.

La bellezza di Roma e della conoscenza

Per un autore così fedele all’Imperatore comunque non può che essere una meraviglia anche Roma, straordinaria non nel senso di paradossale questa volta, ma nel senso di unica, un vero dono divino. Eppure, l’idea di Plinio ha avuto una conferma storica incredibile, quando un fatto naturale come l’eruzione di un vulcano ha di fatto sottomesso l’uomo (certo, non tutta la sua amata Roma). Tuttavia, Plinio il Vecchio ha reagito nel modo più straordinariamente umano possibile: si è recato lì, ad aiutare e ad osservare i vapori, spinto dalla sua curiositas. E quella curiositas probabilmente lo ha fatto soccombere, ma nonostante questo ci ha insegnato fin dove è possibile che l’uomo si spinga per non sentirsi nudo di fronte alla natura, piccolo e indifeso.

Malgrado la fine drammatica dell’autore, sarebbe certamente un torto verso di lui da parte nostra non pensare di perseguire ugualmente quella conoscenza. Forse il gesto di Plinio il Vecchio non ci insegna solamente a cercare di conoscere la natura, consci dei nostri limiti, ma a coltivare quella saggezza verso la quale tanto ci proiettava Seneca e che i famosissimi versi che Dante mise in bocca ad Ulisse hanno ben sintetizzato.

«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza»

 

Silvia Argento

 

 

 

 

 

Immagine di copertina: Gli ultimi giorni di Pompei, Karl Pavlovič Brjullov, 1827.

Silvia Argento Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne e una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica. È una tuttofare nell’ambito della letteratura e scrittura: docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. Svolge anche il ruolo di editor e copywriter. È autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità». Come dice il suo autore preferito, la vita è una cosa troppo seria per essere presa sul serio e quindi attenzione: può contenere sarcasmo.

 

 

 

Fonte: FrammentiRivista del 11 gennaio 2021

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Silvia Argento
Carica altro CULTURA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.