Una lettura storica del governatore romano che si trovò al centro dell’episodio più celebre della storia occidentale.

 

«Ponzio Pilato: il governatore che non cercava un Messia»

Tra rivolte, fanatismi religiosi e pressioni politiche, il prefetto della Giudea si trovò a giudicare un uomo che per lui era probabilmente soltanto uno dei tanti problemi da gestire.

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

La figura di Ponzio Pilato è rimasta sospesa per secoli tra storia, fede e leggenda. Quasi sempre ricordato come il giudice che autorizzò la crocifissione di Gesù, il governatore romano è stato raramente osservato nella sua dimensione storica e politica. Questo articolo prova a ricostruire il contesto in cui Pilato operò, mettendo in luce le difficoltà di governare una provincia inquieta come la Giudea e le pressioni che accompagnarono una delle decisioni più controverse dell’antichità. Non per assolvere o condannare, ma per comprendere come un funzionario dell’Impero si sia trovato, forse inconsapevolmente, al centro di un evento destinato a cambiare la storia del mondo.

La provincia impossibile

Quando Ponzio Pilato arrivò in Giudea, probabilmente nel 26 d.C., non ricevette l’incarico di governare una delle province più ricche o prestigiose dell’Impero romano. Al contrario, fu inviato in una terra periferica, relativamente povera e costantemente attraversata da tensioni politiche e religiose. Agli occhi di Roma la Giudea non rappresentava un centro strategico paragonabile all’Egitto o alla Siria, ma possedeva una caratteristica che la rendeva particolarmente difficile da amministrare: una popolazione profondamente legata alla propria identità religiosa e poco incline ad accettare il dominio straniero.

Per comprendere la posizione di Pilato occorre abbandonare per un momento la prospettiva della tradizione cristiana e osservare la situazione con gli occhi di un funzionario romano. Egli non giungeva in Giudea per occuparsi di questioni teologiche o per dirimere dispute tra scuole religiose. Il suo compito era molto più semplice e, al tempo stesso, molto più gravoso: garantire la pace, riscuotere le imposte e assicurare che nessuna rivolta minacciasse l’autorità di Roma.

La società giudaica del I secolo era tutt’altro che compatta. Al suo interno convivevano gruppi religiosi e politici spesso in contrasto tra loro. I farisei godevano di grande influenza presso il popolo; i sadducei, legati all’aristocrazia sacerdotale, collaboravano più strettamente con il potere costituito; gli esseni si erano ritirati in comunità separate dal mondo; gli zeloti, invece, rappresentavano l’ala più radicale e nazionalista, convinta che il dominio romano dovesse essere abbattuto anche con la forza.

A rendere la situazione ancora più delicata vi era una diffusa attesa messianica. Molti ebrei nutrivano la speranza che Dio intervenisse nella storia per liberare Israele dalla dominazione straniera. In un simile clima bastava poco perché un predicatore carismatico, un profeta itinerante o un capo popolare venissero percepiti come possibili liberatori. Per Roma, tuttavia, tali figure non erano soltanto fenomeni religiosi: potevano trasformarsi rapidamente in fattori di destabilizzazione politica.

Le autorità imperiali avevano imparato a diffidare di ogni movimento capace di mobilitare grandi masse. Le rivolte che periodicamente scoppiavano nelle province orientali avevano insegnato che il confine tra fede e ribellione era spesso molto sottile. Per questo motivo i governatori romani erano giudicati non tanto per la loro capacità diplomatica quanto per l’efficacia con cui mantenevano l’ordine.

Pilato si trovò dunque a governare una provincia che viveva in un equilibrio precario. Ogni decisione poteva essere interpretata come un’offesa religiosa; ogni intervento amministrativo rischiava di assumere un significato politico; ogni festa religiosa capace di attirare migliaia di pellegrini a Gerusalemme poteva trasformarsi in un’occasione di agitazione popolare. In questo contesto il prefetto romano imparò presto che la Giudea non era una provincia come le altre: era una terra in cui il potere doveva confrontarsi quotidianamente con la fede, la memoria storica e l’aspirazione mai sopita alla libertà nazionale.

Quando, alcuni anni dopo, gli sarebbe stato condotto davanti un predicatore galileo chiamato Gesù di Nazareth, Pilato avrebbe interpretato il caso alla luce di questa esperienza. Prima ancora di vedere un uomo, egli avrebbe visto un potenziale problema di ordine pubblico. Ed è proprio da questa prospettiva che inizia la storia del processo più celebre dell’antichità.

Le fonti storiche

Per molti secoli Ponzio Pilato è stato conosciuto soprattutto attraverso il racconto dei Vangeli. La sua figura compare infatti nei momenti decisivi della passione di Gesù e, per questa ragione, è entrata stabilmente nella memoria collettiva dell’Occidente. Tuttavia, limitarsi alle fonti cristiane significherebbe trascurare un aspetto importante: Pilato non appartiene soltanto alla storia religiosa, ma anche alla storia documentata dell’Impero romano.

Una delle testimonianze più significative proviene dallo storico romano Publio Cornelio Tacito, che nei suoi Annales, scritti all’inizio del II secolo, ricorda l’origine del movimento cristiano mentre descrive la persecuzione ordinata da Nerone dopo l’incendio di Roma. In quel contesto Tacito annota:

«Cristo, da cui deriva il nome, subì il supplizio durante il regno di Tiberio per ordine del procuratore Ponzio Pilato.»

“Ecce Homo” di Antonio Ciseri 1850

Si tratta di un passaggio estremamente importante perché proviene da un autore romano estraneo alla tradizione cristiana e conferma che, nella memoria amministrativa dell’Impero, Pilato era ricordato come il funzionario sotto il quale avvenne la condanna di Gesù.

Anche lo storico ebreo Flavio Giuseppe, nato pochi anni dopo la morte di Gesù, offre informazioni preziose sul governatore della Giudea. Nelle Antichità giudaiche e nella Guerra giudaica egli descrive più volte l’operato di Pilato, presentandolo come un amministratore rigido, poco incline ai compromessi e spesso incapace di comprendere la sensibilità religiosa del popolo che governava. Dai suoi scritti emerge il ritratto di un uomo deciso a far rispettare l’autorità di Roma anche a costo di provocare forti tensioni.

L’Iscrizione di Pilato, esposta presso il Museo di Israele, a Gerusalemme

Per lungo tempo queste testimonianze letterarie furono le principali prove dell’esistenza storica di Pilato. Nel 1961, però, arrivò una conferma destinata ad assumere grande rilevanza. Durante alcuni scavi archeologici nell’antica Cesarea Marittima, città che costituiva il principale centro amministrativo romano della regione, fu rinvenuta un’iscrizione in pietra contenente il nome di Pontius Pilatus e il riferimento alla sua carica di prefetto della Giudea. Per la prima volta la figura nota attraverso i testi emergeva direttamente dalla documentazione materiale dell’epoca.

Grazie all’incrocio tra fonti romane, ebraiche, cristiane e archeologiche, oggi gli storici non hanno dubbi sull’esistenza di Ponzio Pilato. Resta invece aperta una questione più complessa: chi fosse realmente quest’uomo, quale fosse il suo carattere e come esercitasse il potere in una delle province più difficili dell’Impero. Per rispondere occorre osservare più da vicino il suo governo e i rapporti spesso conflittuali che intrattenne con la popolazione della Giudea.

Un governatore poco amato

Se le fonti storiche consentono di affermare con certezza che Ponzio Pilato sia realmente esistito, esse permettono anche di delinearne il profilo politico. E il ritratto che emerge non è quello di un amministratore particolarmente prudente o incline alla mediazione. Al contrario, le testimonianze dell’epoca lo presentano come un governatore deciso, talvolta duro, convinto della superiorità dell’autorità romana e poco disposto a comprendere le sensibilità religiose della popolazione che gli era stata affidata.

La fonte più importante a questo riguardo è ancora una volta Flavio Giuseppe. Lo storico ebreo racconta diversi episodi che mostrano il difficile rapporto tra Pilato e gli abitanti della Giudea. Uno dei più noti riguarda l’introduzione a Gerusalemme delle insegne militari romane recanti l’effigie dell’imperatore. Per i Romani si trattava di un gesto normale, quasi amministrativo; per molti ebrei rappresentava invece una violazione della Legge, poiché l’immagine dell’imperatore poteva essere interpretata come una forma di idolatria.

Flavio Giuseppe riferisce l’episodio con parole che mostrano chiaramente l’origine dello scontro:

«Pilato introdusse di notte a Gerusalemme le immagini dell’imperatore che le legioni portavano sulle insegne.»

Quella che per un governatore romano poteva apparire una decisione ordinaria venne percepita dalla popolazione locale come una provocazione. La protesta fu immediata. Secondo Giuseppe Flavio, numerosi ebrei si recarono a Cesarea per chiedere la rimozione delle insegne. Dopo giorni di tensione e trattative, Pilato fu costretto a cedere per evitare che il malcontento degenerasse in una rivolta aperta.

In un altro episodio, il governatore decise di finanziare la costruzione di un acquedotto utilizzando denaro proveniente dal tesoro del Tempio di Gerusalemme. L’opera avrebbe potuto portare benefici alla città, ma la scelta della fonte di finanziamento venne percepita come un sacrilegio. Le manifestazioni che seguirono furono represse con durezza. Giuseppe Flavio racconta che soldati romani infiltrati tra la folla ricevettero l’ordine di intervenire contro i dimostranti, provocando morti e feriti.

Questi episodi non descrivono necessariamente un uomo crudele per natura. Mostrano piuttosto il modo di pensare di un funzionario imperiale abituato a considerare la stabilità politica come il bene supremo. Per Pilato, come per molti amministratori romani, l’ordine pubblico veniva prima di ogni altra considerazione. Quando una protesta rischiava di trasformarsi in disordine, la risposta doveva essere rapida ed efficace.

Allo stesso tempo, tali vicende rivelano quanto fosse difficile governare la Giudea. Ogni decisione poteva assumere un significato religioso, ogni intervento amministrativo poteva essere interpretato come un attacco all’identità del popolo ebraico. Pilato imparò così a conoscere una provincia in cui il conflitto non nasceva soltanto dalla politica, ma da convinzioni spirituali radicate da secoli.

Quando, qualche anno dopo, gli sarebbe stato presentato il caso di Gesù di Nazareth, il governatore non avrebbe affrontato una situazione nuova. Aveva già sperimentato quanto rapidamente una questione religiosa potesse trasformarsi in una crisi politica. Ed è proprio questa esperienza che aiuta a comprendere le sue decisioni durante il processo che lo avrebbe consegnato alla storia.

L’arrivo di Gesù

Quando Gesù di Nazareth venne condotto al cospetto di Ponzio Pilato, il governatore romano non si trovò davanti un problema religioso nel senso in cui lo intendiamo oggi. Le dispute teologiche tra le diverse correnti dell’ebraismo non rientravano nelle sue competenze. Roma aveva una politica generalmente pragmatica nei confronti delle religioni dei popoli sottomessi: fintanto che l’ordine pubblico veniva rispettato e le imposte affluivano regolarmente nelle casse imperiali, le autorità locali godevano di una certa autonomia.

Per questo motivo l’accusa di blasfemia che aveva portato Gesù davanti al Sinedrio non era sufficiente per ottenere una condanna romana. Che un uomo si proclamasse profeta, maestro o persino inviato da Dio poteva interessare i capi religiosi ebraici, ma difficilmente avrebbe attirato l’attenzione di un prefetto romano. Perché Pilato intervenisse era necessario trasformare una controversia religiosa in una questione politica.

Fu proprio questo il passaggio decisivo. I capi religiosi compresero che l’unica accusa capace di suscitare l’interesse delle autorità imperiali era quella di sedizione. Gesù non venne presentato come un eretico, ma come un individuo potenzialmente pericoloso per l’ordine costituito. Il Vangelo di Luca sintetizza efficacemente questa strategia accusatoria:

«Noi abbiamo trovato costui che sobilla il nostro popolo e impedisce di pagare i tributi a Cesare, affermando di essere il Cristo re.» (Luca 23,2)

Al di là della questione religiosa, era proprio l’ultima affermazione a meritare l’attenzione di Pilato. Nell’universo politico romano il termine “re” possedeva un significato estremamente delicato. Roma aveva costruito la propria identità anche sul rifiuto della monarchia e, soprattutto nelle province orientali, qualsiasi pretesa di regalità poteva essere interpretata come una sfida all’autorità imperiale.

Per un governatore esperto delle tensioni della Giudea, l’ipotesi che un predicatore galileo potesse essere acclamato come re non era una questione da sottovalutare. Negli anni precedenti Roma aveva già dovuto affrontare agitatori, profeti e aspiranti messia capaci di raccogliere seguaci e alimentare aspettative di liberazione nazionale. Alcuni movimenti erano stati repressi prima che degenerassero; altri avevano provocato violenze e disordini.

Pilato doveva quindi stabilire se Gesù rappresentasse davvero una minaccia per l’ordine pubblico oppure se fosse stato trascinato in una disputa che aveva radici esclusivamente religiose. È probabile che, almeno inizialmente, il governatore non vedesse in quell’uomo il profilo di un rivoluzionario. I racconti evangelici mostrano infatti un imputato che non incita alla rivolta, non invoca la guerra contro Roma e non guida alcuna insurrezione armata.

Tuttavia, l’esperienza accumulata in anni di governo gli aveva insegnato che in Giudea le questioni religiose potevano assumere rapidamente una dimensione politica. Un predicatore seguito da una folla, accolto a Gerusalemme durante la Pasqua e associato da alcuni all’attesa messianica, poteva trasformarsi in un elemento destabilizzante anche senza averne l’intenzione.

Agli occhi di Pilato, dunque, la domanda fondamentale non era se Gesù avesse bestemmiato contro il Dio degli ebrei. La vera questione era un’altra: quell’uomo rappresentava un pericolo per Roma? Da questa valutazione sarebbe dipeso il suo destino.

Che cosa vide Pilato?

Che cosa vide realmente Ponzio Pilato quando Gesù di Nazareth fu condotto davanti a lui? È una domanda alla quale nessuno storico può rispondere con assoluta certezza, ma le fonti disponibili consentono di formulare alcune ipotesi ragionevoli. Se osserviamo la scena dal punto di vista del governatore romano, è probabile che egli non si trovasse davanti l’immagine tipica del sovversivo o del capo ribelle che le accuse lasciavano immaginare.

I Vangeli presentano infatti un Pilato che appare perplesso, quasi infastidito dalla vicenda. Non emerge la figura di un magistrato convinto della colpevolezza dell’imputato, bensì quella di un amministratore che fatica a comprendere perché quell’uomo susciti tanto accanimento. Gesù non guida un esercito, non è circondato da guardie armate e non sembra possedere le caratteristiche dei numerosi agitatori che Roma aveva imparato a temere nelle province orientali.

In diversi passaggi evangelici Pilato appare alla ricerca di una via d’uscita. Interroga l’imputato, ascolta le accuse, cerca di comprendere la natura della controversia. È in questo contesto che viene riportata una delle frasi più celebri dell’intera vicenda:

«Che cos’è la verità?» (Giovanni 18,38)

La domanda è stata interpretata in molti modi nel corso dei secoli: come uno scetticismo filosofico, come un gesto di ironia, come una sincera ricerca intellettuale o come l’espressione di un uomo stanco di dispute che considera incomprensibili. Al di là del significato religioso attribuitole dalla tradizione cristiana, essa rivela comunque una certa distanza tra il governatore romano e il mondo spirituale che gli si dispiega davanti.

Pilato, infatti, ragiona come un funzionario dell’Impero. Il suo compito non è stabilire la verità teologica delle affermazioni di Gesù, ma valutare se la sua presenza rappresenti una minaccia per l’ordine pubblico. Ed è proprio qui che emerge il vero problema.

La scena si svolge durante la Pasqua ebraica, una delle festività più importanti dell’anno. In quei giorni Gerusalemme si riempiva di pellegrini provenienti da ogni parte della Giudea e della diaspora. La città vedeva moltiplicarsi la propria popolazione e con essa aumentavano anche le tensioni. Le autorità romane erano ben consapevoli che una folla eccitata da motivazioni religiose poteva trasformarsi rapidamente in una massa incontrollabile.

Pilato si trovò così di fronte a un dilemma politico più che giudiziario. Da una parte vi era un uomo che non sembrava incarnare il profilo del ribelle pericoloso; dall’altra vi erano le pressioni dei capi religiosi e il rischio concreto che la situazione degenerasse. Assolvere Gesù avrebbe potuto essere interpretato come un segno di debolezza. Condannarlo significava invece eliminare una possibile fonte di tensione prima che la questione sfuggisse di mano.

Per un governatore provinciale il pericolo più grande non era commettere un errore di valutazione teologica, ma perdere il controllo della situazione. Roma chiedeva risultati, non sottigliezze filosofiche. Ed è probabilmente in questa tensione tra prudenza politica e convinzione personale che maturò la decisione destinata a rendere immortale il nome di Ponzio Pilato.

Una decisione politica

Osservato dalla prospettiva di Ponzio Pilato, il processo a Gesù assume contorni molto diversi da quelli che la tradizione religiosa gli attribuirà nei secoli successivi. Ciò che oggi appare come uno degli eventi fondativi del cristianesimo si presentava allora come una questione di governo, uno dei tanti problemi che un amministratore romano era chiamato ad affrontare in una provincia difficile e instabile.

È importante ricordare che Pilato non stava decidendo sul cristianesimo. Il cristianesimo, come realtà distinta dall’ebraismo, ancora non esisteva. Non vi erano chiese, dottrine codificate o comunità organizzate diffuse nell’Impero. Davanti a lui non c’era il fondatore di una religione destinata a cambiare il corso della storia, ma un predicatore galileo accusato di alimentare tensioni in una città già percorsa da forti inquietudini.

I racconti evangelici suggeriscono che il governatore nutrisse dubbi sulla fondatezza delle accuse. In più occasioni Pilato sembra distinguere tra le rivalità interne ai capi religiosi e una reale minaccia contro Roma. Questa impressione emerge chiaramente da una delle affermazioni che i Vangeli gli attribuiscono:

«Non trovo in lui alcuna colpa.»

La frase è significativa perché rivela una possibile divergenza tra il giudizio personale del governatore e la decisione finale che sarà chiamato a prendere. Se Pilato non considera Gesù colpevole di un crimine evidente contro l’autorità romana, perché ne autorizza ugualmente la condanna?

La risposta va probabilmente cercata nel contesto politico più che in quello giuridico. Un prefetto romano non era un magistrato indipendente nel senso moderno del termine. La sua funzione principale consisteva nel garantire la stabilità della provincia e nel rispondere del proprio operato all’autorità imperiale. Un disordine pubblico, una sommossa o una rivolta repressa tardivamente avrebbero potuto compromettere la sua carriera e attirare critiche da parte dei superiori.

In quei giorni Gerusalemme era affollata da migliaia di pellegrini. Le tensioni erano elevate e le accuse contro Gesù continuavano ad alimentare il clima di agitazione. Pilato si trovò quindi davanti a una scelta difficile. Da un lato vi era la convinzione che l’imputato non costituisse una minaccia immediata per Roma; dall’altro la necessità di evitare che la situazione degenerasse in uno scontro aperto.

Da questa prospettiva, la condanna può essere letta come una decisione di opportunità politica. Non necessariamente l’espressione di una convinzione profonda sulla colpevolezza di Gesù, ma il tentativo di disinnescare una crisi prima che sfuggisse al controllo. In altre parole, Pilato potrebbe aver sacrificato ciò che riteneva giusto a ciò che riteneva necessario.

È proprio questo contrasto tra giudizio personale e ragion di Stato a rendere la sua figura così complessa. Non appare come un fanatico, né come un persecutore animato da odio religioso. Piuttosto emerge il profilo di un funzionario imperiale che, di fronte a una situazione esplosiva, sceglie la soluzione che gli sembra meno rischiosa per l’ordine pubblico. Una scelta che forse gli garantì qualche giorno di tranquillità politica, ma che lo avrebbe consegnato per sempre al giudizio della storia.

Il paradosso della storia

La storia è piena di ironie, ma poche sono sorprendenti quanto quella che riguarda Ponzio Pilato. Da tutto ciò che sappiamo, il prefetto della Giudea non era un uomo destinato alla celebrità. Non fu un grande generale come Giulio Cesare, non conquistò nuovi territori come Traiano, non lasciò opere monumentali paragonabili a quelle degli imperatori che governarono Roma. Era un funzionario dell’Impero, incaricato di amministrare una provincia periferica e spesso problematica.

La sua ambizione, con ogni probabilità, non era quella di entrare nella memoria dei secoli. Come molti governatori romani, desiderava semplicemente portare a termine il proprio mandato, mantenere l’ordine e conservare il favore dei superiori. Le sue decisioni erano dettate dalle esigenze immediate del governo di una regione difficile, non dalla consapevolezza di trovarsi al centro di un passaggio decisivo della storia.

Eppure il destino ha seguito una strada diversa. Mentre il nome di molti governatori, senatori e comandanti dell’epoca è stato dimenticato o sopravvive soltanto nei libri degli specialisti, quello di Pilato continua a essere pronunciato ogni giorno in ogni parte del mondo. Non per le sue imprese politiche, né per le sue capacità amministrative, ma per il ruolo che ebbe in poche ore di un lontano mattino di primavera a Gerusalemme.

È qui che emerge il vero paradosso. Pilato giudicò Gesù come un problema locale, una questione da risolvere prima che degenerasse in disordine pubblico. Non poteva sapere che quell’uomo sarebbe diventato il centro di una fede destinata a diffondersi ben oltre i confini dell’Impero romano. Non poteva immaginare che la sua stessa figura sarebbe rimasta legata per sempre a quell’evento.

Ogni volta che il Credo cristiano ricorda che Gesù Cristo «patì sotto Ponzio Pilato», il governatore della Giudea torna simbolicamente alla vita. È forse l’unico funzionario romano il cui nome continua a essere pronunciato regolarmente da miliardi di persone a distanza di quasi duemila anni.

Forse questa è la lezione più sorprendente della sua vicenda. Pilato cercò di amministrare il presente; la storia lo trasformò in un personaggio dell’eternità. Convinto di trovarsi davanti a uno dei tanti problemi di una provincia inquieta, si ritrovò invece, senza volerlo, al crocevia di uno degli eventi più influenti della storia umana.

Oltre la storia: il destino di Pilato nella tradizione apocrifa

La figura storica di Ponzio Pilato scompare quasi completamente dalle fonti dopo la sua rimozione dalla carica di prefetto della Giudea. Gli storici non conoscono con certezza gli ultimi anni della sua vita e ignorano persino il luogo e le circostanze della sua morte. Questo silenzio lasciò uno spazio che nei secoli successivi fu riempito dall’immaginazione religiosa.

Mentre i Vangeli canonici dedicano a Pilato soltanto poche pagine, la letteratura cristiana apocrifa sviluppò attorno alla sua figura un vero e proprio ciclo narrativo. L’interrogativo che animava questi racconti era semplice: che cosa accadde all’uomo che aveva pronunciato la sentenza più famosa della storia?

Tra i testi più noti vi sono gli Atti di Pilato, conosciuti anche come Vangelo di Nicodemo. Qui il governatore appare molto meno ostile di quanto suggerisca la tradizione popolare. In alcuni passaggi sembra quasi costretto dagli eventi, un funzionario che riconosce l’innocenza di Gesù ma non riesce a sottrarsi alle pressioni politiche e religiose che lo circondano.

Altri scritti si spinsero ancora oltre. Nella cosiddetta Lettera di Pilato a Tiberio, il prefetto descrive Gesù come un uomo straordinario e riferisce all’imperatore i prodigi che gli vengono attribuiti. In opere successive, come la Paradosis Pilati e la Mors Pilati, il governatore diventa addirittura protagonista di processi, condanne e punizioni che intendono offrire una conclusione morale alla sua vicenda.

La tradizione cristiana non fu però unanime. Se in Occidente Pilato rimase generalmente associato alla responsabilità della crocifissione, alcune Chiese orientali svilupparono una visione sorprendentemente diversa. Nella tradizione etiope, ad esempio, Pilato e sua moglie Procula furono considerati convertiti al cristianesimo e venerati come santi.

Queste narrazioni non hanno valore storico e non possono essere utilizzate per ricostruire la biografia del governatore romano. Tuttavia raccontano qualcosa di altrettanto importante: l’incapacità delle generazioni successive di dimenticare quell’uomo. La storia ha conservato poche informazioni sul prefetto della Giudea; la leggenda, invece, non ha mai smesso di interrogarsi sul suo destino. Forse perché Pilato rappresenta una figura universale: l’uomo che, posto davanti a una decisione decisiva, sceglie ciò che ritiene politicamente necessario senza poter immaginare le conseguenze che quella scelta avrà nei secoli.

La Redazione

 

 

Bibliografia essenziale

  • Annales, XV, 44.
  • Antichità giudaiche, XVIII, 55-89.
  • Guerra giudaica, II, 169-177.
  • Il Nuovo Testamento, Matteo 27; Marco 15; Luca 23; Giovanni 18-19.
  • Paul L. Maier, Ponzio Pilato, Elledici.
  • Antonio Spinosa, Pilato. Il giudice di Gesù, Mondadori.
  • Aldo Schiavone, Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria, Einaudi.

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